31 luglio 2011 – Le ragioni di un turbamento

Chi legge questi diari sa – e comunque ne sono ben consapevole io che li scrivo a mia futura memoria– che da più di due anni mi occupo della registrazione della nascita dei figli dei migranti senza permesso di soggiorno e che ho, con testarda, ottusa, stupida fiducia, cercato di trasferire il problema a istituzioni, partiti politici, organizzazioni della società che civile (?!), convinta che la loro voce sarebbe stata più forte della mia.
Ma la voce non c’è stata, mai.
E continuavo a pensare che l’indifferenza di fronte alla questione fosse dovuta soltanto al fatto che i neonati non fanno opinione (a meno che non siano usati per promuovere la vendita di pannolini, omogeneizzati ecc. ecc.) e che perciò far loro riferimento fuori del contesto sentimental-commerciale non provocasse l’obiettivo esclusivamente perseguito del consenso,
E invece l’indifferenza era molto più profonda: si allargava all’impianto istituzionale, fondante la nostra vita di relazione assicurato dai principi che la Costituzione (invano ?) definisce.
E non avevo valutato fino in fondo la ferita inferta al nostro ordinamento e lo scivolamento, sempre più precipitoso, in una deriva razzista.

Nascite e matrimoni

Certamente mi era noto il significato della soppressione delle parole “per quelli inerenti agli atti di stato civile” che sottraeva la registrazione delle dichiarazioni di nascita morte e matrimonio dall’obbligo della presentazione del titolo di soggiorno. Erano parole contenute nel “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” (Decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286).
Le “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” (il cd pacchetto sicurezza del 2009) crearono l’obbligo della presentazione di quel documento che, per definizione, i migranti irregolari non possiedono.
Per chi volesse documentarsi ricordo solo uno dei miei tanti interventi, l’articolo pubblicato dalla rivista Il Gallo e trascritto in questo blog il 15 marzo scorso.
Ora la questione è non solo evidente ma formalmente affrontata dalla Sentenza della Corte Costituzionale n. 245 dd. 25 luglio 2011.

La Corte Costituzionale si esprime sul matrimonio.

Ricopio dalla sentenza della Corte:

1.— Il Tribunale ordinario di Catania ha sollevato – in riferimento agli articoli 2, 3, 29, 31 e 117, primo comma, della Costituzione – questione di legittimità costituzionale dell’articolo 116, primo comma, del codice civile, come modificato dall’art. 1, comma 15, della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), limitatamente alle parole «nonché un documento attestante la regolarità del soggiorno nel territorio italiano». 

1.1.— In punto di fatto, il Tribunale remittente premette di essere stato adito da una cittadina italiana e da un cittadino marocchino per la declaratoria dell’illegittimità del diniego opposto dall’ufficiale dello stato civile alla celebrazione del loro matrimonio. 

[omissis]

Il 31 agosto 2009, l’ufficiale dello stato civile aveva motivato il diniego alla celebrazione del matrimonio per la mancanza di un «documento attestante la regolarità del permesso di soggiorno del cittadino marocchino», così come previsto dall’art. 116 cod. civ., come novellato dalla legge n. 94 del 2009, entrata in vigore nelle more

[omissis a questo punto la Corte elenca – con preziosa puntigliosità- gli articoli della Costituzione connessi al problema e in seguito quelli relativi a documenti dell’Unione Europea]

E infine:  dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 116, primo comma, del codice civile, come modificato dall’art. 1, comma 15, della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), limitatamente alle parole «nonché un documento attestante la regolarità del soggiorno nel territorio italiano».

perché

“il matrimonio costituisce espressione della libertà e dell’autonomia della persona, ed il diritto di contrarre liberamente matrimonio è oggetto della tutela di cui agli artt. 2, 3 e 29 Cost., in quanto rientra nei diritti inviolabili dell’uomo, caratterizzati dall’universalità. Inoltre, l’art. 31 Cost., nel sancire che la Repubblica agevola la formazione della famiglia, «esclude la legittimità di limitazioni di qualsiasi tipo alla libertà matrimoniale»”.


E la nascita?

Non voglio allungare questo diario. Rinvio quindi (oltre che ai tag che collegano questo testo ad altre mie pagine) alle sottolineature che ho apposto ai frammenti di testi della sentenza ricopiati che possono rendere evidente l’analogia con la situazione dei neonati privati del certificato di nascita, primo fondamento della libertà e dell’autonomia della persona, diritto inviolabile e perciò caratterizzato dall’universalità,  testimonianza fondante la presenza del nuovo nato nella famiglia cui invece è impedito di accoglierlo se non subendo una minaccia che può essere insostenibile, l’espulsione.
Mi si è detto che la circolare n. 19 del 7 agosto 2009 sistema tutto.
E’ tristissimo e preoccupante trovare persone (che si autoproclamano democratiche) che accettano di vedere un principio, che appartiene ai diritti fondamentali dell’uomo, umiliato a una procedura consentita da una circolare e negata invece da una legge che appartiene a tutti noi.  
Ed è forse ancor più triste vedere associazioni che – pur perseguendo a proprio uso interno nobili finalità – –non si oppongano a una simile norma e alle sue applicazioni (non dimentichiamo che la questione degli aspiranti  coniugi di Catania nasce dal diniego opposto dall’ufficiale dello stato civile alla celebrazione del loro matrimonio. E tante volte avevo cercato, invano, di porre la questione del ruolo dei comuni in questa vicenda).
Gli sposi di Catania (come quelli di Trento, di cui ho già scritto) sono evidentemente adulti, hanno potuto disporre dei mezzi per affidarsi a un tribunale, i neonati non hanno questa possibilità, né l’hanno – di norma – i loro genitori. Erano affidati alla custodia di tutti, quella che si esprime attraverso le reazioni della società civile e delle forze politiche, capaci di trasferire il loro impegno a livello istituzionale. Ma nessuno ha voluto far nulla.
Se volessimo ricordare che la maggioranza che ha voluto questa legge che, pezzo per pezzo, la Corte Costituzionale sta smontando, è la medesima che pochi giorni fa ha negato il riconoscimento di pregiudizi omofobici come aggravante in caso di violenza, le analogie con le prime leggi razziali italiane –e il costume di allora- si farebbero fortissime e potrebbero indurci a significative considerazioni, ma restiamo al presente.


Sulla pelle dei neonati si consolidano poteri forti.

Sappiamo che i matrimoni celebrati nell’ambito della chiesa cattolica seguono –salvo eccezioni – l’iter concordatario e che, se celebranti del sacramento sono gli sposi, il sacerdote che testimonia il loro patto in quel momento è ufficiale di stato civile, quindi deve comportarsi –perché il matrimonio sia valido agli effetti civili – secondo le norme del codice che ne assicurano la regolarità.
Ne ho già scritto nel mio pezzo del 21 maggio ma ci tengo a precisare che le indicazioni della Corte Costituzionale che sopra ho trascritto ora valgono anche come indirizzi per la chiesa cattolica che in questi ultimi due anni si è invece adeguata a una norma che viola i diritti umani fondamentali. Certamente la chiesa cattolica non ha opposto un rifiuto diretto a chi avesse voluto celebrare il matrimonio secondo il rito cattolico e non ne avesse i titoli. Non ne aveva bisogno. Il rigetto di un diritto fondamentale era invisibile.
Infatti ogni richiesta dei sans papier si sarebbe scontrata,  prima che venisse aperta la procedura ecclesiastica, con l’infame codicillo aggiunto all’art. 116 del codice civile  dal pacchetto sicurezza, «nonché un documento attestante la regolarità del soggiorno nel territorio italiano».
La chiesa cattolica nelle sue espressioni gerarchiche – e non solo – ha chiacchierato di famiglia, di vita, di figli e quant’altro in un clima di ipocrisia che io trovo offensivo e che la beneficenza, che pur viene esercitata, non riscatta.
In molte realtà parrocchiali e analoghe ha convinto persone di buona volontà che è sufficiente farsi carico di azione benefiche di tipo volontario e, con scelte evidentemente opportunistiche, ha glissato sul dovere di opporsi con la protesta civile alle leggi (di cui però sa far uso: vedi esenzione dall’ICI)
I vantaggi che il concordato assicura ai due poteri contraenti sono troppo importanti per metterli in discussione a causa di qualche poveraccio.
E sono molti, anche apparentemente insospettabili, a non volersene accorgere.

31 Luglio 2011Permalink

28 giugno 2011 – Centri di identificazione e di espulsione.

Dichiarazione.

 Notizie di stampa informano che la permanenza dei cosiddetti clandestini nei centri di identificazione e di espulsione, già portata da 2 a 6 mesi, è stata ulteriormente protratta a 18 mesi (un anno e mezzo!). Le giustificazioni addotte appaiono del  tutto risibili: non si vede infatti come procedimenti di identificazione che non si riescono a fare con una certa rapidità diventino possibili in un lasso di tempo incredibilmente lungo. Ma non è questo il punto principale. La misura assunta si presenta infatti con un carattere pesantemente punitivo: la clamorosa conferma della volontà di rendere la vita degli immigrati nel nostro paese, soprattutto se provenienti dall’Africa, la peggiore possibile. Le caratteristiche dei centri e le durissime condizioni di vita cui  coloro che vi sono detenuti sono costretti li configurano ormai come veri e propri campi di concentramento. Non è un caso che i controlli esterni vi siano normalmente impediti. Il nostro paese ha così la straordinaria prerogativa di introdurre nuovamente in Europa una realtà che si poteva sperare cancellata per sempre dopo le truci esperienze del secolo scorso.

Mancano le parole per esprimere l’indignazione e il disgusto che una situazione del genere provoca. Si cerca di ritrovare il consenso sociale che vacilla facendo dei più deboli e indifesi il capro espiatorio di paure e insicurezze che hanno in ben altri fattori le loro ragioni. Le più elementari nozioni di comune umanità e di solidarietà vengono così infrante e calpestate. I più bassi ed egoistici istinti trovano in tal modo incentivo e conferma da chi governa e orienta il costume pubblico.

Abbiamo tuttavia fiducia che una coscienza civile ancora esista nel nostro paese. Sollecitiamo perciò i nostri concittadini a far sentire la propria voce di protesta per situazioni e metodi che disonorano l’Italia e smentiscono ancora una volta le sue tradizioni di civiltà, troppo spesso vantate solo a parole.

28 Giugno 2011Permalink

25 maggio 2011 – Donne sotto traccia 4

DONNE DI TANTI PAESI IN UN CIRCOLO APERTO   –  maggio 2011

Nello scorso numero abbiamo raccontato della vita di una giovane donna che abbiamo considerato  ‘ponte tra culture’.  L’incontro con persone provenienti da altri paesi ci conforta sempre più nell’ipotesi che la vera mediazione avvenga naturalmente nella quotidianità, dove curiosità e capacità di relazione non sono intaccate dalla paura che si è voluta costruire e che inquina i nostri mezzi di comunicazione e che purtroppo crea quel pregiudizio che fa presa anche su parte dell’opinione pubblica.
E le donne che abbiamo incontrato non solo hanno realizzato una buona integrazione ma ne hanno fatto una risorsa per favorire quella di altri, così come Nabila a Pordenone con la sua associazione onlus Circolo Aperto, Lavorando Per Tutti (LPT).
Le  sue colleghe provengono da quattordici paesi diversi  che ci piace ricordare: Albania, Algeria, Argentina, Bangladesh, Brasile, Burkina Faso, Eritrea, Ghana, India, Moldavia, Repubblica Ceca, Romania, Senegal, Ucraina. La loro attività è stata fondata nel 2004 da una cittadina equadoregna che è tornata al suo paese con il marito italiano.
Le differenze sono tante e importanti: la provenienza geografica, la cultura, la religione, l’aspetto fisico che le caratterizza rivelandone l’appartenenza etnica, ma, come strumento di comunicazione fra loro, usano tutte la lingua italiana. Attorno al gruppo delle donne ci sono anche mediatori maschi, che vengono chiamati al bisogno. 
Le nostre mediatrici non hanno lasciato spegnere la curiosità libera dal pregiudizio.
Perciò, con il progetto operativo dal 2007 ’Spazio aperto donna’, hanno deciso di ‘conoscere il mondo senza uscire da Pordenone’. A tal fine organizzano incontri a cadenza mensile dove (anche con la collaborazione di cittadine  italiane) hanno l’opportunità di conoscere i rispettivi paesi e di assicurarsi, nel dialogo e nel confronto, una formazione specifica  sui temi che si intrecciano alla loro vita (contraccezione, gravidanza, svezzamento, crescita dei figli, ecc.)
Il  circolo aperto assicura un’attività di mediazione culturale e linguistica (anche corsi specifici)  soprattutto in ambito sanitario e a tal fine ha sviluppato, dal 2005, una rete di progetti con l’Azienda sanitaria.
Ha istituito perciò un punto informativo socio sanitario che offre attività di informazione e orientamento sui servizi socio sanitari  a tutti i cittadini presenti sul territorio.
Fra i problemi che maggiormente impegnano le mediatrici ci son o quelli relativi alla salute in  generale e in particolar modo alla gravidanza e alla maternità, questioni che non possono essere affrontate con burocratica uniformità per la valenza profonda che assumono relativamente alla cultura del paese d’origine delle migranti.
I rapporti di amicizia e di confidenza che si realizzano con le utenti dei servizi consentono di conoscere problemi delicatissimi che coinvolgono, quando emergono anche in forma drammatica, consultori familiari e servizi sociali.
Nabila appare particolarmente turbata  dalle difficoltà nell’educazione dei figli dei migranti, in particolare se si sono allontanati molto presto dal paese d’origine o se sono addirittura nati in Italia. La mancanza di un’esperienza significativa di vita nel paese d’origine li rende diversi dai genitori e, soprattutto nella fase adolescenziale, ciò suscita un disagio che , se inopportunamente affrontato, può manifestarsi  anche con la fuga da casa. Secondo la nostra interlocutrice solo le famiglie aperte con regole non rigide riescono ad affrontare serenamente questo problema.
Il circolo aperto ha sperimentato anche l’attività del ‘Centro gioco multicolore’ un luogo dove le mamme, italiane e straniere, possono lasciare durante la mattina e per un tempo definito bambini da un anno e mezzo ai tre anni, assicurandosi così la possibilità di fare un corso di formazione per donne in cerca di lavoro oppure una visita medica, di sbrigare una pratica, fare la spesa senza che i piccoli debbano essere costretti fra uffici e sale d’attesa o issati sui carrelli dei supermercati insieme a cavoli e detersivi.  Ora attendono il finanziamento del progetto.
Per chi volesse saperne di più: http://www.circoloaperto.it/

25 Maggio 2011Permalink

18 aprile 2011 – Donne sotto traccia 3

NABILA, PONTE TRA CULTURE

Nabila – una cittadina marocchina poco più che ventenne  – mi accoglie nella sede pordenonese dell’associazione onlus Circolo Aperto, Lavorando Per Tutti (LPT).
E’ sabato, la ‘casetta del volontariato’ di Pordenone, che ospita varie associazioni non è attiva e l’ambiente è tranquillo. Nabila ha portato con sé i due fratellini minori: Soumia di otto anni e Bilal di sei con cui faccio una simpatica chiacchierata mentre lei si occupa di due mediatrici impegnate nel suo stesso progetto, una proveniente dall’Albania e l’altra dal Burkina Faso.
Complessivamente le mediatrici impegnate nell’associazione appartengono a quattordici nazionalità e l’italiano non rappresenta solo la lingua di mediazione con gli autoctoni, ma anche fra loro.
Il mio incontro con i due piccoli è importante e dice molto di più di tante parole che gli adulti possano pronunciare sul loro conto. Sono due bambini estremamente socievoli, in grado di esprimere tranquillamente i loro pensieri, testimonianza significativa di una crescita in ambiente sereno, segno –anche nelle ottime capacità di comunicazione linguistica in italiano- di una avvenuta integrazione.
Rivelano subito un grande amore per la sorella maggiore, mi raccontano emozionati di un’altra sorella più grande che aspetta un bambino. Eccitatissima Soumia (“sarò zia a otto anni!”), più riservato Bilal, unico maschio con quattro sorelle (“io veramente volevo un fratellino per giocare”). Mi parlano positivamente della scuola (frequentano rispettivamente la terza e la prima elementare) di cui a Soumia “piace tutto” e a Bilal soprattutto gli amichetti. Li distingue dai coetanei, e ne provano disagio, la mancanza della cittadinanza italiana. La domenica al centro islamico imparano l’arabo e hanno una formazione religiosa “compatibile con la loro età”, mi spiega Nabila rientrando.
Nabila indossa il velo come la sua mamma e ne parliamo. Chiarisce subito che si tratta di una sua scelta personale, come personale è quella delle due sorelle che non lo indossano. In famiglia questo significativo pluralismo di atteggiamenti è accettato con tranquillità. A nessuna di loro è stato richiesto di giustificare le ragioni della scelta compiuta. Nabila mi spiega che il velo (le copre i capelli e il collo, nulla nasconde del volto) è una protezione della ‘modestia’ suggerita dalla tradizione religiosa islamica.
Vissuta in Marocco –paese islamico quasi al cento per cento- l’identità in cui si riconosce appartiene a quella realtà, senza che ciò la faccia sentire a disagio nell’occidente in cui è immersa.
“Sono una privilegiata –precisa – quando, a dodici anni, sono venuta in Italia con un ricongiungimento familiare. Il mio papà, che viveva e lavorava qui già da vent’anni, aveva preparato un terreno in cui possiamo essere noi stessi senza disagi”. Nabila si è voluta garantire anche il sogno del ritorno. In Italia ha conseguito la maturità come geometra ma si è assicurata anche la maturità liceale del Marocco e sembra destreggiarsi fra le due realtà con estrema disinvoltura, affrontando anche i problemi burocratici che le sono imposti dalla realizzazione dei progetti di cui si fa carico nell’ambito dell’associazione.
E’ una realtà complessa che offe molte occasioni di approfondimento. Ne parleremo in seguito.

18 Aprile 2011Permalink

22 marzo 2011 – Donne sotto traccia 2

Dopo aver rinnovato l’incontro con due donne straniere. già intervistate dieci anni fa, decido di ascoltarne altre e comincio dalle ‘mediatrici di comunità’.

La prima è Awa, senegalese, vive in Italia con la sua famiglia da dodici anni, i suoi tre figli sono nati qui, vanno a scuola qui  e insieme ai genitori formerebbero una normale famiglia italiana  se non mancasse loro la cittadinanza.
I genitori lavorano entrambi e Awa svolge la sua particolare attività da dieci anni. da quando la mediazione di comunità si è realizzata a Udine a seguito del buon uso dei finanziamenti del progetto europeo ‘Etnos e Demos’.
Il corso di formazione che il progetto ha allora assicurato è stato particolarmente impegnativo (500 ore di lezione e 200 di stage anche all’estero), finalizzato alla formazione di figure di livello professionale,  capaci di farsi tramite fra i servizi sanitari e sociali e gli utenti stranieri.
Awa a questo punto interrompe la nostra tranquilla chiacchierata per precisare con forza che non di interpreti linguistici si tratta ma di mediatori culturali con competenze particolari, capaci di ‘decifrare i comportamenti dei migranti e di trasmettere messaggi che consentano di formulare una risposta coerente’.
E’ pienamente consapevole che i problemi della salute (soprattutto quelli che le donne pongono, collegati alla nascita e a tutto ciò che l’accompagna) sono connessi alla cultura e non possono essere meccanicisticamente  affrontati nella trasposizione di un termine da una lingua all’altra.
In questi dieci anni l’operatività dei mediatori si è ampliata, le convenzioni con Aziende Sanitarie e comuni si sono moltiplicate sul territorio regionale, tanto che si sono costituiti in associazione per provvedere anche alla formazione dei nuovi operatori e all’aggiornamento dei ‘vecchi’.
Anche a questo punto le indicazioni di Awa si fanno importanti: le loro attività sono mirate alla realizzazione di consapevoli obiettivi e vanno dalla diffusione dei documenti che vengono proposti dalla Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) a vere e proprie lezioni tenute da esperti qualificati, loro consulenti di fiducia.
La precisazione è essenziale. Può capitare infatti che vengano millantati per formazione corsi coatti, a livello uniforme per tutti i partecipanti quale che ne siano il livello di preparazione e le esigenze che nascono dalla quotidianità del lavoro di ognuno, inutili, se non umilianti, per chi è costretto a presenziarvi per poter essere formalmente riconosciuto mediatore.
Ora i mediatori di comunità gestiscono anche una trasmissione radiofonica, assicurato loro da Radio Onde Furlane. Infatti la loro attività è poco conosciuta in particolare dai medici di base (che possono giovarsi anche di veloci contatti telefonici).
Continueremo a scriverne.
Comunque chi volesse contattarli può trovare le necessarie informazioni nel sito: <http://www.ciaopronto.com/d-124182159.htm>.

22 Marzo 2011Permalink

21 agosto 2010 – Chi garantisce il diritto di esistere?

Una notizia da Israele.

Il 16 agosto 2010 Lucia Cuocci (di cui ben conosco la conoscenza profonda della realtà israelo-palestinese) ha pubblicato su facebook un articolo del giornalista israeliano Aviad Glickman. Era in lingua inglese e io ho deciso di tradurlo.
Chi comunque volesse leggerlo nell’originale potrebbe farlo da qui. 

Eccone il testo:
“Lunedì il tribunale distrettuale di Gerusalemme ha deciso che lo Stato é responsabile per la morte avvenuta nel 2007 di Abir Aramin, una ragazzina palestinese di 10 anni e risarcirà la sua famiglia.
Il tribunale ha stabilito che la ragazzina è stata uccisa da un proiettile vagante di gomma sparato da un ufficiale della Guardia Confinaria.
Secondo la sentenza lo sparo fu il risultato di una negligenza dello Stato.
Inoltre con procedura civile la famiglia della ragazzina ha presentato appello all’Alta Corte di Giustizia chiedendo che gli sparatori israeliani siano sottoposti a processo dopo che il Pubblico Ministero avrà chiuso la causa intentata contro di loro.
Il giudice Orit Efal-Gabai ha affermato nella sua sentenza che non c’é dubbio che la sparatoria, avvenuta nel villaggio di Anata nella West Bank, ha violato delle regole di ingaggio.
”La sparatoria non aveva come obiettivo dimostranti o lanciatori di pietre. Abir e i suoi amici camminavano luongo una strada da cui non erano state lanciate pietre contro le Guardie confinarie. Secondo la sentenza  “non c’era un apparente motivo per sparare in quella direzione”.
L’azione legale, promossa nel mese di luglio 2007 dall’avvocato di parte civile Lea Tsemel in rappresentanza dei genitori di Abir, ha richiesto un risarcimento per la famiglia.
Per determinare l’ammontare del danno il giudice Efal-Gabai ha stabilito una successiva udienza che si terrà in ottobre. La sentenza si è basata sulle testimonianze degli amici di Abir. “Hanno vissuto un’esperienza veramente pesante e sono stati testimoni del ferimento di Abir ” ha affermato il giudice, aggiungendo che la versione degli eventi data dallo Stato, secondo la quale Abir sarebbe stata ferita da una pietra e non da una pallottola di gomma, era inattendibile.
In seguito alla morte di Abir la famiglia ha presentato un rapporto di un anatomopatologo che stabiliva che era stata colpita da un proiettile sebbene la Polizia Israeliana affermasse che un’autopsia aveva dimostrato che non era stata uccisa da un proiettile di gomma.
Il gruppo per i diritti umani Yesh Din e Bassan Aramin, padre di Abir, hanno presentato una petizione all’Alta Corte contro il procuratore generale e due ufficiali della Guardia Confinaria, chiedendo che gli stessi fossero processati.
A seguito dell’appello il Pubblico Ministero ha annunciato ulteriori indagini sulla morte della ragazzina.”
 

La notizia non è sorprendente: le morti di bambini palestinesi, colpevoli solo di vivere nei Territori Occupati, sono frequenti e non solo a Gaza, terra terribile di strage infinita, ma anche nella West Bank.
  Nel 2003 la fotografia di una bambina uccisa copriva i muri di Betlemme e così ne scriveva un coraggioso giornalista israeliano, Gideon Levy, in un articolo che il quotidiano Ha’aretz pubblicò con il titolo “Uccidere i bambini non è più una faccenda tanto importante” (Domenica 17 ottobre 2004, Cheshvan 2, 5765 secondo il calendario ebraico) : “Kristen Saada era nell’auto dei genitori, di ritorno a casa dopo una visita di famiglia, quando i soldati colpirono la macchina con una raffica di proiettili. Aveva 12 anni al tempo della sua morte … La pubblica indifferenza che accompagna questo seguito di sofferenze ignorate fa di ogni israeliano il complice di un crimine. Persino i genitori, che capiscono che cosa significa l’angoscia per il destino dei figli, si girano dall’altra parte e non vogliono sentir parlare dell’ansietà dei genitori dall’altra parte della barriera. Chi avrebbe creduto che i soldati di Israele avrebbero ucciso centinaia di bambini e che la maggioranza degli israeliani sarebbe rimasta in silenzio? Persino i bambini palestinesi sono diventati parte della campagna di disumanizzazione: uccidere centinaia di loro non è più una faccenda tanto importante”. 

E poco importante é rimasta, tanto che i casi singoli non fanno più notizia.
E invece l’articolo che ho riportato sopra, segnala un fatto di estremo interesse: l’intervento di un tribunale su un caso specifico, la morte di un’altra bambina per cui il padre e Yesh-Din, un gruppo israeliano impegnato nella difesa dei diritti umani, chiedono giustizia.

I diritti dei bambini: giustizia e politica.

La giustizia può agire caso per caso, diventando forse spia di un disagio, la politica potrebbe produrre indicazioni di ordine generale tali da modificare una situazione.
Questo non accade in Israele e non accade in Italia.
Le leggi balorde che vengono votate avviandoci a un democratico precipizio affondano nella stessa pubblica indifferenza di cui scriveva ormai sette anni fa Gideon Levy.
La nostra Costituzione “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” nel rispetto di quei “diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” che “la Repubblica riconosce e garantisce”.
Non a caso l’art. 2 usa il termine Repubblica e non Stato ad indicare tutti i livelli dell’ordinamento, ognuno dei quali sembra –fra silenzio e consenso – sfuggire alle proprie responsabilità o violare i principi della Carta.

Paradossalmente gli attivissimi sindaci leghisti non esitano a proclamare oscenità,  pronunciandosi nella consapevolezza del loro ruolo, pur violato e umiliato dalle loro stesse affermazioni, mentre quelli che ancora hanno coscienza della dignità di ogni cittadino e cittadina non osano parlare e delegano il rispetto dei diritti ad associazioni certamente meritevoli ma sempre più implose su se stesse e incapaci di stimolare le istituzioni locali a un esercizio pubblico e trasparente del proprio ruolo.
Sindaci, province, regioni sostengono queste associazioni –sfuggendo alle proprie responsabilità istituzionali e coprendosi dietro l’altrui ‘bontà’ per non urtare direttamente il diffuso razzismo del buon senso- e quel rapporto appare materia di voto di scambio.
Non é una bella deriva.

 Sindaci d’Italia fra abiezione e dignità

Propongo di nuovo la fotografia del manifesto del Sindaco di San Martino dall’Argine, che ho già pubblicato il 26 novembre 2009, sperando che qualcuno mi indichi un documento altrettanto esplicito ma promotore dei diritti dei cittadini, forti o deboli che siano, e non della pratica della caccia all’uomo già cara al Ku Klux Klan. 
Ho il dubbio che non esista nulla di altrettanto esplicito e trasparente ma speculare e opposto.
Le scritto precedente riporta il testo di un’interrogazione parlamentare che chiede la revisione di un punto di una legge intollerabile ma, a proposito della registrazione anagrafica dei figli dei sans papier, particolarmente abietta.
Attendo con curiosità di sapere se vi sia almeno un altro parlamentare –comunque collocato – capace di farsi carico del problema e se i sindaci sono disposti a farsi carico del fatto che la legge impone una umiliazione del loro ruolo. Un loro primario obiettivo dovrebbe essere l’evidenza della popolazione che vive sul loro territorio: gli ostacoli costruiti dal nuovo concetto di sicurezza possono renderlo impraticabile

21 Agosto 2010Permalink

11 agosto 2010 – Buon Ramadan! – Corte Costituzionale e Regione Toscana

Buon Ramadan!

Questa notte la comparsa della prima falce della luna crescente ha segnato l’inizio del mese lunare del Ramadan. Comincio augurando buon Ramadan a coloro che lo celebrano e in particolare agli amici mussulmani che tante volte mi hanno augurato buon Natale.

Avrei voluto soffermarmi un po’ su questo argomento ma lo farò i prossimi giorni quando, e se, le informazioni che sto raccogliendo mi consentiranno di riprendere anche una confusa ma importante notizia del Manifesto di ieri sull’espulsione dei figli degli immigrati irregolari da Israele.

Corte Costituzionale. ASGI e immigrazione.
Oggi mi soffermo su una informazione – come il solito ben documentata – offerta dal prezioso sito dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, che trascriverò integralmente a seguito di queste mie righe.
Innanzitutto constato con piacere che l’ASGI é entrata a far parte dell’elenco delle associazioni legittimate ad agire nei procedimenti giudiziari anti-discriminazione su base etnico- razziale (Dipartimento per le Pari Opportunità – decreto 9 aprile 2010 in G.U. n. 180 dd. 04.08.2010). chi volesse saperne di più può farlo da qui.

Il fatto che, come che mi legge potrà vedere fra poco, la Corte Costituzionale abbia respinto le eccezioni di incostituzionalità proposte dal Governo nei confronti di alcune norme della legge della Regione Toscana sull’immigrazione non implica di per sé l’automatismo delle ricadute che vanno dalla regione ai comuni, ma non possono trascurare il livello di coinvolgimento dell’opinione pubblica, e che, solo se esistono, trasformano norme positive in cultura e occasione di comportamenti virtuosi.
Ho cercato di raccogliere queste briciole di positività e ne ho scritto nel mensile locale Ho un sogno del mese scorso e poi trascritto nel mio pezzo del 20 luglio e che chi vuole può leggere da qui.

Purtroppo, almeno per la realtà che io conosco- resta dominante il tristissimo disperante intreccio del rapporto politica – istituzioni -realtà associative-opinione pubblica conformista al basso … ma per oggi basta così

 dal sito dell’ASGI

10.08.2010  La legge della Regione Toscana sull’integrazione degli immigrati è in accordo con la Costituzione

Con sentenza n. 269 depositata il 22 luglio 2010, la Corte Costituzionale ha respinto le eccezioni di incostituzionalità proposte dal Governo nei confronti di alcune norme della legge della Regione Toscana 09/06/2009, n. 29 (“Norme per l’accoglienza, l’integrazione partecipe e la tutela dei cittadini stranieri nella Regione Toscana”).

Secondo la Corte Costituzionale, la norma della legge regionale toscana che prevede l’estensione dell’applicazione della normativa anche ai cittadini comunitari è pienamente compatibile con la Costituzione in quanto le indicazioni contenute nel decreto legislativo di attuazione della direttiva europea in materia di libera circolazione devono essere armonizzate con le norme dell’ordinamento costituzionale italiano che sanciscono la tutela della salute, assicurano cure gratuite agli indigenti, l’esercizio del diritto all’istruzione e, comunque, attengono a prestazioni concernenti la tutela dei diritti fondamentali.

La norma della legge regionale toscana che assicura a tutte le persone dimoranti nel territorio regionale, anche se prive di permesso di soggiorno, l’accesso agli interventi socio –assistenziali urgenti e indifferibili, necessari per garantire il rispetto dei diritti fondamentali della persona, non eccede le competenze regionali in quanto interviene in una materia, quella dell’assistenza sociale, ove è prevista una competenza residuale esclusiva delle Regioni e comunque, tale norma è volta ad assicurare il rispetto del principio costituzionale di uguaglianza, per cui lo straniero è titolare di tutti i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce alla persona. In particolare, la Corte ricorda che con riferimento al diritto all’assistenza sanitaria, esiste un nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana, il quale impone di impedire la costituzione di situazioni prive di tutela, che possano appunto pregiudicare l’attuazione di quel diritto”. 

La Corte Costituzionale ha ritenuto infondata pure l’eccezione di incostituzionalità proposta dal Governo con riferimento a quella norma della legge regionale toscana che prevede il sostegno alla rete regionale di sportelli informativi per i cittadini stranieri nell’ambito della sperimentazione avviata tra ANCI e Ministero dell’Interno volta ad attribuire progressivamente le competenze ai Comuni per quanto riguarda l’istruttoria relativa al rilascio e al rinnovo dei permessi di soggiorno. Secondo la Corte infatti, tale norma non incide sulla condizione giuridica dello straniero e la regolamentazione dell’immigrazione, di competenza esclusiva dello Stato, ma semplicemente si limita a prevedere una forma di assistenza in favore degli stranieri presenti sul territorio regionale. Ugualmente infondata è apparsa alla Corte l’eccezione di incostituzionalità riferita alla norma regionale  che afferma il diritto all’iscrizione al Servizio sanitario regionale del richiedente  asilo che abbia proposto ricorso giurisdizionale avverso il provvedimento di diniego del permesso di soggiorno per il riconoscimento della protezione internazionale. Secondo la Corte, infatti, tale disposizione è volta a riconoscere in favore dello straniero il diritto umano fondamentale alla salute oltreché è pienamente compatibile con la legislazione nazionale in materia di immigrazione e asilo.

Da qui è possibile risalire al sito dell’ASGI e anche leggere integralmente  la sentenza della Corte Costituzionale.

11 Agosto 2010Permalink

16 luglio 2010 – I tempi non si scelgono – 3

I tempi non si scelgono
In essi si vive e si muore –3

Le nuove, minacciose Eve.
Concludevo la puntata precedente con un richiamo alla chiesa cattolica che i giorni trascorsi hanno reso particolarmente pregnante.
Il 15 luglio é uscito infatti un documento pontificio che fa capo alla Congregazione della Dottrina della fede, un’ampia riscrittura delle “Normae de delictis gravioribus” del maggio 2001, la cui sintesi si può leggere ne L’Osservatore romano del 16 luglio.
Non ho esaminato il documento nella sua interezza, forse lo farò, forse no, se non ne avrò il tempo, ma l’articolo pubblicato da L’Osservatore Romano che oggi illustra quel documento non può essere attribuito alla mia malignità (mi capita spesso di essere accusata di questo e altro).
L’articolo, di cui il link rende possibile la lettura, si conclude con una frase sconcertante che riporto integralmente:
 

’A completamento di questa breve rassegna sulle principali novità contenute nelle “Norme” il direttore della Sala Stampa della Santa Sede si sofferma anche sugli aggiornamenti che si riferiscono a delitti di altra natura e spiega che “in realtà anche in questi casi non si tratta tanto di determinazioni nuove nella sostanza, quanto di inserimento di normative già vigenti, così da ottenere una normativa complessiva più ordinata e organica sui “delitti più gravi” riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede”: i delitti contro la fede, per i quali sono normalmente competenti gli Ordinari, ma la Congregazione diventa competente in caso di appello; la registrazione e divulgazione compiute maliziosamente delle confessioni sacramentali e l’ordinazione delle donne’.

Quindi – per la mia realtà di genere – posso essere occasione di un delitto contro la fede, di un robusto confronto criminoso con Dio, dato che la fede a Dio si riferisce. O no? Se non fossi abituata a riflettere, se non avessi un convinto rispetto per la fede mia e altrui mi prenderebbe un attacco di onnipotenza.

Giustizia o diritto canonico?.
Ne fa riferimento anche un comunicato di ‘Noi siamo chiesa’ che così dice:

’Per ultimo perché infilare in questo testo (art.5) la scomunica latae sententiae  a chi procede alla “sacra ordinazione di una donna” (e naturalmente per la donna che la riceve)? Mi sembra una posizione difensiva ed anche arrogante. Sembra  scritta solo  per essere revocata tra qualche anno.’

A me sembra un’affermazione che sottovaluta la portata del problema (delitti contro la fede scriveva l’Osservatore romano, cui sono obbligata ad attribuire la cura nell’esattezza terminologica. O non dovrei?) ma il comunicato porta la stessa data del documento vaticano, 15 luglio. De supporre che sia stato scritto ‘a caldo’ (non solo e non tanto evidentemente per le temperature torride di questi giorni).
Spero che ‘Noi siamo chiesa’ torni a pronunciarsi più puntualmente in proposito.
Lo stesso documento però fa un’osservazione importante su un problema che a me sta particolarmente a cuore. Riporto la citazione:


’Ma la grave debolezza strutturale del testo è data ancora una volta dal problema del rapporto con la giurisdizione civile. Incredibili dictu nulla si dice nel nuovo documento, nonostante i mesi caldissimi su questa tematica. C’è solo una dichiarazione del padre Lombardi – a mio giudizio molto sulla difensiva- che giustifica questa assenza perché si tratta di norme canoniche in sé complete e distinte da quelle degli Stati. Ma è appunto questa separatezza la causa principale dell’ormai ben conosciuto sistema di privilegio per il clero e di abbandono della tutela delle vittime !’

La considerazione della violenza sessuale come reato contro la persona e non contro la pubblica morale è un portato recente della cultura laica, non certo del catechismo cattolico, né può essere di conforto il costume – tutto catechistico – che vuole pietà, considerazione, assistenza per le vittime ma svicola dal problema dei diritti negati, che fanno parte di un contratto sociale che ci appartiene come cittadine e cittadini non come belanti pecorelle.
Chi volesse leggere integralmente il documento (spero non l’ultimo) di Noi siamo chiesa può farlo da qui.

Ad majorem Dei gloriam.
Recentemente a Udine si è svolto un convegno dal tema ‘Il percorso di fine vita: aspetti scientifici e bioetici’. Il livello del convegno era diseguale e spesso un po’ poverello, ma mi ha profondamente turbato l’intervento di una neuropsichiatra che si é proposta, in quanto donna, come colei cui sarebbe spettata la mozione dei sentimenti.
Se io mi rivolgo ad una neuropsichiatra mi interesso della sua competenza, non dei suoi sentimenti né di quelli che la signora intendeva suscitare.
Non bastando questa gaffe, si è premurata di giustificare la sua riflessione sul ‘fine vita’ affermandosi cattolica (e io che faccio se vado da un/una neuropsichiatra? Gli/le chiedo il certificato di battesimo o la laurea specialistica?), fornita di un fratello prete e di una sorella suora. Così ha ficcato nel calderone anche il familismo e tutti siano rimasti infelici e scontenti o almeno tanto è capitato a me.

Così il mondo associativo, che ha in larga parte (non nella sua totalità) perso il senso di responsabilità che gli appartiene in quanto parte della società civile, si è ripiegato sull’assistenza (spesso offerta in modo esemplare, altre volte no) che ha assunto importanza anche per aspetti trascurati della quotidianità (e tanta più ne assumerà quando diventerà anche luogo riparatore dei guasti della prossima manovra finanziaria). Ora quel mondo è ammirato e può offrire ai politici che lo praticano un comodo e persino rispettabile palcoscenico.
Qualche sostegno finanziario e l’opportunità di un voto di scambio.
Non è mafia (o ‘drangheta o camorra), non ce n’é bisogno basta il bon ton nuova maniera per cui tu non mi rompi le scatole con richieste che, se le praticassi, mi renderebbero impopolare e io ti finanzio la sala per riunioni, il convegno che vorrai promuovere, al minimo ti assicuro un articolo visibile sulla stampa locale  ecc. ecc.
Ad majorem Dei gloriam si diceva un tempo.
E se a Dio aggiungiamo il politico di turno o l’aspirante tale i conti tornano.
Gli spazi per un ragionamento collettivo sono diventati nicchie, naturalmente povere.
Io cerco di praticarle e per quel che posso, di darne notizia, sperando che altri si unisca per consentire o dissentire.
I commenti alla fine di ogni pezzo sono fatti per questo.  
(fine)

16 Luglio 2010Permalink

08 luglio 2010 – I tempi non si scelgono – 2

8 luglio 2010 –

I tempi non si scelgono
In essi si vive e si muore – 2

Ho ricopiato il titolo dalla citazione di una poesia di Aleksander Kušner, proiettata alla mostra Russie! A Ca’ Foscari – Venezia.

I comuni, primo luogo istituzionale del vivere insieme, ma …
….. ormai si sono poste le basi per riportarli a un ruolo neopodestarile non contestato.
La solidarietà si trasforma in pietà capace di assistenza ma la pietà dei ‘buoni’ non riscatta la sciatteria di chi vuole ignorare l’etica della solidarietà ‘politica, economica e sociale’ (Costituzione della Repubblica – art.2)
Anni fa avevo sperato in una svolta promossa e voluta dalle associazioni che si formano nella società civile. Ora non più…
Così concludevo la mia puntata precedente.
Ero arrivata al nodo che mi assilla da anni, l’involuzione del mondo associativo, quale luogo di pensiero discusso e condiviso e insieme momento di forza nella società civile.
L’associazione, più o meno formalizzata, è spazio offerto a chiunque e può farsi anche luogo per giudicare i livelli istituzionali che dovrebbero rappresentarci.
Non mi sembra funzioni così.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, (Costituzione. Art. 2)

Di conseguenza “i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi” (Costituzione Art. 17). Forse sarò irrispettosa ma non posso impedirmi di dire che i padri costituenti erano ingenui. Le armi cui pensavano erano quelle, deposte a guerra finita, ma non immaginavano che arma potesse diventare la parola, che stavano adoperando con attenzione e rispetto nello sforzo condiviso di creare le basi del contratto sociale per l’Italia che stava nascendo.
E proprio qui il degrado della funzione associativa ha un ruolo che provo a raccontare a modo mio, dal mio punto di vista che diventa indiscusso non per mia volontà di egemonia ma perché non riesco più a trovare i luoghi per discuterlo.
Recentemente, e questo mi ha molto turbato, questa mia ricerca è stata definita ‘nostalgia’.

Qui e ora – ascesa e degrado delle associazioni

Era il 1991 e, quando scoppiò la crisi balcanica, il Friuli Venezia Giulia si trovò in una posizione protagonista. Nella prima fase della guerra i profughi fuggivano verso le frontiere del nord est italiano. Ponevano almeno due ordini di problemi: l’emergenza assistenziale e il riconoscimento del loro status.
Non fuggivano a seguito di persecuzioni dirette e personali per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a determinati gruppi sociali o di opinioni politiche ma solo –e, almeno nella fase iniziale, erano per lo più donne e bambini –
perché la loro vita era minacciata dalla guerra e dai suoi effetti collaterali.
L’anno successivo la legge 390 (‘recante interventi straordinari di carattere umanitario a favore degli sfollati delle Repubbliche sorte nei territori della ex Jugoslavia’) costruì le basi perché fosse possibile sostenerli nel nuovo percorso di vita.
Varie associazioni che si erano immediatamente mosse per offrire loro un sostegno si impegnarono anche per garantirli sul piano giuridico in un confronto che si volle caratterizzato da competenza e che fu stretto –e a volte anche aspro- con i livelli istituzionali.
Il permanere della crisi balcanica, l’intensificarsi del fenomeno migratorio tolsero a quell’intervento ogni carattere di occasionalità. La legge chiamata Martelli (n.30/1990) aveva consentito più ampio spazio all’accoglienza, sciogliendo la ‘riserva geografica’ che la voleva limitata coloro che provenivano da paesi d’Europa (leggi URSS e paesi satelliti).
I poteri locali riconobbero il ruolo delle associazioni e offrirono loro sostegno perché continuassero in un’attività di ormai indispensabile supplenza.

E la supplenza si fece scambio
Lentamente, con il farsi più significativo e visibile il ruolo delle migrazioni, la cultura della Lega Nord segnò l’area del suo maggior successo e poco a poco, senza che vi fossero difese al senso minacciato della decenza etica e politica, il razzismo divenne senso comune. Così regioni e enti locali, nella confusa girandola normativa di leggi statali, identificarono nell’accoglienza dei migranti un ruolo politico della ‘sinistra’ e le associazioni che di accoglienza si occupavano –e che lo facevano anche, ma non sempre, in forma dignitosa e positiva- divennero i referenti privilegiati per un sostegno che spesso si trasformava in occasione di possibile voto di scambio (o almeno per suscitare i sospetti delle persone consapevolmente maligne come me).
Anche per questa connotazione gli impegni a rimuovere le conseguenze perverse del razzismo dilagante tennero conto soprattutto di quei soggetti che potevano essere incisivi nei confronti dell’opinione pubblica, mentre altri vennero ignorati.
L’informazione sui diritti sanciti spesso si sciolse nella propaganda per questa o quella realtà associativa e per l’obiettivo specifico che questa o quella perseguivano..
Chi non poteva. per sua condizione, rendersi visibile fu ignorato.
Ne so personalmente qualche cosa per il mio peregrinare cercando di suscitare inutilmente o quasi interesse per la questione della registrazione anagrafica dei figli dei sans papier che qui ricordo solo riportando l’immagine che per tanto tempo ho lasciato nella homepage di questo mio sito e ricollegandomi per l’ennesima volta alla magistrale sintesi della questione curata da Enrica Brunetti.

Cappuccetto rosso non deve allontanarsi da casa per conoscere la violenza.
Dove nasce non la vogliono riconoscere e, rendendola invisibile, la abbandonano ad ogni minaccia.
L’immagine é stata gentilmente concessa dall’autrice Sarolta Szulyovszky.

 

 

 

Particolarmente sconvolgente l’indifferenza al problema della chiesa cattolica e delle aggregazioni (parrocchie e simili) che a questa fanno riferimento, in ipocrita contraddizione con i ‘valori’ della famiglia che ormai mi sembrano più schiamazzi che autorevoli comunicazioni.
Ma di ciò dirò più avanti.
(continua)

8 Luglio 2010Permalink