23 luglio 2016 – Mi aggrappo al ragionamento cercando chi lo pratica.

Noam Chomsky, professore emerito al Massachusetts Institute of Technology, ha elaborato una lista delle 10 regole del controllo sociale, ovvero, strategie utilizzate per la manipolazione del pubblico attraverso i mass media.

1) La strategia della distrazione.  Mantenere l’attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali imprigionata da temi senza vera importanza.

 2) Creare problemi e poi offrire le soluzioni.  organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che il pubblico sia che richieda le leggi di sicurezza e le politiche a discapito della libertà.

 3) La strategia della gradualità.  Per far accettare una misura inaccettabile basta applicarla gradualmente, al contagocce, per anni consecutivi.

 4) La strategia del differire.  Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come dolorosa e necessaria, ottenendo l’applicazione pubblica nel momento, per un’applicazione futura.

 5) Rivolgersi al pubblico come ai bambini.  La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e un’intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale.

 6) Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione.  Sfruttare l’emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale.

 7) Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità.  Far si che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù.

 8) Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità.  Spingere il pubblico a ritenere che è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti.

 9) Rafforzare l’auto-colpevolezza.  Far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto-svaluta e s’incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l’inibizione della sua azione. E senza azione non c’è rivoluzione.

 10) Conoscere gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscano.  Negli anni ’50 i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti.

http://www.altrogiornale.org/le-10-regole-del-controllo-sociale-noam-chomsky/

 

Gadi Luzzatto Voghera, storico   (22 luglio 2016)

Il richiamo alla cultura come strumento fondamentale per la lotta a ogni forma di razzismo e antisemitismo, e come antidoto ai visibili fenomeni di involuzione politica e sociale a cui assistiamo, non può essere interpretato come un semplice e generico auspicio. Si deve invece trattare di un concreto programma politico, che preveda l’investimento di importanti risorse in diverse direzioni. La prima è l’educazione, il sistema di istruzione. La consistente spinta all’investimento nei settori più tecnologici, legati allo sviluppo d’impresa e alla modernizzazione, negli ultimi decenni ha fortemente distorto l’organizzazione dei sistemi educativi relegando a un ruolo ancillare l’intero comparto delle materie umanistiche. Si tratta di un duplice errore a cui deve essere posto rimedio. Il primo errore è legato alla sottovalutazione dell’enorme potenziale economico che può essere liberato nella valorizzazione del turismo culturale, in termini di occupazione, di competenze, di sviluppo di nuove tecnologie della comunicazione, di movimenti e flussi di persone. Il secondo errore risiede nella rapida e diffusa perdita di conoscenze storiche e di riflessione intellettuale, un’emorragia che favorisce visibilmente la crescita dei populismi in politica, con una trasformazione del concetto stesso di democrazia. Si arriva così al paradosso di un presidente turco con poteri semidittatoriali che in nome della democrazia e della volontà della maggioranza mette in atto la più macroscopica repressione di stampo fascista avvenuta in Europa negli ultimi 70 anni. Si tratta quindi di rivedere profondamente le dinamiche dei sistemi di istruzione, progettando un’educazione diffusa che stabilisca criteri condivisi di convivenza umana e umanistica. La seconda è la comunicazione. Sempre nel nome della democrazia aperta e approfittando dell’enorme diffusione dei social network, si è andato affermando un modello di comunicazione che necessita urgentemente di correttivi, pena una lesione permanente del concetto stesso di libertà di parola. Il panorama conosce due poli estremi: da un lato il mondo delle dittature tipo Corea del Nord, Iran e – con qualche correttivo – la Cina. Lì il potere filtra o vieta completamente l’uso libero del web. Questo frena di molto la crescita economica, ma assicura un mantenimento sicuro del controllo sociale. All’altro estremo ci siamo noi, l’Occidente, in cui ad esempio uno strumento come Facebook permette liberamente ai terroristi l’utilizzo dei suoi canali, sostanzialmente senza limiti, arrivando anche qui al paradosso di un mondo delle libertà che produce strumenti utilizzati ampiamente da chi vuole distruggere quelle stesse libertà. Anche qui si tratta di avviare urgentemente una riflessione sul sistema delle comunicazioni e delle notizie, promuovendo lo sviluppo di una deontologia condivisa che crei una griglia delle libertà, capace di fornirci gli strumenti per capire quando un messaggio diventa potenzialmente distruttivo e dannoso per la civiltà umana. La terza è il lavoro, inteso come momento in cui si esprime la creatività di una civiltà. Se condividiamo il fatto che la cultura debba essere potenzialmente un patrimonio di tutta l’umanità, siamo anche costretti a riconoscere che il lavoro creativo deve ritornare al centro della programmazione politica. La fascinazione per il virtuale ha certamente potenzialità incredibili: certo, se invece di andare alla ricerca di Pokemon da allevare con lo smartphone si utilizzasse la stessa tecnologia a fini educativi gli sviluppi cognitivi sarebbero senza dubbio notevoli, e il vantaggio non si limiterebbe a salvare i disastrati conti economici della Nintendo. Ma cultura è anche prodotto materiale, concreto, è sapere artigiano che si nutre di letture e di esperienza. Perdere tutto questo significa rinunciare al proprio presente e alla costruzione di un futuro per lo meno vivibile, nel nome di una strampalata idea di postmodernità che ha già dimostrato tutti i suoi limiti. La quarta è la scienza. La ricerca scientifica – come ho avuto modo di scrivere altrove – può determinare l’apertura nella società degli spazi di libertà necessari al miglioramento delle condizioni di vita sul nostro pianeta e delle condizioni di convivenza fra i diversi gruppi umani. Una ricerca scientifica che sottragga l’umanità dalla morsa della superstizione e dall’oppressione delle ideologie, che aiuti a comprendere sempre più a fondo i meccanismi della natura e a governare il rapporto fra l’umanità e la natura stessa. La ricerca scientifica come terreno neutrale e privo di “simboli” nazionali o religiosi può aiutare progetti di convivenza e aprire spazi alle libertà individuali e collettive. La quinta è la religione, come fenomeno produttore di cultura. Non si tratta qui di fede, ma del riconoscimento che le culture religiose (non le gerarchie) hanno prodotto nella storia dinamiche umane e antropologiche che vanno conosciute e comprese nel profondo. Solo questa conoscenza ci aiuterà a combattere le odierne forme di fondamentalismo, che utilizzano in maniera strumentale i concetti base delle religioni per farne strumento di morte, distruzione, oppressione e potere.

http://moked.it/blog/2016/07/22/cultura-20/

Due commenti interessanti che trovo su fb  – Trascrivo

Tiziano Sguazzero  23 luglio alle ore 21:17

L’attuale «offensiva jihadista» e la propaganda antiterrorista che la accompagna possono far credere che il terrorismo sia un’esclusiva islamista: con tutta evidenza, è sbagliato. Fino a tempi recenti, altri terroristi erano in azione in molte aree del mondo non musulmano: l’Ira e gli unionisti nell’Irlanda del Nord; l’Eta in Spagna; le Farc e i paramilitari in Colombia; le Tigri tamil nello Sri Lanka; il Fronte Moro nelle Filippine ecc. Quello che è certo, è che l’allucinante brutalità dell’attuale terrorismo islamista (tanto quello di Al Qaeda quanto quello di Daesh, il sedicente Stato islamico) sembra aver indotto quasi tutte le altre organizzazioni armate del mondo – a eccezione del Pkk kurdo – a firmare in fretta accordi di cessate il fuoco e deposizione delle armi. Come se, davanti all’intensità ella commozione popolare, non volessero vedersi in alcun modo accostate alle atrocità jihadiste. Ricordiamo poi che, fino a pochissimo tempo fa, una potenza democratica come gli Stati uniti non riteneva per forza immorale l’appoggio a certi gruppi terroristi. Attraverso la Central Intelligence Agency (Cia), Washington preparava attentati in luoghi pubblici, sequestri di oppositori, dirottamento di aerei, sabotaggi, omicidi.

Tiziano Sguazzero 23 luglio alle ore 21:26

Riporto un passo dall’articolo di Ignacio Ramonet («Le Monde diplomatique» e «Il Manifesto»), utile per comprensione del fenomeno terroristico ed evitare banalizzanti generalizzazioni di comodo (http://ilmanifesto.info/le-nuove-armi-del-terrorismo-jihadista).Su questo irriducibile fenomeno politico (il terrorismo), che provoca al tempo stesso spavento e collera, incomprensione e repulsione, emozione e attrazione, sono stati scritti migliaia di testi. E anche almeno due opere magistrali: il romanzo I demoni (1872) di Fëdor Dostoevskij e l’opera teatrale I giusti (1949) di Albert Camus. Tuttavia, adesso che l’islamismo jihadista sta globalizzando il terrore a livelli mai visti prima, il progetto di «uccidere per un’idea o una causa» appare sempre più aberrante. E si impone quel rifiuto definitivo espresso magistralmente da Juan Goytisolo con la frase: «Uccidere un innocente non è difendere una causa, è uccidere un innocente». Naturalmente, sappiamo che molti di quelli che, a un certo punto della loro vita, difesero il terrorismo come «legittima arma degli oppressi», sono poi diventati rispettati uomini e donne di Stato. Per esempio i dirigenti nati dalla Resistenza francese (De Gaulle, Chaban-Delmas), che le autorità tedesche di occupazione definivano «terroristi»; Menachem Begin, ex capo dell’Irgun, diventato primo ministro di Israele; Abdelaziz Bouteflika, già responsabile del Fln algerino, in seguito presidente dell’Algeria; Nelson Mandela, capo dell’African National Congress (Anc), presidente del Sudafrica e premio Nobel per la pace; Dilma Rousseff, presidente del Brasile; Salvador Sánchez Cerén, attuale presidente del Salvador ecc. Come principio di azione e metodo di lotta, il terrorismo è stato rivendicato, a seconda delle circostanze, da quasi tutte le famiglie politiche, Il primo teorico che propose, nel 1848, una «dottrina del terrorismo» non fu un islamista alienato ma il repubblicano tedesco Karl Heinzen con il saggio Der Mord (L’omicidio), nel quale sosteneva che tutte le azioni sono buone, compreso l’attentato suicida, per affrettare l’avvento della democrazia. Antimonarchico radicale, Heinzen scrisse: «Se devi far saltare la metà di un continente e provocare un bagno di sangue per distruggere il partito dei barbari, non farti scrupoli. Chi non sacrifica gioiosamente la propria vita per provare la soddisfazione di sterminare un milione di barbari non è un vero repubblicano». L’attuale «offensiva jihadista» e la propaganda antiterrorista che la accompagna possono far credere che il terrorismo sia un’esclusiva islamista: con tutta evidenza, è sbagliato. Fino a tempi recenti, altri terroristi erano in azione in molte aree del mondo non musulmano: l’Ira e gli unionisti nell’Irlanda del Nord; l’Eta in Spagna; le Farc e i paramilitari in Colombia; le Tigri tamil nello Sri Lanka; il Fronte Moro nelle Filippine ecc. Quello che è certo, è che l’allucinante brutalità dell’attuale terrorismo islamista (tanto quello di Al Qaeda quanto quello di Daesh, il sedicente Stato islamico) sembra aver indotto quasi tutte le altre organizzazioni armate del mondo – a eccezione del Pkk kurdo – a firmare in fretta accordi di cessate il fuoco e deposizione delle armi. Come se, davanti all’intensità della commozione popolare, non volessero vedersi in alcun modo accostate alle atrocità jihadiste. Ricordiamo poi che, fino a pochissimo tempo fa, una potenza democratica come gli Stati uniti non riteneva per forza immorale l’appoggio a certi gruppi terroristi. Attraverso la Central Intelligence Agency (Cia), Washington preparava attentati in luoghi pubblici, sequestri di oppositori, dirottamento di aerei, sabotaggi, omicidi.

 

23 Luglio 2016Permalink

20 luglio 2016 – Finalmente

Il precedente in questo blog: 24 dicembre 2015. Buon Natale da Pontoglio (Lombardia)

19/07/2016 Le tradizioni religiose non possono essere strumentalizzate per discriminare: condannato il comune di Pontoglio

Con l’ordinanza di ieri, il Tribunale di Brescia ha dichiarato il carattere discriminatorio del comportamento tenuto dal Comune di Pontoglio che, con deliberazione del 30 novembre 2015, aveva disposto il posizionamento ai vari ingressi del paese di cartelli a sfondo marrone recanti la scritta «Pontoglio è un paese a cultura occidentale di profonda tradizione cristiana, chi non intende rispettare la cultura e le tradizioni locali è invitato ad andarsene».

«Il punto non è se tale proposizione corrisponda o meno al vero – si legge nell’ordinanza -, la questione è che detto stato di cose … non può essere strumentalizzato da un ente pubblico per ostacolare o condizionare, foss’anche nella semplice forma della persuasione, il libero esercizio dei diritti costituzionali da parte di coloro che non si riconoscono nel substrato culturale del Comune». Lo Stato italiano, come viene ricordato nell’ordinanza, non è confessionale bensì «improntato al principio di laicità (articolo 19 Costituzione)» e «ragioni di razza e religione non possono pregiudicare l’eguale godimento dei diritti fondamentali dell’individuo (art 3 Costituzione), fra i quali figura quello della libertà di circolazione e soggiorno (articolo 16 Costituzione). «Se l’obiettivo del comune fosse stato quello di richiamare i residenti ad una forma di rispetto reciproco delle rispettive tradizioni e credenze religiose, i cartelli di certo non avrebbero avuto il contenuto, unilaterale, oggi censurato», conclude il giudice. Ne deriva che le tradizioni religiose non possono essere strumentalizzate dalla pubblica amministrazione per discriminare e che il principio supremo di laicità impone condizioni di parità e rispetto reciproco per favorire l’inclusione e la convivenza tra persone di fedi religiose differenti.

Il giorno precedente all’udienza di precisazione delle conclusioni, il comune aveva rimosso tutta la cartellonistica stradale presente sul territorio (non limitatamente ai cartelli discriminatori). Il giudice ha comunque accertato, come stabilito dall’art 7 della Direttiva 2000/43, il carattere discriminatorio del comportamento tenuto, precisando che “il ripristino della situazione fisiologica – nessun cartello con messaggi estranei ai contenuti tipici previsti dal codice della strada – è la migliore risposta alla precedente situazione di discriminazione”.

http://www.asgi.it/notizia/le-tradizioni-religiose-non-possono-strumentalizzate-discriminare-condannato-comune-pontoglio/

20 Luglio 2016Permalink

15 luglio 2016 – Una giusta petizione da completare

 

Ieri ho  firmato la petizione “Al Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, : DOVE SONO FINITI I BAMBINI? 10.000 BAMBINI EMIGRATI IN EUROPA  SONO SCOMPARSI NEL NULLA” e vorrei chiederti di aiutarci aggiungendo il tuo nome.

https://www.change.org/p/al-presidente-della-repubblica-italiana-sergio-mattarella-dove-sono-finiti-i-bambini-10-000-bambini-emigrati-in-europa-sono-scomparsi-nel-nulla?recruiter=34062934&utm_source=share_petition&utm_medium=email&utm_campaign=share_email_responsive

L’ho girata a parecchi amici e ho ricevuto la conferma dell’adesione di molti di loro che hanno apposto la loro firma.

Ho aggiunto quello che per me è un necessario completamento del messaggio in cui non posso accettare zone d’ombra che coprono il razzismo italiano, finalizzato a distruggere nuovi nati

“Penso con dolore e orrore a questi bambini, finiti nelle maglie del crimine più o meno organizzato. Manteniamo comunque la richiesta della loro ricerca forte e chiara. E’ un dovere assoluto. Ricordiamo però che con sconvolgente, inammissibile e inaccettabile incoerenza la nostra legislazione dal 2009 prevede che vi siano bambini che nascono in Italia, cui è negato il certificato di nascita per l’irregolarità burocratica dei loro genitori (non comunitari privi di permesso di soggiorno). Modificare la legge sarebbe assai semplice solo che la relativa nuova norma venisse presa in considerazione dal Parlamento italiano. Il riferimento legislativo è l’art. 6 comma 2 del testo unico, decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni, testo unico che, fino al 2009, non conteneva la norma cui ho fatto riferimento, norma che allora venne introdotta con la legge 94/2009 (art. 1 comma 22 lettera g). Mi rendo conto che rispetto alla quantità di minori che, fuggiti dalla guerra e dalla fame, hanno attraversato il mare e territori ostili, questo può sembrare un problema minore. Mi chiedo però che senso abbia fabbricare con legge minori che, nati in Italia, sono esposti alla criminalità senza poter essere difesi perché la legge li vuole giuridicamente inesistenti. Qui aggiungo: Il precedente più vicino a tutto questo, reperibile nella storia della shoa, é l’operato di Eichmann, il burocrate dello sterminio. E’ terribile che una norma presente nella legge italiana lo richiami alla mente”.

15 Luglio 2016Permalink

13 luglio 2016 – Uso politico del negazionismo

8 luglio 2016  “Ancora una volta, Israele nega il genocidio armeno” Il prof. Yair Auron si batte da anni per il riconoscimento del genocidio armeno da parte di Israele            alchetron (note biobliografiche sull’autore)

Yair Auron è uno studioso dei genocidi che si batte da anni per il riconoscimento del genocidio armeno da parte di Israele e del mondo. Visto che per mercoledì era previsto un voto della Knesset in seduta plenaria su questo tema, il docente della Open University e fondatore di Gariwo Israele ha proposto su Haaretz del 4 luglio una risoluzione di riconoscimento da parte almeno del Parlamento di Israele, se non di tutto lo Stato. In realtà mercoledì la Knesset ha deciso di rinviare la discussione per non compromettere i rapporti con la Turchia. Poiché questo articolo riflette comunque tutto l’iter complesso del riconoscimento israeliano del genocidio armeno, lo pubblichiamo, sicuri che le raccomandazioni di Auron conservino valore anche per future votazioni.  

Israele è uno dei pochissimi Paesi democratici al mondo, se non l’unico, a negare il genocidio armeno, e a sostenere la cocciuta politica negazionista della Turchia

Il 31 maggio, pochi giorni prima che la camera bassa del Bundestag Tedesco riconoscesse le uccisioni contro il popolo armeno – un atto che ha avuto risonanza in tutto il mondo – ci sarebbe dovuta essere una discussione su questo tema alla Knesset. Tuttavia, essa è stata rinviata per la pressione del Ministero degli Esteri (che è guidato dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu). La discussione avrebbe dovuto avere luogo mercoledì 6 luglio, ma è stata ancora rinviata, sempre per non causare tensioni con la Turchia (NdR).

Questo è un dibattito molto importante, portato avanti da anni da coloro che sostengono che Israele debba riconoscere il genocidio armeno. Nell’ultimo anno speravo che, se non il governo israeliano, almeno la Knesset l’avrebbe finalmente riconosciuto, ma evidentemente le probabilità che ciò avvenga sono scarse, alla luce dell’accordo di riavvicinamento firmato con la Turchia. Dopo tutto, chi metterebbe in crisi l’accordo per via di una elemento così trascurabile come il fatto se vi sia stato o no un genocidio contro un’altra nazione?

È impossibile che il governo israeliano riconosca il genocidio armeno, ma nel corso dell’anno in cui si è commemorato il centenario dell’assassinio del popolo armeno (il 2015, ndR) c’era quanto meno la speranza che l’avrebbe fatto la Knesset. Ma evidentemente si tratta di una speranza destinata a dissolversi. Il Presidente Reuven Rivlin ha espresso in passato una profonda identificazione con la sofferenza degli armeni. Quando ha presieduto la Knesset ha perfino dichiarato che Israele dovrebbe riconoscere il genocidio armeno. È una vergogna che si sia trattenuto dal ripeterlo da quando è stato eletto Presidente, dicendo soltanto: “Non ho cambiato idea”.

In una discussione della Commissione della Knesset per l’Istruzione a luglio 2015, nella quale ha partecipato anche Edelstein (parlamentare del Likud e membro della coalizione di governo, ndR), tutti i relatori della coalizione di governo e dell’opposizione hanno appoggiato il riconoscimento. Solo un rappresentante del Ministero degli Esteri ha avanzato riserve, affermando che il concetto di “genocidio” è stato politicizzato, e quindi Israele non dovrebbe avvalersene. Immaginate se qualsiasi governo europeo dovesse affermare che “Shoah” è un concetto politico e quindi sarebbe esentato da usarlo.

In conclusione del dibattito, la Commissione Istruzione ha rivolto un appello alla Knesset affinché riconosca il genocidio e al Ministero dell’Istruzione affinché lo faccia insegnare, ma non è accaduto nulla. La discussione annuale che avrà luogo prossimamente è il momento della verità. Il deterioramento delle relazioni con la Turchia e gli accordi sugli armamenti tra i governi di Israele e Azerbaigian, del valore di miliardi di dollari e concernente armi destinate agli scontri con gli armeni – non fanno ben sperare che sia possibile il riconoscimento.

Anche se le persone e le istituzioni in Israele non saranno felici di sentire queste parole, esse vanno dette. Israele nega il genocidio armeno. Siamo uno dei pochissimi Paesi democratici al mondo, se non l’unico, a sostenere la cocciuta politica negazionista della Turchia. Gli Stati Uniti non riconoscono né negano il genocidio. Quando noi lo neghiamo, dissacriamo la memoria delle vittime. Secondo me, ciò facendo offendiamo anche le vittime della Shoah.

Per via di quest’ultima frase, che mi sono rifiutato di omettere, l’amministrazione di Yad Vashem ha rifiutato un articolo scientifico che ero stato invitato a scrivere per la newsletter dell’istituzione, Teaching the Legacy (insegnare il lascito). Ma io continuerò a dire e scrivere questa frase fino a quando lo Stato di Israele, anche solamente attraverso la Knesset, non riconoscerà il genocidio armeno.

Oggi si sa – è stato dimostrato – che quando neghiamo un genocidio del passato, prepariamo la strada a un genocidio futuro.

Il dibattito alla Knesset dovrebbe suscitare un grande interesse nel mondo, e senz’altro tra gli armeni, in Armenia e nella diaspora, e si spera anche qui. Coloro che si battono per il riconoscimento stanno chiedendo “un voto ora”. Spostare la discussione alla Commissione è stato un passo importante per diversi anni, ma è diventato uno strumento politico per nascondere la verità. Noi continuiamo a negare.

Il riconoscimento di Israele (che non è arrivato prima, con mio dispiacere) probabilmente porterebbe al riconoscimento del genocidio armeno in tutto il mondo. Se lo riconosce Israele, il Presidente USA Barack Obama non potrà continuare a rimanere in disparte. Ciò che è vero del genocidio, è vero anche per la battaglia contro la sua negazione: chiunque non sia dalla parte delle vittime è dalla parte dei negazionisti.

Link da cui è possibile raggiungere alla fonte il testo in italiano. Fonte Gariwo – La foresta dei giusti  http://it.gariwo.net/ .

http://it.gariwo.net/persecuzioni/negazionismo/ancora-una-volta-israele-nega-il-genocidio-armeno-15337.html

Molti ritengono che ragionare sulla politica di Israele sia antisemitismo; perciò ho raggiunto la fonte originaria, il quotidiano Haaretz dove è possibile leggere lo stesso testo in inglese.

http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.728904

HAARETZ Wednesday,  July 13, 2016. Tammuz 7, 5776 Time in Israel: 4:35 PM

YET Again, Israel Denies the Armenian Genocide Yair Auron  Jul 04, 2016 11:29 PM

Israel is one of the only democratic countries in the world, if not the only one, to do so, and to support Turkey’s stubborn policy of denial.

13 Luglio 2016Permalink

12 luglio 2016 – Bauman: “La paura e l’odio si nutrono dello stesso cibo”

Quando copiare è giusto. Perché dovrei scrivere io con le mie parole quando altri ha detto così bene ciò che penso con minor chiarezza?

11 luglio 2016 – Il filosofo: la xenofobia in Europa e a Dallas figlie della cronica incertezza
Francesca Paci  Roma

La paura è il demone più sinistro del nostro tempo», ammoniva già anni fa il filosofo polacco Zygmunt Bauman. A guardare il mondo occidentale, che dagli Usa all’acciaccata Europa, pare aver ceduto alle pulsioni più rabbiose quasi si fosse «mediorientalizzato», gli spettri evocati dal teorico della società liquida nonché una tra le menti più acute del pensiero contemporaneo assumono dimensioni epiche.

Dallas ma anche gli episodi xenofobi ripetutisi nel Regno Unito dopo la Brexit e, nell’Italia porto dei migranti, il rifugiato nigeriano ucciso a Fermo. Professor Bauman, stiamo passando dall’età della paura a quella dell’odio? «Non c’è alcun passaggio dalle paure nate dalla nostra cronica incertezza all’esibizione di odio a Dallas o ai mini pogrom avvenuti dopo la Brexit nelle strade inglesi: sono contemporanei, solo di rado li sperimentiamo separatamente. Paura e odio hanno le stesse origini e si nutrono dello stesso cibo: ricordano i gemelli siamesi condannati a trascorrere tutta la vita in compagnia reciproca: in molti casi non solo sono nati insieme ma possono solo morire insieme. La paura deve per forza cercare, inventare e costruire gli obiettivi su cui scaricare l’odio mentre l’odio ha bisogno della spaventosità dei suoi obiettivi come ragion d’essere: si rimpallano a vicenda, possono sopravvivere solo così».

C’è consequenzialità tra la diffusione dell’«hate speech» (incitamento all’odio) e le nuove tensioni etniche e razziali? «La loro coincidenza non è casuale ma neppure predeterminata. Come ogni alleanza è una scelta politica. Per quanto stiamo vivendo la scelta è stata dettata dalla simultaneità di due fenomeni. Il primo, individuato dal sociologo tedesco Ulrich Beck, è la stridente discrepanza tra l’essere stati assegnati a una “situazione cosmopolita” in assenza di una “consapevolezza cosmopolita” e senza gli strumenti adatti a gestirla. Il conseguente scontro tra strumenti di controllo politico territorialmente limitati e poteri extraterritoriali incontrollabili e imprevedibili ha prodotto la “deregulation” multi-direzionale delle condizioni di vita e ha saturato le nostre esistenze di paura per il futuro nostro e dei nostri figli. Quella paura era e resta una trinità avvelenata, l’incontro di tre sentimenti ossessionanti, ignoranza, impotenza e umiliazione. I poteri distanti e oscuri che ci condizionano vanno al di là del nostro sguardo e della nostra influenza, così come le nostre paure si muovono tra forze che siamo incapaci di addomesticare o contenere. Se non sappiamo respingere queste forze che minacciano tutto quanto ci è caro, non potremmo almeno tenerle a distanza, interdire loro l’accesso alle nostre case e ai luoghi di lavoro?».

Non potremmo, professore?   «L’afflusso massiccio e senza precedenti di rifugiati è il secondo fenomeno a cui accennavo e ha contribuito a dare a questa domanda una risposta credibile e “di buon senso” seppure falsa e fuorviante, una risposta elevata a rango di dogma da aspiranti politici che vi annusano la chance di un forte sostegno popolare. È balsamo per le anime tormentate: le paure senza sbocco e perciò tossiche non possono riversarsi sulle loro vere cause – forze poderose e così distanti da essere immuni al nostro risentimento – ma possono facilmente e tangibilmente rovesciarsi su chi appare e si comporta da straniero, dagli ambulanti ai mendicanti. Le aggressioni etniche e razziali sono la medicina dei poveri contro la propria miseria. La loro efficacia si misura non dal fatto che risolvano la fragilità della vita ma dal dare temporaneo sollievo al tormento psicologico dell’impotenza e dell’umiliazione».

La paura, certo. Ma non hanno responsabilità anche la diffusione delle armi in Usa, l’inanità europea sui migranti, Internet?   «Queste non sono cause: facilitano, anche molto, le azioni che quelle cause producono. Internet e i “social” possono servire altrettanto efficacemente all’inclusione come all’esclusione, al rispetto e al disprezzo, all’amicizia e all’odio. La responsabilità di scegliere ricade direttamente sulle nostre spalle di navigatori. Possiamo usare lo stesso coltello per tagliare pane o gole: a qualsiasi uso lo destini, chi lo tiene lo vuole affilato. Il web affila gli strumenti ma noi ne scegliamo l’applicazione».

È ancora «sonno della ragione»? «Come diceva il filosofo tedesco Leo Strauss, ci sono sempre stati e ci saranno sempre degli inattesi cambiamenti di punto di vista che modificano radicalmente il sapere precedente: ogni dottrina, per quanto definitiva sembri, sarà prima o poi soppiantata da un’altra. L’hanno già detto altri, il tribalismo è la risposta al perché le differenze tra gruppi della popolazione siano sempre ridotte a un rapporto inferiore/superiore».

 La reazione contrastata della Nra alle ultime uccisioni di neri da parte della polizia e alla strage dei poliziotti bianchi a Dallas ha aperto una faglia nella potente lobby. « L’associazione non ha esitato a fare le condoglianze ai familiari degli agenti uccisi, ma ha glissato sulla morte dei due afroamericani Sterling e Castile limitandosi a un blando comunicato che non prendeva posizione «dal momento che c’è una indagine in corso».

Fonte: http://www.lastampa.it/2016/07/11/esteri/bauman-la-paura-e-lodio-si-nutrono-dello-stesso-cibo-lobby-delle-armi-divisa-sugli-omicidi-dei-neri-uG4FeOyJcQwAGnlQk5M0yM/pagina.html

12 Luglio 2016Permalink

6 luglio 2016 – Il rapporto Chilcot

Prima di tutto la fonte

http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2016/07/06/esce-rapporto-chilcot-sull-invasione-iraq-guerra-non-era-necessaria_1sfJuGId8kF1F6eXEViyfN.html

Invasione in Iraq, rapporto Chilcot: “Guerra non era necessaria”. Blair: “Io in buona fede”   Pubblicato il: 06/07/2016 13:50

Il Regno Unito non esaurì tutte le possibili opzioni pacifiche prima di decidere di unirsi nel 2003 agli Stati Uniti nell’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein. Queste le attese conclusioni di Sir John Chilcot, a capo della commissione di inchiesta che per 7 anni ha indagato sulle ragioni della guerra e che oggi presenta il suo Rapporto finale.

Per Chilcot, l’allora premier laburista Tony Blair giudicò le informazioni di intelligence sulla minaccia delle presunte armi di distruzione di massa irachene “con una certezza che non era giustificata”. I piani per il dopoguerra, inoltre, furono “completamente inadeguati” alla situazione.

In una dichiarazione Blair ha risposto alle conclusioni del Rapporto: “Il rapporto dovrebbe mettere a tacere le accuse di cattiva fede, menzogne o inganni. Sia che la gente sia d’accordo o in disaccordo con la mia decisione di intraprendere un’azione militare contro Saddam Hussein, lo feci in buona fede e in quello che credevo essere il migliore interesse del Paese”.rapporto-chilcot

E’ una critica “devastante”, come la definisce il Guardian, quella rivolta nei confronti di Blair dal Rapporto. Per John Chilcot, che per sette anni ha guidato la commissione d’inchiesta, la decisione britannica di invadere uno stato sovrano per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale prima che tutte “le opzioni pacifiche per il disarmo” venissero esplorate, fu della “massima gravità”. E se l’azione militare non era all’epoca “l’ultima risorsa” possibile, Chilcot suggerisce che uno dei fattori decisivi nella decisione di unirsi agli Stati Uniti e scendere in guerra, fu proprio il convincimento di Blair.

Secondo il Rapporto, il celebre dossier presentato dal premier alla Camera dei Comuni nel settembre del 2002 non era sufficiente a supportare l’accusa che l’Iraq di Saddam Hussein stava sviluppando armi di distruzione di massa. L’allora governo laburista non riuscì inoltre a prevedere le disastrose conseguenze della guerra, ha detto Chilcot nell’illustrare le conclusioni contenute nei 12 volumi che compongono il Rapporto. Con almeno 150mila morti, molti dei quali civili e “oltre un milione di sfollati”, ha ricordato, “il popolo iracheno soffrì enormemente”.

Il ministro Franceschini dichiara: “Blair esce politicamente distrutto dal rapporto Chilcot”

È una “lezione su come non andare in guerra” il lungo rapporto di Sir Chilcot sulla partecipazione del Regno Unito all’intervento militare in Iraq del 2003. Supera di quattro volte per numero di parole “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj e distrugge politicamente l’allora premier britannico Tony Blair. Una frase spicca dal rapporto: “Sarò con te in qualsiasi caso”, parole pronunciate dal premier al presidente Usa Goerge Bush molto prima che il Parlamento britannico approvasse la guerra in Iraq di Enrico Franceschini, corrispondente da Londra

Fonte: http://video.repubblica.it/mondo/franceschini-blair-esce-politicamente-distrutto-dal-rapporto-chilcot/245481/245565?ref=HRER3-1http://video.repubblica.it/mondo/franceschini-blair-esce-politicamente-distrutto-dal-rapporto-chilcot/245481/245565?ref=HRER3-1

Forse il silenzio sarebbe un indicatore di pudore

6 Luglio 2016Permalink

1 luglio 2016 – Calendario di luglio

.2 luglio 2002 – Entra in vigore il tribunale Penale Internazionale .
.2 luglio 2016 – Strage di Dacca
.2 luglio 2016 –  Morte di Elie Wiesel
.3 luglio 1995 – Morte di Alexander Langer
.4 luglio 1976 –  Dichiarazione dei Diritti dei Popoli del Tribunale Russel
.5 luglio  1963-  Algeria: Indipendenza dalla Francia . Festa nazionale.
.5 luglio 2016  – Fine del mese di Ramadan (anno islamico 1437)
.6 luglio 1415 – Morte sul rogo di Jan Hus
.6 luglio 1967 –  Inizio della guerra civile nigeriana, o  guerra del Biafra
.6 luglio 2016 –  Pubblicazione del rapporto Chilcot
.6 luglio 2016 –  Assassinato a Fermo Emmanuel, nigeriano richiedente asilo
.7 luglio 1535 – Morte di Tommaso Moro
.7 luglio 1960 –  Morti di Reggio Emilia
.8 luglio 1978 – Sandro Pertini Presidente della Repubblica
.9 luglio 2002 – Nasce a Durban l’Unione Africana
.9 luglio 2011  – Indipendenza del Sud Sudan
10 luglio 1940 – Nascita del governo collaborazionista di Vichy
10 luglio 1976  – Nube tossica a Seveso
11 luglio 1979  –Assassinio Ambrosoli –Milano
11 luglio 1995  – Strage di Srebrenica
12 luglio 1973 – Giovanni Franzoni si dimette da abate di San Paolo
13 luglio 1936  – Inizio della guerra civile spagnola
13 luglio 2014  –  Muore Nadine Gordimer, sudafricana, attivista contro
………………………l’apartheid, Nobel per la Letteratura nel 1991
13 luglio  2016 –  Morte di Bernardo Provenzano
14 luglio 1789 –  Parigi – presa della Bastiglia
14 luglio 2015 –  Vienna: accordo sul programma nucleare fra Stati Uniti,
……………………Russia, Francia, Cina,  Gran Bretagna che hanno diritto
……………………di veto all’ONU  + Germania e Iran .
14 luglio 2016 –  Strage di Nizza
15 luglio 2016 –  Tentato colpo di stato in Turchia
17 luglio 1566 –  Morte di Bartolomeo de Las Casas
18 luglio 1546 – Morte di Martin Lutero
19 luglio 1943 – Primo bombardamento anglo-americano su Roma
19 luglio 1992 –  Strage del giudice Borsellino e della scorta
20 luglio 1944 – Attentato militare fallito vs Hitler
20 luglio 1969 – Allunaggio Apollo 11
20 luglio 2001 –  Genova  – Uccisione di Carlo Giuliani durante il G8
20 luglio 2001 – Genova – Assalto alla scuola Diaz durante il G8
21 luglio 2015 –  Strage di Suruc (Turchia)
22 luglio 2011 –  Utoeya – Norvegia. Il neonazista Breivik uccide 76
…………………….. persone.
22 luglio 2016  –  Strage di Monaco
23 luglio 1929  – Il fascismo bandisce l’uso delle parole straniere
23 luglio 2016  –  Strage di Kabul durante manifestazione di Hazara sciiti
24 luglio 2014 –  Gaza – bombardamento e strage scuola Unrwa
24 luglio 1783  –  Nascita di Simon Bolivar
25 luglio 1943 –  Caduta del fascismo – Arresto Mussolini – ………………………Governo Badoglio
25 luglio 1968 –  Paolo VI pubblica l’enciclica Humanae vitae
26 luglio 1960 –   Fine del governo Tambroni
26 luglio 1992  –  Morte di Rita Atria
27 marzo 1993 –  Attentati mafiosi a Milano e Roma – 5 morti
28 luglio 1914 –  L’Austria dichiara guerra alla Serbia
28 luglio 1993 –  Esplodono due autobombe a Milano e una a Roma
29 luglio 1976 –  Tina Anselmi diventa ministro del lavoro
……………………Prima donna in Italia ad assumere un incarico di governo.
29 luglio 1983 –  Omicidio del giudice Rocco Chinnici – Palermo
31 luglio 1941 –  Hermann Göring inizia a pianificare la ‘soluzione finale’

2 Luglio 2016Permalink

27 giugno 2016 – Ho un Sogno racconta un festival

SCUOLA & UMANITÀ

Dialoghi sul mondo che cambia

Come ogni anno a Udine anche nel  2016 il festival dell’associazione vicino/lontano ha assicurato spazio a giovani che, durante il loro normale percorso scolastico, costruiscono attività di relazione con la società civile, facendosi protagonisti di una formazione orientata a ‘Dialoghi sul mondo che cambia’, secondo l’indirizzo proposto dal tema generale del festival. Così il 6 maggio, nel teatro della città, i 1200 rappresentanti degli studenti coinvolti attraverso le opportunità formative offerte dagli istituti di appartenenza hanno fatto conoscere aspetti significativi del loro specifico progetto: “Il piacere della legalità? Mondi a confronto. Legami di responsabilità”. Non si trattava di una festosa evasione da ciò che la didattica prevede per il curriculum proprio di ogni scuola ma della ricerca di confronto con chi mette a disposizione testimonianze esemplari, valori praticati di coerenza, libertà e legalità. Ad esempio l’Istituto Statale di Istruzione Superiore Stringher – che all’interno della propria attività curriculare propone anche un corso di servizi alberghieri – dallo scorso mese di ottobre garantisce una volta la settimana una presenza attiva alla mensa della Caritas dove gli studenti (guidati dal loro insegnante di cucina) si rendono disponibili a contribuire a un progetto di solidarietà per loro professionalmente significativo come in uno stage efficace per quanto inconsueto. Il 6 maggio alla mensa della Caritas sono stati serviti 400 pasti confezionati dalle cuoche della mensa in collaborazione con la classe dello Stringher. La prima serie di pasti è stata offerta ai migranti utenti abituali con menù italiano (a base di pasta) e successivamente (in un simpatico scambio di culture alimentari) 50 rappresentanti dell’incontro in teatro hanno sperimentato un menù tunisino, gustando il cous cous. Nell’intreccio di solidarietà gli alimenti non deperibili erano stati offerti da una ditta distributrice di prodotti alimentari.

La scuola incontra il carcere

A Ho un Sogno, che mai trascura l’attenzione ai problemi del carcere, sembra significativo segnalare, fra le varie attività realizzate e testimoniate da studenti protagonisti, l’esperienza formativa molto speciale, vissuta negli spazi della Casa Circondariale di Udine e organizzata nel quadro dei progetti realizzati dal Centro Provinciale per l’Istruzione degli adulti della provincia di Udine (CPIA). Si tratta di iniziative finalizzate a costruire un ponte fra chi è detenuto e chi è ‘fuori’ e, in un pomeriggio condiviso, guarda a un mondo sconosciuto facendosi partecipe consapevole di una relazione significativa con una diversità con cui potrebbe incontrarsi nel corso del lavoro. Gli studenti, impegnati in un percorso orientato ad assicurare formazione in discipline proprie della psicologia sociale e della sociologia, hanno così l’opportunità di verificarsi con l’esperienza che favorisce il superamento della catena di pregiudizi e di stereotipi, fonte di stigmatizzazione irrimediabile. Ne sono stati protagonisti un gruppo di 12 detenuti e studenti (naturalmente maggiorenni) del Liceo Percoto e del Liceo artistico Sello, impegnati ogni mercoledì pomeriggio, da gennaio a maggio, in incontri, laboratori artistici e gruppi di discussione, focalizzati sull’analisi della parola, dell’immagine e della corporeità. Gli insegnanti coinvolti nell’attività ‘intra moenia’ si dichiarano colpiti dall’efficacia degli incontri in carcere che avvengono in un clima di normale relazione dove gli studenti si sono dimostrati capaci di non identificare coloro con cui interloquiscono con il reato commesso. I detenuti, sia italiani che stranieri, hanno accettato con entusiasmo il confronto con l’esterno arrivando anche a rinunciare all’ora d’aria per assicurarsi questa modalità di partecipazione in cui parlano di sé, della propria reclusione, ma anche delle esperienze di vita che li hanno segnati. Emergono riflessioni sulla responsabilità personale in racconti che possono contribuire a una cultura di prevenzione dell’illegalità. Al teatro Giovanni da Udine un detenuto, a nome dei compagni del corso realizzato in carcere, ha letto una lettera di ringraziamento e ha sottolineato l’importanza degli incontri con i ragazzi per il contributo all’apertura sociale, al superamento del pregiudizio e per aver acceso la speranza di una aspettativa diversa da quella vissuta nell’ambito della privazione della libertà. Anche la civica biblioteca si è fatta creatrice di opportunità di conoscenza e relazione con la stipula di una convenzione per prestito di libri, gestito nella casa circondariale dall’associazione Icaro. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, afferma la Costituzione. Il 6 maggio ne abbiamo intravisto un significato possibile.

NOTA:
Nel numero 244 del bollettino Ho un sogno vedi anche: “25 giugno. Per mettere in discussione un pregiudizio”

27 Giugno 2016Permalink

25 giugno 2016 – Per mettere in discussione un pregiudizio.

IL CELLULARE MIGRANTE (da Ho un sogno n. 244 – giugno 2016) 

Molti saranno rimasti sorpresi nel vedere i profughi tutti con il cellulare in mano, spesso stazionare nelle aree dove è disponibile la connessione wi-fi gratuita. cell_migrante

Per loro lo smartphone è davvero speciale: lo scrigno di una parte della loro vita e uno strumento prezioso per mantenere i contatti con la loro rete sociale, per passare le lunghe ore di attesa, ma anche come supporto ai loro percorsi migratori. Ne è testimonianza il bel reportage di Grey Hutton, sul sito www.vice.com/it/read/cellulari-migranti-cosa-043, dal quale sono tratte le fotografie di questo numero di Ho un sogno.

Ogni giorno nascono sempre più applicazioni utili a facilitare la vita di chi decide di abbandonare il proprio paese. Accanto alle classiche Whatsapp, Facebook, e GoogleMaps, utili a pianificare più il viaggio, a mantenere contatti con la propria famiglia e amici e a scambiare informazioni generiche, operatori umanitari e sviluppatori informatici collaborano per creare app utili a superare l’emergenza e a sostenere i migranti nella ricerca di un alloggio, di beni di prima necessità, a fornire loro informazioni dettagliate di qualsiasi genere relative ai territori e molto altro ancora.

Queste le principali applicazioni:

Refugees Welcome sul modello di AirBnB mette in contatto chi cerca una sistemazione temporanea con chi la offre.

Welcome to Dresden fornisce ai rifugiati dettagliate informazioni sanitarie e locali del circondario di Dresda.

Refugee Aid App fornisce informazioni ai rifugiati su cibo, alloggio e cure mediche in base al loro posizionamento.

Creative Associates International è un programma di apprendimento online per i bambini rifugiati siriani, sviluppato completamente su Cloud.

What3Words sulla base di 3 parole localizza indirizzi che sarebbero altrimenti impossibili da trovare.

Trace the Face, della Croce Rossa, permette l’identificazione di persone smarrite durante il viaggio grazie alla pubblicazione delle loro foto.

Hug-Tap to donate facilita le donazioni ad associazioni che aiutano migranti o richiedenti asilo.

BREVE NOTA Segnalo in particolare la possibilità di raggiungere il sito www.vice.com/it/read/cellulari-migranti-cosa-043

e ricordo che tutte le applicazioni segnalate sono raggiungibili via internet

Chi a Udine volesse trovare Ho un sogno in forma cartacea può andare alla Libreria CLUF, Via Gemona 22.

25 Giugno 2016Permalink

23 giugno 2016 – Ancora una volta bambini disprezzati fino all’invisibilità.

Copio da  La Repubblica di oggi

Il diritto dei bambini

Dopo lo stralcio della norma sulla stepchild adoption voluto dal Parlamento, la Corte di Cassazione ha riconosciuto la legittimità dell’adozione di una bambina da parte della compagna della madre biologica di MICHELA MARZANO

Non poteva che andare a finire così. Dopo lo stralcio della norma sulla stepchild adoption voluto dal Parlamento, la Corte di Cassazione, in nome del «preminente interesse dei minori», ha riconosciuto la legittimità dell’adozione di una bambina da parte della compagna della madre biologica. Era evidente. Era logico.

 Era l’unica cosa che si potesse fare non solo dal punto di vista del diritto, ma anche da quello dell’etica per correggere una grande ingiustizia e cercare, così, di «riparare (almeno parzialmente) il mondo». In nome di cosa il legislatore ha potuto anche solo immaginare di non dare ai bambini che vivono con due donne o con due uomini gli stessi diritti che ha un bambino che vive con un uomo e una donna?

Quando ci si preoccupa del bene dei più piccoli, tutti gli argomenti utilizzati in Parlamento per arrivare allo stralcio della stepchild adoption finiscono con l’apparire futili e inconsistenti. Inutile cercare di stravolgere il dibattito insistendo sull’ipotetica legittimazione della pratica della gestazione per altri quando si parla di bambini che già esistono. Inutile invocare la “naturale fecondità” dell’incontro tra un uomo e una donna quando è ormai noto che la “fecondità” di una coppia è soprattutto simbolica. Inutile anche insistere sul fatto che madre e padre sarebbero sempre e solo i genitori biologici quando, come sappiamo bene, un conto è mettere al mondo un figlio, altro conto è accudirlo, coccolarlo e accompagnarlo nella crescita, insegnandogli a “tenersi su” da solo come spiega il pedopsichiatra D. W. Winnicott.

I bambini e le bambine di cui si occupa la magistratura ormai da anni sono d’altronde bimbi e bimbe che già fanno parte di una famiglia, già vivono e già crescono circondati dall’affetto di due mamme o di due papà. Uguali in tutto e per tutto agli altri bimbi. Solo che, a differenza di chi vive e cresce circondato dall’affetto di un padre e di una madre, i figli delle coppie omogenitoriali, per il legislatore, sono trasparenti. E allora c’è stato bisogno dei giudici per ricordare a tutti quella che dovrebbe essere un’evidenza: è per il bene dei bambini, e nel loro preminente interesse, che il compagno o la compagna del padre o della madre biologica dovrebbero poter avere, nei loro confronti, gli stessi diritti e gli stessi doveri dei “genitori naturali”.

Ormai, il “sì” alla stepchild adoption è definitivo. Anche se, forse, l’errore è stato proprio quello di utilizzare un’espressione inglese per designare un semplice legame giuridico, un’adozione speciale, come spiegano i giudici, che non equivale nemmeno a una vera e propria adozione, visto che questi bambini, pur essendo riconosciuti figli dei genitori sociali, non entrano nella linea familiare. Figli e non fratelli, quindi, se per caso nella famiglia, di bambini, ce ne sono anche altri. Figli e non nipoti, purtroppo, che avranno due genitori ma non quattro nonni. Perché poi è sempre così che succede: quando non si nominano in maniera corretta le cose, la quantità di disordine e di sofferenza che ci sono nel mondo può solo aumentare.

E allora è stato facile, per gli integralismi di vario genere, derubricare la questione dell’uguaglianza dei più piccoli a “porta aperta sull’abisso dell’immoralità”, dimenticando che, quando si parla dei bambini, l’unica cosa che è immorale è trascurare il loro benessere. “Un bimbo ha diritto a una mamma e un papà”, continuano a ripetere tutti coloro che hanno contestato le decisioni di alcuni Tribunali e che, oggi, criticano anche la sentenza della Cassazione. Facendo finta di non sapere che il diritto dei bambini è prima di tutto quello di crescere in un ambiente armonioso, in cui maternità e paternità non si riducano a mera genetica e significhino soprattutto capacità di accogliere e di accudire, di amare e di riconoscere.

Ognuno di noi non è solo il risultato di una combinazione di geni, ma anche e soprattutto il frutto di una storia, la conseguenza di un desiderio, il risultato di attese e sogni, speranze e delusioni. Allora è ovvio che non si nasce senza l’incontro del “femminile” e del “maschile”.

Ma è anche ovvio che non si cresce e non si ha accesso alla propria umanità senza il desiderio profondo di chi, diventato padre o madre, cerca di trasmetterci il senso dell’esistenza, riconoscendoci e amandoci  per quello che siamo. Amore e riconoscimento non hanno né sesso né genere. I bambini lo sanno istintivamente e lo sperimentano ogni giorno. Peccato che siano gli adulti a dimenticarlo, chiudendosi talvolta all’interno dei rigidi steccati che impongono gli stereotipi di genere.

Commento e integro

Fin qui l’on Marzano.
Ora integro la  domanda che ho evidenziato in colore rosso, aggiungendone una mia.

In nome di cosa il legislatore ha potuto anche solo immaginare di non dare a bambini nati in Italia, in cui genitori non  hanno il pezzo di carta chiamato permesso di soggiorno il certificato di nascita he ne assicura identità e appartenenza a una famiglia che lo vuole ma non lo può accogliere come suo (anche se tale è) per non essere legalmente disintegrata dall’espulsione?

Così ha voluto il Parlamento italiano nel 2009 (quarto governo Berlusconi, Ministro dell’Interno Maroni) e così si ostina a discriminare anche se la modifica della legge sarebbe a costo zero. Inutilmente ogni anno 80 associazioni (gruppo Convention on the Rights of the Child) chiedono la modifica della legge 94/2009 (art. 1 comma 22 lettera g). Gli italiani e le italiane, anche organizzati in associazioni, chiese e quanto di ‘meglio’ dicono di riuscire  ad esprimere, si associano all’indifferenza delle forze politiche.
Per saperne di più tag anagrafe

23 Giugno 2016Permalink