23 Novembre 2011 – “Una follia negare la cittadinanza”

“Una follia negare la cittadinanza” , così titola la stampa del 22 novembre, facendo riferimento al discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica il 15 novembre  e che è possibile leggere per intero nel sito del Quirinale (si può fare anche da qui).
Così il Presidente esprime la sua consonanza con la legge a iniziativa popolare per cui vengono raccolte le firme nel contesto dell’iniziativa ‘L’Italia sono anch’io’  (per chi fosse interessato ricordo che, oltre che nei  banchetti che vengono promossi in luoghi vari delle città italiane,  è possibile  firmare anche negli uffici elettorali dei comuni).
Sempre da La Stampa apprendo che il senatore Marino ha depositato un disegno  di legge conforme a quello a iniziativa popolare, firmato da 113 senatori, di cui ho trovato notizia nel sito web del senatore che potete raggiungere anche da qui)  

Contrastare la discriminazione  –  Pro memoria.

Sono pienamente convinta che l’attribuzione della cittadinanza ai nuovi nati risolverebbe  (non oso ancora dire risolverà: nella pervasività della cultura della paura e della discriminazione, che la Lega Nord ha saputo abilmente suscitare, l’indicativo mi sembra troppo impegnativo) la maggior parte dei problemi che si oppongono a misure di civiltà relative a precisi diritti fondamentali.
Voglio ricordare la definizione datane dalla Corte Costituzionale che  ha detto come  tali diritti appartengano «ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani», di talché la «condizione giuridica dello straniero non deve essere pertanto considerata – per quanto riguarda la tutela di tali diritti – come causa ammissibile di trattamenti diversificati e peggiorativi»
La Corte si è espressa, riferendosi specificatamente ai matrimoni, con la sentenza n.245 dello scorso mese di luglio  (leggibile da qui) di cui ho scritto nel mio pezzo del 6 agosto.
Dopo che è stata pubblicizzata l’iniziativa de l’Italia sono anch’io alcuni comuni hanno comunicato ai residenti stranieri che compivano 18 anni – e che, diventando maggiorenni, non avrebbero potuto giovarsi del ricongiungimento familiare o di altre forme di tutela riservata ai minori – la possibilità di chiedere la cittadinanza italiana.
Ne ho scritto, ricordando che tale iniziativa è stata condivisa anche dal comune di Udine.
nel mio pezzo del 10 novembre che si può leggere da qui.

Last but not least: figli di sans papier.

Finalmente posso ordinatamente segnalare alcune importanti  iniziative positive.
Resta per me fondamentale la problematica della discriminazione, già al momento della registrazione anagrafica, dei figli di immigrati irregolari.
Ne ho scritto tante volte e, azionando i tag bambini o anagrafe, ne uscirà un materiale forse eccessivo, ma non avevo altro mezzo che scrivere per dire che io non  ci sto.
Ci sono casi in cui al responsabilità personale diventa ineludibile.
A titolo di informazione cito soltanto il mio articolo pubblicato dalla rivista Il Gallo che è leggibile anche da qui.
Fortunatamente della questione si è fatto carico il Gruppo immigrazione e salute – GrIS  del Friuli Venezia Giulia con il comunicato che ancora una volta trascrivo

Il Gruppo Immigrazione e Salute (GrIS) Friuli Venezia Giulia (della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni – SIMM) ha aderito alla campagna ‘L’Italia sono anch’io’ che promuove due proposte di legge a iniziativa popolare relative ai diritti dei migranti.
In particolare il GrIS del FVG ritiene che la proposta di Nuove norme sulla Cittadinanza, riconoscendo ad ogni nuovo nato in Italia il diritto ad esserne cittadino, attengano direttamente ai propri obiettivi di promozione della salute come diritto umano al completo benessere fisico, mentale e sociale, come ribadito, nel maggio di quest’anno, dalle “Raccomandazioni finali dell’XI Congresso della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni”.
Poiché è chiaro che un diritto è tale solo se si declina in termini di uguaglianza, il GrIS del FVG non può non guardare con preoccupazione alla legislazione in vigore che – dal 2009- impone ai migranti irregolari che vogliano registrare la nascita del proprio figlio la presentazione del permesso di soggiorno, documento che – per definizione – non possiedono.
Qui non si tratta di attribuzione di cittadinanza ma di garantire ad ogni bambina e ad ogni bambino sin dalla nascita, un nome e una nazionalità, come vuole la Convenzione di New York del 1989 che in Italia è legge (n.176/1991) evitandone la discriminazione in nome di un cavillo burocratico.
L’assenza di un certificato di nascita comporta gravi conseguenze per la tutela della salute.
Siamo al corrente che è stata precipitosamente emanata dal governo, a pochi giorni dall’approvazione del ‘pacchetto sicurezza’ una circolare interpretativa che apre una procedura che rende possibile la registrazione anagrafica delle nascite. Ma ciò non basta.
La Corte Costituzionale ci ha recentemente ricordato che i diritti inviolabili dell’uomo, di cui leggiamo negli artt. 2 e 3 della Costituzione, appartengono “ai singoli, non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani”. Non possiamo perciò accettare che il diritto alla salute, di cui anche come operatori del settore siamo garanti, e ogni altro diritto inviolabile che appartiene ad ogni essere umano, sia affidato per alcuni bambini alla labilità di una circolare e non a una norma di legge che regoli la nostra convivenza civile.
Chiediamo perciò al Parlamento italiano di modificare con la necessaria urgenza la lettera g) del comma 22 dell’art. 1 della legge 94 del 2009 (cd. pacchetto sicurezza). 

Una risposta

La richiesta conclusiva del comunicato ha trovato una risposta il cui primo segnale è visibile nel sito della camera dei deputati.
Trascrivo:
Atto Camera: 4756 Proposta di legge: LEOLUCA ORLANDO: “Modifica all’articolo 6 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno”.
Per ora un indizio, spero che quanto prima venga pubblicato il testo della proposta.
Ne darò immediatamente notizia.

Sono pienamente consapevole che la circolare interpretativa di cui parla il comunicato (e ampiamente illustrata nell’articolo de Il gallo)  è stata utile strumento per chi, con competenza e onestà, si occupa di assistere gli immigrati nell’espletamento delle procedure che li riguardano ed è stata rispettata dai comuni non inquinati dal flusso dilagante di inciviltà.
Ma, se a un operatore –vuoi dell’ente locale vuoi del mondo associativo- tanto può bastare, non è così per un cittadino che, in quanto tale, non può accettare che motivi di discriminazione dichiarati in legge costringano un neonato a non avere genitori che la legge riconosca e a diventare apolide.
E’ per questo che da tre anni – e sono stati anni di frustrazioni e delusioni cocenti – mi occupo della registrazione anagrafica dei neonati figli di immigrati irregolari.

La peste è contagiosa.

Prima sono venuti a prendere gli zingari,
e noi non abbiamo protestato perché non eravamo zingari;
poi sono venuti a prendere gli ebrei,
e noi non abbiamo protestato perché non eravamo ebrei;
poi sono venuti a prendere i comunisti,
e noi non abbiamo protestato perché non eravamo comunisti;
poi sono venuti a prendere gli omosessuali,
e noi non abbiamo protestato perché non eravamo omosessuali;
infine sono venuti a prendere noi,
e non c’era più nessuno capace di protestare.
Martin Niemöller

23 Novembre 2011Permalink

19 novembre 2011 – Veli e svelamenti

16.11.2011 Giudice intima all’interprete musulmana di togliersi il velo in aula

Comunicato dell’ASGI: “Una lesione del diritto costituzionale alla libertà religiosa”
 
Stando alle notizie pubblicate su diversi quotidiani (si veda ad es. l’articolo comparso sul quotidiano “La Repubblica“, edizione del 15 nov. 2011), nel corso di un’udienza dinanzi alla prima sezione penale di Torino, il 14 ottobre scorso,  un giudice avrebbe intimato all’interprete di lingua araba di togliersi il velo islamico, l’hijab, che questa portava sul capo coprendone i capelli ed il collo lasciando libero interamente il volto oppure, in caso contrario, di lasciare l’aula. Il caso sarebbe stato portato davanti al CSM dal Presidente del Tribunale di Torino, non d’accordo con la decisione del collega. Il magistrato avrebbe giustificato la sua posizione, asserendo la necessità di rispettare il dettato dell’art. 129 del codice di procedura civile che impone a chi interviene o assiste all’udienza di stare a capo scoperto per rispetto nei confronti della Corte.

Ancora dal  comunicato stampa dell’ASGI del 15 novembre

La sezione torinese dell’ASGI esprime il proprio disappunto e sconcerto per la vicenda dell’esclusione dall’aula giudiziaria dell’interprete in lingua araba decisa nel corso di un’udienza tenutasi il 14 ottobre scorso davanti alla prima sezione penale del Tribunale di Torino, in ragione del fatto che la donna indossava lo hijab, il velo tradizionale islamico che copre i capelli ed il collo, lasciando libero il volto.

Sebbene l’art. 129 del c.p.c. preveda che chi interviene o assiste in udienza debba stare a capo scoperto e prassi istituzionale vorrebbe che chi presenzia in udienza stia a capo scoperto a tutela del decoro e del rispetto dell’Autorità Giudiziaria sulla base anche dei poteri di disciplina dell’udienza attribuiti al giudice ai sensi dell’art. 470 c.p.p., l’ASGI ricorda che l’applicazione di tali norme deve trovare il limite del legittimo  rispetto del diritto fondamentale alla libertà religiosa e alla manifestazione del proprio credo religioso di cui all’art. 19 della Cost.  e all’art. 9 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Inoltre, un‘ applicazione assoluta delle norme dei codici di procedura senza le dovute eccezioni per chi ritenga di rimanere  con il capo  coperto in ossequio alla propria fede religiosa (sia essa la suora cattolica, o l’ebreo ortodosso, o il sikh o la donna musulmana) o abbia altre legittime ragioni per farlo (si pensi alla persona sottoposta a chemioterapia) finirebbe per snaturare la stessa ratio della norma, esorbitando dalla sua funzione di assicurare il dovuto rispetto nei confronti della Corte per invece arrecare una lesione alla dignità della persona coinvolta. Inoltre,  l’applicazione generalizzata della norma,  senza possibilità di giustificate esenzioni,  nei confronti di  persone che svolgano  in udienza incarichi professionali tecnici quali quelli di interprete o verbalizzante, costituirebbe anche una forma di  “discriminazione indiretta” nell’esercizio dell’attività lavorativa, vietata dal d.lgs. n. 216/2003 di recepimento della direttiva europea n. 2000/78. Questo in quanto l’applicazione di un criterio apparentemente neutro (il capo scoperto) finirebbe per escludere dall’attività professionale persone appartenenti a minoranze religiose senza che ciò corrisponda ai requisiti di necessità e proporzionalità.

Ho ricopiato la notizia mettendo in chiaro anche una parte che nell’originale è accessibile attraverso link e questo mi ha suscitato altre considerazioni su cui mi propongo di tornare presto.

Non chiamatelo sempre burqa

Per ora torno alle mie storie pubblicate su Ho un sogno e riprese in questo blog sotto il titolo  di ‘donne sotto traccia’ dove anche di velo si parla.
Chi volesse leggere il testo integrale delle tre storie troverà il link agendo sul nome delle tre donne
Faten  “La donna che ho davanti veste come me, non l’ho mai vista velata né con la testa coperta oltre la necessità di difendersi dal freddo. Eppure so che è mussulmana praticante, che ha fatto il pellegrinaggio a La Mecca (uno dei pilastri dell’Islam, cui si è accompagnata al marito) ed è tornata – secondo il titolo che spetta ai pellegrini- ‘agia’”
Nabila “ indossa il velo come la sua mamma e ne parliamo. Chiarisce subito che si tratta di una sua scelta personale, come personale è quella delle due sorelle che non lo indossano. In famiglia questo significativo pluralismo di atteggiamenti è accettato con tranquillità. A nessuna di loro è stato richiesto di giustificare le ragioni della scelta compiuta. Nabila mi spiega che il velo (le copre i capelli e il collo, nulla nasconde del volto) è una protezione della ‘modestia’ suggerita dalla tradizione religiosa islamica.
Vissuta in Marocco –paese islamico quasi al cento per cento- l’identità in cui si riconosce appartiene a quella realtà, senza che ciò la faccia sentire a disagio nell’occidente in cui è immersa”.
Majda  “Porta il velo che non copre il volto, che lei chiama khemar  e che a me ricorda l’hijab. Mi piacerebbe in ogni caso che si smettesse di usare sempre – e per lo più a sproposito – il termine afgano di burqa”.

Forse se provassimo ad ascoltare in libertà (soprattutto dal pregiudizio) arriveremmo da noi alle conclusioni che l’Asgi ci propone ma sostenere in Italia (o almeno in Friuli dove vivo) che l’uso del velo è compatibile con una scelta libera e che non portarlo non è offesa al Corano suscita derisione e ostilità.
Eppure gli  anziani (e soprattutto le anziane) se non usassero la memoria come un’arma per celebrare le proprie virtù e rovesciarle sugli altri come un liquame invasivo dovrebbero ricordare che la connessione fra veli, abiti e religione maggioritaria appartiene anche alla nostra storia.
Ne riparlerò perché voglio testimoniarmi che non omologo la mia memoria al comune cattivo buon senso.

19 Novembre 2011Permalink

12 novembre 2011 – Donne sotto traccia 7

MARY SILVA: QUANDO I NOSTRI FIGLI ERANO CLANDESTINI

Da tempo ci occupiamo su Ho un Sogno della registrazione anagrafica degli atti di stato civile riguardanti gli immigrati senza permesso di soggiorno. Nel 2009 infatti una modifica alla legislazione precedente ha loro imposto di esibire il documento che non possiedono anche per registrare la nascita di un figlio e sposarsi.
Di recente una sentenza della Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità della norma in materia di matrimoni, mentre la possibilità di registrare le nascite resta affidata alla labilità di una circolare e in legge permane un divieto che disonora il nostro paese.
Molte persone, quando abbiamo cercato di passare questa informazione, ci hanno detto ‘non è possibile’.
E ciò che non è possibile non è vero.
Certo impedire a un genitore di dire ‘questo è mio figlio’ sembra una mostruosità incredibile ma la protezione del nuovo nato, su cui la vita si fonda, sarebbe un tabou inviolabile, se non fosse già stato violato. Ad esempio in Svizzera le leggi in vigore in un non troppo lontano passato impedivano ai lavoratori stagionali emigrati di tenere con sé i figli che, solo vivendo nascosti, assicuravano il lavoro dei loro genitori.
A questo punto interviene Mary Silva, una donna che in Svizzera aveva lavorato per cinque anni e ora vorrebbe servirsi della memoria come di una risorsa che consenta di leggere meglio il presente e immaginarne, se possibile, il cambiamento.
“Non solo i figli dei lavoratori stagionali ma anche quelli di chi aveva il permesso annuale –precisa – subivano la clandestinità. Infatti le mogli, se volevano vivere con  il marito, dovevano essere lavoratrici e non potevano quindi accudire a bambini tanto ‘ingombranti’. Per loro non c’era posto. Infatti la politica degli alloggi per emigranti li costringeva in spazi particolarmente ridotti”.
Gli emigrati che in patria avessero nonni disponibili avrebbero visto i figli – pur amorosamente accuditi –solo durante il periodo di ferie (“A questo proposito – ricorda Mary Silva- la distanza rendeva particolarmente pesante la condizione delle donne del sud”).
La divisione delle famiglie ne causava spesso una definitiva disgregazione o almeno situazioni di quotidiana crudeltà. ((La nostra interlocutrice ricorda la mamma che voleva regalare un vestitino al figlio ma dall’ultima visita non poteva sapere quanto era cresciuto!).
Certamente merita di essere ricordata anche la solidarietà che permetteva alla comunità italiana di nascondere i bambini e di proteggerli durante le uscite notturne dall’alloggio che per loro di giorno (quando la visibilità era più rischiosa) era prigione.
Anche la vita dei piccoli che potevano vivere alla luce del sole non era certamente felice.
Pregiudizio e difficoltà linguistiche discriminavano gli scolari italiani costringendoli nelle classi ‘speciali’.
C’era una scuola italiana, riconosciuta nell’ordinamento dello stato, ma aveva poca disponibilità di posti anche nell’era pre-Gelmini.
Mary Silva, che allora guardava questo squallore con gli occhi di una giovane cui l’esperienza non aveva ancora insegnato che i soggetti contrattualmente deboli possano essere perseguitati ovunque proprio in quanto tali, pensava “Da noi non accadrà mai. Siamo diversi dagli Svizzeri”.
Oggi sa che non è così.
La banalità del male ne consente la diffusione ovunque e una ben governata burocrazia costringe alcuni bambini a non esistere anche in Italia.

12 Novembre 2011Permalink

10 novembre 2011 – Notizie buone e pessime.

Una notizia buona.

Ero venuta a sapere che a Udine circolavano frammentate informazioni, senza un coinvolgimento formale dell’istituzione comunale, in merito alla possibilità per i giovani stranieri nati in Italia che compissero 18 anni nel corso dell’anno di chiedere la cittadinanza italiana (art. 4 comma 2 della legge 5 febbraio 1992 n°91).
Le norme sulla cittadinanza stabiliscono infatti che gli stranieri nati in Italia, che vi abbiano risieduto legalmente senza interruzioni fino alla maggiore età, possono diventare cittadini italiani con semplice dichiarazione di volontà da rendere all’ufficiale di stato civile entro un anno dal compimento della maggiore età.
Di qui si può raggiungere il sito che fa capo all’ANCI dove ci sono tutte le informazioni necessarie.
Sembra che anche il comune di Udine abbia finalmente deciso di informare gli interessati.
Non è che Udine sia il centro del mondo ma, poiché è la città dove sono nata e vivo, ci tengo a verificare ciò che vi succede.
Se la notizia è vera cercherò di pubblicare il comunicato stampa che spero il comune vorrà emanare.
E’ un altro frammento di iniziative positive rivolte ai minori: a me resta l’amarezza del silenzio sulla registrazione anagrafica di cui ho scritto tante volte.
Mi dicono che ci sono tanti modi per arrivare a risultati positivi e ciò va ad onore di chi ha studiato questi percorsi e sostiene gli interessati nell’affrontarli ma a me, cittadina italiana, non basta.
Voglio una legge di chiara impronta non razzista e spero che venga sollecitato un intervento della Corte Costituzionale (come è accaduto per i matrimoni – da qui si può raggiungere un mio scritto in proposito) o che qualche parlamentare si renda conto della necessità di presentare una proposta di legge  – come ha chiesto il GrIS -che dia il segno di una presenza di civiltà in questa squallida chiusura di un ciclo di vita della repubblica (ma sarà chiusura?)

Il cambio di governo ci garantirà oltre che sicurezza economica una maggior civiltà?

I punti di domanda si inseguono da un pezzo all’altro e basterà l’articolo he ricopio a spiegarne uno dei tanti perché.

Da repubblica on line
Lega shock: “Grazie a pioggia sgomberati campi rom a Torino”

Il maltempo, dichiara Davide Cavallotto, deputato del Carroccio,è riuscito laddove aveva fallito Fassino: l’evacuazione dell’insediamento  sul lungo Stura. Rosa Callipari, Pd: “Lo ispirano cinismo e razzismo”. L’ira di Fassino: frasi assurde, intanto anche i rom sono rientrati nei loro campi
“Ora che la pioggia è riuscita nell’impresa in cui aveva fallito il sindaco Piero Fassino, ossia lo sgombero del campo nomadi abusivo sul Lungo Stura Lazio, mi auguro che il comune provvederà all’identificazione di tutti gli irregolari che vivevano in quel campo”. Lo dichiara il deputato della Lega Nord Davide Cavallotto. “Se questo non dovesse accadere, e i nomadi dovessero rioccupare abusivamente quell’area – aggiunge in una nota – la responsabilità sarà solo del sindaco. I torinesi vogliono meno salotti radical chic e meno zingari irregolari”.

Seguono alcuni commenti che potrete raggiungere da qui.
Io non commento. Mi limito a un ricordo.

Era il 1996 ed era Presidente della Repubblica l’on. Scalfaro.
I leghisti, se ben ricordo, non brandivano ancora crocifissi da appendere ovunque potessero essere segno di un’aggressiva diversità, si limitavano a scendere il Po con ampolle da versare, fra insulti e gesti impropri, nella laguna di Venezia, ma…
In quegli anni era ancora in vigore la norma che assicurava ai profughi dalla ex Jugoslavia accoglienza in Italia e, agli enti che li ospitavano, una somma giornaliera pro capite.
Fra i profughi c’erano anche Rom e la Lega diffuse la notizia (falsa) che quei contributi venivano erogati indiscriminatamente ai Rom in quanto tali e stampò migliaia e migliaia di cartoline, distribuite ovunque (io ricordo che trovai le prime sul banco della macelleria), indirizzate al Presidente della Repubblica (e quindi esenti da francobollo) con cui il mittente chiedeva di diventare rom per avere la stessa cifra agli ‘zingari’ attribuita.
A me quel mescolamento di bugie e razzismo, ben inseriti nella palude del comune cattivo buon senso, fece orrore e mi preoccupò moltissimo l’indifferenza ad ogni livello.
Andai da sindaci, parlamentari, parroci, avvicinai associazioni … tutto inutilmente e ricordo ancora il sentimento misto di preoccupazione, rabbia e frustrazione che ne trassi e che oggi si rinnova e non solo a causa dell’agire delle forze politiche che per anni abbiamo detto di maggioranza e che spero, senza fiducia, di poter presto non considerare più tali.
E chi le sostituisse nel ruolo sarà in grado di farlo con dignità?

10 Novembre 2011Permalink

30 ottobre 2011 – Un commento per il 15 marzo.

Ho appena ricevuto un commento a un mio vecchio articolo.

I commenti vengono segnalati per posta perché chi è responsabile del blog possa accettarli o rifiutarli.
Ne ho cancellati parecchi perché proponevano una qualche pubblicità
Questo l’ho mantenuto e ho risposto ma, data la lontananza di quel testo –nel tempo e nello spazio del blog- riporto commento e risposta:

Scrive Draw Lotteryc.
“
Non daranno mai l’assicurazione della cittadinanza italiana a chi nasce in Italia!”

Ecco la mia risposta:

Può essere che in Italia il passaggio dallo jus sanguinis allo jus loci, come fondamento al diritto di cittadinanza, venga negato anche in future decisioni parlamentari.
Il ‘mai’ è forse un po’ drastico, ma lasciamolo come nefasta ipotesi.
Solo che non vedo come possa collegarsi a questo articolo in cui non si parla di cittadinanza ma solo di certificato di nascita su cui risulterebbe la cittadinanza dei genitori, evitando al nuovo nato la condizione di apolide e riconoscendogli il diritto ad essere figlio della sua mamma e del suo papà.
Tale procedura era in vigore fino al 2009 quando la legge 94 l’ha modificata

 Grazie comunque del commento
(segue la firma) 

Dato che il commento è telegrafico tento di interpretarlo.

  1. L’autore –o autrice che sia- prevede, a prescindere dal contenuto dell’articolo, che la legislazione italiana non avrà mai una norma che preveda il riconoscimento della cittadinanza a chi – aggiungo – non sia figlio di italiani.
    Credo di aver correttamente mitigato l’assolutezza di quel ‘nasce in Italia’.
  2. L’autore –o autrice che sia- esprime, a prescindere dal contenuto dell’articolo, il suo rammarico per ciò che prevede non avvenga.
  3. L’autore –o autrice che sia- esprime, a prescindere dal contenuto dell’articolo, la sua condivisione della prevista negazione della cittadinanza.

Quale che sia l’intenzione di chi ha firmato il commento lo segnalo a coloro che in questo momento pubblicizzano la proposta di legge ‘Nuove norme sulla cittadinanza’. E’ necessario si documentino bene e chiariscano che la registrazione anagrafica non comporta il riconoscimento della cittadinanza italiana.
Ho constatato che molti ne sono convinti.

30 Ottobre 2011Permalink

27 ottobre 2011 – Decima giornata del Dialogo cristiano islamico

Oggi si celebra la X ma giornata del Dialogo cristiano islamico. 

Chi vorrà leggere il testo dell’appello che l’ha promossa (e la relativa documentazione) potrà farlo da molti siti (perché molte sono le adesioni all’iniziativa).
Qui segnalo il sito www.ildialogo.org, in particolare alla voce http://www.ildialogo.org/cristianoislamico/Cstampa_1308129442.htm.

Per quel che mi riguarda ricordo bene i giorni della prima manifestazione la cui idea nacque in seguito all’attentato alle torri gemelle e qualcuno capì la necessità dell’incontro, della conoscenza che distingue, libera dal pregiudizio e capace di sostenere il rifiuto della guerra.

In memoria di quei giorni riporto un articolo di Filippo Gentiloni che mi sembra ancora perfettamente attuale. 

Da Il Manifesto del 18 Novembre 2001

Non è da ieri che ci occupiamo di islam, ma non c’è dubbio che negli ultimi due mesi il discorso si è moltiplicato. Forse anche approfondito. Discorso-confronto: il divino direttamente interessato, anche se si continua a ripetere che la guerra in atto non è né di religione né di civiltà. Sarà vero? Se ne può dubitare.
Un dibattito-confronto confuso e contraddittorio: per lo meno ha – può avere – il vantaggio di farci conoscere un po’ meglio il mondo islamico, un mondo per molti di noi piuttosto misterioso. Abbiamo difficoltà, prima di tutto, a riconoscerne il pluralismo, anche mentre continuiamo a ripetere che le frange più radicali, tipo talebani, non rappresentano né la totalità e neppure la maggioranza del mondo islamico. E’ quella frangia, comunque, che fa talmente parlare di sé da oscurare l’enorme maggioranza moderata.
Abbiamo anche difficoltà nel confronto. Oscilliamo fra le condanne e le sottovalutazioni (per le quali molti si sono autorevolmente distinti, da Berlusconi a Oriana Fallaci a Baget Bozzo) e le facili omologazioni, sulla base, magari, del monoteismo comune all’islam come al cristianesimo e all’ebraismo. Un comune monoteismo che però sembra piuttosto ininfluente agli effetti della pace. Come piuttosto ininfluenti sembrano quelle citazioni della Bibbia e del Corano che si moltiplicano, da una parte e dall’altra mentre si continua a sparare. Sui sacri testi secoli di storia hanno sparso tanta di quella polvere – anche da sparo – da renderne ardua la lettura.
Sarebbe meglio evitare sia i confronti sulla base di voti di merito sia le omologazioni. Così stanno cercando di operare non poche istituzioni, sollecitando un confronto che eviti i due scogli. Fra le dichiarazioni recenti, mi sembra particolarmente significativa quella sottoscritta da Gianni Long, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FceiI) e da Nour Mohamed Dachan, presidente della Unione delle Comunità e Organizzazioni islamiche in Italia (Ucooii).
La “Dichiarazione Congiunta per il dialogo interreligioso” si apre con una decisa condanna del terrorismo e prosegue con la preoccupazione “per l’andamento dell’azione militare in Afghanistan che sempre più spesso colpisce civili innocenti, mentre fatica a individuare e colpire le basi del terrorismo”. Angoscia anche “per l’attentato condotto in Pakistan il 28 ottobre contro una chiesa in cui erano raccolti in preghiera credenti cattolici ed evangelici”. Forte preoccupazione anche per la gravità della situazione in Medio Oriente. Nonché “per il clima più teso che avvertiamo anche nel nostro paese”.
“Per questo vogliamo impegnarci, insieme ad altre espressioni delle comunità cristiana ed islamica in Italia, a promuovere quella reciproca conoscenza che è premessa del dialogo e fondamento della convivenza”. In questa linea di serietà e di libertà, moltiplicare le occasioni di incontro: “Sollecitiamo i mezzi di informazione di massa a dare un’informazione più completa ed equilibrata del mondo delle fedi, non ignorando quindi le comunità di minoranza e non limitandosi a dare visibilità soltanto alle componenti più radicali; auspichiamo che la scuola si apra alla presenza di esponenti delle diverse comunità di fede e che proprio la scuola possa qualificarsi come un laboratorio di convivenza e di pluralismo nel rispetto della fede di ciascuna e delle regole di convivenza di tutti”.
Sulla stessa linea un appello ecumenico corredato di molte firme autorevoli, chiede la creazione di una “Giornata del dialogo cristiano-islamico”, ben sapendo che non sarebbe risolutiva, ma che si “tratterebbe di un piccolo segnale nella direzione di un incontro che, in ogni caso, sta nella forza delle cose”. Siamo chiamati “ad accelerare il processo di reciproca conoscenza senza il quale ci sembra difficile ipotizzare passi avanti sul piano delle relazioni interreligiose, in particolare con quei musulmani che sono da tempo nostri compagni di strada sul cammino della costruzione di una società pluralista, accogliente, rispettosa dei diritti umani e dei valori democratici”

L’Islam in Italia tra fondamentalismo e islamofobia

 Ma non voglio dimenticare l’oggi e, fra le tante iniziative conseguenti la diffusione dell’appello per il dialogo cristiano-islamico, segnalo quella promossa il 21/22 ottobre 2011 dalla rivista Confronti  “L’Islam in Italia tra fondamentalismo e islamofobia”.
Lo faccio in particolare perché il convegno si è svolto presso la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, sperando che questo evento contribuisca anche ad  indicare i modi di una miglior informazione.

27 Ottobre 2011Permalink

25 ottobre 2011 – Segni dei tempi

Riprendo il tema che apriva il mio post di ieri (che si può rileggere da qui)    

Il GrIS è la prima associazione friulana che reagisce positivamente al richiamo della problematica dei diritti civili per i neonati, figli di immigrati irregolari.
In Friuli, pur cercando di diffondere questa informazione con tutti i mezzi che avevo a disposizione, in particolare con il piccolo mensile udinese Ho un sogno, avevo finora ottenuto solo qualche interesse individuale (e comunque non di persona appartenente a istituzioni, non di appartenenti a chiese cristiane o altre organizzazioni religiose).
Fuori di qui c’è stato interesse da parte di un’organizzazione milanese (Notam) che ha reso possibile la pubblicazione di cui ho scritto il 15 marzo scorso, dell’associazione Amisdrada (Roma) e da parte della rivista Confronti (Roma) che ha pubblicato una notizia qualche mese fa.    

Quando mi sono resa conto del disinteresse totale delle istituzioni, non per le mie segnalazioni ma per il problema, ho provato un’angoscia profonda.
Mi turba in particolare il silenzio dei sindaci che vengono indicati come democratici che si sono dimostrati incapaci, anche attraverso gli organismi che li rappresentano (penso in particolare all’ANCI), di rivendicare la loro funzione di responsabili di un territorio, il che significa in primo luogo il dovere di assicurare l’evidenza della popolazione che su quel territorio vive.
Naturalmente i sindaci leghisti sono stati invece attivissimi nel diffondere le oscenità persecutorie che sono loro proprie.
Il 4 ottobre ho raccontato dell’incivile disobbedienza proclamta dal sindaco – senatore Mazzatorta. ma già nel 2009 avevo ricordato il Natale per soli bianchi, proclamato dal sindaco di Coccaglio, e la caccia all’uomo (ovviamente migrante) indetta dal sindaco di San Martino dall’Argine. Chi poi facesse ricorso al tag ‘istituzioni local regionali’ troverà altri esempi sparsi nel mio blog.
Sorvolo sulle leggi regionali del Friuli Venezia Giulia, reiteratamente respinte dalla consulta.    

Purtroppo il silenzio dei sindaci è facilitato, se non promosso, dalle associazioni di settore, che -pur se capaci talvolta di esercitare attività di nobile livello- sono dal tutto indifferenti alle istituzioni, alla promozione di norme che regolino la vita di tutti noi. La sola cosa che interessa alla associazioni che si occupano di migranti (e in molti casi,ma qui il mio giudizio è meno pessimistico, di emarginati in genere) è il proprio riconoscimento, corroborato da finanziamenti. Poiché l’esperienza mi ha reso sospettosa non posso non pensare al voto di scambio.    

E mi turbano ancora parole e silenzi della gerarchia cattolica, cui corrisponde l’ossequio irresponsabile di molti.
Per dire di questo problema ho la fortuna di non dover usare parole mie.    

Dalla newsletter Notam n.382
Riprendo un articolo che ho scannerizzato dalla newsletter Notam (chi volesse riceverla può mandare il proprio indirizzo elettronico a info@notam.it).
E’ un testo che affronta il problema di silenzi che turbano e di parole improprie ben oltre – e senza citarlo – il tema della registrazione anagrafica ma che, secondo la mia opinione, ricomprende egregiamente  i fondamenti di questo, come di altri diritti non negoziabili   

PRINCIPI NON NEGOZIABILI  Ugo Basso 
Credo che l’espressione sia stata coniata dal cardinale Camillo Ruini, allora per nomina di Giovanni Paolo II presidente dei vescovi italiani, per indicare, con rigore etico, principi appunto non discutibili che avrebbero dovuto essere difesi in qualunque circostanza dai cattolici e in primo luogo dai parlamentari cattolici. I due fondamentali sono la difesa della vita dal concepimento alla fine naturale e la famiglia fondata sul matrimonio, bandiere quindi del coinvolgimento del cattolicesimo nella vita civile del paese.
Tristissimo argomento. Tristissimo innanzitutto per l’espressione: credo che ogni persona che conduca, o intenda condurre, una vita etica abbia dei principi sostenuti con intransigenza, ma una dichiarazione così altisonante e pronunciata da una cattedra che si pone altissima è una dichiarazione contro il dialogo: chi, non condividendo i principi sottoposti a non negoziabilità, si sente opporre una tale affermazione può solo riconoscere di non aver nulla da dire, di non avere spazio di dialogo.
Dunque un’espressione che si pone nello spirito anticonciliare che ha preso il sopravvento nel magistero, visto che il Vaticano secondo, proprio al contrario, invita a praticare lo stile di Gesù, che a nessuno chiude la porta.
E basterebbe questo per cassare l’espressione. Ma purtroppo temo ci sia di peggio.
Infatti i due principi dichiarati non negoziabili riguardano temi complessi e delicati, su cui credo nessuno abbia una parola definitiva, ma proprio nessuno e neppure la scrittura offre risposte chiare e immutabili nel tempo: il cristiano deve appellarsi sempre alla tutela dell’uomo, ma sono argomenti su cui è probabilmente impossibile stabilire in modo inequivoco e definitivo che cosa comporti perché le stesse conoscenze si evolvono presentando situazioni originali e imprevedibili che impongono di ripensare gli stessi parametri di giudizio. La via può solo essere la ricerca insieme agli uomini di buona volontà per operare al meglio, per individuare nelle vie della scienza quello che umanizza e non disumanizza, nell’ambito della coscienza prima che della legge, per dare all’uomo sempre maggiore serenità e una più accettabile qualità di vita a tutte le condizioni, età, appartenenze.
La pretesa immutabilità di principi in questi campi allora non scende da rigore etico, che necessariamente sta a monte, ma dall’esigenza di discriminare in ambito politico: chi li sottoscrive è con la chiesa, chi no è fuori. Guardando lo scenario che abbiamo davanti agli occhi ormai da diversi anni, diciamo con amarezza che chi cerca, si impegna a trovare soluzioni a problemi dolorosi e inquietanti, con la consapevolezza di sbagliare, è additato come non in linea: chi sottoscrive, sottoscrivendo quindi l’idea di una chiesa che pretende norme nell’indifferenza delle coscienze, è da sostenere. E le coincidenze politiche sono pure evidenti, posto che non siano le motivazioni di queste affermazioni, del tutto indipendentemente dalle scelte di vita di che le sostiene in parlamento, relegate a fatti personali.
Cerchiamo di usare il discernimento, dono dello Spirito, per capire e distinguere: i principi etici affermati dall’evangelo sono la fraternità, la dignità, la sobrietà, la laicità, l’impegno a non mentire e a fare giustizia, alla tutela della vita, sì alla vita di tutti, dei malati che non possono curarsi, dei bambini che non possono nutrirsi, dei condannati. L’assiduità alla preghiera mantiene all’erta nel distinguere i falsi profeti che si annidano forse anche in noi, a non abbassare mai la guardia nel riconoscere l’autentico dal corrotto, nonostante gli allettamenti e i successi.
Ancora in questi giorni i cattolici del Pdl ribadiscono come segno di identità i principi non negoziabili: chissà se i movimenti cattolici che stanno cercando un’intesa nella speranza di un nuovo corso alla politica del paese si riconoscono in principi più evangelici?    

Ringraziando l’autore che mi ha concesso di condividere e far condividere le sue riflessioni, propongo la citazione di un testo che per me costituiva – e per quanto difficile sia voglio continui a costituire, una speranza. 

Segni dei tempi

Il concilio Vaticano II ha sostenuto le speranze di molti di noi, speranze in un rinnovamento della chiesa cattolica e nella capacità di essere autenticamente laici responsabili, in particolare nell’agire e nel pensare sociale e politico, senza doverci ridurre a passivi  clericodipendenti.
Certamente questo non era l’unico, ma uno dei tanti temi del concilio e si ritrova soprattutto nella Costituzioen Gaudium et Spes.
Per chi volesse far riferimento diretto al testo lo collego con un link (chi non è abituato al linguaggio formale della chiesa non se ne spaventi!) e,  in ogni caso, mi concedo la trascrizione di una breve citazione   

“Nessuna ambizione terrena spinge la Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l’opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito .
LA CONDIZIONE DELL’UOMO NEL MONDO CONTEMPORANEO  – 4. Speranze e angosce.
Per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente
e sulle loro relazioni reciproche”.   

 
25 Ottobre 2011Permalink

24 ottobre 2011 – Anagrafe e cittadinanza – Un intervento importante

GrIS e bambini irregolari

Ricevo e riporto integralmente.  Per conoscere il GrIS andare a Simmweb e procedere secondo le indicazioni  

  

      GrIS Fvg     s.i.m.m.         

      Gruppo Immigrazione Salute Friuli Venezia Giulia            

     Società Italiana di Medicina delle Migrazioni    

  “anagrafe e cittadinanza: bambini irregolari ? “   

Il Gruppo Immigrazione e Salute (GrIS) Friuli Venezia Giulia (della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni – SIMM) ha aderito alla campagna ‘L’Italia sono anch’io’ che promuove due proposte di legge a iniziativa popolare relative ai diritti dei migranti.
In particolare il GrIS del FVG ritiene che le proposte di Nuove norme sulla Cittadinanza, riconoscendo ad ogni nuovo nato in Italia il diritto ad esserne cittadino, attengano direttamente ai propri obiettivi di promozione della salute come diritto umano al completo benessere fisico, mentale e sociale, come ribadito, nel maggio di quest’anno, dalle ” Raccomandazioni finali dell’XI Congresso della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni “
Poiché è chiaro che un diritto è tale solo se si declina in termini di uguaglianza, il GrIS del FVG non può non guardare con preoccupazione alla legislazione in vigore che – dal 2009- impone ai migranti irregolari che vogliano registrare la nascita del proprio figlio la presentazione del permesso di soggiorno, documento che – per definizione – non possiedono.
Qui non si tratta di attribuzione di cittadinanza ma di garantire ad ogni bambina e ad ogni bambino sin dalla nascita, un nome e una nazionalità, come vuole la Convenzione di New York del 1989 che in Italia è legge (n.176/1991) evitandone la discriminazione in nome di un cavillo burocratico.  

L’assenza di un certificato di nascita comporta gravi conseguenze per la tutela della salute.  

Siamo al corrente che è stata precipitosamente emanata dal governo, a pochi giorni dall’approvazione del ‘pacchetto sicurezza’ una circolare interpretativa che apre una procedura che rende possibile la registrazione anagrafica delle nascite.
Ma ciò non basta.
La Corte Costituzionale ci ha recentemente ricordato che i diritti inviolabili dell’uomo, di cui leggiamo negli artt. 2 e 3 della Costituzione, appartengono “ai singoli, non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani”.
Non possiamo perciò accettare che il diritto alla salute, di cui anche come operatori del settore siamo garanti, e ogni altro diritto inviolabile che appartiene ad ogni essere umano, sia affidato per alcuni bambini alla labilità di una circolare e non a una norma di legge che regoli la nostra convivenza civile.
Chiediamo perciò al Parlamento italiano di modificare con la necessaria urgenza la lettera g) del comma 22 dell’art. 1 della legge 94/2009 (cd. pacchetto sicurezza).  

LA SALÛT E JE DI DUCJ
ZDRAVJE JE ZA VSIH
GESUNDHEIT IST FUER ALLE
ZDRAVLJE SVIMA
SHENDETI ESHTE PER TE GJITHE
SANATATEA ESTE A TUTUROR
GOOD HEALTH FOR ALL
LA SANTÉ POUR TOUS
LA SALUD ES PARA TODOS

Il GrIS è la prima associazione friulana che reagisce positivamente al richiamo della problematica dei diritti civili per i neonati, figli di immigrati irregolari.

A questo punto vorrei fare un breve bilancio dalle situazioni che ho conosciuto negli ultimi tre anni, ma attendo il consenso alla presentazione  di un documento che condivido completamente, ma non è mio.
Appena avrò un sì o un no alla pubblicazione riprenderò il discorso

Ritorno al mio blog del 21 ottobre – La morte di Gheddafi

Ritorno al 21 ottobre con un  link a un articolo di Caracciolo che introduce elementi di estremo interesse per collocare nel complicato scacchiere medio orientale la vicenda libica e segnatamente la morte (esecuzione?) di Gheddafi.

Ecco da Repubblica del 22 ottobre Islamismo e petrolio

L’ ESECUZIONE d i Gheddafi sarà forse l’ inizio della fine della rivoluzione libica. Forse. Di certo è una tappa importante della controrivoluzione geopolitica pilotata dalle petromonarchie del Golfo e dagli islamisti. Ossia dagli esclusi della prima ondata insurrezionale che dal 17 dicembre 2010 ha scosso il Nordafrica, a partire dalla Tunisia e dall’ Egitto. Sisma percepito con terrore dall’ Arabia Saudita e dai suoi satelliti nel Golfo. Regimi assolutisti che sposano il pubblico purismo islamico (di rado praticato in privato) al vincolo strategico con l’ America, fondato sullo scambio fra energia araba e asset militari a stelle e strisce rivolti contro l’ arcinemico comune: l’ Iran. Dopo il panico, la prima profilassi sotto specie di pioggia di dollari: quasi duecento miliardi elargiti pronta cassa dal re saudita ai suoi grati sudditi, varie decine dagli emiri del Golfo. Ma due eventi chiave marcano quasi contemporaneamente l’ avvio della controrivoluzione: l’ invasione saudita del Bahrein e la guerra per rovesciare Gheddafi, erratico nemico di Riyad e di quasi tutti i regimi arabi, oltre che degli islamisti. Il 12 febbraio le truppe saudite entrano a bandiere spiegate nel Bahrein in rivolta, nel timore che cada in mani iraniane. Buon esempio di “aiuto fraterno” che in tempi e contesti diversi avrebbe suscitato almeno la riprovazione delle nostre democrazie. Nulla di ciò. Anzi, sospiri di sollievo a Washington come a Londra, a Pechino come a Berlino, a Tokyo come a Parigi. Insomma ovunque si teme che la primavera araba possa estendersi ai custodi del più strategico tesoro energetico – le monarchie arabe del Golfo – tralignando in inverno globale. Proprio in quei giorni maturava in Cirenaica la rivolta contro Gheddafi. Dove l’ insofferenza popolare per l’ oppressione del duce libico affrettava il tentativo di colpo di Stato di alcuni ex fedelissimi del colonnello, supportati dall’ intelligencee da forze speciali francesi e britanniche. Scarsa attenzione si dedicava alla contingenza che le prime armi fossero state distribuite ai ribelli da un commando islamista che aveva assaltato la caserma di Derna. Meno ancora al fatto che l’ organo principe della disinformazione rivoluzionaria si confermava Al Jazeera, canale satellitare qatarino controllato dal più autocratico fra i petromonarchi, l’ emiro al-Thani. Un dittatore che vuole esportare la democrazia, sia pure molto lontano da casa sua – meglio, per tenercela lontana: un paradigma da segnalare nei futuri manuali di politologia. Quasi inosservata passerà poi la recente notizia delle dimissioni del direttore di Al Jazeera, smascherato da WikiLeaks come agente della Cia e prontamente sostituito da un cugino dell’ emiro. Inoltre, solo nella liberazione di Tripoli verrà pienamente in luce il ruolo decisivo delle brigate islamiste nella liquidazione del regime, ben più robuste delle raccogliticce milizie del Consiglio nazionale di transizione, referente dei francoinglesi e della Nato nella guerra contro Gheddafi. Le brigate islamiste erano e restano guidate da un jihadista doc come Abdel Hakim Belhaj. A ispirarle è lo sceicco Ali al-Salabi, esponente dei Fratelli musulmani, il quale ha chiesto e probabilmente otterrà le dimissioni del “primo ministro” del Cnt, Mahmud Jibril, e degli altri “secolaristi”. Di qui le persistenti rivalità fra i rivoluzionari libici, che si contendono armi in pugno quote di potere e di territorio. In attesa di stabilire chi sortirà vincitore dalla partita fra gli eversori del gheddafismo – temiamo ci vorrà del tempo e del sangue – questi e molti altri elementi inducono a stabilire che la rivoluzione libica segni insieme la fine di un’ odiosa tirannia e un passaggio rilevante nella controrivoluzione guidata dalle petromonarchie del Golfo. Una reazione ambiguamente assecondata dagli Stati Uniti, da altre potenze occidentali e non solo, accomunate ai sauditi nell’ interesse a scongiurare la destabilizzazione della Penisola arabica. Evento in sé catastrofico, che nella crisi economica attuale assumerebbe riflessi apocalittici. La sincronia fra invasione saudita del Bahrein e rivolta in Libia non è dunque meramente temporale, ma geopolitica. Si consideri solo che da questo doppio evento sono scaturite, fra le altre, queste conseguenze: a) il rapido declino delle istanze laiche e progressiste nelle piazze arabe e nordafricane, in parallelo all’ emergere di vari gruppi islamisti, dagli scaltri Fratelli Musulmani agli estremisti salafiti, spesso d’ intesa con gli autocrati sunniti del Golfo, Qatar in testa; b) il parallelo riaffermarsi delle Forze armate come centro del potere egiziano, non scalfibile dalle formazioni politiche emergenti; c) la rinuncia, almeno finora, a qualsiasi intervento occidentale o arabo in Siria – dove alAssad massacra a man salva gli oppositori – per timore che il prossimo regime si riveli più pericoloso dell’ attuale; d) il riesplodere degli istinti antisraeliani e antisemiti al Cairo e altrove; e) la parossistica tensione fra Arabia Saudita e Iran, dopo il presunto tentativo iraniano di assassinare l’ ambasciatore saudita a Washington. Il rischio di una guerra preventiva di Gerusalemme contro Teheran ne risulta accentuato. È presto per trarre un bilancio delle manovre in corso lungo la nostra periferia meridionale. Non è tardi per provare a interpretarle a partire non dai nostri desideri o dalle nostre edificanti semplificazioni, ma dalle ragioni e dagli interessi dei protagonisti, per quanto esoterici o esecrandi possano apparirci. Anche per evitare di caderne vittime.
– LUCIO CARACCIOLO

 

24 Ottobre 2011Permalink

21 ottobre 2011 – Rileggendo diariealtro

La morte di Gheddafi
Le immagini atroci dell’uomo rifugiato in un scarico fognario, preso e, vivo o morto che fosse, calpestato e trascinato a terra assumono, per me, un forte valore simbolico.
Per quanti amici di Gheddafi, che ora probabilmente si sentiranno rassicurati dalla scomparsa del colonello che forse conosceva anche loro non confessabili segreti, quel buco fetido sarebbe, almeno simbolicamente, un adatto rifugio?
Un ex ambasciatore – ora rispettato editorialista- oggi ha scritto su Il Corriere della sera un articolo con un passaggio molto interessante. Quando il colonnello prese il potere: “l’identità nazionale libica era molto più labile delle identità nazionali dell’Egitto, del Marocco, dell’Algeria e della Tunisia. <…>La Libia era una creazione artificiale del colonialismo italiano, uno Stato composto da due territori (la Tripolitania e la Cirenaica) che avevano avuto storie diverse, popolato da tribù che avevano interessi contrastanti, abitato da circa due milioni di persone (tanti erano i libici quando Gheddafi conquistò il potere), sparse su un enorme territorio prevalentemente desertico”.
Una identità artificiale, nata dalla decadenza dell’impero ottomano, costruita contro qualcuno … a me viene in mente la Padania con tutti i nefasti ‘contro’ via via esibiti: meridionali, zingari, stranieri …
Costruire contro è facile. Aiuta a non guardare se stessi, a imprecare o piatire, secondo i gusti, a non costruire nulla e, quando ciò torna utile, a distruggere.
E non si distruggono solo cose ma anche i riferimenti di civiltà faticosamente definiti.
Comunque chi volesse, al di là delle mie elucubrazioni, leggere l’intero articolo di Sergio Romano, può farlo anche da qui.

Il ritorno di Shalit–
Quando ho saputo del rientro a seguito di trattativa del soldato Shalit, prigioniero da cinque anni di Hamas a Gaza, mi sono detta che – al di là della gioia per quel ragazzo e per i più di mille palestinesi che tornano a casa- Netanyahu aveva trovato il mezzo – opportunistico e cinico, al di là dell’umanitaria copertura – per umiliare al Fatah e renderlo poco credibile davanti all’occidente e agli stessi palestinesi, dopo che Abu Mazen era riuscito a portare, sia pur per ora senza successo, la questione palestinese alle Nazioni Unite.
Quando ho letto su Repubblica del 19 ottobre un articolo di Lucio Caracciolo intitolato “Lo sconfitto è Abu Mazen” mi sono sentita molto confortata nella mia opinione.
L’articolo è molto circostanziato, merita di essere letto e potete farlo anche da qui.
Però ho poi trovato su Il Manifesto del 20 0ttobre, un articolo di Zwi Schuldiner, un anziano professore universitario e giornalista israeliano che stimo molto.
Scrive problematicamente Schuldiner: “Netanyahu si è aggiudicato una vittoria di cui aveva un gran bisogno dentro il paese, in quanto essa farà dimenticare – almeno per un po’ – le proteste sociali e la paralisi dei negoziati con i palestinesi. I pessimisti temono che l’improvvisa popolarità del premier gli consentirà di sferrare un attacco militare all’Iran e questo – un progetto demenziale che metterebbe a rischio il futuro stesso di Israele – sarebbe possibile con il via libera Usa.
Però è possibile anche una versione più ottimista. In Israele si sta levando qualche voce a sostegno della logica dell’accordo che ha portato alla liberazione di Shalit: volente o nolente Netanyahu ha negoziato, sia pure in forma indiretta, con Hamas ed è arrivato il tempo di capire che il movimento islamico può essere un partner per negoziati più generali”.
Lascio anche il testo dell’articolo di Schuldiner alla lettura di chi fosse interessato.

21 Ottobre 2011Permalink

20 ottobre 2011: Donne sotto traccia 6

MAJDA: COSTRUIRE RELAZIONI.

Il colloquio con Majda (proveniente dal Marocco e ormai cittadina italiana, mediatrice culturale e di comunità) che avevamo iniziato in settembre è approdato fatalmente alla condizione delle donne.
Ci riferiamo in particolare a quelle che arrivano tramite i ricongiungimenti familiari.
Per loro vale in particolare ciò che Majda ci ha confermato a proposito di un’immigrazione che in Italia non attrae emigranti laureati o con un alto livello di scolarizzazione ma spesso (soprattutto fra coloro che vengono dall’Africa subsahariana) persone non scolarizzate, anche totalmente analfabete. Braccia per pesantissimi lavori controllati dal ‘capolarato’ (si pensi alla raccolta dei pomodori) se uomini, se donne invece si trovano chiuse in una vita familiare dai cui ristretti legami non possono uscire, sole, disorientate e impaurite come sono. Persino il mondo dei consumi  – che in tanti considerano centrale nella nostra organizzazione sociale ed economica – è luogo di isolamento e paura.
Al supermercato devono andare con il marito perché non sono in grado di scegliere merce loro ignota, a volte neppure di leggere le indicazioni che vi si trovano scritte accanto e può capitare che quando si trovano a camminare senza aiuto fra gli scaffali escano dal negozio senza comperare nulla.
E il loro isolamento  compromette le relazioni che la vita familiare loro impone.
Difficilmente possono frequentare corsi di lingua italiana, non sono evidentemente in grado di leggere né di firmare le note e gli avvisi che vengono dalla scuola frequentata dai figli e non si recano ai colloqui con gli insegnanti perché non li capiscono e non sono capite. Anche nelle nostre scuole l’altrui scolarizzazione è data per scontata, senza verifiche. Il risultato è il luogo comune che le vuole disinteressate allo studio dei figli e che spesso penalizza le famiglie migranti con una tanto sommaria quanto crudele valutazione di inadeguatezza.
Alla solitudine delle madri fa seguito quella dei figli costretti, ancor piccoli, a destreggiarsi fra due mondi fra loro estranei. Majda mi dice del  silenzio con cui spesso si difendono bambini appena arrivati e mi racconta del radicale rifiuto alla parola di due piccoli che, pur conoscendo l’italiano, per tre anni lo hanno parlato solo fra loro e con la mediatrice, negandosi a ogni altro contatto linguistico.
Ci vorrebbe una attività intensa di mediazione a scuola ma … e qui è inutile continuare: basterebbe sfogliare la nostra stampa per costruire un’antologia di nocivi luoghi comuni che spesso  bloccano ogni ragionevole possibilità di relazione.
Apriamo anche la pagina assai problematica, e di cui abbiamo più volte scritto su Ho un Sogno, del disagio delle seconde generazioni.
E infine mi permetto una domanda: ‘Potrebbe essere d’aiuto il consultorio familiare?’
Potrebbe, conferma Majda, se improvvide scelte organizzative non ne avessero ristretto il funzionamento a problematiche strettamente sanitarie, coartando anche operatori consapevoli e capaci.
Chi scrive appartiene a una generazione che per la costruzione di efficaci servizi consultoriali si era molto spesa: il fallimento del nostro lavoro di allora è assicurato dal trionfo di troppi, influenti  pregiudizi e di scelte politiche conseguenti.

20 Ottobre 2011Permalink