18 novembre 2016 – Ho un sogno n. 245

La prossima settimana sarà reperibile alla Libreria CLUF di via Gemona 22 il n. 245 di Ho un sogno.
Contiene dati di particolare interesse regionale riportando l’elenco dei 35 progetti di collaborazione allo sviluppo che sono stati finanziati e non mancano due miei articoli
Ricopio il primo

Le nuove agane

Ogni evento se ha un significato ha una storia che lo sottrae all’occasionalità. Così accade anche per il “filo di mosaico” a Tramonti di Sotto, piccolo comune della Val Tramontina in provincia di Pordenone dove due anni fa la mosaicista Carolina Zanelli realizzò un mosaico, posto sulla parete esterna della pro loco di cui era allora presidente Patrizia Bertoncello, oggi assessora alla cultura del Comune.  Da quell’incontro nacque un’iniziativa che vede protagoniste sette mosaiciste, tutte legate alla Scuola del Mosaico di Spilimbergo, una realtà importante nella cultura friulana e ben nota all’estero. Lo testimoniano gli studenti che provengono dai più lontani paesi anche di altri continenti. Le sette mosaiciste hanno costituito un piccolo gruppo che di anno in anno, nel contesto di un work in progress, crea un filo di mosaico che si dipana sulle pareti delle case del paese, fra strade e cortili, in un’iniziativa non solo ben accolta, ma partecipata, quest’anno alla sua seconda edizione. Come dimenticare la signora che offriva l’acqua alle artiste-artigiane all’opera sul muro della sua casa, o il vicino che prestava la scala, e come ignorare bambini e adulti che all’ombra del gazebo-laboratorio (quest’anno elevato dal 21 al 24 luglio) lavorano con le mosaiciste o offrono piccoli oggetti da inserire nel filo (la contemporaneità della scelta artistica infatti fa sì che il mosaico non si limiti alle tessere tradizionali)? bollaPaesani, villeggianti, amici, curiosi, in molti hanno partecipato al progetto. Le mosaiciste accolgono i visitatori tutte vestite di bianco rivisitando così l’antico mito delle agane, creature dei boschi, streghe o fate che fossero, o simboli della spesso dolente condizione femminile. Le nostre ‘agane’ (ricordiamone i nomi: li proponiamo in un ordine alfabetico corrispondente al cognome: Lisa Battistutta, Gabriella Buzzi, Laura Carraro, Dagmar Friedrich, Sarah Persello, Valentina Rossi, Carolina Zanelli) non umiliano però la creatività che deve assicurare un risultato duraturo e di qualità sul piano estetico. Hanno ben chiari tre obiettivi, condivisi sette-mosaiciste-e-una-volontariaevidentemente con la lungimirante assessora,: creare comunità, abbellire il paese e attirare turismo. Quest’anno risulta ci siano riuscite. Torneremo a trovarle nel 2017.

19 Novembre 2016Permalink

16 novembre 2016 – Attendendo il 20 novembre

Lettera aperta – In occasione della giornata dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (20 novembre) ho scritto alla Garante nazionale

Egregia dott. Albano

mi rivolgo a lei per segnalarLe una ferita che – per essere stata scientemente inferta negando in legge il diritto di esistere giuridicamente di alcuni bambini appositamente classificati – umilia noi tutti (o almeno io mi sento impotente e umiliata).
Dal 2009 la legge 94 “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” all’art. 1 comma 22 lettera g) stabilisce che, per chiedere la registrazione della dichiarazione di nascita dei propri figli (nati in Italia), i migranti non comunitari debbano presentare il permesso di soggiorno.
Date le conseguenze che intervengono nell’esporsi come irregolari i migranti in tale condizione possono essere indotti a nascondere il loro figli. Così la legge italiana ostacola il loro diritto e il loro dovere di dirsi padri e madri, negando nel contempo la garanzia di quel certificato di nascita che è diritto personale di ogni nato. A ciò è stato posto precario e non risolutivo rimedio con una circolare ministeriale.
Inutilmente sono state presentate due proposte di legge per risolvere la questione e da allora il gruppo Convention on the Rights of the Child (CRC) chiede nei suoi rapporti annuali la modifica di legge.
Ora la norma che potrebbe essere risolutiva si trova nel comma 3 dell’articolo 2 nel ddl 2092 che fa parte delle ‘Disposizioni in materia di cittadinanza’ all’attenzione della Commissione Affari Costituzionali del Senato.
Il ddl 2092 è però fermo da mesi, pur se già approvato dalla Camera. Personalmente Le chiedo una parola chiara in proposito.

Domenica si celebrerà la giornata dei diritti dell’Infanzia e della adolescenza, condizioni che meglio si dovrebbero dire, per ciò che riguarda il loro riconoscimento al di là e prima di ogni situazione sociale discriminata nella realtà, diritti di molti infanti e adolescenti, non di tutti, essendo superato per legge il principio di uguaglianza abusando (a mio parere) della situazione amministrativa dei genitori…

Conto su di Lei e la ringrazio per l’attenzione
Augusta De Piero – Udine

16 Novembre 2016Permalink

14 novembre 2016 — A scuola ma non da sole.

Due storie americane fra il 1960 e il 2016

Il 14 novembre 1960 per la prima volta in Louisiana una bambina afroamericana entrava in una scuola per bianchixus_marshals_with_young_ruby_bridges_on_school_steps-jpgqitokfys6utr_-pagespeed-ic-bew-_ccfau

Una bambina di sei anni, un fiocco nei capelli, la cartella nella mano destra e l’aria seria e un po’ preoccupata di chi inizia un nuovo percorso. Sembrerebbe una normale fotografia del primo giorno di scuola ma ad allargare lo sguardo sull’immagine si nota tutta la tensione di una situazione anomala: una piccola afroamericana scortata dai federali che la proteggono dalla folla inferocita che vorrebbe impedirle di entrare in classe. Il suo nome è Ruby Bridges ed è la prima bambina di colore nel sud degli stati Uniti ad avere l’accesso a una scuola fino a quel momento frequentata soltanto da bianchi.

Siamo a New Orleans, in Lousiana, nel 1960, e da poco è finalmente passata la sentenza della Corte Suprema che stabilisce la desegregazione delle scuole: basta con i ghetti, d’ora in poi le classi saranno miste. Una decisione che incontra una grande resistenza a livello sociale, fra pregiudizi e razzismo da un lato e la paura della repressione dall’altro. Infatti, nel tentativo di dimostrare che non sono all’altezza degli istituti per bianchi, i bambini neri vengono sottoposti a un test attitudinale particolarmente complesso quando ancora frequentano l’asilo: un crudele – e inutile – stratagemma per ritardare la decisione della Corte.

Ruby è una dei sei bambini afroamericani a passare l’esame, l’unica a poter andare alla William Frantz, la scuola elementare per bianchi a pochi isolati da casa sua. Il padre non vorrebbe mandarla, ben conscio di che cosa la aspetta, ma la madre insiste: studierà in una scuola migliore e segnerà anche una svolta importante nel cammino dei diritti per i cittadini afroamericani.

Così, per la determinazione di una donna e il coraggio di una bambina, la storia fa un balzo in avanti. Ma il cammino verso l’uguaglianza è lastricato di ingiustizie e sofferenza, e in questo caso non si tratta solo di un’immagine figurata, visto che la piccola Ruby deve essere protetta da militari armati per evitare gli attacchi della folla che cerca di aggredirla lungo la strada; e una volta arrivata passerà tutta la mattina dal direttore, perché gli altri allievi non sono venuti, tenuti a casa dai genitori in segno di protesta. Il secondo giorno il film è lo stesso: soltanto un bambino bianco entrerà a scuola, accompagnato dal pastore metodista Lloyd Anderson Foreman.

Sarà un anno duro per Ruby: ogni giorno scortata dai federali anche per andare in bagno, costretta a mangiare da sola il cibo che si porta da casa, per evitare che qualcuno tenti di avvelenarla, come è successo il secondo giorno di scuola; unica alunna della sua classe, senza compagni che vogliano sedersi accanto a lei, riuscirà a studiare soltanto grazie all’impegno di una maestra, Barbara Henry, che la prende sotto la sua protezione e decide controcorrente di occuparsi della sua istruzione. Anche la famiglia subisce dei pesanti contraccolpi: il padre perde il lavoro, i nonni, proprietari di una fattoria nel Mississippi, vengono espropriati della terra.

I federali la ricordano oggi come una bambina determinata, che non piangeva né si lamentava mai. Ma il coraggio non è sinonimo di indifferenza, e non evita le ferite: Ruby non riesce a mangiare a scuola e la notte ha gli incubi, si sveglia urlando. Con l’aiuto di uno psicologo e l’affetto dei genitori, la bambina riuscirà ad arrivare alla fine dell’anno, vincendo a poco a poco le resistenze dei suoi compagni e ricompattando la piccola comunità scolastica. La seconda elementare si svolgerà infatti in modo normale, quasi non fosse mai esistita la lotta estenuante dell’anno precedente; il padre trova un altro impiego, i ragazzini si frequentano anche fuori dalle aule scolastiche senza badare al colore della pelle e la vita riprende a scorrere regolarmente. Ruby e la sua mamma hanno vinto.

Da adulta Ruby Bridges è diventata un’attivista dei diritti degli afroamericani e con la sua Ruby Bridges Foundation, che ha sede a New Orleans, continua a battersi contro i pregiudizi con le armi del rispetto, della tolleranza, dell’istruzione e della valorizzazione delle differenze: «il razzismo è una malattia degli adulti e dobbiamo usare i bambini per evitare che si diffonda», è il suo motto. La sua storia è una pietra miliare nella lunga lotta di liberazione degli afroamericani. Il quadro del pittore Norman Rockwell, The Problem All Live With, del 1964, che ritrae la piccola con i federali sulla strada per la scuola, è diventato un’icona del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti. Non a caso, dietro suggerimento di Ruby, il presidente Obama lo ha installato come monito alla Casa Bianca, nel corridoio fuori dalla Stanza Ovale. Chissà che fine farà, con il restyling dell’arredamento del neoeletto Trump e di sua moglie Melanie.

13/11/2016 Natasha Nkhama, vittima di insulti razzisti da parte di un sostenitore di Trump, riceve una sorpresa straordinaria dagli studenti del suo campus.
L’Huffington Post    |  Di Ilaria Betti

È stata insultata per il colore della pelle e spinta giù dal marciapiede da un ragazzo che giustificava il suo gesto ripetendo lo slogan di Trump: “Make America great again”. Natasha Nkhama ha raccontato il brutto episodio, avvenuto alla Baylor University in Texas, in un video diventato virale. E grazie proprio a quel filmato più di 300 studenti hanno deciso di farle una sorpresa, accompagnandola, in gruppo, ad una lezione, dimostrandole che l’amore può vincere sulla rabbia.

“Mentre andavo in classe, questo ragazzo mi ha urtata e mi ha spinta giù dal marciapiede. Mi ha detto: ‘Nessun negro è ammesso su questo marciapiede’. Io ero scioccata, non avevo parole”, racconta nel video. Uno studente di passaggio ha detto qualcosa all’aggressore e lui, di tutta risposta, ha ammesso: “Sto solo cercando di rendere l’America grande di nuovo”, ripetendo lo slogan del neoeletto presidente Donald Trump, “Make America great again”. “Quindi – aggiunge la giovane nel filmato – se avete votato per Trump, spero che capirete cosa questo possa significare per una persona con un altro punto di vista”.

Grazie anche al video e al passaparola, la storia di Natasha si è diffusa nel campus. Gli studenti hanno così deciso di fare un gesto dimostrativo per lei e accompagnarla, tutti insieme, alla sua lezione di venerdì mattina. Si sono accordati sui social usando l’hashtag #IWalkWithNatasha (“Io cammino con Natasha”) e, in più di 300, si sono presentati all’uscita dell’istituto, sorprendendola. I professori hanno lasciato che uscissero prima dalle loro classi, consentendo la buona riuscita dell’improvvisata.

Natasha è rimasta senza parole alla vista di tutte quelle persone, accorse lì per lei, per accompagnarla, per ricordarle che la gentilezza è l’arma più potente contro il razzismo e la rabbia. “Vorrei che tutti vedessero questo gesto – ha commentato – e sapessero che Baylor è il campus dell’amore

FONTI:

http://www.riforma.it/it/articolo/2016/11/14/una-storia-americana

http://www.huffingtonpost.it/2016/11/13/natasha-nkhama-vittima-insulti-sorpresa-_n_12942156.html?utm_hp_ref=italy

14 Novembre 2016Permalink

12 novembre 2016 – Ilhan Omar, rifugiata e migrante, prima somala eletta al parlamento a stelle e strisce

10 novembre 2016   La prima volta per una donna negli Stati Uniti, ma non è Hillary di Claudio Geymonat

Donna, immigrata, anzi di più, rifugiata; e poi musulmana praticante, sempre con l’hijab in testa, impegnata fin da giovanissima nelle battaglie per l’emancipazione delle donne immigrate, in particolare quelle di prima e
seconda generazione.ilhan-omar

Insomma, un po’ tutto ciò che il neo presidente degli Stati Uniti ha dimostrato di odiare, a stare almeno alle roboanti dichiarazioni esternate da una parte all’altra della nazione, durante i mesi frenetici che hanno preceduto la tornata elettorale. Chissà quindi se si daranno la mano il 20 gennaio prossimo, giorno dell’insediamento alla Casa bianca, Donald J. Trump e Ilhan Omar, che nella Caporetto democratica dell’8 novembre rappresenta un raggio di speranza. Ilhan è infatti la prima donna somala, e la prima rifugiata, a vincere un seggio per la Camera dei rappresentanti, che con il Senato rappresenta uno dei due rami del parlamento a stelle e strisce.

E’ successo a Minneapolis nello stato del Minnesota, uno dei pochi a colorarsi di blu anche dopo lo spoglio delle schede, e non soltanto nei disastrosi sondaggi pre-elettorali che davano tutti o quasi per certa la prima volta di una donna al 1660 di Pennsylvania avenue.

Quindi lo scettro di novità più significativa emersa dall’election day spetta forse proprio a lei, Ilhan Omar, classe 1982, giunta negli Stati Uniti insieme alla famiglia nel 1994, in fuga dalla drammatica guerra civile somala, che tanti capitoli dolorosi e misteriosi ha scritto attorno alle vicende della missione “Restore Hope”, teoricamente promossa dalla Nazioni Unite ma in pratica creatura e feudo a stelle e strisce.

Prima del viaggio transoceanico per Ilhan e i suoi cari ci sono stati però quattro durissimi anni di permanenza in un campo profughi in Kenia, terra di salvezza per centinaia di migliaia di disperati in fuga da un conflitto fratricida. Negli States la prima tappa è la Virginia, Arlington, la città sul Potomac sede del celebre cimitero militare che ospita tutti i caduti delle guerre, oltre alle tombe di moltissime personalità politiche fra cui John Kennedy.

Quasi subito i genitori si spostano in Minnesota. Qui Ilhan può frequentare le scuole, imparando in appena tre mesi l’inglese e completando prima le superiori e quindi la facoltà di scienze politiche.

Immediato l’amore per l’agone pubblico che la porta già dal 2006 a impegnarsi con il partito democratico nelle campagne per le elezioni comunali. Dopo anni di lavoro a fianco delle minoranze a inizio 2016 il grande salto, la scelta di candidarsi per un seggio. Nelle primarie democratiche c’è però da sconfiggere Phyllis Kahn, 79 anni, dal 1973 ininterrottamente seduta a Capitol Hill, la più anziana parlamentare in servizio. Dal caucus di agosto la prima grande sorpresa: nonostante una campagna con toni razzisti pesanti nei suoi confronti da parte anche di compagni di partito, il cosiddetto fuoco amico, Ilhan Omar esce vincitrice. E’ il trampolino di lancio verso il Campidoglio in uno stato, il Minnesota, che sempre premia i democratici e che nelle primarie repubblicane aveva in massa scelto Marco Rubio rispetto a Trump.

Ma se a livello nazionale Hillary Clinton ha pagato pegno (anche) al suo essere donna, a livello locale a Ilhan è riuscita l’impresa di superare i pregiudizi raccogliendo consenso anche fuori dalle comunità di riferimento, formate per lo più da immigrati.

«E’ l’inizio di qualche cosa di nuovo – ha commentato a caldo Omar-. Questo distretto ha fatto tante volte la storia di questo paese e in qualche modo la sta facendo anche ora. Sono entusiasta per i valori progressisti di questa terra e per il ruolo di rappresentante delle tante culture che qui vivono cui sono chiamata a dare voce a Washington».

Da un campo profughi al Campidoglio, una tipica storia di quelle che piacciono tanto ai cultori del sogno americano, che nessuno lascia indietro e a tutti concede una chance. In realtà c’è ben altro, in anni in cui l’american dream ha perso la carica che lo rappresentava, di fronte alla spaventosa crisi che ha messo in ginocchio l’economia interna, ripartita grazie alle brillanti politiche di Barack Obama. Non è bastato a far si che il voto popolare sancisse la bontà del solco tracciato. Gli elettori hanno scelto altro, un voto di rottura, di protesta o chissà in quante altre migliaia di modi lo sentiremo definire in questi giorni di analisi dei flussi, fra evangelical conservatori e chiese storiche progressiste, ispanici che non si capisce più cosa siano e donne che hanno preferito chi le insulta rispetto a chi ne rappresenta la summa, il vertice di una piramide dalle pareti scivolose, alla cui cima è riuscito a scalare un uomo di colore, evidentemente mobilitando il voto afro-americano, ma non è riuscita una donna, che certo molte simpatie non deve aver attirato nemmeno fra le attiviste.

Nelle incertezze e nelle contraddizioni sociali che il voto di martedì ha reso palesi, la storia di Ilhan Omar rappresenta un segnale che un approccio differente all’agone politico è possibile anche oltre oceano, in cui l’impegno concreto a fianco dei più deboli e per la crescita sociale, che dovrebbe essere la pietra angolare di ogni impegno pubblico a volte rappresentano ancora un plus, capace a volte di sovvertire pronostici, sconfiggere lobby, sedere in parlamento.

FONTE: http://www.riforma.it/it/articolo/2016/11/10/la-prima-volta-una-donna-negli-stati-uniti-ma-non-e-hillary

 

 

12 Novembre 2016Permalink

9 novembre 2016 – Fra il presidente USA e il referendum italiano

Sorvolando su quello che è avvenuto negli USA vengo all’Italia dove, dopo il 4 dicembre, mi sembra profilarsi una situazione che mi preoccupa in ogni caso (veramente mi preoccupa a ragion veduta anche il prima)..
Se vince il SI’ avremo una Costituzione peggiorata, se vince il NO il vuoto. Infatti il NO non è sostenuto da un gruppo politico in grado di proporre qualche cosa ma da un’ammucchiata scoordinata. I ‘Salvini’ avranno più forza che mai (la vittoria del NO ne aggiungerà parecchia a quella di cui già dispongono oltre i voti che in una elezione possono assicurarsi come partito). Mi capita che quando esamino la riforma mi viene voglia di votare NO, quando guardo all’ammucchiata … ho l’impressione angosciosa del vuoto che minaccia.bruegel_ciechi1
Alla galleria di Capodimonte c’è un quadro di Pieter Bruegel il Vecchio ‘La parabole dei ciechi’ (1568).
Nel mio immaginario si sovrappone ai commenti politici: un cieco conduce una fila di ciechi verso un baratro che non vedono.

 

 

9 Novembre 2016Permalink

8 novembre 2016 – L’onore militare colpisce ancora

 Dal Messaggero Veneto 07 novembre 2016   –  La vergognosa retromarcia del Senato sul testo approvato dalla Camera. Degli alpini fucilati si riconosce «il sacrificio» e si dimentica il processo farsa   di Andrea Zanini

Dopo la rivelazione del Messaggero Veneto dell’avvenuto stravolgimento del testo approvato alla Camera da parte del Senato, interviene il direttore del Dipartimento di studi umanistici e del patrimonio culturale dell’Università di Udine, lo storico Andrea Zannini.  cercivento-2

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Si sente spesso dire che l’Italia è un Paese che non riesce a fare i conti con la propria storia. Ciò che è appena accaduto in Senato, a proposito della richiesta di riabilitare gli oltre mille soldati italiani giustiziati “per dare l’esempio” durante la Prima Guerra mondiale ne è purtroppo l’ennesima conferma.

Nel 1914-18 milioni di soldati furono gettati in una guerra dove si impiegarono per la prima volta in modo massiccio armi in uso ancor oggi. Due generazioni almeno di europei furono tenuti per quattro anni dentro un mattatoio grazie alla propaganda e alla coercizione.

L’Italia usò a fondo lo strumento delle fucilazioni esemplari. Un Tribunale straordinario, in deroga alle garanzie previste dal Codice militare di guerra, giudicava coloro che non avevano obbedito agli ordini e li mandava a morte. Oltre mille, secondo ricerche recenti, sono stati i casi di questo genere in Italia, contro le poche centinaia in Francia e Gran Bretagna

Emblematico ciò che avvenne a Cercivento, in Carnia. La chiesa venne svuotata e fu montato un processo contro un plotone che si era rifiutato di assaltare in pieno giorno, andando contro morte certa e sconfitta, la vetta del Cellon, controllata dagli austro-tedeschi. Furono comminati centinaia di anni di carcere e quattro alpini, tutti carnici o friulani, furono fucilati.    Da esperti conoscitori di quelle montagne avevano chiesto agli ufficiali di ritardare di qualche ora l’attacco.

In Gran Bretagna la riabilitazione di casi come questi è stata inserita in un codice militare. In Francia, il primo ministro Jospin ne ha pubblicamente riabilitato la memoria. In vista del centenario dell’inizio del conflitto, un Comitato composto di storici, intellettuali e religiosi ha promosso un’iniziativa parlamentare per provare, anche noi, a fare i conti con la nostra storia. Il 25 maggio 2015 la Camera dei Deputati ha così approvato una proposta di legge per riabilitare la memoria di quei soldati.

In questi giorni la Commissione Difesa del Senato, guidata dall’onorevole La Torre del Partito democratico, ha però proposto un nuovo testo, che stravolge completamente quello passato nella Camera bassa, e i cui primi firmatari erano i deputati Scanu e Zanin, compagni di partito di La Torre.

La nuova proposta di legge “riconosce il sacrificio” di coloro per i quali non fu accertata responsabilità penale, ignorando che furono tutti riconosciuti penalmente colpevoli. Promuove ogni iniziativa storica a riguardo, come se la ricerca storica non fosse libera. Dispone l’apertura degli archivi storici, archivi che sono già stati ampiamente consultati. Commissiona infine l’affissione di una targa al Vittoriano nella quale si affermerà che l’«Italia offre il proprio commosso perdono» ai soldati giustiziati senza un giusto processo. Li perdoniamo per cosa? Per averli mandati a morte senza un giusto processo?

Il Senato si appresta ad aggiungere torto a torto

Cosa ne pensa la presidente Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd, che aveva sostenuto la battaglia per restituire dignità e memoria a tutte le vittime dei tribunali speciali della Prima Guerra mondiale?     cercivento1

 

Da diariealtro 31 maggio 2014 https://diariealtro.it/?p=3085

L’immagine a fianco fa riferimento a un passaggio dello scritto raggiungibile con il link

8 Novembre 2016Permalink

6 novembre 2016 – Una chiacchierata su facebook che voglio ricordare

Cominciando da una vignetta
Ho condiviso su facebook una vignetta garbata e pertinente, formata da due battute attribuite e figure femminili Dice la figura 1: “Secondo Radio Maria il terremoto è un castigo divino perché in Italia abbiamo approvato la legge sulle unioni civili …” Replica la seconda: “… e cosa abbiamo combinato di peggio per avere Radio Maria”.

Un amico ha inserito un commento che trascrivo: “Fonzaga è quello che ha detto che lo tsunami del sud est asiatico l’ha voluto dio per portare nuove anime in paradiso. Dal suo punto di vista è coerente. Del resto un viceministro israeliano (druso) ha detto che il terremoto italiano era una punizione per il voto di astensione all’unesco. Bisogna avere pazienza…”

Ho replicato: “Poiché l’individuo Fonzaga si colloca in un ambito definito ognuno abbia la responsabilità di esprimerne il suo indignato dissenso, prima di tutto chi appartiene a quell’ambito quale che sia, soprattutto se in posizione di autorevolezza riconosciuta. Non capisco invece la precisazione etnica accanto alla funzione del viceministro dello stato di Israele. Quando io scrivo stupidaggini spero vengano contestate a prescindere dalla mia statura, peso o numero di scarpe, caratteristiche secondo me assimilabili a una eventuale appartenenza etnica mi venga appiccicata addosso”.

L’amico che aveva inviato il primo commento ha aggiunto due note. “Lo specifico per evitare (spero) la canea antisemita che si scatena a sentir parlare di un ministro israeliano” e ancora “Spero tu capisca che è un po’ diverso dal numero di scarpa, anche se concordo che non dovrebbe essere così”.

Ho risposto:
Caro J., mi spiace dover chiarire con te, che mi sei amico, quello che ritenevo ovvio ma proprio perché mi sei e ti sono amica, rispondo: 1. Ho scritto che – PER ME – una serie di caratteristiche di carattere banale sono “assimilabili a una eventuale appartenenza etnica mi venga appiccicata addosso”. Mi spiego: se qualcuno dice che sono nata in Friuli, che sono vissuta in Friuli, che risiedo in Friuli afferma evidenti dati di fatto. Ma se qualcuno mi attribuisce opinioni perché ‘friulana’ mi offendo perché trasferisce le mie scelte di vita all’immobile immodificabilità della etnia subita per nascita (che comprenderebbe quindi non solo nascita e residenza ma intelletto, etica e quant’altro – PER ME- appartiene alla libera scelta, maturata da una persona responsabile e consapevole o che almeno cerca di esserlo).
Ho vissuto la mia adolescenza e la mia prima giovinezza negli anni ’50 quando il sistema educativo (dalla famiglia, alla scuola, all’ambiente sociale) si riferiva alla tradizione consolidata localmente e quindi a una presunzione ‘etnica’ rigida, esclusiva non inclusiva. Mi sembrava di essere un bidone della spazzatura da riempire e il mio disgusto per tutto questo nato allora, è rimasto negli anni e negli anni (molti) l’ho elaborato.
2. L’indicazione di druso accanto al nome del ministro di Israele mi è sembrato un qualche cosa di inutile: aveva detto una sciocchezza nell’ambito del suo ruolo istituzionale e come tale meritava responsabile opposizione, come lo sciagurato teologo di Radio Maria, così come è doveroso sottoporre a attenzione critica e dissenso la risoluzione dell’Unesco, ricordando che gli antichi nomi di Gerusalemme hanno ANCHE una denominazione araba, entrambe non esclusive almeno nella storia.

6 Novembre 2016Permalink

1 novembre 2016 – Calendario di novembre

.1 novembre 1911   –   Primo bombardamento aereo italiano in Libia
………………………….(e primo bombardamento aereo della storia).
.1 novembre 2009  –     Morte di Alda Merini
.1 novembre 2016  –     Morte di Tina Anselmi, prima donna ministro nella storia della
………………………………..repubblica
.2 novembre 1975  –     Assassinio di Pier Paolo Pasolini
.3 novembre 1970  —    Salvador Allende diventa presidente del Cile.
.4 novembre 1966       Alluvione di Firenze
.4 novembre 1995 –      Assassinio di Yitzhak Rabin
.6 novembre 1962 –     Risoluzione ONU contro l’apartheid in Sudafrica
.7 novembre 1917 –     Rivoluzione d’Ottobre
.8 novembre 1960 –     USA: elezione alla presidenza di J.F.Kennedy
.9 novembre          –      Giornata internazionale contro il fascismo e l’antisemitismo
……………………………(nota)
.9 novembre 1938 –     Germania: “notte dei cristalli”
.9 novembre 1989 –     Germania: abbattimento del muro di Berlino
.9 novembre 1993 –     Distruzione del ponte di Mostar
10 novembre 1483 –    Nascita di Martin Lutero
11 novembre 1992 –    La chiesa anglicana inglese ammette le donne pastore (gli
…………………………..anglicani usano anche il termine ‘prete’). Nel mese di dicembre
…………………………..2014 verrà consacrata la prima ‘vescova’
13 novembre 354   –     Nascita di Agostino di Ippona
13 novembre 2015 –     Attentati dell’ISIS a Parigi – strage del Bataclan
15 novembre 1988 –    L’ANP annuncia la nascita dello stato palestinese
16 novembre 1989 –     El Salvador – strage dell’UCA – Universidad Centroamericana
…………………………..José Simeón Cañas
17 Novembre 1938 –   REGIO DECRETO LEGGE n. 1728 Provvedimenti per la
……………………………difesa della razza italiana
18 novembre 1626 –   Consacrazione della basilica di San Pietro
19 novembre 1975 –   Spagna: morte di Francisco Franco
20 novembre               Giornata internazionale per i diritti dell’Infanzia e
………………………….dell’adolescenza (nota)
20 novembre 1945 –   Inizio del processo di Norimberga
20 novembre 1989 –   L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva la
………………………….Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e
………………………….dell’adolescenza, ratificata dall’Italia con legge 176/1991
20 novembre 2016 –    Chiusura giubileo della Misericordia
22 novembre 2004 –   Ucraina: inizio della ‘rivoluzione arancione’
23 novembre 1971 –   La Cina sostituisce Taiwan nel Consiglio di Sicurezza
……………………………dell’ONU.
25 novembre 1973 –   Grecia: golpe militare
25 novembre 1992 –   Il Parlamento vota la divisione fra Repubblica Ceca e Slovacca
25 novembre 2016 –    Morte di Fidel Castro
26 novembre 1915 –   Einstein presenta la teoria della relatività generale
26 novembre 1954 –   Ritorno di Trieste all’Italia
27 novembre 1941 –   Resa di Gondar: l’Italia lascia l’Africa Orientale.
………………  ………Gondar – antica capitale imperiale dell’Etiopia
29 novembre          –   ONU: giornata internazionale di solidarietà con il popolo
……………………………palestinese (nota)
30 novembre 1943  –  Morte di Etty Hillesum ad Auschwitz
30 novembre 1999 –   Seattle: prima mobilitazione del movimento no-global

L’elenco delle giornate internazionali celebrate dalle Nazioni Unite si raggiunge con

http://www.centrounesco.to.it/?action=view&id=337

1 Novembre 2016Permalink

26 ottobre 2016 – Quando un ministro si fa in due .. anzi è due

26 ottobre – Niente profughi a Gorino dopo le barricate. Alfano: Quella non è Italia.
Copio da un comunicato Ansa dell’Emilia Romagna una dichiarazione del ministro dell’interno, Angelino Alfano: . “Di fronte a 12 donne, delle quali una incinta, organizzare blocchi stradali non fa onore al nostro paese. Poi certo tutto può essere gestito meglio, possiamo trovare tutte le scuse che vogliamo, ma quella non è Italia. Quel che è accaduto non è lo specchio dell’Italia”.

LA VICENDA, raccontata nello stesso comunicato:

Gli abitanti avevano fin da ieri eretto barricate contro l’arrivo di profughi all’Ostello di Gorino, requisito dal Prefetto, per affrontare l’emergenza nel piano di accoglienza nazionale. Una protesta clamorosa contro la decisione di ospitare i migranti da parte di diversi cittadini di Gorino e della vicina Goro, che hanno eretto dei blocchi stradali per impedire il passaggio dei pullman. La protesta in qualche modo ha sortito il suo effetto. Le 12 profughe (di cui una incinta) sono state sistemate a Comacchio (4), Fiscaglia (4) e Ferrara

Qualche cosa mi frulla per la testa, verifico e scopro il secondo Alfano.

L’attuale ministro dell’interno, Angelino Alfano, era  Ministro della giustizia nel quarto  governo Berlusconi (dall’8 maggio 2008 al 27 luglio 2011) quando venne approvata la legge “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” che all’art. 1 comma 22, lettera g stabilisce che chi nasce in Italia, figlio di migranti non comunitari privi del permesso di soggiorno, non può avere il certificato di nascita.
E non basta: il 30 maggio 2013, quando fu espulsa dall’Italia la signora Shalabayeva con la figlia di sei anni lo stesso Alfano era ministro dell’interno del governo Letta e si autocertificò ignaro di quella strana vicenda. Dichiarò infatti: “Mi hanno tenuto all’oscuro. Pensate che io sono stato avvisato solo dal ministero degli Esteri”. (Il Ministro degli esteri era Emma Bonino il cui impegno avrebbe risolto la situazione alla fine dell’anno).
Ne ho parlato più volte nel mio blog. Una fra tante il 27 novembre 20\5

https://diariealtro.it/?p=4100

15 luglio 2009. L’Italia crea fantasmi per legge.
L’allora  ministro della giustizia è perciò responsabile (non da solo) del fatto che si sia violato un diritto fondamentale di ogni nuovo nato: quello di avere un’esistenza riconosciuta di cui è testimonianza il certificato di nascita, di avere una madre e un padre (se dopo il concepimento del figlio è ancora una figura identificabile), una cittadinanza (che con la legge attuale è quella dei genitori). Specularmente i genitori di questi piccoli non possono  dire (se non esponendosi al rischio di espulsione): “Questo è mio figlio”.

Dal quarto governo Berlusconi al primo governo Renzi.
Questa ferita ai fondamenti della nostra civiltà non è stata sanata. Infatti le due proposte di legge presentate in proposito non sono state discusse. Il principio che da quelle si ricava è stato invece inserito nella proposta di legge sulla cittadinanza che si giace dalla scorsa primavera alla (dis)attenzione della commissione Affari Costituzionali del Senato che non avrebbe i numeri per approvarla come la Camera ha fatto.

Il ministro Alfano è riconoscibile nella continuità della legale discriminazione dei bambini, nemico facile da combattere e vincere?
In questo caso la sua storia potrebbe fare di Gorino la testa di ponte esemplare per rendere operativo il principio che vuole la negazione dei figli e la penalizzazione di madri e padri..
Oppure il ministro che oggi sembra orientato alla loro tutela è un uomo nuovo e diverso colpito ‘sulla via di Gorino’ dalla visione grottesca delle barricate contro un autobus occupato da donne e bambini?
O la sua storia continuerà ad altalenare fra mr Jekylll e il dr Hyde in veste governativa?
Staremo a vedere. Ciò che mi fa temere il peggio è l’indifferenza dell’opinione pubblica a che una legge del nostro ordinamento crei fantasmi ‘di razza’. Sono sette  anni che lo verifico.

FONTE:

http://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2016/10/24/barricate-contro-profughi-nel-ferrarese_e3a5f4af-588f-4433-9e69-092f4295f559.html

 

26 Ottobre 2016Permalink

25 ottobre 2016 — Quando la conoscenza della storia può costruire uno strumento per superare non sopiti, anche speculari, razzismi.

Facendo seguito a ciò che ho scritto ieri sull’uso strumentale della storia che “può costruire le condizioni per rinnovare non sopiti, anche speculari, razzismi” trascrivo un articolo di Ezio Mauro (fonte in calce) di cui segnalo un passo che sintetizza le ragioni per cui l’ho collocato in questo mio tentativo di ragionamento.

“Dunque esiste una scala nell’antisemitismo che è specifica ma rimanda un’eco per tutti i razzismi e le xenofobie: stigmatizzazione, conversione forzata, discriminazione, segregazione, espulsione, aggressione, sterminio. La soluzione finale non arriva quindi per caso o all’improvviso. Prima c’è la riduzione dell'”altro” a corpo estraneo, corpo ostile non assimilabile, che va escluso dalla vita politica, economica, culturale per spingerlo a emigrare, poi c’è l’espulsione per chi resta”.

20 ottobre 2016  Antisemitismo, corsi e ricorsi di una tragedia dall’ottusità burocratica allo sterminio sistematico In un saggio di Taguieff i miti negativi che nutrirono le persecuzioni degli ebrei.
Un’indagine da leggere in parallelo con il ritorno di pratiche xenofobe di EZIO MAURO

SICURAMENTE ignorante, dunque apparentemente “innocente” secondo i canoni rovesciati della nuova antipolitica, sta ritornando in Europa una pratica che dovremmo conoscere bene: i governi che prescrivono la “lista” degli stranieri, la loro individuazione, la classificazione, la divisione delle persone in categorie distinte, con le scuole che procedono all’identificazione di specifiche caratteristiche antropologiche per chi viene da altri Paesi. Quasi come se le democrazie spaventate si muovessero inconsciamente alla ricerca dell’ultima forma del peccato originale, il peccato d’origine. Tutto questo disegnando con le persone una scala implicita di vicinanza o di lontananza dall’uomo bianco indigeno che i populisti xenofobi o anche i conservatori a caccia di voti considerano ormai l’unico soggetto meritevole di tutela.

Non sappiamo quel che stiamo facendo, non ne leggiamo il significato profondo e universale che pure dovrebbe risalire dalla nostra storia recente, preferiamo trasformare le pulsioni estreme in burocratiche misure amministrative e poi rapidamente in “gaffe” quando scoppia l’incidente, e il governo di Sua Maestà britannica deve chiedere scusa.

Siamo nuovamente tornati a ragionare di spazi, movimenti, frontiere, e dentro questa spazialità identitaria ci stiamo smarrendo credendo di proteggerci, mentre abbiamo paura di tutto ciò che si muove tra i vecchi confini. Osserviamo il rimpicciolimento dei nostri orizzonti, le chiusure progressive a cui scegliamo di assoggettarci: prima il terrore della mondializzazione, con qualche motivo. Poi il ripudio dell’Europa, con troppa fretta. Quindi la chiusura nell’identità nazionale nascosta tra i muri. Infine, in quello spazio recintato e protetto, l’ultima distinzione e la definitiva separazione: l’elenco dello straniero, marchiato burocraticamente nel cuore dell’Europa democratica del 2016.Ma era stata proprio la burocrazia statale ad agire per prima e per gradi, due mesi dopo la presa del potere di Adolf Hitler. Dunque, se siamo fortunatamente vaccinati dai fascismi, dovremmo almeno vigilare sull’ottusità strumentale degli apparati amministrativi di governo, sui loro meccanismi che una politica spaventata e inconsapevole sta nuovamente mettendo in moto. Dovremmo ricordare che in soli dodici anni, tra il 1933 e il 1945, il governo del Reich firmò duemila decreti anti- ebrei per cancellare passo dopo passo i loro diritti, realizzando nel 1933 quella che fu chiamata la loro “morte civica”, nel 1935 la “morte politica” e nel 1938 la “morte economica”. Anche allora era pura tecnica amministrativa?

Stiamo parlando di anni in cui la logica hitleriana è ancora quella della persecuzione e della discriminazione come armi di pressione per costringere gli ebrei tedeschi ad emigrare in massa, e infatti all’avvento del regime vivevano in Germania 500 mila ebrei, mentre nel 1939 la metà di loro aveva cercato scampo all’estero. Lo strumento è la compressione crescente dei diritti degli ebrei, la progressiva e sistematica riduzione del loro spazio di cittadinanza, la vita quotidiana mutilata pezzo per pezzo sotto gli occhi di tutti, sotto gli occhi degli altri, cittadini a pieno diritto. Prima il boicottaggio delle attività commerciali nel 1933, poi gli ostacoli di una “banale” azione amministrativa contro i medici e gli avvocati, quindi l’esclusione dagli uffici pubblici, infine da tutti i settori vitali del Paese per arrivare nel ’35 alle leggi di Norimberga che vietano i matrimoni misti e codificano la categoria da colpire: chi ha almeno due nonni ebrei.

È utile, oggi che ci sentiamo al riparo della storia, indagare la banalità della selezione, ripercorrere l’ottusità tecnica della differenziazione, fisica, civile o culturale, fino alla risoluzione dell’Unesco che due giorni fa ha negato il legame tra il “miglio sacro” dei luoghi santi di Gerusalemme e gli ebrei. Lo fa Pierre-André Taguieff nel suo saggio sull’antisemitismo (Cortina editore), che è una storia dettagliata della giudeofobia e delle sue metamorfosi dall’antichità fino al contemporaneo, ma è anche un’indagine sul pregiudizio e sui miti negativi che lo sostengono e lo giustificano, ottundendo via via il senso di una responsabilità comune, la coscienza democratica, il sentimento di umanità.

Il termine “antisemitismo” (che si basa sull’equivoco di una visione razziale della storia fondata sulla lotta tra semiti e ariani, mentre gli ebrei non sono semiti in senso etnico, e non tutti i semiti sono ebrei) viene coniato nel 1860 dall’ebreo austriaco Moritz Steinschneider per denunciare un pregiudizio antiebraico ma presto viene impugnato da movimenti antiebraici per definire se stessi, tanto che nel 1888 si raccolgono 265 mila firme per la “Petizione degli antisemiti” contro l’emancipazione degli ebrei e nel 1882 la definizione approda sul dizionario tedesco Brokhaus: “Odio verso gli ebrei, avversione per l’ebraismo, lotta contro i caratteri, i modi e le intenzioni del semitismo”.

Prende così il via la fase post- religiosa della giudeofobia, che cataloga le caratteristiche razziali, fisiche, mentali dell’ebreo considerandole fisse e immutabili, per innestare su questo profilo codificato e denunciato pubblicamente una visione fantasmatica capace di alimentare odio e ostilità verso ogni individuo che appartenga al gruppo, proprio e soltanto per l’appartenenza. La giudeofobia è prima pagana, ricorda Taguieff classificandola storicamente, poi teologico- religiosa cristiana, poi antireligiosa illuministica, poi anticapitalistica e socialista, poi ancora razziale e nazionalistica per approdare alla forma contemporanea dell’antisionismo radicale che salda i due stereotipi eterni quando mescola la denuncia di nazionalismo all’accusa di mondialismo: deorientalizzando e desemitizzando il popolo ebraico per occidentalizzarlo radicalmente nella guerra annunciata da Bin Laden nel 1998 contro “la crociata mondiale”.

La sua persistenza nella storia attraverso una continua metamorfosi dell’odio è dovuta alla forte carica mitica, al fondamento teologico, alla capacità di adattamento a culture diverse. L’accusa più ricorrente agli ebrei è di costituire uno Stato nello Stato, una sorta di nazione separata all’interno della nazione d’accoglienza, con la conseguenza per cui l’antisemitismo sarebbe una forma di difesa indigena. A questo corto-circuito di comodo ha già risposto Sartre, spiegando che non è l’ebreo a provocare l’antisemitismo, ma al contrario è l’antisemitismo che crea l’ebreo come soggetto immaginario e mitologico, costruito su misura per giustificare l’odio fobico dei suoi avversari. I quali in questo processo di costruzione del nemico eterno, universale, lo sopravvalutano dilatandolo nel numero dunque nella presenza, nelle facoltà, quindi nella potenza, nell’ubiquità leggendaria, fino ai luoghi del dominio. È la formula di Alfred Rosenberg, l’ideologo nazista: “L’ebreo si erge come il nostro avversario metafisico”.

Queste accuse sono anche forme di razionalizzazione teologica, politica, scientifica dell’antisemitismo, appoggiandolo ai grandi miti antiebraici che ideologizzano e culturizzano la giudeofobia, dall’odio verso il genere umano all’assassinio rituale, al deicidio con l’assassinio di Cristo, alla maledizione con l’erranza, alla perfidia della speculazione finanziaria, alla cospirazione, al razzismo per l’elezione divina del popolo prediletto. È da qui che sono nate le tre politiche con cui si è manifestata la violenza contro gli ebrei: la conversione, da quando nel IV secolo Costantino trasforma il cristianesimo in religione di Stato, la persecuzione ogni volta che la conversione fallisce, con il Talmud processato e portato in piazza nel 1242 su 24 carretti per essere bruciato pubblicamente. L’ultima politica è l’annientamento.

Bisognerebbe riflettere sulla concatenazione dei passaggi. La giudeofobia ha quattro dimensioni, e la prima è fatta di atteggiamenti e opinioni (credenze ostili, stereotipi negativi, pregiudizi) che producono esclusione simbolica; la seconda da comportamenti individuali o collettivi che producono esclusione sociale; la terza da decisioni istituzionali che producono esclusione discriminatoria, la quarta da discorsi ideologici e dottrinari, che teorizzano la violenza finale. Dunque esiste una scala nell’antisemitismo che è specifica ma rimanda un’eco per tutti i razzismi e le xenofobie: stigmatizzazione, conversione forzata, discriminazione, segregazione, espulsione, aggressione, sterminio. La soluzione finale non arriva quindi per caso o all’improvviso. Prima c’è la riduzione dell'”altro” a corpo estraneo, corpo ostile non assimilabile, che va escluso dalla vita politica, economica, culturale per spingerlo a emigrare, poi c’è l’espulsione per chi resta, dal 1941 c’è lo sterminio “come logica conseguenza di un lungo processo di emarginazione degli ebrei, trattati come estranei al genere umano, patologizzati, demonizzati come una potenza satanica”.

È un’evoluzione per stadi, che Hilberg riassume in questi tre passaggi via via più prescrittivi: “Se rimanete ebrei, non avete il diritto di vivere tra noi”. “Non avete il diritto di vivere tra noi”. “Non avete il diritto di vivere”. Lo strumento tecnico di queste politiche è fin dall’inizio la lista, perché su di essa si basa l’intenzione di “purificare” la popolazione legittima, distinguendo gli “altri”. Ben prima della soluzione finale, l’emarginazione, la discriminazione, la delegittimazione e infine la segregazione hanno bisogno di una tecnica di supporto, con strumenti pratici e amministrativi per individuare, identificare, localizzare, registrare, classificare, censire, marchiare, comunque separare. È l’ossessione del “passeggero clandestino”, dell’infiltrato, dell’estraneo nel corpo nazionale supposto puro, dunque da distinguere e difendere. Tutto questo nasce nello spazio occidentale, nel quadro delle procedure democratiche, nel dominio del diritto, nel cuore dell’Europa cristiana e dell’umanesimo progressista, ultima religione secolare dei moderni. La cornice di civiltà non ci preserva. L’orrore, ci ricorda Bauman, non è figlio dell’irrazionale ma è l’esito di un processo che è al contrario espressione della modernità e della sua razionalità e usa la competenza tecnologica, impiega gli strumenti del progresso, misura l’efficacia dei metodi,

valuta il rapporto tra mezzi e fini, ricorre all’applicazione universale della norma. Fino alla conclusione: La violenza burocratizzata, in tutte le sue forme, “è l’espressione stessa della civiltà occidentale contemporanea, non una ribellione contro di essa”.

http://www.repubblica.it/cultura/2016/10/20/news/antisemitismo-150163167/

25 Ottobre 2016Permalink