24 ottobre 2016 — Quando l’uso strumentale della storia può costruire le condizioni per rinnovare non sopiti, anche speculari, razzismi.

Il 21 ottobre del 2015 Huffington Post  pubblicava un articolo redazionale dal titolo: “Benyamin Netanyahu: “Sono stati i palestinesi a spingere Hitler allo sterminio degli ebrei” “. Berlino: “Non cambiamo la storia” (link in calce)

L’articolo torna a girare non so per quale ragione. Lo ricopio e ricordo che pochi giorni fa c’è stato l’anniversario dello deportazione degli ebrei dal ghetto di Roma, di cui ho scritto nel mio blog il 16 ottobre e che Israele non riconosce (in consonanza con la Turchia) il genocidio armeno. Anche di questo ho pubblicato documentazione nel mio blog il 13 luglio scorso. Così ho dato spazio, il 16 settembre,  a un ‘Appello agli ebrei nel mondo’ (primi firmatari gli scrittori David Grossman e Amos Oz).

21 ottobre del 2015 “Benyamin Netanyahu: “Sono stati i palestinesi a spingere Hitler allo sterminio degli ebrei” “. Berlino: “Non cambiamo la storia”

Conosciamo bene i fatti, non c’è nessun motivo per cambiare la storia”, poche e lapidarie le parole del portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, rispondendo alle affermazioni di Netanyahu sulla Shoah secondo cui Hitler all’epoca non voleva “sterminare” gli ebrei, ma “espellerli”. “Conosciamo bene l’origine dei fatti – ha aggiunto – ed è giusto che la responsabilità sia sulle spalle dei tedeschi”.

Le affermazioni del premier Benyamin Netanyahu hanno suscitato molto scalpore. Secondo quanto ha detto il premier israeliano, HItler fu convinto alla Soluzione finale dal Muftì di Gerusalemme Haj Amin Al-Husseini. “Hitler -ha detto al Congresso sionista- all’epoca non voleva sterminare gli ebrei ma espellerli. Il Muftì andò e gli disse ‘se li espelli, verranno in Palestina. ‘Cosa dovrei fare?’ chiese e il Muftì rispose ‘Bruciali'”.

Come ricorda oggi il quotidiano Haaretz, Netanyahu aveva già sostenuto tale tesi in un discorso tenuto alla Knesset nel 2012, quando definì Husseini “uno dei principali architetti” della soluzione finale. Una ricostruzione avanzata da diversi storici, ha sottolineato il quotidiano, ma respinta dai più accreditati ricercatori sull’olocausto.

Interpellati oggi dal quotidiano Yedioth Aharonot, diversi storici hanno di nuovo respinto tale ricostruzione. Il professore dan michman, a capo dell’istituto per la ricerca sull’olocausto dell’università di bar-ilan, tel aviv, e presidente dell’istituto internazionale per la ricerca sull’olocausto dello Yad Vashem, ha confermato l’incontro tra Hitler e il muftì, sottolineando però che questo avvenne quando la soluzione finale era già stata avviata.

Anche il presidente degli storici dello Yad Vashem, Dina Porat, ha respinto la ricostruzione di Netanyahu: “Non si può dire che è stato il muftì a dare a Hitler l’idea di uccidere o bruciare gli ebrei. Non è vero”.

Dura la replica del leader dell’opposizione Isaac Herzog: “Una pericolosa distorsione. Chiedo a Netanyahu di correggerla immediatamente perché minimizza la Shoah… e la responsabilità di Hitler nel terribile disastro del nostro popolo”.

L’affermazione di Netanyahu è totalmente senza basi”, ha invece commentato Efraim Zuroff, direttore del Centro Wiesenthal di Gerusalemme. “Che il Muftì spingesse sui nazisti e volesse l’invasione della Palestina è fuori discussione, ma Hitler non doveva essere convinto da nessuno”.

“Non ho avuta alcuna intenzione di sollevare Hitler dalla responsabilità per l’Olocausto e la Soluzione Finale”, ha in seguito precisato Netanyahu.

Fonti:

http://www.huffingtonpost.it/2015/10/21/netanyahu-palestinesi-hitler_n_8344490.html

16 ottobre 2016: La necessità della memoria,   https://diariealtro.it/?p=4656

13 luglio 2016 ‘Uso politico del negazionismo’   https://diariealtro.it/?p=4472

16 settembre 2016 ‘Appello agli ebrei nel mondo’ https://diariealtro.it/?p=4595

24 Ottobre 2016Permalink

16 ottobre 2016 – La necessità della memoria

“Quando é viva davvero la memoria non contempla la storia, ma spinge a farla. <…> Come noi… è  piena di contraddizioni … non è  nata per servirci da ancoraggio. La sua vocazione sarebbe piuttosto di farci da catapulta”.  Eduardo Galeano scrittore uruguayano

Roma 16-10-43: Una mostra ricorda il rastrellamento del ghetto ebraico

Le foto e le lettere dei deportati, le testimonianze di chi si è salvato di UMBERTO GENTILONI

ROMA – “Sono nato in via del Portico d’Ottavia al numero 9. Quella mattina del 16 ottobre 1943 i tedeschi ci entrarono in casa. Ci hanno svegliati e siamo scesi in strada, seguendo istruzioni precise. Dovevamo attraversare la via, passare sul marciapiede opposto e camminare verso il Tevere. Poco più avanti, al primo slargo con un incrocio, ci aspettava un camion dove saremmo dovuti salire per iniziare un lungo viaggio”.

Parla con precisione e commozione Mario Mieli (meglio conosciuto come Mario Papà) mentre riavvolge il nastro di una storia che ha inizio alle prime luci dell’alba di un sabato mattina di settantatré anni fa. Sono tracce di memorie lontane, parole che a fatica mettono insieme sensazioni, ricordi, racconti collettivi passati attraverso la ferita di un giorno inimmaginabile: la grande retata degli ebrei romani, la tragedia che giunge in pochi minuti, irrompe nelle famiglie, nelle storie più diverse, senza preavviso. E la vita rimane appesa a un filo, a un confine che non esiste tra il prima e il dopo.

L’irruzione in casa di uomini in divisa, porte sfondate, armi in pugno, il calcio del mitra, terrore diffuso in lunghi attimi di attesa rotti da poche parole per molti incomprensibili. A seguire la consegna delle istruzioni dattiloscritte su un piccolo ritaglio di carta bianca: “1. Insieme con la vostra famiglia e con gli altri ebrei appartenenti alla vostra casa sarete trasferiti. 2. Bisogna portare con sé: a) viveri per almeno otto giorni; b) tessere annonarie; c) carta d’identità; d) bicchieri. 3. Si può portare via: a) valigetta con effetti e biancheria personale, coperte; b) denaro e gioielli. 4. Chiudere a chiave l’appartamento e prendere con sé le chiavi. 5. Ammalati, anche casi gravissimi, non possono per nessun motivo rimanere indietro. Infermeria si trova nel campo. 6. Venti minuti dopo la presentazione di questo biglietto la famiglia deve essere pronta per la partenza”.

Un linguaggio sinistro che è già una condanna pianificata: tenere insieme i nuclei delle famiglie per fingere di dare conforto evitando reazioni o resistenze, indicare una meta inesistente (il trasferimento), giocare sul fattore tempo, far presto senza lasciare tracce o prove degli spostamenti di truppe o persone mobilitate in quella mattina. Solo venti minuti prima che la tragedia abbia inizio: appena il tempo di chiudere con la vita precedente per piombare increduli e impreparati nel cono d’ombra della deportazione. E da lì il destino delle situazioni diverse, degli imprevisti del caso o delle piccole grandi azioni di chi si trova dentro il tracciato di un itinerario che inizia con gli sportelli di un camion parcheggiato dietro casa per concludersi sulla rampa di Auschwitz-Birkenau.

FONTI
http://www.repubblica.it/cultura/2016/10/16/news/roma_16-10-43_una_mostra_ricorda_il_rastrellamento_del_ghetto_ebraico-149881966/?ref=HREC1-1

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/16-ottobre-1943-72-anni-fa-il-rastrellamento-del-Ghetto-di-Roma-aa097814-89c5-4823-ac47-5e76675c42f5.html

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/sabato-nero/404/default.aspx

 

 

16 Ottobre 2016Permalink

14 ottobre 2016 –- Emma Bonino e i radicali di fronte ai problemi delle migrazioni

Non solo i radicali, per favore. Una mia premessa

Riporto testi proposti con competenza e senso di responsabilità che spero vengano letti e chiedo:
Chi vorrà dare altrettanta visibilità al problema dei bambini che nascono in Italia ma cui dal 2009 la legge nega il certificato di nascita perché figli di sans papier?

Nel testo che segue, un articolo pubblicato su La Repubblica del 13 ottobre il giornalista Vladimiro Polchi fa conoscere gli otto falsi miti da sfatare identificati da Emma Bonino
Di seguito la segnalazione delle proposte dei radicali italiani per cambiare il racconto sull’immigrazione

Migranti, gli otto falsi miti da sfatare

Dai 35 euro al giorno al lavoro rubato agli italiani. Emma Bonino ha ideato un “piccolo prontuario” per smontare punto per punto i pregiudizi sull’accoglienza

ROMA – “Ci rubano il lavoro”. “Gli diamo 35 euro al giorno per non fare niente”. “Li ospitiamo in alberghi a 5 stelle”. Fermo: “Tutto quello che sai sugli immigrati è falso!”. O almeno così sostiene un “prontuario” dei Radicali italiani, ideato da Emma Bonino, che prova a confutare punto per punto “otto grandi bugie” sui migranti.

  1. Siamo di fronte a un’invasione! Il “Piccolo prontuario per un racconto (finalmente) veritiero sull’immigrazione” parte da otto affermazioni, poi tenta di smontarle utilizzando dati di varie fonti. La prima: “Siamo di fronte a un’invasione!”. La replica: “Nell’Unione Europea, su oltre 500 milioni di residenti di ogni età (510 milioni) nel 2015, solo il 7% è costituito da immigrati (35 milioni), mentre gli autoctoni sono la stragrande maggioranza (93%, pari a 473 milioni). La quota di stranieri varia notevolmente tra i Paesi europei (il 10% in Spagna, il 9% in Germania, l’8% nel Regno Unito e in Italia, il 7% in Francia). È curioso, però, che i Paesi più ostili all’accoglienza degli immigrati sono quelli che ne hanno di meno: la Croazia, la Slovacchia e l’Ungheria, ad esempio, che ne hanno circa l’1%”.
  2. . Ma non c’è lavoro neanche per gli italiani, non possiamo accoglierli! La risposta dei Radicale: “Per mantenere sostanzialmente inalterata la popolazione italiana dei 15-64enni nel prossimo decennio, visto che tra il 2015 e il 2025 gli italiani diminuiranno di 1,8 milioni, è invece necessario un aumento degli immigrati di circa 1,6 milioni di persone: si tratta di un fabbisogno indispensabile per compensare la riduzione della popolazione italiana in età lavorativa”.
  3. Sì, ma questi ci rubano il lavoro! La replica: “Agli immigrati sono riservati solo i lavori non qualificati, in gran parte rifiutati dagli italiani: gli stranieri non riducono l’occupazione degli italiani, ma occupano progressivamente le posizioni meno qualificate abbandonate dagli autoctoni, soprattutto nei servizi alla persona, nelle costruzioni e in agricoltura: settori in cui il lavoro è prevalentemente manuale, più pesante, con remunerazioni modeste e con contratti non stabili. Dai dati più aggiornati del 2015, infatti, emerge che oltre un terzo degli immigrati svolge lavori non qualificati (36% contro il 9% degli italiani)”.
  4. Sarà, però ci tolgono risorse per il welfare. “I costi complessivi dell’immigrazione, tra welfare e settore della sicurezza, sono inferiori al 2% della spesa pubblica.  Dopodiché, gli stranieri sono soprattutto contribuenti: nel 2014 i loro contributi previdenziali hanno raggiunto quota 11 miliardi, e si può calcolare che equivalgono a 640mila pensioni italiane. Col particolare che i pensionati stranieri sono solo 100mila, mentre i pensionati totali oltre 16 milioni”.
  5. Comunque i rifugiati sono troppi, non c’è abbastanza spazio in Europa! “Dei 16 milioni complessivi – scrivono i Radicali – solo 1,3 milioni sono ospitati nei 28 Paesi dell’Unione europea (8,3%), tra cui l’Italia (118mila, pari allo 0,7%). I Paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati nel 2015 sono la Turchia (2,5 milioni), il Pakistan (1,6 milioni), il Libano (1,1 milioni) e la Giordania (664 mila)”.
  6. Certo, e allora li ospitiamo negli alberghi. “I centri di accoglienza straordinaria sono strutture temporanee cui il ministero dell’Interno ha fatto ricorso, a partire dal 2014, in considerazione dell’aumento del flusso: le prefetture, insieme alle Regioni e agli enti locali, cercano ulteriori posti di accoglienza nei singoli territori regionali, e quando non li trovano si rivolgono anche a strutture alberghiere. Si tratta di una gestione straordinaria ed emergenziale, spesso criticata in primo luogo da chi si occupa di asilo, perché improvvisata, in molti casi non conforme agli standard minimi di accoglienza e quindi inadatta ad attuare percorsi di autonomia. Quindi sono uno scandalo non gli alberghi, ma la mala gestione e l’assenza di servizi forniti in quei centri improvvisati”.
  7. E diamo loro 35 euro al giorno per non fare niente! “In Italia, nel 2014, sono stati spesi complessivamente per l’accoglienza 630 milioni di euro, e nel 2015 circa 1 miliardo e 162 milioni. Il costo medio per l’accoglienza di un richiedente asilo o rifugiato è di 35 euro al giorno (45 per i minori) che non finiscono in tasca ai migranti ma vengono erogati agli enti gestori dei centri e servono a coprire le spese di gestione e manutenzione, ma anche a pagare lo stipendio degli operatori che ci lavorano. Della somma complessiva solo 2,5 euro in media, il cosiddetto “pocket money”, è la cifra che viene data ai migranti per le piccole spese quotidiane (dalle ricariche telefoniche alle sigarette)”.
  8. Sì, però i terroristi islamici stanno sfruttando i flussi migratori per fare attentati e conquistare l’Europa! “Limitando l’osservazione al terrorismo islamista, i primi 5 Paesi con la maggiore quota di morti sono l’Afghanistan (25%), l’Iraq (24%), la Nigeria (23%), la Siria (12%), il Niger (4%) e la Somalia (3%). Le vittime dell’Europa occidentale rappresentano una quota residuale, inferiore all’1%. L`Italia è terra d’immigrazione con molti cristiani ortodossi: oltre 2 milioni tra ucraini, romeni, moldavi e altre  nazionalità. Seguono circa 1 milione e 700mila persone di religione musulmana (compresi gli irregolari e minori), meno di un terzo del totale degli oltre 5 milioni di stranieri in Italia. In Europa solo il 5,8 per cento della popolazione è di religione islamica”.

Le proposte dei radicali italiani per cambiare il racconto sull’immigrazione

I radicali hanno anche pubblicato il rapporto “GOVERNANCE DELLE POLITICHE MIGRATORIE FRA LAVORO E INCLUSIONE”

Prefazione di Emma Bonino Introduzione di Riccardo Magi  Rapporto a cura di Roberto Cicciomessere* (capitoli 1-5 e 8) e Vitaliana Curigliano (capitoli 6-8) Hanno collaborato: Andrea Barone (paragrafo 6.4) Daniela Sala Valentina Brinis Simone Sapienza  Il rapporto è stato chiuso nel mese di settembre 2016.  * www.robertocicciomessere.eu

Una nota mia Non trascrivo il rapporto cui faccio riferimento perché è molto lungo e ricco di tabelle che non saprei riprodurre ma spero che la presentazione invogli qualcuno a leggerlo link nelle ‘fonti’).

Aggiungo che, essendo il rapporto focalizzato al problema del lavoro, non fa riferimento al problema ben noto a chi legge questo blog dei bimbi che nascono in Italia cui dal 2009 è negato il certificato di nascita, per legge. Vorrei che le associazioni che condividano la necessità di eliminare questa sconcezza si esprimessero pubblicamente nel merito. Non basta l’impegno di singole persone! Lo so per esperienza mia e di pochi altri.

FONTI

L’articolo di Polchi è disponibile on line    http://www.repubblica.it/cronaca/2016/10/13/news/migranti_falsi_miti_bonino-149688642/?ref=HREC1-4

Il testo del rapporto è disponibile on line:

http://www.radicali.it/primopiano/20160723/immigrazione-proposte-radicali

http://www.radicali.it/system/files/Governance_immigrazione%20Radicali%20italiani_0.pdf

14 Ottobre 2016Permalink

12 ottobre 2016 – Che fine hanno fatto i diecimila minori non accompagnati scomparsi in Europa nel 2015?

Un articolo di Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale

L’Europol ha lanciato l’allarme: diecimila minori non accompagnati entrati in Europa nel 2015 sono scomparsi dopo il loro arrivo. Probabilmente sono finiti nelle mani di “una rete criminale internazionale” che negli ultimi 18 mesi ha approfittato dell’arrivo alle frontiere europee di migliaia di persone senza regolari documenti per strutturare un’attività illegale molto redditizia, ha dichiarato all’Observer Brian Donald, il capo dell’intelligence europea.

La criminalità ha sfruttato la necessità di migliaia di profughi e richiedenti asilo di viaggiare all’interno dell’Unione senza passaporto o senza visto e ha trasformato la debolezza dei migranti e l’incapacità delle autorità europee di gestire il fenomeno in un giro d’affari con un fatturato da migliaia di euro. Solo in Italia sono cinquemila i ragazzi irrintracciabili: minorenni che una volta sbarcati sulle coste italiane sono stati affidati al sistema di prima accoglienza, ma poi si sono sottratti volontariamente al controllo delle autorità e hanno fatto perdere le loro tracce.

Già nel 2014 in un’inchiesta del Guardian Elvira Iovino del Centro Astalli di Catania aveva denunciato: “La maggior parte dei minori eritrei che arrivano in Italia rifiutano di essere identificati dalle autorità, perché se fossero registrati in Italia il trattato di Dublino non gli permetterebbe di chiedere l’asilo in altri paesi dell’Unione”. Per questo la maggior parte di loro scappa dai centri di accoglienza e vive per strada, dormendo nelle stazioni ferroviarie o nei parchi.

Scomparsi o scappati?

In molti casi i ragazzi spariti in Italia semplicemente si sottraggono all’accoglienza ufficiale e si rimettono in viaggio tentando di raggiungere parenti e amici nel Nordeuropa, affidandosi a una rete informale di conoscenze.

“Nelle stazioni ferroviarie i ragazzi sono intercettati da reti di trafficanti che gli promettono un alloggio e un lavoro, ma spesso vengono rapiti e se le famiglie non possono pagare il riscatto i minori devono lavorare come spacciatori o prostituirsi. Attività molto redditizie per la criminalità”, ha denunciato Iovino.

Viviana Valastro di Save the children spiega a Internazionale che in Italia i minori stranieri non accompagnati non sono protetti da una legge specifica, ma dalla stessa norma che regola i casi di minori abbandonati. “Questa è una parte del problema”, afferma Valastro. “Non esiste nel paese una legge specifica per i minori stranieri non accompagnati. È in discussione in Commissione diritti umani della camera una proposta di legge la cui prima firmataria è l’onorevole Sandra Zampa, che però è stata bloccata dalla Commissione bilancio. La proposta fu presentata il 4 ottobre 2013, in seguito al naufragio al largo di Lampedusa. La proposta prevede per esempio che ogni minore abbia un tutore individuale che si occupi di lui. Al momento in Italia spesso i tutori sono i sindaci delle città dove i minori risiedono che sono affidatari di diversi casi. Inoltre i posti a disposizione negli Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) sono insufficienti rispetto al numero degli arrivi, così i minori rimangono nelle strutture di prima accoglienza spesso fino alla maggiore età”.

Secondo Save the children, sono circa 12.300 i minori non accompagnati arrivati in Italia nel 2015

Al momento i minori non accompagnati vengono affidati ai centri di prima accoglienza o agli Sprar, ma i posti disponibili per loro non sono molti (750) e non è prevista una forma di assistenza dedicata.

Secondo Save the children, sono circa 12.300 i minori non accompagnati arrivati in Italia nel 2015. La maggior parte di loro sono eritrei (3.100), somali (1.300), egiziani (1.700), gambiani (1.300), nigeriani (1.000), siriani (700).

“Per quanto riguarda eritrei, siriani e somali si tratta di esperienze di transito, quindi di persone che dichiarano già all’arrivo in Italia di non volersi fare identificare perché vogliono raggiungere altri paesi europei. Il fatto che risultino scomparsi significa che si sono sottratti all’identificazione, oppure sono scappati dai centri di prima accoglienza per raggiungere altri paesi”, spiega Valastro.

Nel caso degli eritrei si tratta di ragazzi di 15, 16 o 17 anni che vogliono evitare il servizio militare obbligatorio nel loro paese. Infatti sotto la dittatura di Isaias Afewerki la coscrizione obbligatoria si è trasformata in un sistema di lavori forzati che dura tutta la vita e i ragazzi cercano di lasciare il paese prima di compiere la maggiore età, in molti casi senza nemmeno mettere al corrente i genitori del loro progetto di emigrare. Gli eritrei nel loro viaggio si affidano ai connazionali della diaspora che gli offrono sostegno economico e alloggio, e per questo sono più fortunati di altri gruppi di minori non accompagnati.

Molti ragazzi invece, in particolare gli egiziani, devono ripagare il debito contratto con i trafficanti per raggiungere l’Europa via mare (un pedaggio che costa tra i 1.500 e i 3.500 euro). Per questo una volta arrivati nei nostri paesi la loro priorità è lavorare e guadagnare abbastanza da restituire i soldi ai trafficanti.

“Per questi ragazzini è difficile capire il concetto di sfruttamento”, spiega Viviana Valastro. “A casa loro lavorano e sono pagati anche di meno, per loro non è un problema lavorare anche per pochi soldi. È molto difficile fargli accettare che l’istruzione e la formazione potrebbero offrire loro una vita migliore”.

La polizia ferroviaria di Roma in un’operazione del maggio del 2015 aveva svelato un giro di prostituzione minorile alla stazione Termini di Roma che aveva portato all’arresto di otto persone, tra cui un prete.

In quell’occasione Emanuele Fattori, capo della polizia della stazione Termini, aveva spiegato che i minorenni sono preziosi per le organizzazioni criminali: “Usano i ragazzi stranieri che hanno meno di 14 anni, perché per la legge italiana non possono essere incriminati”.

In un’inchiesta della Cnn sulla stesso tema, un ragazzino egiziano coinvolto nei traffici della stazione Termini aveva raccontato alla giornalista: “La roba illegale è la cosa più facile, non solo qui a Roma, in tutto il paese […] i nostri genitori hanno speso tanto per mandarci qui e ora dobbiamo ripagarli”.

La responsabilità di contrastare il fenomeno dello sfruttamento dei minori in Europa non può essere affidata solo alle forze dell’ordine

Altre inchieste hanno denunciato che i minori vengono impiegati nell’agricoltura e nel commercio all’ingrosso di frutta e verdura che in Italia sfugge al controllo delle autorità.

Il mercato ortofrutticolo della capitale che si trova a Guidonia, alle porte di Roma, è da tempo sotto osservazione da parte della polizia italiana per l’uso dilagante di lavoro minorile.

Mariella Chiaramonte, capo della polizia di Tivoli, aveva spiegato al Guardian che i facchini del mercato ortofrutticolo di Guidonia erano tutti minori egiziani, pagati pochi euro per un lavoro massacrante. “Anche quando i minori vengono affidati a case famiglia, nessuno controlla che vadano a scuola. Pensiamo che ci sia un rapporto tra le reti criminali che li portano in Italia e quelle che li sfruttano una volta arrivati”, aveva detto.

Queste indagini, che confermano l’allarme lanciato dall’Europol, sottolineano che la responsabilità di contrastare il fenomeno dello sfruttamento e della riduzione in schiavitù dei minori stranieri in Europa non può essere affidata solo alle forze dell’ordine. Non è possibile trovare una risposta concreta allo sfruttamento dei minori se non si offre un’accoglienza adeguata alle migliaia di persone che negli ultimi anni sono arrivate alle nostre frontiere in cerca di una vita migliore.

Il mio commento: Un danno a soggetti che hanno diritto alla tutela e un sostegno ‘legale’ a chi se ne disinteressa

L’articolo che ho copiato (di cui il link in calce) è stato collegato da Elisabetta di Lernia a una sua petizione al Presidente della Repubblica in cui chiede sia adeguatamente affrontato il problema dei minori scomparsi, petizione che ora aggiorna chiedendo le ragioni del silenzio indifferente dell’opinione pubblica. L’ho firmata e diffusa su facebook e ne riporto in calce il link per chi venendone a conoscenza anche da qui la volesse firmare.
Chi legge il mio blog sa che da sette anni mi occupo inutilmente, registrando la stessa silente indifferenza, della legge che dal 2009 nega il certificato di nascita ai minori che nascono in Italia da genitori privi di permesso di soggiorno e che si vedono costretti a nascondere i figli. E’ chiaro che senza quel certificato scompaiono come i 10.000 giunti da altrove e sono esposti agli stessi rischi. (Preciso che l’art. 1, comma 22 lettera g della legge 94/2009 che prevede quanto sopra ha conformemente modificato il decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 – Testo Unico sull’immigrazione).
Nel caso che pongo (che non è risolutivo del problema generale ma è un segnale da non trascurare) basterebbe una abrogazione della norma introdotta nel ‘pacchetto sicurezza’ sette anni fa .E sarebbe una modifica senza oneri di spesa cui il Parlamento non provvede proprio perché l’opinione pubblica si muove al massimo (e per breve tempo) solo per qualche caso emotivamente significativo (morte, violenza possibilmente documentata visivamente o con racconti choc ecc) I minori, neonati e più avanti con l’età, non fanno lobby in grado di muovere qualche cosa. Quindi non interessano.
I 10.000 scomparsi non si vedono, i figli nascosti neppure e quindi la Repubblica italiana crea per legge neonati esposti alla stessa situazione segnalata dall’articolo che ho ricopiato e dalla petizione di Elisabetta di Lernia

FONTi:

https://www.change.org/p/al-presidente-della-repubblica-italiana-sergio-mattarella-dove-sono-finiti-i-bambini-10-000-bambini-emigrati-in-europa-sono-scomparsi-nel-nulla

http://www.internazionale.it/opinione/annalisa-camilli/2016/02/01/minori-scomparsi-2015

 

12 Ottobre 2016Permalink

11 ottobre 2016 – Migrazioni: chi va e chi viene

Ricopio questo articolo di Max Mauro scrittore friulano, docente di Studi sullo Sport (Sport Studies) alla Southampton Solent University, Inghilterra. E’ stato pubblicato su  Il Manifesto del 27 Settembre.

Lucrative contraddizioni dello sport moderno

La partecipazione di una squadra di rifugiati alle Olimpiadi di Rio ha catturato l’attenzione dei mezzi di informazione di buona parte dell’Occidente. Più d’uno, senza troppa fantasia, l’ha definita «una grande storia olimpica». Tutto ciò è comprensibile se si tiene a mente che tra princìpi del movimento olimpico vi è quello di «contribuire alla costruzione di un mondo migliore e più pacifico educando la gioventù per mezzo dello sport, praticato senza discriminazioni di alcun genere» (articolo 6 della Carta Olimpica). Nel sogno delle Olimpiadi, lo sport viene inteso come massima espressione degli ideali universali di uguaglianza e inclusione sociale. Nel presentare l’iniziativa, il presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Thomas Bach, aveva sottolineato l’ambizione che il Team Rifugiati potesse rendere il mondo più consapevole della crisi dei rifugiati.

Le poche voci critiche hanno puntato l’attenzione sulla visibile contraddizione di una comunità internazionale che, particolarmente in Europa, nega i diritti all’accoglienza dei rifugiati costruendo muri, attaccando navi disarmate cariche di disperati e organizzando rimpatri coattivi di minori non accompagnati, mentre invita alcuni “fortunati” a partecipare al più spettacolare festival dello sport.

I rappresentanti dello sport mondiale potrebbero facilmente difendersi da questo tipo di critica adducendo che lo sport non può risolvere i problemi della politica internazionale. Al massimo, come in questo caso, può offrire un palco da cui lanciare un messaggio. Quante volte si è sentito dire che lo sport è solo sport e non deve mescolarsi alla politica? Suona semplice, quasi ovvio, anche se ormai nessuno può negare le ingombranti implicazioni politiche, diplomatiche e finanziarie dei mega eventi sportivi. Gli esempi di Pechino 2008, Sochi 2014, di Rio 2016, senza dimenticare ovviamente la Coppa del Mondo di calcio del 2014, sono difficili da digerire per i sostenitori dello «sport per lo sport».

Altro che egualitario e inclusivo

Proviamo tuttavia a spostare l’attenzione proprio su questo terreno. Lo sport è veramente inclusivo ed egualitario come il presidente del Comitato olimpico internazionale vorrebbe farci credere? Purtroppo, la realtà sembra affermare il contrario. Nel corso della loro storia, gli sport moderni hanno sviluppato regole sempre più dettagliate per definire i limiti di partecipazione e accesso alla pratica sportiva. Queste regole riflettono il disegno organizzativo dello sport moderno, fondato sullo Stato-nazione. Pochi rammentano che la prima edizione delle moderne Olimpiadi, che si svolsero ad Atene nel 1896, era una competizione tra atleti individuali, non tra “nazioni”.

Non fu così a lungo, perché gli Stati, in primis quelli fascista e nazista, e più tardi quelli del blocco sovietico, capirono l’importanza del successo sportivo per guadagnare prestigio internazionale e rendere più coese le precarie entità immaginate come “nazioni”. Lo Stato-nazione è la cifra definitoria della partecipazione sportiva.

È attraverso l’appartenenza a uno Stato, il meccanismo allo stesso tempo fluido e restrittivo della cittadinanza, che un diritto universale quale lo sport (citando nuovamente la Carta Olimpica) diventa nei fatti un diritto esclusivo del cittadino. Emerge così la grande contraddizione delle democrazie occidentali segnalata da Hanna Arendt e Carl Schmitt e acutamente attualizzata da Giorgio Agamben: non esistono, se sono mai esistiti, diritti universali, solo diritti del cittadino. Come in altri casi, lo sport riflette e amplifica questa contraddizione. Le organizzazioni sportive

internazionali e nazionali non possono concepire se non come un’eccezione spettacolare e fatua l’idea di concorrenti che non rientrino tra le categorie della nazione contro altre nazioni. Come sarebbero altrimenti vendibili eventi quali le Olimpiadi o la Coppa del Mondo di calcio? La stretta sinergia tra detentori dei diritti televisivi, sponsor e organizzazioni sportive ha creato un’industria enormemente lucrativa che non può prescindere da questo stato di cose.

Categorizzare ed escludere

Il caso più evidente è offerto dal calcio, lo sport più popolare. Le norme Fifa per il tesseramento dei minori definisce almeno tre regimi di accesso alla pratica sportiva: cittadini nazionali, cittadini Ue, cittadini non-Ue. Diversi regimi comportano diversi termini di accesso, tipologie e numeri di documenti di identificazione da presentare, e tempi di valutazione delle domande di iscrizione. Nonostante approcci più o meno inclusivi adottati dalle diverse federazioni nazionali, questo «regime dei confini» – mutuando Sandro Mezzadra e Brett Neilson – della partecipazione sportiva, ha prodotto una quarta categoria di minori: coloro che non appartengono a nessuna delle altre tre. Sono minori non accompagnati, rifugiati, sans papier, undocumented, possessori di permessi umanitari temporanei, e le varie altre categorie di migranti create dalle democrazie occidentali per definire l’«altro» che si trova all’interno dei loro confini. Un modo per categorizzare e, allo stesso tempo, escludere.

L’Associazione studi giuridici dell’immigrazione (Asgi) da tempo denuncia il fatto che la Federazione italiana giuoco calcio (Figc) nega l’iscrizione ai campionati giovanili ai minori non accompagnati. Basandosi su un’interpretazione restrittiva delle norme Fifa, la Figc non riconosce la figura del tutore, che nel caso dei minori non accompagnati è di solito il direttore del centro di accoglienza in cui risiedono. Secondo i dati Eurostat, nel 2015 c’erano in Europa 90.000 minori non accompagnati. Attualmente, ricorda l’«Agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati», nel continente vi sono 680.000 apolidi, persone private dell’appartenenza a uno Stato. Sono numeri destinati purtroppo a crescere in un contesto caratterizzato da conflitti, crisi ambientali croniche e dittature. Di fronte a questo scenario la squadra olimpica dei rifugiati si presenta sotto una diversa luce: più che un messaggio di inclusione appare una riuscita operazione promozionale per l’industria sportiva globale.

 

11 Ottobre 2016Permalink

1 ottobre 2016 – Calendario di ottobre

1 ottobre 1946 –  Il Tribunale di Norimberga condanna i gerarchi nazisti
2 ottobre              Giornata internazionale della nonviolenza
2 0ttobre 2016     Vigilia Rosh Hashanah 5777 (3 e 4 ottobre 2016; (nota)
2 ottobre 1868     Nascita di Gandhi
3 ottobre 1935 –   L’Italia invade l’Etiopia  (nota)
3 ottobre 1990 –   Riunificazione della Germania
3 ottobre 2013 –   Strage di 366 migranti – Lampedusa
3 ottobre 2016 –   Primo giorno di Muhharam 1437 – Capodanno islamico (nota)
6 ottobre 1973 –   Guerra del Kippur
7 ottobre 2001 –   Inizio guerra USA contro l’Afghanistan
7 ottobre 2006 –   Assassinio della giornalista Anna Politkovskaja
8 ottobre 1963 –   Nella notte catastrofe del Vajont
9 ottobre 1967 –   Uccisione di Ernesto ‘Che’ Guevara in Bolivia
10 ottobre        –   Giornata mondiale contro la pena di morte
10 ottobre 2015 – Strage ad Ankara. Bombe su corteo pacifista
11 ottobre 1962 –   Apertura del Concilio Vaticano II
12 ottobre 2016  –  Ashura (10 Muhharam 1438)
12 ottobre 2016  –  Yom Kippur – 5777
14 ottobre 1964 –   Premio Nobel per la pace a Martin Luther King
14 ottobre 1979 –   Prima marcia per i diritti dei gay negli USA
15 ottobre 1582 –   Entra in vigore il calendario gregoriano
16 ottobre 1943 –   Rastrellamento nazista nel ghetto di Roma
17 ottobre          –   Festa dii Sukkot (conclude 24 ottobre)
19 ottobre 1968 –   Muore Aldo Capitini
20 0ttobre 2011 –   Spagna: l’ETA depone le armi   (nota)
20 0ttobre 2011 –   Libia: uccisione di Ghedaffi
21 ottobre 1945 –   Francia: le donne votano per la prima volta
23 ottobre 1915 –   A New York 30.000 donne chiedono il diritto di voto
24 ottobre 1945 –   Nasce l’Organizzazione delle Nazioni Unite
24 0ttobre 2005 –   Morte di Rosa Parks
25 ottobre 1936 –   Hitler e Mussolini creano l’Asse Roma-Berlino
25 ottobre 1996 –   Irlanda. Chiusura dell’ultima lavanderia Magdalene
26 ottobre 1954 –   Ritorno di Trieste all’Italia  –  (nota)
26 ottobre 2016 –   Altre forti scosse nelle stesse zone del sisma del 24 agosto
27 ottobre 1479 –   Nascita di Erasmo da Rotterdam
27 ottobre 2016 –   Quindicesima giornata del dialogo cristiano-islamico
28 ottobre 1922 –   Marcia su Roma
29 ottobre 1923 –    La Turchia diventa Repubblica indipendente
30 ottobre 2016 –    Nuova scossa terremoto. Norcia: crollo della cattedrale di San
………………………….Bendetto
31 ottobre 1517 –    Lutero affigge le sue 95 tesi sulla porta della chiesa di Wittemberg
31 ottobre           –   Le  chiese protestanti celebrano la festa della Riforma
31 ottobre 1967 –    Primo numero di Adista dal cui calendario nasce il primo nucleo
………………………….di   questo
NOTE

note 2 e  3 ottobre
http://www.comunitaebraicabologna.it/it/festivita/calendario/1375-il-calendario-delle-festivita-ebraiche-5777-2016-2017

https://www.hebcal.com/holidays/2016-2017

http://www.arab.it/calendario/calendario-scadenziario-islamico.html

nota 3 ottobre
1935. Un breve promemoria in:
http://www.treccani.it/enciclopedia/guerra-italo-etiopica_(Enciclopedia-Italiana)

nota 20 0ttobre  – ETA: Euskadi Ta Askatasuna (in spagnolo País Vasco y Libertad, letteralmente “paese basco e libertà”

nota 26 ott0bre Nel 1945, la Venezia Giulia, divisa in due zone di influenza, fu al centro della prima fase della guerra fredda. L’area fu divisa in due macro zone di influenza: la zona A controllata dagli anglo-americani e la zona B dagli jugoslavi. Dal 1947 Gorizia e Monfalcone tornarono all’Italia, mentre l’Istria divenne parte del territorio della Federazione Jugoslava. Anche la città di Trieste fu separata in due zone e posta sotto l’amministrazione anglo-americana (AMG-FTT) o Territorio libero di Trieste, e sotto l’amministrazione di Belgrado (zona B-TLT). In seguito al Memorandum di Londra firmato il 5 ottobre 1954 fra i Governi d’Italia, del Regno Unito, degli Stati Uniti e della Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia, concernente il Territorio Libero di Trieste, si stabiliva che la Zona A passava dall’amministrazione militare alleata all’amministrazione civile italiana (con alcune correzioni territoriali a favore della Jugoslavia con l’Operazione Giardinaggio) e quindi passavano all’amministrazione italiana i seguenti comuni della zona A: Duino, Aurisina, Sgonico, Monrupino, Trieste, Muggia, San Dorligo della Valle.

nota 31 ottobre  – ADISTA – Agenzia Di Informazioni STAmpa

30 Settembre 2016Permalink

28 settembre 2016 – Scuola in partenza : Quale diritto all’educazione per i figli di genitori irregolari?

Inizio con una mia MIA DOMANDA  la cui ratio è chiarita dal documento che segue:

Scrive l’Associazione Studi Giuridici Immigrazione: “recente la notizia di un nuovo rifiuto di iscrizione alla scuola per l’infanzia di un minore straniero a causa del mancato possesso del permesso di soggiorno da parte della madre”.

CHIEDO: Perché l’ASGI giustamente sottolinea la ‘discriminazione infondata’ del bambino rifiutato dalla scuola dell’infanzia per la mancanza del permesso di soggiorno della madre e non si occupa dei bambini cui è negata l’esistenza – con il radicale rifiuto del certificato di nascita?


DOCUMENTO

Dal sito della ’Associazione Studi Giuridici Immigrazione   –   15/09/2016    

Accade spesso che i minori stranieri paghino il prezzo del mancato diritto di soggiorno dei propri genitori in Italia, incontrando ostacoli nell’accesso ai diritti fondamentali, tra cui l’istruzione pubblica. Che cosa dicono la normativa e gli indirizzi ministeriali?

I minori stranieri presenti sul territorio, indipendentemente dalla regolarità della posizione in ordine al loro soggiorno, sono soggetti all’obbligo scolastico e hanno diritto all’istruzione, nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani, nelle scuole di ogni ordine e grado.

Sebbene le Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolscenza, l’ordinamento comunitario e la Costituzione italiana garantiscano il diritto del minore all’istruzione e alla formazione, senza discriminazioni fondate sulla cittadinanza, sulla regolarità del soggiorno o su qualsiasi altra circostanza, accade spesso che i minori stranieri paghino il prezzo del mancato diritto di soggiorno dei propri genitori in Italia, incontrando ostacoli nell’accesso ai diritti fondamentali.

Ci sembra opportuno e utile riportare questo articolo che abbiamo realizzato per il sito Sesamo didattica interculturale .

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Cronache di ordinaria ingiustizia

È recente la notizia di un nuovo rifiuto di iscrizione alla scuola per l’infanzia di un minore straniero a causa del mancato possesso del permesso di soggiorno da parte della madre.

Sebbene le Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolscenza, l’ordinamento comunitario e la Costituzione italiana garantiscano il diritto del minore all’istruzione e alla formazione, senza discriminazioni fondate sulla cittadinanza, sulla regolarità del soggiorno o su qualsiasi altra circostanza, accade spesso che i minori stranieri paghino il prezzo del mancato diritto di soggiorno dei propri genitori in Italia, incontrando ostacoli nell’accesso ai diritti fondamentali.

La scuola non è in effetti l’unico ambito in cui i minori stranieri figli di irregolari non possono godere della parità con i loro coetanei i cui genitori sono regolarmente presenti sul territorio. È solo di un paio di anni fa il tentativo della Regione Lombardia, poi fallito grazie all’intervento di alcune associazioni che tutelano il diritto degli stranieri, di non riconoscere l’accesso al pediatra di base ai minori figli di genitori irregolari.

E ancora è frutto di una recente modifica normativa, peraltro ancora non sempre correttamente applicata, il riconoscimento della possibilità ai neo diciottenni figli di irregolari di ottenere la cittadinanza italiana anche in mancanza di iscrizione anagrafica e permesso di soggiorno, qualora dimostrino con qualsiasi mezzo la permanenza stabile e continuativa sul territorio dal momento della nascita.

La normativa

Eppure come negli ambiti sopra descritti anche in materia di istruzione la normativa nazionale–e gli indirizzi dei vari ministeri – sono chiari sul punto. Infatti l’art 38 del d.lgs. 286/1998 (TU Immigrazione) e l’art 45 comma 1 del DPR 394/1999 (Regolamento attuativo TU Immigrazione) prevedono che i minori stranieri presenti sul territorio, indipendentemente dalla regolarità della posizione in ordine al loro soggiorno, sono soggetti all’obbligo scolastico e hanno diritto all’istruzione, nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani, nelle scuole di ogni ordine e grado.

L’art. 6 comma 2 del regolamento citato esclude poi esplicitamente dall’onere di esibizione del permesso di soggiorno le iscrizioni e gli altri provvedimenti riguardanti le prestazioni scolastiche obbligatorie nella quale non vi è dubbio che vi rientri anche la scuola dell’infanzia facendo parte del sistema educativo di istruzione e formazione (L 53/03 art.2 comma 1) e concorrendo allo sviluppo del minore. Il Ministero dell’Interno ha confermato con nota 2589 del 13 aprile 2010 che non vi è necessità “di esibire i documenti attestanti la regolarità del soggiorno per iscrivere un minore straniero al servizio di asilo nido” e anche il Ministero dell’istruzione ha fornito specifiche indicazioni in materia con la circolare n. 375 del 25 gennaio 2013 ricordando che “l’obbligo scolastico integrato nel più ampio concetto di diritto- dovere all’istruzione e alla formazione, concerne anche i minori stranieri presenti sul territorio nazionale, indipendentemente dalla regolarità della posizione in ordine al soggiorno in Italia e che in mancanza dei documenti prescritti la scola iscrive comunque il minore straniero”.

Tali affermazioni risultano peraltro coerenti con quanto previsto dallo stesso TU Immigrazione laddove l’art. 19 comma 2 let a) e l’art. 28 del regolamento attuativo citato prevedono che il minore – in quanto inespellibile – non sia mai irregolare ed abbia sempre e comunque diritto, sino al raggiungimento della maggiore età, ad un permesso di soggiorno.

Non solo ma la questione è stata già oggetto anche di un’azione giudiziale; il Tribunale di Milano (est. Marangioni, ordinanza del 11.2.2008) ha infatti ritenuto discriminatorio il comportamento del comune di Milano che subordinava l’iscrizione alla scuola dell’infanzia di un minore straniero al possesso del permesso di soggiorno della madre.

Discriminazioni infondate

Appare dunque inspiegabile che, nonostante la normativa e gli indirizzi ministeriali siano estremamente chiari sul punto e riconoscano senza dubbio la possibilità di iscrizione alcune istituzioni pubbliche ancora continuino a discriminare e violare il diritto all’istruzione dei minori figli di stranieri irregolari.

Anna Baracchi

Per saperne di più

Il diritto dei minori stranieri privi di permesso di soggiorno all’istruzione, alla formazione e all’accesso ai servizi socio-educativi, di Elena Rozzi

Il diritto dei minori stranieri privi di permesso di soggiorno all’istruzione, alla formazione e all’accesso ai servizi socio-educativi – GIUNTI

La sezione del sito Sesamo didattica interculturale con gli articoli curati da ASGI

FONTE http://www.asgi.it/famiglia-minori/scuola-diritto-educazione-figli-stranieri-genitori-irregolari/

28 Settembre 2016Permalink

27 settembre 2016 – La grammatica della generatività

Un articolo di Lidia Maggi (pubblicato in Riforma del 26 settembre 2016)

Mia madre mi ha partorita quando aveva 27 anni. Prima di me, per quanto ho potuto ricostruire, altri tre figli, di cui il primo riconosciuto dal padre minorenne, ma non da lei, che lo aveva messo al mondo.

Mia madre, nonostante il disagio sociale e le condizioni di vita difficili, è stata una donna molto fertile, forse troppo fertile; e solo per gli ultimi due, dei numerosi figli che ha partorito, è riuscita ad essere, in qualche modo, madre. Per tutti gli altri, hanno sopperito le istituzioni o le adozioni.

Se non posso dire, a pieno titolo, di avere avuto dei genitori, riconosco che la mia vita è stata attraversata da figure genitoriali, mentori, persone che mi hanno accudito, accompagnato, corretto e aperto il futuro. Queste figure non coincidono con la fertilità dei miei genitori biologici eppure è anche a loro che devo la mia gratitudine per avermi partorito a nuove possibilità di vita. Sono un caso estremo?

Dopo anni di esperienza pastorale, non mi convince più l’idea che la mia vicenda familiare lo sia. Ascolto troppe storie di ferite affettive, causate da violenze domestiche e abusi; e constato che le famiglie più propense a fare figli sono spesso quelle dove il disagio sociale è più alto. Ma, anche questa non è una regola. Conosco famiglie numerose sane, con incastri complessi e creativi. Grandi funamboli quei genitori capaci, nonostante i pochi aiuti sociali, di tenere assieme una gestione familiare faticosa.

Certo, in Italia ci sono coppie che non fanno figli. È un dato di fatto. Ma ridurlo a puro dato medico, senza inserire la questione in un quadro necessariamente complesso suona offensivo, e non solo per le coppie che non riescono ad avere un figlio, ma anche per chi, come me, dovrà per tutta la vita fare i conti con una fertilità biologica che non è coincisa con una vocazione alla genitorialità.

E se questo non bastasse, cosa dire delle donne che, dopo lunghi percorsi di liberazione sono arrivate a poter controllare il proprio processo produttivo attraverso una sessualità consapevole? L’indignazione più grande però, per questo modo banale e superficiale di affrontare il tema della crescita, la sento nei confronti di tutti quei bambini nati, educati e cresciuti nel nostro paese a cui viene negata la cittadinanza solo perché figli di immigrati. Bambini, adolescenti che non hanno diritto di sentirsi, a pieno titolo, parte del paese in cui nascono e crescono. Sono così tanti quei bambini e quelle bambine madrelingua italiani, che, se fossero riconosciuti nella loro piena dignità di cittadini, invertirebbero le statistiche catastrofiche e allarmistiche sull’invecchiamento della popolazione. Ma loro non contano, hanno la pelle troppo scura, anche se parlano perfettamente il nostro dialetto e faticano con la lingua d’origine dei loro genitori.

Insomma, parlare di sterilità o fertilità per affrontare il tema del rapporto tra generazioni è riduttivo. Persino nella Bibbia, quando si parla della sterilità delle matriarche, non ci si limita ad affrontare un problema fisiologico, ma si allude al complesso rapporto con il futuro, con le generazioni che verranno. Dietro la sterilità delle matriarche, c’è la consapevolezza biblica che il futuro non arriva mai per inerzia: bisogna continuamente rinegoziarlo. Ogni generazione è chiamata ad aprire una nuova breccia ed occorre tutta la creatività divina e umana per aprire al nuovo. Del resto, per le Scritture, la storia della salvezza non è un assunto astratto: passa attraverso il rapporto tra le generazioni. È storia partorita, non ideologia gridata.

Per aprire al futuro, non basta parlare di sterilità e isolare un aspetto, quello biologico. Solo una politica cieca, settoriale, arriva a ridurre la progettualità verso le generazioni future al «Fertility day». Occorre riscoprire, invece, una grammatica della generatività che affronti la complessità della questione per arrivare, al di là della propaganda, a garantire politiche che favoriscano il fluire della vita, anche in tempi di crisi. Non è solo un problema biologico e non riguarda soltanto le giovani coppie che decidono o non possono o non desiderano avere figli. Riguarda tutti noi. C’è tutta una società che deve uscire dalla sterilità del lamento, per riscoprire linguaggi generativi. È prioritario articolare una grammatica della generatività. Poi, sulla base di quella grammatica potranno prendere forma una pluralità di discorsi, anche opposti. E il dibattito pubblico sarà arricchito dalla molteplicità delle narrazioni. A patto, però, che i differenti discorsi seguano le regole grammaticali. Mi sembra che il discorso della ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, proprio perché non tiene conto di questa complessità, risulti sgrammaticato. Chi non conosce coppie sterili «generative» e coppie fertili che non lo sono? Generare un figlio, una figlia richiede tempi lunghi, impegno, cura, dedizione, responsabilità, progettualità, fiducia nel futuro, sostegno economico ed educativo. Niente a che vedere con questa campagna pubblicitaria del Ministero della salute. Un’iniziativa ideologica e irresponsabile. Sterile.

Chi è Lidia Maggi:

Lidia Maggi, teologa, è pastora battista in servizio a Varese. Oltre alla cura delle chiese a lei affidate, si occupa di formazione e di dialogo ecumenico. E’ responsabile della rivista “La Scuola domenicale”. Collabora con diverse riviste cattoliche (Rocca, Mosaico di pace, matrimonio…) e protestanti su temi biblici e di dialogo ecumenico ed interreligioso.

Riforma, il periodico su cui è stato pubblicato l’articolo ricopiato in questo post, è il settimanale delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi.

27 Settembre 2016Permalink

25 settembre 2016 – La guerra del panino e i suoi effetti collaterali.

Scuole che hanno dichiarato guerra ai bambini con l’arma della fame.

Non so come altrimenti riassumere questa notizia sorprendente di cui porto alcune testimonianze fra quelle che ho raccolto e che cito punto per punto con la data degli articoli che ho ricopiato e trascritto di seguito  perché, scrivendo, dubito anche di me. Il costo delle mense scolastiche per alcuni genitori è insostenibile e quindi hanno pensato di rimediare inserendo nello zainetto dei figli un panino confezionato a casa. Altri hanno fornito il panino perché insoddisfatti del cibo della mensa. Ma restiamo ai primi.

Varie scuole hanno quindi aperto la guerra al panino infiltrato (il danno imposto ai bambini come in ogni evento militare che si rispetti rappresenta un effetto collaterale evidentemente irrilevante) con considerazioni igienico-sanitarie e altre finezze burocratiche che testimoniano se non altro il tempo  di cui dispongono alcuni dirigenti scolastici perché per certe elaborazioni ci vuole attenzione a ogni virgola delle circolari e non solo. Una preside, particolarmente meditativa, teorizza ad esempio la ‘ filosofia del pasto’ (23 settembre)

9 settembre – A Torino è intervenuto un ‘verdetto del tribunale’ a sostegno non è chiaro se di alcuni o di tutti i bambini al cibo. Condividendo e radicalizzando la meditata perplessità tribunalizia alcune scuole hanno pensato di allontanare dalla mensa i digiunatori, altre scuole invece hanno promosso il digiuno in mensa.

25 settembre, In Liguria  “i genitori si sono organizzati e hanno inviato diffide ai dirigenti per consentire ai propri figli di portare il cibo da casa” il diritto al panino è stato concesso ma, si precisa, si tratta di una “Una “concessione” che rischia, di far saltare gli equilibri legati ai costi”.

Le colpe dei padri ricadano sui figli
Tuo padre e tua madre non guadagnano abbastanza per pagarti la mensa, quindi …

21 settembre Milano Scoppia il caso: una bimba finisce in lacrime perché isolata, come un bambino in un altro istituto cittadino

22 settembre   –  In  Friuli Venezia Giulia un bambino resta a digiuno (non è chiaro se in mensa o in locale adibito all’assenza di pasto), ad Aosta invece digiunano in quattro nel locale della mensa (24 settembre)

Come ti cresco il figlio del ‘padrone’

Se il danno morale oltre che materiale per i bambini costretti al digiuno (e in taluni casi costretti a digiunare davanti ai mangiatori) è evidente, non voglio che ignorare anche quello dei bambini costretti a mangiare davanti ai digiunatori. Penso si possano dividere in due categorie: quelli educati alla solidarietà, che avranno provato un disagio non piccolo in una situazione a dir poco surreale, e quelli, educati a perseguire il successo e a riconoscerne come prova la ricchezza, che potrebbero aver gioito dell’umiliazione inferta ai loro compagni. Capita … anche nella buona scuola.

Testo degli articoli citati

9 settembre  –  A scuola con il panino portato da casa, dal tribunale un verdetto decisivo
I giudici si pronunciano sul ricorso del Miur che ha esteso a tutti il diritto di mangiare in classe il cibo della mamma  di JACOPO RICCA

Attesa per la nuova sentenza sul pasto cucinato a casa e mangiato a scuola. Questa mattina in tribunale a Torino si sono discussi i reclami del ministero dell’Istruzione contro l’ordinanza di agosto che estende ad altre famiglie oltre alle 58 che a giugno si sono viste dare ragione dalla corte d’Appello. L’Avvocatura dello Stato ha presentato la posizione del ministero, mentre le famiglie sono difese dagli avvocati Roberto e Giorgio Vecchione. La discussione è avvenuta davanti allo stesso giudice che già ad agosto aveva dato ragione ad alcune famiglie, ma anche a quella che invece più di anno fa aveva respinto la prima richiesta delle 58 famiglie, ribaltata poi dalla sentenza d’appello. Se verranno riconosciute le ragioni del ministero si torna indietro a giugno quando la Corte d’Appello sentenzio l’obbligo di poter consumare il panino in classe solo per i figli dei 58 genitori che avevano presentato ricorso. Se, invece, il ricorso del ministero viene cassato, passa il principio che il diritto vale per tutti e quindi tutte le scuole dovranno organizzarsi, pur tra le polemiche dei presidi.

23 settembre –  Tutti i presidi d’accordo, niente panino in classe

Genova – I pasti preparati a casa non entreranno in classe, tanto meno a mensa. Alla fine sono i presidi a chiudere con un secco no la partita del panino a scuola a Genova.  «Attualmente non ci sono le condizioni per consentire il consumo di pasti portati da casa», si legge nel documento diramato dopo l’incontro di ieri al Matitone, dai dirigenti scolastici della Conferenza cittadina di Genova. In pratica tutti i presidi degli istituti comprensivi della città. E, questo, per una serie di motivi, su tutti la mancanza di norme e regolamenti per organizzare il servizio. Nel documento, i presidi elencano i rischi sotto il profilo igienico – sanitario, con la presenza a scuola di bambini allergici e a rischio di shock anafilattico. Poi la modalità di conservazione e somministrazione dei cibi. E, ancora, sul piano logistico e organizzativo, la necessità di adeguare i locali e dedicare personale alla somministrazione.

«Va rispettata anche la filosofia di fondo del pasto uguale per tutti – dice Iris Alemanno, dirigente del Comprensivo di Pegli – la ristorazione può certamente essere migliorata, deve esserlo ma, questa campagna per il panino per com’è stata condotta e per quello che chiede, non fa altro e non farebbe altro che togliere risorse a tanti altri settori della scuola». La preside Alemanno non si ferma qui e aggiunge: «Dobbiamo aggiustare i soffitti, incrementare l’utilizzo dei supporti informatici e tecnologici che, certo, non sostituiranno i libri ma devono essere sempre più presenti come strumento didattico. Dobbiamo migliorare anche la didattica, i livelli di apprendimento. Basta dire che siamo alle prese con la mancata copertura degli insegnanti di sostegno, e dobbiamo perdere tempo per mettere in discussione il sistema della mensa, messo a punto negli anni, quando oltretutto la legge è chiara e dice che non si può?».

La presa di posizione di fronte alle prime richieste di rinuncia delle famiglie alla mensa comunale era già nell’aria, ma ieri è stata formalizzata nel corso dell’incontro al Matitone. Il documento, approvato all’unanimità da tutti i dirigenti, cita anche la sentenza di Torino, il grimaldello utilizzato dalla Rete per fare entrare in tutte le scuole d’Italia quel che le famiglie reputano sia meglio dar da mangiare ai propri figli. «La sentenza della Corte d’Appello di Torino non modifica gli ordinamenti e ha competenza limitata alla circoscrizione di riferimento», si legge ancora nella nota. Che si chiude con un appello: «I dirigenti auspicano che una comune riflessione eviti derive conflittuali dannose per la serenità della comunità scolastica, in particolare degli studenti». Prosegui la lettura nell’edizione cartacea o in edicola digitale

21 settembre Mense scolastiche, “a Milano bimbi allontanati dai compagni perché muniti di pasto da casa”. Scontro Comune-Regione

Dopo il via libera alla ‘schiscetta’ dei giudici torinesi, anche alcune famiglie lombarde decidono di rinunciare al servizio mensa. Ma scoppia il caso: una bimba finisce in lacrime perché isolata, come un bambino in un altro istituto cittadino. Palazzo Marino: “Non si può pretendere di consumare un pasto portato da casa all’interno dei locali della refezione”. L’assessore regionale Aprea: “Il Comune chieda scusa” di F. Q. |

Isolati a scuola e fuori dal refettorio perché hanno portato il pranzo da casa. Succede a Milano, in due elementari: alle Pirelli in zona Niguarda e a quelle in via Palermo. Dopo la sentenza di Torino che ha respinto il reclamo del Miur e dato il via libera al panino, anche alcuni genitori in Lombardia hanno deciso di rinunciare alla refezione per i loro bambini. Una scelta sfociata nell’esclusione dei piccoli. In una delle due scuole una bimba munita di cibo da casa, scrive il Corriere, “il primo giorno entra in mensa, il secondo la mandano in un’aula con la bidella, il terzo la preside la porta in mensa ma in un tavolo separato. Poi interviene il Comune e niente più refettorio”. Quindi mangia da sola e finisce in lacrime. Nell’altro caso, anche il bimbo è stato allontanato dai compagni. La conseguenza spiegata dai genitori: “Non ha toccato cibo e si è sentito male”.

Una procedura che deriva dalla comunicazione netta inviata venerdì dal Comune di Milano a tutti i presidi: “Nessuno a Milano può pretendere di consumare un pasto portato da casa all’interno dei locali della refezione“. Dunque, se i bimbi vengono isolati dai compagni all’ora di pranzo come è accaduto in questi giorni, non c’è nulla di strano. Ma l’opinione della Regione è diametralmente opposta. “Il Comune chieda scusa”, è stato il commento oggi dell’assessore all’Istruzione della Regione Lombardia Valentina Aprea. “L’ordinanza del tribunale di Torino del 9 settembre con cui è stato riconosciuto il diritto di consumare un pasto portato da casa – ha aggiunto – non vale solo per le 58 famiglie che hanno intrapreso l’azione legale avverso il ministero a Torino, ma per tutte le famiglie che dovessero decidere di non avvalersi più del servizio mensa”.

Ma per il vice sindaco di Milano Anna Scavuzzo non è così: “L’ordinanza del tribunale di Torino non è resa nell’ambito di un giudizio a cognizione piena, quindi non ha l’efficacia di una sentenza passata in giudicato, comunque valida solo per i ricorrenti – replica il vice sindaco e assessore all’Educazione del Comune di Milano Anna Scavuzzo – Insomma, nessuno a Milano può pretendere di consumare un qualsiasi pasto portato da casa all’interno dei locali adibiti alla refezione scolastica”. E mentre Comune e Regione continuano a scontrarsi, la Aprea ha annunciato un tavolo per stabilire le regole sulla schiscetta il prossimo 4 ottobre.

22 settembre  –  Panino a scuola, bimbo resta a digiuno

Vietato l’ingresso nell’aula di refezione. L’istituto si scusa. Il dirigente regionale: allo studio nuove regole per chi porta cibo da casa   di Michela Zanutto

UDINE. Non può mangiare a scuola il cibo portato da casa. E così uno studente di 10 anni resta digiuno fino al termine delle lezioni. È successo in una scuola del Friuli, dove l’insegnante che aveva il compito di sorvegliare il momento del pranzo, ha impedito al bambino di consumare il panino con la cotoletta preparato dalla mamma. Il motivo? Avrebbe potuto contaminare il pasto dei suoi compagni.

A stabilire la regola è la scuola. E così il bambino è rimasto a stomaco vuoto fino alle 16, quando i genitori sono andati a riprenderlo. «Mamma non preoccuparti, mi ha brontolato la pancia soltanto un paio di volte», ha poi raccontato ai genitori. Per fortuna un insegnante che ha fatto lezione nel pomeriggio aveva con sé un pacchetto di cracker che ha dato al bambino in attesa del ritorno a casa.

22 settembre   A Sacile liberalizzato il pasto della mamma

Da oggi consentito portarselo da casa. Una scelta legata anche alla crisi economica

«Sai mamma, mentre i miei compagni mangiavano, io sono andato a sedermi in un tavolino isolato perché avevo un po’ di acquolina».

E il disappunto dei genitori non si è fatto attendere: «Questo digiuno mi sta indigesto – attacca la mamma -. La mensa non è obbligatoria, pertanto deve essere concesso a mio figlio di portare il pasto da casa. Visto quanto accaduto d’ora in poi andrò a prenderlo al termine delle lezioni del mattino e lo riporterò nel pomeriggio. Ma non credo sia giusto.

Mio figlio ha un rapporto particolare con il cibo e non posso pretendere che la scuola vada incontro alle sue esigenze, cerco di sopperire io. Ma non mi sarei mai aspettata un comportamento simile: lasciare digiuno un bambino mentre i suoi compagni pranzano tutt’intorno».

La scuola ammette l’errore: «L’insegnante avrebbe dovuto contattare la dirigenza che a sua volta avrebbe convocato i genitori – spiegano dall’istituto friulano -. Perché al momento, sebbene il servizio mensa non sia obbligatorio per i bambini, non sia obbligatorio per i bambini, non è possibile consumare pasti portati da casa. E la mamma sapeva che doveva chiedere il consenso della dirigenza, ha forzato di proposito la procedura. In questa fase stiamo ragionando sulla sentenza di Torino e cerchiamo di capire come andrà a finire, ma bisogna stare un pochino attenti».

Il regolamento che vieta di portare cibi diversi da quelli forniti dal servizio mensa punta a garantire la salubrità dei pasti. «È un divieto sacrosanto – sottolinea il coordinatore dell’Ufficio scolastico regionale, Pietro Biasiol -. L’insegnante non avrebbe mai potuto autorizzare il bimbo a magiare in mensa.

In questa fase stiamo predisponendo una commissione per affrontare la faccenda perché le richieste di portare il cibo da casa sono molte. Abbiamo pregato le persone di non forzare il regolamento anche perché le mense rispondono in modo puntuale a tutte le esigenze presentate dalle famiglie. Ma vorrei capire se in questo caso la responsabilità è dell’insegnante che applica una norma a tutela della collettività o della mamma che vuole forzare la regola».

24 settembre  –  Aosta, quattro bambini lasciati a digiuno nella mensa della scuola

Li hanno fatto sedere nel refettorio ma senza pasto. Il motivo? I genitori non erano in regola con il pagamento e l’iscrizione.  Quattro bambini della scuola elementare  di Gignod , in provincia di Aosta sono stati lasciati a digiuno dal servizio di mensa scolastica. La vicenda risale al primo giorno di scuola in Val d’Aosta.  Pare che la causa sia legati a problemi di iscrizione al servizio. Così gli assistenti hanno deciso di lasciare i piccoli senza pasto, in attesa della ripresa delle lezione del pomeriggio.  I quattro bambini, due della classe seconda e due della quarta, sono stati fatti sedere nel refettorio e lasciati a digiuno mentre gli altri alunni consumavano regolarmente il pranzo. Al ritorno in aula, le insegnanti hanno dato da mangiare ai bimbi.  Anche ad altri due bambini è stato negato il pranzo, ma i loro genitori hanno fatto in tempo ad andarli a prendere e a portarli a casa.  L’appalto per il servizio di mensa scolastica nella scuola di Gignod è affidato alla cooperativa Noi e gli Altri di Aosta.  Pare che le famiglie dei quattro bambini non avessero ancora regolarizzato l’iscrizione alla mensa, una situazione  che per il Comune di Aosta non sarebbe stata un problema: “Chiunque viene in refezione è preso in carico dalla ditta che gestisce il servizio, poi in qualche modo si cerca di sanare l’iscrizione”, sottolinea l’assessore Paron.  “I nostri uffici avevano fornito tutta la documentazione, non si è capito chi ha dato l’ordine di non far mangiare i bambini. Mi sembra una misura un pò rigida”, commenta l’assessore comunale di Aosta

25 settembre  – Mense, dirigenti scolastici contro la libertà di portare il cibo da casa. Contrari anche alcuni deputati PD  di redazione

Secondo quanto scrive il Secolo XIX di oggi, alcuni dirigenti scolastici hanno firmato una petizione a favore del cibo da mensa. La petizione è stata lanciata su internet dai genitori favorevoli alle mense che temono un aumento dei costi a seguito della sentenza che ha decretato la possibilità per le famiglie di preparare il pasto da portare a scuola. La sentenza è stata emanata dal Tar Piemonte e sta influenzando tutto il Nord Italia, dalla Lombardia alla Liguria. In quest’ultima regione, i genitori si sono organizzati e hanno inviato diffide ai dirigenti per consentire ai propri figli di portare il cibo da casa. Una “concessione” che rischia, però, di far saltare gli equilibri legati ai costi. Anche la politica si è mossa in contrapposizione alla libertà concessa ai genitori dai tribunali. Così, ad esempio, la parlamentare del PD Mara Carocci ha chiesto al Ministero di prendere iniziative per consentire ai dirigenti di intervenire e addirittura di legiferare per impedire alle famiglie di far portare il panino da casa ai propri figli.

FONTI

9 settembre – verdetto tribunale di Torino http://torino.repubblica.it/cronaca/2016/09/09/news/a_scuola_con_il_panino_portato_da_casa_dal_tribunale_un_verdetto_decisivo-147448365/

23 settembre  – posizione unanime presidi di Genova http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2016/09/23/AS9XaSQE-niente_presidi_accordo.shtml

21 settembre Milano – scolari a digiuno http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/21/mense-scolastiche-a-milano-bimbi-allontanati-dai-compagni-perche-muniti-di-pasto-da-casa-scontro-tra-comune-e-regione/3047285/

22 settembre Messaggero Veneto: uno scolaro a digiuno http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2016/09/22/news/panino-a-scuola-bimbo-resta-a-digiuno-1.14132692

http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2016/09/22/news/a-sacile-liberalizzato-il-pasto-della-mamma-1.14132701

24 settembre – Aosta quattro scolari a digiuno http://torino.repubblica.it/cronaca/2016/09/24/news/aosta_quattro_bambini_lasciati_a_a_digiuno_nella_mensa_della_scuola-148445470/?ref=HREC1-18

25 settembre – A digiuno con sostegno deputati PD http://www.orizzontescuola.it/mense-dirigenti-scolastici-contro-la-liberta-di-portare-il-cibo-da-casa-contrari-anche-alcuni-deputati-pd/

25 Settembre 2016Permalink

21 settembre 2016 – Bauman: «Parliamoci. È vera rivoluzione culturale»

20 settembre   –   Intervista Stefania Falasca

«Le guerre di religione? Solo una delle offerte del mercato ». Zygmunt Bauman, il più acuto studioso della società postmoderna che ha raccontato in pagine memorabili l’angoscia dell’uomo contemporaneo – lo incontriamo ad Assisi prima del suo intervento – ci parla della sfida del dialogo.

Professore, la sua intuizione sulla postmodernità liquida continua a offrire uno sguardo lucido sul tempo presente. Ma in questa liquidità si registra un esplosione di nazionalismi, identitarismi religiosi. Come si spiegano?

Cominciamo dal problema della guerra. ll nostro mondo contemporaneo non vive una guerra organica ma frammentata. Guerre d’interessi, per denaro, per le risorse, per governare sulle nazioni. Non la chiamo guerra di religione, sono altri che vogliono sia una guerra di religione. Non appartengo a chi vuole far credere che sia una guerra tra religioni. Non la chiamo neppure così. Bisogna stare attenti a non seguire la mentalità corrente. In particolare la mentalità introdotta dal politologo di turno, dai media, da coloro che vogliono raccogliere il consenso, dicendo ciò che loro volevano ascoltare. Lei sa bene che in un mondo permeato dalla paura, questa penetra la società. La paura ha le sue radici nelle ansietà delle persone e anche se abbiamo delle situazioni di grande benessere, viviamo in una grande paura. La paura di perdere posizioni. Le persone hanno paura di avere paura, anche senza darsi una spiegazione del motivo. E questa paura così mobile, inespressa, che non spiega la sua sorgente, è un ottimo capitale per tutti coloro che la vogliono utilizzare per motivi politici o commerciali. Parlare così di guerre e di guerre di religioni è solo una delle offerte del mercato.

Al panico delle guerre di religione si unisce quello delle migrazioni. Già anni fa Umberto Eco diceva che per chi voleva capitalizzare la paura delle persone, il problema dell’emigrazione era arrivato come un dono dal cielo.…

Sì è così. Guerre di religione e immigrazione sono nomi differenti dati oggi per sfruttare questa paura vaga incerta, male espressa e mal compresa. Stiamo però qui facendo un errore esistenziale, confondendo due fenomeni differenti: uno è il fenomeno delle migrazioni e l’altro il fenomeno dell’immigrazione, come ha fatto osservare Umberto Eco. Non sono un fenomeno, sono due differenti fenomeni. L’immigrazione è un compagno della storia moderna, lo Stato moderno, la formazione dello Stato è anche una storia di immigrazione. Il capitale ha bisogno del lavoro il lavoro ha bisogno del capitale. Le migrazioni sono invece qualcosa di diverso è un processo naturale che non può essere controllato, che va per la sua strada.

Come pensa si possa trovare un equilibrio per questi fenomeni? La soluzione offerta dai governi è quella di stringere sempre più il cordone delle possibilità di immigrazione. Ma la nostra società è ormai irreversibilmente cosmopolita, multiculturale e multireligiosa. Il sociologo Ulrich Beck dice che viviamo in una condizione cosmopolita di interdipendenza e scambio a livello planetario ma non abbiamo neppure iniziato a svilupparne la consapevolezza. E gestiamo questo momento con gli strumenti dei nostri antenati… è una trappola, una sfida da affrontare. Noi non possiamo tornare indietro e sottrarci dal vivere insieme.

Come integrarci senza aumentare l’ostilità, senza separare i popoli? È la domanda fondamentale della nostra epoca. Non si può neppure negare che siamo in uno stato di guerra e probabilmente sarà anche lunga questa guerra. Ma il nostro futuro non è costruito da quelli che si presentano come ‘uomini forti’, che offrono e suggeriscono apparenti soluzioni istantanee, come costruire muri ad esempio. La sola personalità contemporanea che porta avanti queste questioni con realismo e che le fa arrivare ad ogni persona, è papa Francesco. Nel suo discorso all’Europa parla di dialogo per ricostruire la tessitura della società, dell’equa distribuzione dei frutti della terra e del lavoro che non rappresentano una pura carità, ma un obbligo morale. Passare dall’economia liquida ad una posizione che permetta l’accesso alla terra col lavoro. Di una cultura che privilegi il dialogo come parte integrante dell’educazione. Si faccia attenzione, lo ripete: dialogo-educazione.

Perché secondo lei il Papa è convinto che sia la parola che non ci dobbiamo stancare di ripetere? Alla fine il dialogo cos’è? Insegnare a imparare. L’opposto delle conversazioni ordinarie che dividono le persone: quelle nel giusto e quelle nell’errore. Entrare in dialogo significa superare la soglia dello specchio, insegnare a imparare ad arricchirsi della diversità dell’altro. A differenza dei seminari accademici, dei dibattiti pubblici o delle chiacchiere partigiane, nel dialogo non ci sono perdenti, ma solo vincitori. Si tratta di una rivoluzione culturale rispetto al mondo in cui si invecchia e si muore prima ancora di crescere. È la vera rivoluzione culturale rispetto a quanto siamo abituati a fare ed è ciò che permette di ripensare la nostra epoca. L’acquisizione di questa cultura non permette ricette o facili scappatoie, esige e passa attraverso l’educazione che richiede investimenti a lungo termine. Noi dobbiamo concentraci sugli obiettivi a lungo termine. E questo è il pensiero di papa Francesco, il dialogo non è un caffè istantaneo, non dà effetti immediati, perché è pazienza, perseveranza, profondità. Al percorso che lui indica aggiungerei una sola parola: così sia, amen.

Fonte

http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/Parliamoci-vera-rivoluzione-culturale-.aspx?utm_content=bufferc114f&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

21 Settembre 2016Permalink