7 dicembre 2014 – Notizie da Israele

Limes_4-12-2014Lo scorso 3 dicembre avevo copiato un articolo dello scrittore arabo israeliano Sayed Kashua sull’incendio provocato alla scuola bilingue Hand in Hand a Gerusalemme. Ora trovo i link a due articoli di Limes del 4 dicembre che si riferiscono al disegno di legge fondamentale approvato il 23 novembre dal Consiglio dei ministri di Israele col titolo  “Israele, Stato nazionale del popolo ebraico”. A seguito di quell’approvazione Netanyahu ha estromesso dal governo i ministri Yair Lapid e Tzipi Livni che vi si erano opposti.

http://temi.repubblica.it/limes/israele-lo-stato-nazione-del-popolo-ebraico-e-lodio-di-se/67526

http://temi.repubblica.it/limes/la-scelta-di-netanyahu-elezioni-sullidea-stessa-di-israele/67524

Intanto Amos Oz, David Grossman e Abraham Yehoshua  hanno sottoscritto un appello ad alcuni Parlamenti europei per il riconoscimento dello stato palestinese. Insieme a loro hanno firmato altri  800 cittadini dello Stato di Israele  tra i quali il Nobel Daniel Kahneman. “Un atto di incoraggiamento soprattutto per il negoziato”

http://www.repubblica.it/esteri/2014/12/07/news/israele_oz_grossman_yehoshua_palestina-102347383/

Trovo anche notizia di un convegno organizzato in una università israeliana a vent’anni dal genocidio del Ruanda. Il commento di Corriere.tv è breve ma introduce un argomento importante. |

http://video.corriere.it/israele-si-frantuma-tabu/f383449a-7922-11e4-abc3-1c132dc377f5

 

7 Dicembre 2014Permalink

5 dicembre 2014 – Scrive L’Osservatore romano

27 novembre 2014
Sono minori un terzo delle vittime del traffico di esseri umani

La tratta dei bambini

Indetta per l’8 febbraio una giornata di preghiera

VIENNA, 26. Un terzo delle vittime della tratta di esseri umani è rappresentato da bambini. Lo rivela un rapporto pubblicato ieri a Vienna dall’Unodoc, l’agenzia dell’O nu contro la droga e il crimine e riferito al triennio 2010-2012, precisando che si tratta di una quota in aumento del cinque per cento rispetto al 2007-2009. Il rapporto sottolinea che questo aspetto è particolarmente accentuato in Africa e in Medio oriente dove i bambini sono il 62 per cento delle vittime della tratta. Ma nessun Paese è immune: sono almeno 152 quelli di origine e di destinazione del traffico di esseri umani.

La tratta si verifica soprattutto all’interno dei confini nazionali o della stessa regione, mentre il traffico transcontinentale si dirige soprattutto verso i Paesi ricchi. «Purtroppo, non c’è posto al mondo nel quale i bambini, le donne e gli uomini siano al sicuro da questo pericolo», ha detto il direttore esecutivo dell’Unodc, Yury Fedotov, presentando il rapporto. «I dati ufficiali riferiti dalle autorità nazionali rappresentano ciò che è rilevabile. Ma è chiaro che si tratta solo della parte emersa dell’iceberg», ha aggiunto. L’Unodoc parla di 21 milioni di vittime, che ogni anno aumentano di due milioni e mezzo. In più della metà dei casi, il 53 per cento, il traffico ha finalità di sfruttamento sessuale. Ciò accade specialmente nei Paesi di destinazione in Europa e in Asia centrale. In Asia orientale e nel Pacifico la destinazione delle vittime è invece soprattutto il mercato del lavoro forzato. A questa si aggiungono altre forme di sfruttamento, dalla servitù domestica, al matrimonio forzato, alle adozioni illegali, fino a quella atroce dell’espianto di organi per i trapianti. La stragrande maggioranza dei trafficanti condannati, il 72 per cento, sono maschi e cittadini del Paese in cui operano. Si tratta comunque di successi limitati contro un fenomeno che rappresenta, con un fatturato stimato a 32 miliardi di dollari l’anno, la terza voce dell’economia criminale, dopo il traffico d’armi e quello di droga. Il rapporto ricorda che l’impunità resta un problema grave: il 40 per cento dei Paesi ha registrato poche o nessuna condanna, e nel corso degli ultimi 10 anni non vi è stato alcun aumento percepibile delle pene contro questo crimine. Per sensibilizzare maggiormente le coscienze su questa drammatica realtà, il prossimo 8 febbraio si celebrerà la prima Giornata internazionale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. L’iniziativa è stata promossa dai Pontifici consigli della pastorale per i Migranti e gli itineranti e della Giustizia e della pace e dalle Unioni internazionali femminili e maschili dei superiori e superiore generali.

Vuole essere una risposta all’appello di Papa Francesco a combattere il fenomeno della tratta e a prendersi cura delle vittime. Fin dall’inizio del suo pontificato, il Papa ha più volte denunciato con forza questo traffico come un crimine contro l’umanità. La scelta della data è significativa: l’8 febbraio, infatti, è la memoria liturgica di santa Giuseppina Bakhita, schiava sudanese, liberata e divenuta religiosa canossiana, canonizzata nel 2000. La prima Giornata sarà celebrata in tutte le diocesi e le parrocchie del mondo, nei gruppi e nelle scuole e vedrà l’adesione di numerose associazioni e istituzioni, tra le quali: Pontificia accademia delle scienze sociali, Caritas internationalis, Talitha kum, Ufficio “Tratta donne e minori” Usmi, Slaves no more, Unione mondiale associazioni femminili cattoliche, Comunità Papa Giovanni XXIII, Jesuit refugee service (Jrs), International catholic migration commission, International forum catholic action, Congregazione figlie della carità canossiane.

La mia lettera al direttore de l’Osservatore romano

 Udine 27 novembre 2014
Al direttore de L’Osservatore Romano dr. Giovanni Maria Vian
Sua Sede

Ho letto sul giornale da lei diretto l’intervento a proposito della istituzione della giornata di preghiera contro la tratta e la sottolineatura della tratta dei bambini. Trovo però singolare che ci sia un  problema di cui non si parla mai: quello dei bambini condannati per legge dal 2009 a non avere una famiglia perché privati per legge del certificato di nascita e cui perciò è negata un’esistenza giuridicamente riconosciuta. Ne ho cercato traccia nel documento conclusivo del recente Sinodo e nella prolusione del card. Bagnasco all’Assemblea dei Vescovi italiani. Nulla Mi spiego: nel 2009 fu approvato con voto di fiducia il cd pacchetto sicurezza (legge 94) che alla lettera g del comma 22 dell’art. 1 richiede la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione degli atti di stato civile. E’ evidente che -‘per contraddizion che nol consente’ – gli immigrati irregolari non hanno il permesso di soggiorno altrimenti irregolari non sarebbero. Lo stesso governo di allora (quarto Berlusconi, ministro interno Maroni) realizzò l’enormità della cosa ed emanò nel giro di pochi giorni una circolare che dice il contrario della legge per ciò che concerne le nascite. Nel 2011 la Corte Costituzionale cancellò questa stortura legislativa (sentenza 245) per ciò che concerne i matrimoni. Nessuno si fece parte diligente per le nascite. Nel corso dell’attuale legislatura sono state presentate due proposte di legge (n. 740 alla camera, n.1562 al senato) che, se approvate, rimedierebbero al problema ma non vengono neppure calendarizzate. Il gruppo Convention on the Rights of the Child presenta annualmente un documento in cui reiteratamente richiama il problema nei termini che traggo dal Quinto rapporto (2011-2912): “Il timore di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori.

Pur non esistendo dati certi sull’entità del fenomeno, le ultime stime evidenziano la presenza di 544 mila migranti privi di permesso di soggiorno . Questo può far supporre che vi sia un numero significativo di gestanti in situazione irregolare”. Il rapporto è firmato anche dalla Caritas italiana *

Mi sembra che il rischio di facilitare l’esposizione di bambini nati in Italia alla tratta sia evidente: chi potrebbe denunciarne la scomparsa dato che giuridicamente non esistono e la loro reale famiglia non risulta esserlo? Mi occupo da cinque anni della questione senza risultato alcuno (sono praticamente sola e il mio impegno è dettato solo da una coscienza che pretende di essere vigile). C’è modo di fare qualche cosa perché la questione sia autorevolmente proposta nel mondo cattolico in modo da facilitare il percorso di una norma di legge che corregga questa ferita?
Grazie
Augusta De Piero

* Fonte: Dossier Statistico immigrazione 2011Caritas/Migrantes

continua  – i miei commenti ai prossimi post

Trovare il testo integrale dell’articolo non è stato facile ma – dato l’atteggiamento omertoso e irresponsabile del mondo cattolico, laico, clericale, anticlericale ecc. ecc. sul problema – non ho mollato finché ci sono riuscita e l’ho manualmente copiato.
Preciso che l’edizione a stampa, e quindi completa, dell’articolo non è possibile con il copia-incolla, le edicole di Udine non lo ricevono e la Biblioteca del Seminario Arcivescovile, pur essendo abbonata, lo riceve in ritardo (non so se dipenda dalle poste italiane o dalle poste vaticane).

 

 

 

5 Dicembre 2014Permalink

3 dicembre 2014 – Hanno bruciato un luogo in cui mi ero concessa una speranza

 

Un articolo di Sayed Kashua, scrittore arabo israeliano

Apro la Repubblica e trovo un articolo di Sayed Kashua. Parla di una scuola bruciata e scopro che è proprio quella in cui sono stata e di cui avevo scritto nel 2009. Ritrovo il mio vecchio post che si può leggere anche da qui e provo a scaricare l’articolo di Kashua.  Non si può. E allora decido di copiarlo perché è molto bello anche se tristissimo.

La scuola simbolo bruciata da fanatici contro la pace

Lo scorso sabato sera è andata a fuoco la scuola arabo ebraica “Mano nella Mano”, a Gerusalemme. Due aule di prima elementare sono state completamente distrutte. Ho visto scheletri di seggioline dove bambini ebrei e arabi stavano seduti l’uno accanto all’altro (e dove anche i miei figli erano stati seduti quando frequentavano quella scuola), cappotti semicarbonizzati lasciati in classe dai bambini e libri bruciati in arabo e in  ebraico. «Morte agli arabi» era scritto fra le altre cose sui muri della scuola, «Basta con l’assimilazione» e «Con un cancro non si convive». Chi ha appiccato il fuoco non riesce ad accettare l’idea che alunni arabi ed ebrei possano sedere gli uni di fianco agli altri nella stessa classe, senza distinzioni. Per la prima volta, da quando mi sono trasferito con la mia famiglia in Illinois per una anno sabbatico, mi sono rammaricato di non essere a Gerusalemme. Di non poter insistere, nonostante tutto (e forse proprio a causa di questo incendio) a mandare i miei figli a quella scuola insieme ad altri genitori. Mi sono rammaricato di non essere accanto agli insegnanti nell’accogliere i bambini con un rassicurante sorriso e la promessa che andrà tutto bene, che un giorno lo slogan appeso alle pareti delle aule dopo la guerra di Gaza – «Arabi ed ebrei rifiutano di essere nemici» – diventerà realtà e che, come viene insegnato loro, l’uguaglianza e la convivenza saranno possibili. Ma sarà davvero così? E’ moralmente giusto dare ai nostri figli l’illusione che arabi ed ebrei possano convivere su un piano di parità? Posso davvero guardare miei figli negli occhi e dire loro che un giorno saranno cittadini di Israele a pieno titolo? Era difficile, se non addirittura impossibile, garantire ai nostri figli l’uguaglianza a livello giuridico anche prima della proposta di legge del governo che decreta che Israele è lo Stato della nazione ebraica. Israele, sin dalla sua creazione, si è posto al servizio esclusivo degli ebrei che vi vivono e, di fatto, anche di quelli che non vi vivono. Viceversa lo Stato di Israele non  ha mai voluto essere il mio Paese, non è stato creato per me o per la mia famiglia né per i cittadini arabi che detengono il suo solo passaporto. Io e i miei figli facciamo parte dell’oltre milione e mezzo di cittadini arabi israeliani (da non confondere con i palestinesi di Gerusalemme, della Cisgiordania e della Striscia di Gaza occupate nel 1967) che vive entro la Linea Verde fin  dalla sua fondazione nel 1948, costituisce circa il 20 per cento della popolazione, è discriminato rispetto agli ebrei in tutti i settori della vita e deve sopportare enormi disparità. Nessun nuovo insediamento arabo è sorto dopo la creazione di Israele, a fronte di circa 700 ebraici, e l’area di competenza delle municipalità arabe rappresenta meno del tre per cento dell’intero territorio. L’attuale disegno di legge che stabilisce che “Israele è lo Stato della nazione ebraica” è diretto a garantire che, in caso di conflitto tra il carattere ebraico dello Stato e il principio di uguaglianza, il primo avrà la meglio sul secondo. Dio non voglia che la democrazia garantisca una qualche parità di diritti fra ebrei e non ebrei. «Ancorare per legge» è l’espressione usata dal governo israeliano in riferimento al decerato legge e sta a significare quanto segue: se le cose stanno in ogni caso così, perché non sancirle a livello giuridico? La discriminazione fra arabi ed ebrei in tutti i settori esiste comunque, tanto vale renderla legale. Molti palestinesi con cittadinanza israeliana sono felici di questa proposta di legge. Semplicemente perché, una volta che la legge sarà approvata, l’ineguaglianza non sarà celata dietro alla cortina di fumo di una cosiddetta “democrazia”. Molti pensano che questa legge metterà a nudo “l’etnocrazia” israeliana ( una democrazia solo se sei ebreo). E’ possibile che la fondazione di uno Stato ebraico fosse indispensabile considerata la terribile storia degli ebrei. Ma è davvero necessario che questo rifugio trasformi milioni di persone in rifugiati indifesi, ostaggi del governo israeliano? Che sia solo ed esclusivamente riservato agli ebrei? Che esseri umani vivano in esso separati a causa delle loro etnia? Che scuole che credono nella convivenza vengano bruciate? Avrei voluto moltissimo essere all’ingresso della scuola bilingue di Gerusalemme questa settimana, accanto ad altri genitori arabi ed ebrei che credono nell’uguaglianza. Avrei voluto moltissimo dire ai miei figli che gli autori di questo gesto sono solo un piccolo gruppo di stupidi criminali e che un giorno, vedrete, saremo un  popolo libero e voi potrete vivere e studiare dove vorrete. Ma non posso farlo. Il primo ministro e le sue leggi razziali mi negano la capacità di sognare un futuro migliore.
(traduzione di Alessandra Shomroni)

Nota aggiuntiva  – 5 dicembre

Appena pubblicato questo pezzo ho saputo delle modifiche imposte dal primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu alla composizione del proprio governo. Uno dei due ministri rimossi è Yair Lapid.
Di suo padre, fuggito dall’Europa razzista già prima dell’occupazione nazista avevo scritto il 3 settembre 2010 in un post che si può leggere da qui.
https://diariealtro.it/?p=3096

3 Dicembre 2014Permalink

1 dicembre 2014 – Calendario di dicembre

1 dicembre 2000  – Il giudice Guzman dispone il processo contro Pinochet in Cile
1 dicembre 2013 –   Rogo fabbrica cinese a Prato
3 dicembre 1984 – India, disastro di Bhopal. Muoiono più di 3800 persone
5 dicembre 2000 – Italia: ergastolo per due generali della dittatura argentina
5 dicembre 2013 –  Morte di NELSON MANDELA
6 dicembre 1975 – Roma: prima manifestazione del movimento femminista
7 dicembre 1965 – Si chiude il Concilio Vaticano II
8 dicembre 1978 – Viene fermato il golpe di Junio Valeria Borghese
9 dicembre 1987 – Israele: inizio della prima Intifada
10 dicembre 1948 – Firma della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo
12 dicembre 1969 – Milano: strage alla Banca dell’agricoltura di piazza Fontana
13 dicembre 1294 – Celestino V rinuncia al papato
14 dicembre 1995 – Bosnia: firma degli accordi di Dayton
15 dicembre 1972 – Approvazione della legge 772 sull’obiezione di coscienza
15 dicembre 1969 –  Morte Giuseppe Pinelli
16 dicembre 2014  –  Primo giorni di Hanukkah
20 dicembre 2008 –  Morte di Piergiorgio Welby
22 dicembre 1988 –  Brasile: uccisione di ‘Chico’ Mendes
23 dicembre 1899 – Nascita di Aldo Capitini
24 dicembre 1979 – Le truppe sovietiche invadono l’Afghanistan
24 dicembre 2014 – Ultimo giorno di Hanukkah
25 dicembre 1989–  Romania: viene giustiziato Nicolae Ceausescu
26 dicembre 1996  – Affonda un battello di migranti a Portopalo – 283 morti
27 dicembre 2007 – Uccisione di Benazir Bhutto
29 dicembre  1908 – Terremoto di Messina
29 dicembre  1809 –  Il 7° cavalleggeri stermina gli ultimi Lakota Sioux
30 dicembre  2006 – Impiccagione di Saddam Hussein
31 dicembre 1991 – Si dissolve ufficialmente l’Unione Sovietica

30 Novembre 2014Permalink

27 novembre 2014 – Quel che è troppo è troppo

Oggi l’Osservatore Romano ha pubblicato un lungo articolo finalizzato a far conoscere l’istituzione della giornata di preghiera contro la tratta (8 febbraio 2015)
Ne riporto il testo nella sua forma breve, quale appare in rete, raggiungibile anche da qui.

«Un terzo delle vittime della tratta di esseri umani è rappresentato da bambini. Lo rivela un rapporto pubblicato ieri a Vienna dall’Unodoc, l’agenzia dell’Onu contro la droga e il crimine e riferito al triennio 2010-2012., precisando che si tratta di una quota è in aumento del cinque per cento rispetto al 2007-2009. Il rapporto sottolinea che questo aspetto è particolarmente accentuato in Africa e in Medio Oriente dove i bambini sono il 62 delle vittime della tratta. Ma nessun Paese è immune: sono almeno 152 quelli di origine quelli di destinazione del traffico di esseri umani. La tratta si verifica soprattutto all’interno dei confini nazionali o della stessa regione, mentre il traffico transcontinentale si dirige soprattutto verso i Paesi ricchi. «Purtroppo, non c’è posto al mondo nel quale i bambini, le donne e gli uomini siano al sicuro da questo pericolo», ha detto il direttore esecutivo dell’Unodc, Yury Fedotov, presentando il rapporto. «I dati ufficiali riferiti dalle autorità nazionali rappresentano solo ciò che è rilevabile. Ma è chiaro che si tratta solo della parte emersa dell’iceberg», ha aggiunto. L’Unodoc parla di 21 milioni di vittime, che ogni anno aumentano di due milioni e mezzo. In Asia orientale e nel Pacifico la destinazione delle vittime è invece soprattutto il mercato del lavoro forzato. A questo si aggiungono arte forme di sfruttamento, dalla servitù domestica, al matrimonio forzato, alle adozioni illegali, fino a quella atroce dell’espianto di organi per i trapianti.»

Se la scelta delle argomentazioni è sincera (ma non ne sono sicura) è comunque incompleta. Infatti a fronte dei dati abbondanti, a fronte della chiarezza nell’uso del termine crimine (cui, nella più ampia edizione a stampa si aggiunge anche il problema della impunità) nulla si dice della prevenzione. Un caso? Dopo cinque anni che me ne occupo non sono più disposta a ritenerlo tale.

Prevenire, reprimere o rimandare la responsabilità altrove?

Tanto più grave appare il silenzio sulla prevenzione se andiamo a leggere (Avvenire – 11 novembre 2014) quanto disse il card. Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, nella sua prolusione all’Assemblea della Conferenza stessa il 10 novembre ad Assisi. Ne riporto il passo relativo alla famiglia dove le espressioni in grassetto non  sono mie ma si trovano alla fonte: «Per questo è irresponsabile indebolire la famiglia, creando nuove figure – seppure con distinguo pretestuosi che hanno l’unico scopo di confondere la gente e di essere una specie di cavallo di troia di classica memoria – per scalzare culturalmente e socialmente il nucleo portante della persona e dell’umano. L’amore non è solo sentimento – è risuonato nell’Aula sinodale – è decisione; i figli non sono oggetti né da produrre né da pretendere o contendere, non sono a servizio dei desideri degli adulti: sono i soggetti più deboli e delicati, hanno diritto a un papà e a una mamma.»

Non si dica che il cardinale si occupa di sommi principi e non di legislazione italiana. Anche senza l’indicazione delle fonti precise (anno, numero della legge, eventuale indicazione di altra fonte) il giochetto di Sua Eminenza è chiaro. Il richiamo al diritto del bambino “a un papà e a una mamma” è un modo obliquo per indicare come scelta univoca quella della famiglia tradizionale su cui la Lega Nord sta sprecando le sue confuse e populistiche, ma coincidenti,  energie. Il cardinale si chiude quindi a quelle che lui stesso chiama ‘nuove figure’ ma non solo. E dei bambini che hanno un papà e una mamma ma cui è negato farsi famiglia che ne facciamo? Lasciamo che Sua Eminenza ci chiuda gli occhi e intorpidisca la mente? Io non ci sto e per l’ennesima volta riporto un passo dal Rapporto 5 (2011-12) del gruppo CRC, di cui fanno  parte anche la Caritas italiana, l’AGESCI e altre organizzazioni gradite nell’ambito cattolico: «Il timore di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori.

Pur non esistendo dati certi sull’entità del fenomeno, le ultime stime evidenziano la presenza di 544 mila migranti privi di permesso di soggiorno Questo può far supporre che vi sia un numero significativo di gestanti in situazione irregolare».
(per verificare i rapporti CRC trasferire su un motore di ricerca l’indirizzo che segue: http://www.gruppocrc.net/-documenti-)

Al di là dell’analisi della lettera g del comma 22 dell’art. 1 della legge 94/2009 (che l’ONU ci chiede  esplicitamente di modificare come ci informa il 7mo rapporto CRC) ci viene testimoniata l’esistenza del problema che unisce molti nell’indifferenza creando legami insospettabili. Chi avrebbe detto di veder insieme, uniti nell’intento di voltare la testa dall’altra parte, le loro eminenze e i gruppi di sostegno alle donne che mai del problema delle gestanti costrette – vuoi dalla paura vuoi da minacce percepite nell’ambiente in cui vivono –  a nascondersi, a partorire di nascosto e a nascondere il proprio nato?

Nel memorabile recente discorso di Strasburgo il papa ha detto, probabilmente invano, ignaro forse o impotente di fronte al vescovil disinteresse ben forte nella base cattolica sempre unita dal legame razzista a molti laici  (questa volta il grassetto è mio)

«Nel mondo politico attuale dell’Europa risulta sterile il dialogo solamente interno agli organismi (politici, religiosi, culturali) della propria appartenenza. La storia oggi chiede la capacità di uscire per l’incontro dalle strutture che “contengono” la propria identità al fine di renderla più forte e più feconda nel confronto fraterno della trasversalità. Un’Europa che dialoghi solamente entro i gruppi chiusi di appartenenza rimane a metà strada; c’è bisogno dello spirito giovanile che accetti la sfida della trasversalità. < omissis> Parimenti sono numerose le sfide del mondo contemporaneo che necessitano di studio e di un impegno comune, a partire dall’accoglienza dei migranti, i quali hanno bisogno anzitutto dell’essenziale per vivere, ma principalmente che venga riconosciuta la loro dignità di persone.»

Aggiungo:” e quale maggior ferita alla dignità della negazione dei legami fondamentali dell’esistenza umana?”.

Tornando al punto di partenza Se un bambino che non esiste sarà rapito da bande pedofile come potranno denunciarne la scomparsa i suoi genitori che non possono nemmeno dimostrare di essere tali  se non  c’è documento che lo certifichi? So che nessuno vorrà rispondermi ma io la domanda la pongo lo stesso come un messaggio in una bottiglia.

27 Novembre 2014Permalink

25 novembre 2014 – In Friuli Venezia Giulia la famiglia è “cosa”, naturale o innaturale.

Ho ascoltato il discorso del papa a Strasburgo. Ha volato alto anche nei silenzi che evidentemente significavano attenzione al luogo in cui si trovava e a ciò – motivo ricorrente nel discorso – che si può fare insieme. Così ho deciso che il commento più adeguato per segnare la differenza fra il discorso di papa Francesco (cui unisco i pensieri alti che siamo capaci di formulare e di dire) e gli squallori locali è il titolo con cui il settimanale diocesano di Udine – la Vita Cattolica – intitola la sua notizia in merito alla bocciatura di una mozione presentata al Consiglio regionale che si può leggere di seguito.. Ecco qua, non merita spreco di parole. Lo squallore basta a se stesso:

La famiglia? In Friuli-V.G. non è una cosa «naturale»

Credo sia opportuno conoscere ciò che circola nelle nostre sedi istituzionali e chi ne sono i sostenitori. Ricopio il testo della mozione n. 83 presentata in Consiglio regionale dai consiglieri Barbara Zilli e Claudio Violino. 

<La famiglia, quale nucleo naturale e fondamentale della società: la Regione celebri la “Festa della Famiglia”>

Il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia,

PREMESSO che:
– la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna rappresenta l’istituzione naturale aperta alla trasmissione della vita e l’unico adeguato ambito sociale in cui possono essere accolti i minori in difficoltà, anche attraverso gli istituti dell’affidamento e dell’adozione;
– <la famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società> e come tale <ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato> secondo quanto sancito dall’articolo 16 terzo comma della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948;
– <la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio> secondo quanto sancito dall’art. 29 della Costituzione della Repubblica italiana dai nostri padri fondatori nel 1945, i quali non hanno specificato l’esigenza della diversità di genere perché per essi era naturale che il matrimonio fosse possibile tra persone di sesso diverso;
– la famiglia costituisce, più ancora di un mero nucleo giuridico, sociale ed economico, una comunità di affetti e di solidarietà in grado di insegnare e trasmettere valori culturali, etici, sociali, spirituali e religiosi, essenziali per lo sviluppo e il benessere dei propri membri e della società , nonché il luogo dove diverse generazioni si incontrano e si aiutano vicendevolmente a crescere nella sapienza umana e ad armonizzare i diritti degli individui con le altre istanze della vita sociale;
– le istituzioni devono provvedere allo stanziamento di pubblici sostegni al fine di valorizzare la famiglia per la crescita e il potenziamento del singolo e del tessuto sociale, anche garantendo ai genitori un’effettiva libertà di scelta nella scuola per i propri figli, senza essere costretti a sostenere, direttamente o indirettamente, spese supplementari che impediscano o limitino di fatto tale libertà;

RICHIAMATA la legge regionale 7 luglio 2006, n. 11 (Interventi regionali a sostegno della famiglia e della genitorialità) in cui la Regione Friuli Venezia Giulia sostiene la famiglia quale nucleo fondante della società e valorizza il ruolo dei genitori nei compiti di cura, educazione, crescita e tutela del benessere dei figli;

SOTTOLINEATO il ruolo della famiglia quale protagonista attiva e costruttiva della società friulana;

CONSIDERATO che:

– in tutto il Paese, con il pretesto di combattere “inutili” stereotipi, si stanno moltiplicando i casi di aperta propaganda contro la famiglia naturale, soprattutto nel mondo scolastico, con proiezione di film e sitcom gay, diffusione di fiabe rivedute e corrette in chiave omosessuale consegnate ai bimbi della scuola dell’infanzia e pubblicate dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), che dipende dal Dipartimento Pari Opportunità, che a sua volta fa capo al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. E’ legittimo e condivisibile che nelle scuole si insegni a non discriminare i gay o altre minoranze, ma questo non deve necessariamente comportare l’imposizione di un modello di società che prevede l’eliminazione delle naturali differenze tra i sessi;
– nel liceo “Giulio Cesare” di Roma i professori hanno imposto ad allievi minorenni la lettura di un romanzo, a forte impronta omosessualista, dal titolo “Sei come sei” della scrittrice Melania Mazzucco (Edizioni Einaudi), alcuni passi del quale rivelano, in realtà, un chiaro contenuto pornografico descrivendo fra l’altro nei dettagli un rapporto orale fra due maschi;
– in numerose scuole italiane, nello scorso mese di marzo e in occasione della c.d. “settimana contro il razzismo”, è stata proiettata a un pubblico di minori la sitcom gay “Vicini”, con numerose polemiche e proteste da parte delle associazioni dei genitori (nel video in questione vengono pronunciate frasi come ”La famiglia tradizionale deve finire”, o si assiste a scene di gay che si sposano davanti ad un prete, a sua volta omosessuale);
– nella scuola materna “I sei colori di Ugo” a Roma si è deciso quest’anno di sostituire la festa del papà con una più inclusiva “festa delle famiglie” per non discriminare una bambina con due madri lesbiche;
– la strategia dell’UNAR mira nei fatti a destrutturate la famiglia naturale, impartendo già nei soggetti più deboli e in crescita questi insegnamenti;
– nell’opuscolo dell’UNAR, dedicato ai docenti, viene richiesto a chi insegna di <<non usare analogie che facciano riferimento a una prospettiva etero normativa in quanto tale punto di vista, ad esempio, potrebbe assumersi nell’assunzione che un bambino da grande si innamorerà di una donna e la sposerà>>;
– si sta moltiplicando in numerose scuole materne ed elementari d’Italia il documento standard per l’educazione sessuale in Europa che prevede tra l’altro, nella fascia di età fra i 4 e 6 anni, l’introduzione alla masturbazione infantile precoce, capacità di identificare i genitali nei dettagli e l’identità di genere, ovvero la scelta se essere maschietti o femminucce;
– la legge c.d. “Scalfarotto”, relativa al contrasto dell’omofobia e della transfobia, approvata alla Camera e in discussione attualmente al Senato, parifica l’omofobia ai reati già condannati dalla legge Mancino (razzismo, antisemitismo, etc). Una volta approvata la legge in via definitiva, chi ad esempio si dichiarerà contrario al matrimonio fra persone dello stesso sesso sarà punito con 1 anno e 6 mesi di reclusione (che possono arrivare a 4 anni se il reato è svolto in forma associativa). Lo Stato avrà l’obbligo di procedere d’ufficio anche se la persona ritenuta offesa dovesse ritirare la querela;

RICHIAMATE, inoltre, le mozioni a sostegno della famiglia naturale approvate dal Consiglio regionale della Lombardia il 1° luglio u.s. e dal Consiglio regionale del Veneto il 14 ottobre u.s.;

Tutto ciò premesso;   impegna la Giunta regionale

1) a individuare una data per la celebrazione della festa della famiglia naturale, fondata sull’unione fra uomo e donna, promuovendone sia direttamente che indirettamente attraverso scuole, associazioni ed Enti Locali la valorizzazione dei principi culturali, educativi e sociali;
2) a chiedere al Governo centrale la non applicazione del documento standard per l’educazione sessuale in Europa, redatto dall’ufficio europeo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Presentata alla Presidenza il 27/10/2014

Così ne ha scritto in un proprio sito on line il settimanale diocesano di Udine, la Vita Cattolica  

Larga bocciatura in Consiglio regionale per una mozione che chiedeva l’istituzione di una festa
La famiglia? In Friuli-V.G. non è una cosa «naturale»

25.11.2014Respinta ieri pomeriggio con 22 voti contrari e 7 a favore la mozione depositata dai consiglieri Barbara Zilli (Lega Nord) e Claudio Violino (Misto) che impegnava la Giunta a individuare una data per celebrare la festa della famiglia, fondata sull’unione fra uomo e donna, promuovendone direttamente e indirettamente attraverso scuole, associazioni ed enti locali la valorizzazione dei principi culturali, educativi e sociali, nonché a chiedere al Governo centrale la non applicazione del documento standard per l’educazione sessuale in Europa, redatto dall’ufficio europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità. Alla base del provvedimento la considerazione che la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna rappresenta l’istituzione naturale aperta alla trasmissione della vita e l’unico adeguato ambito sociale in cui possono essere accolti i minori in difficoltà, anche attraverso gli istituti dell’affidamento e dell’adozione; inoltre il riferimento a quanto enunciato dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottata dall’assemblea generale dell’Onu nel 1948 e dall’articolo 29 della Costituzione italiana, e alla legge regionale 11/2006 che sostiene la famiglia come nucleo fondante della società e valorizza il ruolo dei genitori nei compiti di cura, educazione, crescita e tutela del benessere dei figli. Al termine di un lungo e articolato dibattito, Zilli – che aveva illustrato il provvedimento – ha emendato parzialmente il testo, ma della votazione la mozione è risultata bocciata.

Per collegarsi alla fonte inserire in un motore di ricerca il link che trascrivo.

http://www.lavitacattolica.it/stories/regione/6839_la_famiglia_in_friuli-vg_non__una_cosa_naturale/

25 Novembre 2014Permalink

22 novembre 2014 – Una vera Babilonia.

Ho un sogno continua con i suoi racconti del tempo della prima guerra mondiale.
Il 13 0ttobre ho scritto dei pregiudizi di cui sono testimoni diari dei parroci. Oggi trascrivo

Un amore in tempo di guerra

In tempo di guerra un uomo in uniforme finisce per essere la figura anonima di uno schema: amico, nemico, unità operativa cui appartiene. Se sopravviva o muoia, se si trovi in una parte del fronte o in un’altra … le sue scelte non contano nulla: ordini spesso incomprensibili se non insensati si incrociano con la casualità. Nel 1917, al tempo di Caporetto, un poeta serbo, Miloš Crnjanski, annotava: “Sapevo che lontano, davanti a me, in modo folle e abietto, morivano i reggimenti bosniaci, scendendo verso la città di Udine“. Il caso, il commediante Caso, come il poeta lo identificava, lo aveva portato in Friuli, ufficiale dell’esercito imperiale austro ungarico. Settantacinque  anni dopo avrebbe ripercorso quella strada attraverso suoi scritti portati da un altro scrittore, Božidar Stanišić che, sfuggendo alla ferocia della crisi bosniaca, non si era privato, fra le tante perdite, di quella traccia della sua vita. Nell’impegno a riconoscersi nella nuova terra che il commediante Caso gli aveva offerto Stanišić ebbe a guida anche l’esile indizio del nome di un paese: San Vito al Tagliamento. Là Crnjanski aveva scritto la poesia “Racconto”, mentre si predisponeva a un necessario ritorno, se mai ritorno sarebbe stato possibile. Era il 1918.

Ricordo solo che era
vergine e snella
e che i suoi capelli erano
caldi come seta nera
sul petto nudo.
E che prima della sveglia
l’acacia bianca profumò in noi.
Io triste per caso ricordai,
perché amo serrare gli occhi e tacere.
Quando l’acacia l’anno venturo profumerà
chissà dove sarò.
Nel silenzio ho il presentimento
di non ricordare il suo nome
mai più.  

Crnjanski aveva desiderato, forse amato, una donna snella, capelli neri e profumo d’acacia e l’aveva così rinchiusa nel ruolo di simbolo di vita in uno scenario di morte. Di lei non sappiamo nulla: il suo nome è negato anche al ricordo. Non sappiamo se la sua storia fosse nota o l’avesse nascosta per non lasciarla infangare nello schema della donna che ‘si dà’ al nemico. Nulla. Al poeta è stato offerto il dono della parola che consente alla memoria di farsi presente,  di rinascere, a lei nemmeno questo, vittima dell’anonimato come tanti scomparsi in guerra. Così ha voluto per l’ignota “Lei”, il commediante Caso

21 Novembre 2014Permalink

21 novembre 2014 – Il destino è ironico quando non grottesco.

Il comma 22 è sempre in vigore

Nel 2009 avevo constatata la paradossale grottesca vicenda per cui il voto di fiducia al pacchetto sicurezza aveva imposto una numerazione che trasformava quella degli articoli del progetto di legge in numeri da attribuirsi ai commi di un unico emendamento-articolo (quello appunto su cui si sarebbe espresso il voto di fiducia).
L’articolo precedente la decisione del voto di fiducia portava il numero 45.
Il nuovo articolo si identifica nel punto specifico come comma 22 e voglio ripeterne la formulazione originaria quale pro memoria:
«Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo».
Gli aviatori americani di stanza su un’isoletta del Mediterraneo durante la seconda guerra mondiale cercavano così di difendere la propria vita, ma il cerchio era invalicabile e la vita spesso si perdeva. Il parlamento italiano nel 2009 (ma la situazione attuale è in piena paciosa, irresponsabile continuità) ha inventato un nuovo comma 22 che provo a formulare secondo attualità:
«Chi non dichiara la nascita del proprio figlio distrugge la propria paternità quale registrata per legge  ma a chi ne dichiara la nascita la paternità sarà distrutta per legge».
Praticamente questo è il senso imposto dalla legge 94/2009 con la lettera g, dell’articolo 1 del comma 22 che anche l’ONU ci chiede invano di modificare. Si veda il 7mo rapporto ONU a pag. 47
http://www.gruppocrc.net/7o-Rapporto-CRC-infanzia-e

Come non smontare il neo comma 22
La strada di cui tante volte ho scritto sarebbe la modifica dello specifico articolo del ‘pacchetto sicurezza’. Di recente il senato ha proposto un disegno di legge che porta il n. 1562 (da friulana sottolineo che nessun senatore/trice indigeno/a l’ha firmata). Per conoscerne il testo e l’ottima relazione si veda il mio blog del 24 ottobre scorso

Precedentemente era stata presentata alla Camera la pdl 740.
Avevo cercato un anno fa di promuoverne la calendarizzazione con una petizione pubblicata su change [punto] org che in un anno ha raccolto 673 firme. Poche certamente ma sono state strappate una ad una, con qualche significativo appoggio che ho sempre segnalato nel mio blog, ma le associazioni che contano in una cultura diffusa non hanno voluto assumersi responsabilità che portassero spezzare il muro che riesce ad assumere in sé le funzioni del cemento e della gomma e ostacola la calendarizzazione di entrambe le proposte facendone elemento quasi eroico di difesa nazionale per gli aderenti alla lega nord e il lega-dipendenti

Il nuovo paradosso del comma 22 si chiama 20 novembre

Il 20 novembre l’organizzazione di change mi comunica (nel rispetto delle proprie regole) che la raccolta di firme per la mia petizione si chiude (a meno che io non la rinnovi con una nuova) perché è trascorso un anno dalla presentazione della proposta stessa. Il 20 novembre è la giornata ONU per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. La data è stata scelta perché coincide con l’approvazione della Convenzione che in Italia è legge n. 176 dal 1991 Ne trascrivo l’art. 7, finora condannato irrispettosamente all’inefficacia programmata per una precisa e definita categoria di nuovi nati, costruita a norma del nostro comma 22:
Art. 7 1. Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi. 2. Gli Stati parti vigilano affinché questi diritti siano attuati in conformità con la loro legislazione nazionale e con gli obblighi che sono imposti loro dagli strumenti internazionali applicabili in materia, in particolare nei casi in cui se ciò non fosse fatto, il fanciullo verrebbe a trovarsi apolide.

21 Novembre 2014Permalink

16 novembre 2016 – La memoria che voglio viva di Reyhaneh Jabbari

Una petizione al sindaco di Roma

Ho chiesto a molti amici, usando dell’invio automatico di firmare la petizione che si raggiunge anche da qui
La petizione (che oggi, 16 novembre, è prossima alle 5000 firme) si rivolge al sindaco di Roma e dice:

« Abbiamo appreso dagli organi di stampa l’orrendo destino che le leggi dello Stato islamico dell’Iran hanno riservato a Reyhaneh Jabbari, cittadina iraniana. Subendo un tentativo di stupro, riuscì a liberarsi solo uccidendo il suo aggressore, ma le implacabili e distorte leggi della teocrazia iraniana, invece di difenderla, la hanno uccisa, condannandola a una tragica pena capitale, eseguita…

Abbiamo appreso dagli organi di stampa l’orrendo destino che le leggi dello Stato islamico dell’Iran hanno riservato a Reyhaneh Jabbari, cittadina iraniana. Subendo un tentativo di stupro, riuscì a liberarsi solo uccidendo il suo aggressore, ma le implacabili e distorte leggi della teocrazia iraniana, invece di difenderla, la hanno uccisa, condannandola a una tragica pena capitale, eseguita tramite impiccagione. Dopo la condanna, le venne offerta la possibilità di chiedere perdono al figlio del suo aggressore: costui le sottopose un orrendo ricatto: il suo perdono in cambio di una dichiarazione dove discolpava il morto dall’accusa di stupro! Lei non si piegò al ricatto, e l’infame ebbe “l’onore” di scalciare lo sgabello sotto i piedi della povera donna. Costernati, chiediamo al Comune di Roma di ribadire l’indignazione generale di chiunque abbia appreso la notizia, tramite un’azione nonviolenta che riproponga quotidianamente, allo Stato islamico dell’Iran, l’onta che lo ha ricoperto, e proponiamo quindi che il tratto della Via Nomentana compreso tra la Via di Sant’Agnese e la via Massaua (tratto dove, ai numeri civici 361 e 363, sono gli uffici rispettivamente dell’Ambasciata e del Consolato della Repubblica islamica dell’Iran), venga ridenominato: “Viale Reyhaneh Jabbari / 1988 ca. – 25 ottobre 2014 / Vittima della violenza dello Stato che doveva difenderla”».

Non solo a Roma

Così ho scritto nel messaggio che ho inviato a parecchi amici chiedendo di sostenere la mia povera petizione che ha raggiunto in un anno le 660 firme. Penso che il mio povero risultato sia dovuto al fatto che non chiedo di promuovere rifiuto di una realtà estranea ma solo della cattiva, incompetente coscienza della politica italiana e dell’ipocrita, opportunistica ostentazione di indifferenza della società (in)civile. «Mi sembra che l’intitolazione della strada a una donna ammazzata perché si è trovata a tutelare da sola la sua dignità di persona segni  – se accolta dal sindaco di Roma e dalla sua giunta – la consapevolezza di un ruolo alto delle istituzioni molto più che amministratori garanti di una burocrazia che può ridursi a cieco meccanismo. Abbandonare la memoria che vuole essere viva di Reyhaneh Jabbari significa la derubricazione del reato di violenza sessuale a giochino consuetudinario sostanzialmente tollerato se non guardato con maligna ostentazione di presa di distanza ipocrita. Ho ben chiaro che quando c’è stato in Italia un vero consapevole impegno della società civile a promuovere la legge sulla violenza sessuale le risposte erano di indifferenza e di sostanziale tutela verso i violentatori e i loro complici in nome di una cultura consuetudinaria. Ma allora c’è stata una classe politica che non si è avvilita sui sondaggi ma ha saputo affermare un principio. Quindi vi prego, firmate per intitolare una strada, quella specifica strada, a Reyhaneh Jabbari ma non solo contro l’Iran ma anche perché considerate voi stessi e il sindaco che per primo vi rappresenta strumenti consapevoli per dar voce a chi non ne ha nella difesa dei propri diritti e della propria dignità. Vi prego di sollecitare i rappresentati delle istituzioni italiane ad ogni livello di assicurare la modifica della legge che ostacola l’attribuzione del certificato di nascita ai figli di chi non ha il permesso di soggiorno o almeno di firmare anche la petizione che tante volte ho cercato di promuovere e si raggiunge anche da qui.».

16 Novembre 2014Permalink

13 novembre 2014 – L’intervento del gruppo regionale al Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni

Il Congresso nazionale della Società Italiana di medicina delle Migrazioni si era svolto in primavera e nei documenti conclusivi era presente una raccomandazione importante di cui ho già scritto ma che volentieri ripeto.

Dopo aver premesso «Il minore non è soltanto “oggetto di tutela e assistenza”, ma anche e soprattutto “soggetto di diritto”, e quindi titolare di diritti in prima persona […] In questo quadro, si riconosce l’importanza del riconoscimento della cittadinanza, come diritto ad avere diritti e punto di partenza per ogni possibile percorso di inserimento sociale»

Raccomandava tra l’altro di « approvare una legge che garantisca il diritto alla registrazione anagrafica per tutti i figli indipendentemente dalla situazione giuridico–‐amministrativa dei genitori, senza la necessità di esibire documenti inerenti al soggiorno, in modo da evitare che ci siano “nati invisibili” con conseguenze aberranti di ordine sociale e sanitario »

Ora finalmente sono stati pubblicato integralmente gli atti del Congresso e mi è stata recapitata la relazione integrale del gruppo regionale, con un importante aggiornamento:

Dagli atti del Congresso Nazionale SIMM di Agrigento
Gruppo Immigrazione Salute Friuli Venezia Giulia

Prima dello jus soli   –  GrIS Fvg

Nel 2008 si profilavano concrete iniziative di modifica del testo della legge Bossi Fini, che assemblate sotto il nome di ‘pacchetto sicurezza’ sarebbero diventate legge nell’estate successiva (l.94/2009 – Disposizioni in materia di sicurezza pubblica). Nell’ambito della discussione parlamentare furono presentati emendamenti che prevedevano l’ abrogazione del comma 5 dell’art. 35 del D.L.286/1998 (Testo Unico sull’immigrazione). Era chiaro l’intento di trasformare le strutture sanitarie in centri di identificazione degli immigrati irregolari, che sarebbero stati quindi denunciati per il reato di ingresso e/o soggiorno illegale introdotto dalla stessa legge. Si scatenò una grande mobilitazione: l’Ordine dei Medici della Provincia di Udine, accogliendo l’appello della SIMM, pubblicamente precisò: “Qualora dovessero passare i provvedimenti annunciati dal governo, i medici dovranno rifiutarsi di denunciare i pazienti immigrati irregolari, esercitando l’obiezione di coscienza per non venir meno ai principi etici e deontologici della loro professione” .

La campagna NOI NON SEGNALIAMO costrinse i parlamentari a cancellare quell’emendamento: nonostante l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno irregolare, è infatti rimasto in vigore il dispositivo previsto dal comma 5 dell’art. 35 del TU: “L’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione  all’autorità, …”

Meno forte – e con caratteri di estrema occasionalità – si levò la voce contro la norma che imponeva (con formule di difficile lettura che rendono le leggi testi da decriptare) la presentazione di “documenti inerenti il soggiorno” anche per la richiesta di “atti di stato civile” (legge 94/2009 art. 1, comma 22 lettera g).

Infatti il “pacchetto sicurezza” introduceva, non solo il reato di ingresso e/o soggiorno illegale ma anche l’ obbligo di dimostrare la regolarità del soggiorno ai fini del perfezionamento degli atti di stato civile (matrimonio, registrazione della nascita, riconoscimento del figlio naturale, registrazione della morte), oltre ad altre norme atte a complicare vari adempimenti burocratici ed amministrativi cui devono sottostare gli immigrati anche ai fini dell’accesso ai servizi (con esclusione di sanità, nei termini già precisati dalle norme precedenti, e scuola dell’obbligo).

Il GrIS del Friuli Venezia Giulia nel 2011, si pronunciò contro quella norma, dichiarando esplicitamente che l’esistenza giuridicamente riconosciuta di minori nati in Italia non poteva essere affidata alla labilità di una circolare, ma doveva essere garantita dalla legge: infatti a pochi giorni dall’approvazione del “pacchetto sicurezza” era stata emanata dal Ministero dell’Interno la circolare n. 19 che sostanzialmente consente ciò che la legge nega.

Come scritto nel quinto rapporto del gruppo CRC 2011-2012 al Cap. 3.1 , “l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale previsto dalla Legge 94/2009, con il conseguente obbligo di denuncia da parte dei pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che vengano a conoscenza della situazione di irregolarità di un migrante , comporta il rischio che i genitori presenti in Italia privi di permesso di soggiorno possano non accedere ai pubblici servizi, compresi quelli anagrafici per la registrazione del figlio appena nato. La Circolare del 7 agosto 2009 del Ministero dell’Interno ha cercato di porre rimedio a questa situazione, chiarendo che non è necessario esibire documenti inerenti al soggiorno per attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile). … Si deve comunque sottolineare come la Circolare Ministeriale non sia una fonte primaria del diritto e di conseguenza sia suscettibile di essere modificata o revocata dal potere esecutivo senza bisogno di alcun passaggio parlamentare. Il timore, quindi, di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato…”

Il CRC ha rilanciato la raccomandazione del Comitato ONU sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza perché il Governo italiano si impegni a superare le restrizioni legali e pratiche rispetto al diritto dei minori di origine straniera di essere registrati alla nascita e ha sua volta raccomandato al Parlamento di attuare una riforma legislativa che garantisca il diritto alla registrazione per tutti i minori, indipendentemente dalla situazione amministrativa dei genitori.

Alla Camera dei Deputati è stata ripresentata una proposta di legge (n.740) che, con un solo articolo, cui non necessita copertura finanziaria, ripristinerebbe il diritto ad esistere di ogni bambino: “Modifica dell’art 6 del Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno” presentata il 13 aprile 2013 a prima firma Rosato”.*** Il 26 febbraio di quest’anno una mozione del consiglio regionale del Friuli V.G. ne ha raccomandato l’approvazione. L’eventuale passaggio dallo jus sanguinis, come criterio primario per l’acquisizione della cittadinanza italiana, allo jus soli renderebbe comunque necessaria la correzione della norma del 2009. La cittadinanza (oggi quella dei genitori, domani – nei casi previsti – quella legata al territorio) per essere riconosciuta deve essere da qualche parte trascritta e, se il certificato di nascita non c’è, resta un principio volatile che non può garantire per sé i diritti imprescindibili del nuovo nato.

***AGGIORNAMENTO ottobre 2014: in Senato è stata recentemente presentata una proposta di legge per superare la norma introdotta nel 2009; porta il n. 1562, primo firmatario il senatore Sergio Lo Giudice.

E’ più articolata di quella (n.740) a suo tempo presentata alla camera. Per chi la volesse conoscere (ottima la relazione) segnaliamo tre link,

www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00797393.pdf
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLPRES/797393/index.html
https://diariealtro.it/?p=3401

I precedenti : ; Non voglio dimenticare la bella campagna ‘Non siamo spie’, che precedette l’approvazione in Parlamento del pacchetto sicurezza e che si arricchiva anche di un logo che riporto logo_divietodisegnalazione_400x160_01

Avevo sperato di vederne uno analogo proposto da sindaci e amministratori comunali. Ma non c’è stato

Ricordo anche il lavoro di Chiara Paccagnella (che fa capo sempre al GrIS e che ho pubblicato il 28 settembre 2013)

Infine collego i link per raggiungere i miei pezzi del 3 ottobre e del 6 novembre che si connettono a quanto scritto sopra

13 Novembre 2014Permalink