18 marzo 2016 – Una lettera a Donald Trump

Mr. Trump,

Ce la metto tutta per non essere politico. Mi sono rifiutato di intervistare molti suoi colleghi candidati. Non volevo mettere a repentaglio la mia buona fede prendendo posizione in un confronto politico così controverso. Ho pensato: “Non è il momento giusto”. Ma mi rendo conto ora che non c’è un momento giusto per opporsi alla violenza e al pregiudizio. Il momento giusto è e sarà sempre ora. Perché insieme a milioni di americani, mi sono reso conto che opporsi a lei non è più una decisione politica ma morale.

“Opporsi a lei non è una scelta politica ma una scelta morale” .
Lo scrive a Donald Trump Brandon Stanton, il creatore di una delle pagine Facebook più seguite e note negli Usa e nel mondo, “Humans of New York”: uno straordinario archivio di volti e storie della Grande Mela seguito da quasi venti milioni di persone. Stanton, come dichiara nel post, non si è mai schierato politicamente. Nei confronti del candidato repubblicano, tuttavia, ha sentito l’urgenza di esprimere parole accorate e fortissime che in pochi giorni hanno superato il milione di condivisioni.

Per lui opporsi e schierarsi apertamente “è una questione di morale”, che si rende necessaria per contrastare l’ascesa di Trump alla Casa Bianca: “Ti ho visto ritwittare immagini razziste. Ti ho visto con gioia incoraggiare la violenza, promettendo di pagare le spese legali di coloro i quali la commetteranno in vostro nome. Ti ho visto sostenere l’uso della tortura e l’uccisione delle famiglie dei terroristi. Ti ho visto raccontare allegramente storie di esecuzioni di musulmani. Ti ho visto paragonare i rifugiati a serpenti e sostenere che “l’Islam ci odia”.

Nella sua carriera di giornalista Stanton ha avuto modo di conoscere centinaia di rifugiati e musulmani, per questo si sente in dovere di prendere le loro difese. Ma lo fa anche per paura che quella persona, a suo parere in grado di promuovere solo odio e violenza per un personale tornaconto, possa diventare il suo presidente.

“Non sei un “unificatore”. Non sei “presidenziale”. Sei un uomo che sta incoraggiando pregiudizi e violenza all’unico scopo di aumentare il proprio personale potere. E anche se le tue parole cambieranno certamente nei prossimi mesi, rimarrai sempre ciò che sei”.

La leggerezza pensosa di Gramellini:  DENIS E LULA HOOP

A dispetto dei gufi, con baffetti e no, ormai Renzi si colloca molto più a sinistra della sinistra sudamericana. Infatti, mentre in Brasile la compagna Dilma Rousseff è arrivata a nominare Lula ministro pur di evitargli l’arresto, in Italia nessuno pensa ancora di offrire un posto di governo al Verdini condannato a due anni per corruzione. Ci si limita a tenerlo dentro la maggioranza: a portata di mano, pulita o sporca che sia.

Da una parte all’altra dell’oceano, il messaggio che la politica e i partiti cosiddetti progressisti mandano ai cittadini è: chi se ne infischia se un nostro sodale è nei guai con la giustizia, basta che ci sia utile o che lo si debba ricompensare per qualche servigio. La politica è un cinico gioco di potere da molto prima di «House of Cards» e anche di Machiavelli, che ne mise per iscritto la teoria. Rimane il problema di farla convivere con un simulacro di democrazia, che presuppone la partecipazione al gioco da parte dei cittadini.

I quali ogni tanto vorrebbero illudersi che la posta in palio siano gli slanci ideali e gli interessi concreti delle persone. Invece la politica si presenta al giudizio degli elettori nella sua nudità, intessuta di bramosie e convenienze completamente sganciate da qualsiasi obiettivo che non sia la conquista o la conservazione del potere.  . Esimi politologi ci spiegano con un sorriso di degnazione che non può essere che così. Allora la smettano di stupirsi se le urne si svuotano. E se il mantra degli astenuti non è più «non mi interessa», ma «mi disgusta».

Fonti nell’ordine

http://www.huffingtonpost.it/2016/03/18/lettera-brandon-stanton-donald-trump_n_9496338.html

http://www.lastampa.it/2016/03/18/cultura/opinioni/buongiorno/denis-e-lula-hoop-rNE7Aii3E47FHPj9dJcGTI/pagina.html

 

18 Marzo 2016Permalink

17 marzo 2016 Al consiglio europeo tramite Presidente Consiglio

Ricopio la lettera che ho trovato, inviata al Presidente del Consiglio e firmata dalle organizzazioni in calce

Roma, 15 marzo 2016

Al Presidente del Consiglio dei Ministri  Matteo Renzi

e p.c.

Al Ministro degli Interni  Angelino Alfano
Al Ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni

Gentile Presidente,

in seguito al meeting europeo dello scorso 7 marzo con i rappresentanti del governo turco, e in vista del prossimo Consiglio dei Capi di Stato e di Governo del 17 e 18 marzo, le organizzazioni firmatarie esprimono profonda preoccupazione riguardo le politiche che l’Unione Europea sta mettendo in pratica per rispondere ai flussi di migranti e rifugiati diretti sul suo territorio.

E’ notizia degli ultimi giorni lo sbarramento della rotta balcanica, dopo settimane di chiusure intermittenti dei confini che hanno bloccato migliaia di uomini, donne e bambini in una terra di nessuno, privi di qualunque protezione. Ora in Grecia migliaia di persone sono accampate in condizioni insostenibili, in una situazione di tensione crescente.

E’ nel contesto di questa gravissima crisi umanitaria che si stanno sviluppando accordi tra Unione Europea e Turchia, che prevedono il respingimento in Turchia, sistematico e collettivo, dei migranti giunti sulle coste greche nel tentativo di raggiungere altri paesi europei.

Si consuma in questo modo una violazione senza precedenti del diritto europeo alla protezione internazionale e della Convenzione di Ginevra sulla protezione dei rifugiati. I principi fondanti l’Unione europea non permettono di stabilire respingimenti collettivi di tutti i migranti verso l’ultimo paese di transito, né tanto meno la possibilità di rinviare tutti i richiedenti asilo verso un paese terzo considerato sicuro. Al contrario, prevedono esplicitamente l’accesso alla procedura di protezione internazionale anche ai valichi di frontiera, nonché nella acque territoriali e delle zone di transito. Come e chi deciderà che le persone respinte sono migranti irregolari? Seguendo quali procedure e applicando quali garanzie, in una situazione al collasso come quella greca?

Inoltre, a quanto si apprende saranno respinti anche i cittadini siriani, che saranno oggetto di uno scambio con altri siriani provenienti da campi profughi in Turchia. Consideriamo assolutamente inaccettabile vincolare i programmi di reinsediamento, pur fondamentali, al respingimento di un pari numero di migranti, come se le persone fossero pacchi da spostare, prive di bisogni e di diritti. E ci domandiamo che fine abbia fatto il principio della ricollocazione, di fatto riservato a poche nazionalità, tra cui quella siriana. Una tale accordo sarebbe illegittimo e politicamente inaccettabile anche se stipulato con un paese sicuro e democratico. Tanto più appare inqualificabile l’idea che questo paese possa essere individuato nella Turchia, che non rispetta alcuna delle condizioni rigidamente sancite dalla Direttiva UE 32 del 2013 per definire sicuro un paese non europeo. La Turchia attraversa infatti una delle più gravi crisi democratiche della sua storia recente, testimoniata dall’atteggiamento repressivo verso gli organi di informazione e dalle indiscriminate operazioni militari condotte nel sud del paese. Ma soprattutto non riconosce ai profughi siriani la possibilità di accedere allo status di rifugiato e non garantisce il rispetto della Convenzione di Ginevra e del principio del non refoulement.

Le chiediamo pertanto con forza di continuare ad attivarsi in seno al Consiglio Europeo per scongiurare la finalizzazione dell’accordo con la Turchia così come prefigurato, e per garantire:

• – Che non vengano effettuati respingimenti collettivi verso i paesi di origine e di transito, in  applicazione del principio di non-refoulement;

• – Che sia garantito a tutti i migranti l’accesso a una piena e chiara informazione circa la possibilità di chiedere protezione internazionale e una effettiva possibilità di presentare domanda di protezione internazionale ai valichi di frontiera;

• – Che la disastrosa situazione umanitaria creatasi in Grecia e nei Balcani ottenga rapidamente una risposta, garantendo la protezione delle persone in viaggio e soprattutto dei più vulnerabili;

• – Che si riapra in seno all’Unione Europea la discussione volta all’apertura di canali legali, sia riservati ai richiedenti protezione internazionale che alla migrazione per lavoro, che rappresentano l’unica risposta possibile per evitare che le persone seguano rotte pericolose e illegali e per smantellare le reti di trafficanti.

L’Unione Europea sembra avviata lungo una strada estremamente pericolosa, dove la mancata tutela dei diritti umani e l’erosione dei principi democratici su cui era sorta dopo la seconda guerra mondiale rischiano di minacciare la sua stessa sopravvivenza.

Confidiamo che possa accogliere le nostre osservazioni e farsene portatore in seno al Consiglio.

Cordialmente

ACLI
ARCI
ASGI – Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione
Caritas Italiana
Centro Astalli
CIR – Consiglio Italiano Rifugiati
MEDU – Medici per i diritti umani
Oxfam Italia
SenzaConfine

Fonte: http://www.mediciperidirittiumani.org/pdf/Lettera_Consiglio_UE.pdf

17 Marzo 2016Permalink

15 marzo 2016 – Lettera dall’Europa / El Paìs

Un articolo di  FERNANDO SAVATER che ci ricorda ciò che stiamo distruggendo

L’IDEALE di un’effettiva e piena cittadinanza europea è antico quasi quanto la stessa Ue, ma i suoi progressi non sono stati facili né rapidi. La sua prima formulazione – poco più di un abbozzo firmato da Leo Tindemans nel 1974 – fu accolta dai governi con scarso entusiasmo. Dieci anni dopo si formò in seno al Consiglio europeo un comitato denominato “Europa dei cittadini”, le cui proposte, che pure influirono positivamente sul progetto di Trattato dell’Ue redatto da Altiero Spinelli, furono recepite solo in minima parte nell’Atto Unico europeo. Si dovrà attendere altri quattro anni per vedere un progetto di cittadinanza europea articolato e motivato, presentato dalla delegazione spagnola al Consiglio europeo riunito a Roma, e inserito due anni dopo nel Trattato di Maastricht. L’ulteriore miglioramento e sviluppo di questo progetto non solo innovatore, ma con aspirazioni ragionevolmente rivoluzionarie, fu poi frenato dall’insuccesso del referendum sulla Costituzione europea, anche se nel Trattato di Lisbona si tentò, per quanto possibile, di salvarlo dal naufragio.

Non è difficile comprendere la reticenza dei governi nazionali, così come dei cittadini degli Stati membri, nei confronti di questa prospettiva post-nazionale. Già il filosofo George Santayana aveva scritto, in Dominations and Powers, che nelle grandi alleanze internazionali la parte più difficilmente assimilabile è la prospettiva di essere almeno in parte governati da stranieri. Oltre tutto, in questo caso si esige di andare anche più in là, accettando come concittadini i nativi di altri Paesi, e dimenticando che poco prima quegli stessi individui erano considerati a tutti gli effetti come “stranieri”. Deterritorializzare la cittadinanza separandola dal luogo d’origine, dalla comunità genealogica che ci tiene ancorati al passato, per farla dipendere invece da una stessa legge, con uguali diritti e doveri di fronte al futuro, vuol dire porsi in contrasto con quella che è la visione elementare in questo campo. La cittadinanza, in tal modo legata all’universale e non più a tradizioni locali, sarebbe allora aperta a tutti, indipendentemente dal luogo d’origine. Finora ciò che caratterizzava gli spagnoli, i francesi, i tedeschi, erano le “radici”, il “ceppo” di provenienza ( de pura cepa per gli spagnoli, de souche per i francesi): metafore agricole, basate sul seme che germoglia dove è stato piantato e non altrove. Ma come bene ha detto George Steiner, noi non abbiamo radici, ma gambe che ci consentono di muoverci qua e là e recarci dove ci conviene. Il progetto europeo nasce, come a suo tempo la stessa democrazia, da uno sradicamento: non si è europei per la purezza del ceppo ma per le leggi condivise. Peraltro, tutti gli Stati moderni sono nati da un movimento analogo, che ha radunato diverse etnie, tribù, lingue e usanze popolari sotto una comune amministrazione, destinata a rendere gli individui uguali per diritti e doveri, liberandoli dalle strettoie collettive delle rispettive origini locali. Essi rappresentano quindi il primo passo verso il successivo cosmopolitismo post-nazionale. Ecco qual è il pericolo dei movimenti separatisti e disgregatori dello Stato che oggi si sviluppano in Europa, e più particolarmente in Spagna. Il nazionalismo separatista di catalani e baschi pretende di trasformare la diversità culturale in frammentazione politica. Il “diritto di decidere”, che definisce la cittadinanza democratica, spetta secondo loro ai territori e non agli individui, i quali sarebbero cittadini dello Stato solo parzialmente; e la sovranità di ciascuno risulterebbe ristretta in base a determinazioni pre-democratiche e persino pre-politiche quali l’etnia, la genealogia, la geografia o la lingua. In alcuni territori si chiede un referendum per decidere se continuare o meno a far parte dello Stato, ammettendo però al voto solo chi è preventivamente identificato come “catalano” o “basco”: in altri termini, si vuol far accettare a priori ciò che dovrebbe essere determinato attraverso la consultazione. Nella Spagna franchista il castigliano era l’unica lingua spagnola autorizzata nel sistema scolastico e nei rapporti con l’amministrazione. Attualmente viviamo nel solo Paese dell’Ue ove in alcune aree dello Stato la lingua ufficiale comune non è ammessa per gli stessi usi. Oggi i separatisti in Spagna si appoggiano ai partiti populisti e cercano di far leva sull’indignazione provocata dalla crisi, dalla corruzione e dagli sprechi. Il resto dell’Europa si disinteressa di questi conflitti, definiti “interni”. Ma le rivendicazioni disgregatrici si stanno affermando anche in altri Paesi, e un successo dei separatismi in Spagna contribuirebbe a rafforzarle. Non dimentichiamo che nel secolo scorso un conflitto spagnolo è servito da prova generale a un tragedia europea…

Fonte:

L’autore è uno scrittore e filosofo spagnolo che scrive per ” El País” (Traduzione di Elisabetta Horvat) © LENA, Leading European Newspaper Alliance

http://www.repubblica.it/esteri/2016/03/14/news/la_cittadinanza_minacciata-135425214/?ref=HRER2-1

15 Marzo 2016Permalink

7 marzo 2016 – Quando girano le informazioni

Ricevo una segnalazione dal dr. G. Pitzalis, della segreteria della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni Il percorso è un po’ complesso. Si comincia da un articolo del mensile socialnews del 2 marzo, raggiungibile con il link che trascrivo (purtroppo non posso riportare le mappe citate)

http://www.socialnews.it/le-nostre-firme/extraeuropei-ed-ex-europei/

 e si arriva a un numero di Limes dello scorso anno (numero 6/2015) dove è possibile leggere l’editoriale del direttore Lucio Caracciolo, testo di straordinaria attualità 

Lucio Caracciolo “Chi bussa alla nostra porta” 

La paura dei migranti frantuma l’Europa. Tornano le frontiere, si rialzano i muri. E, alla fine, ci scopriamo tutti ex Europei.

  1. Il migrante ci smaschera. Lo straniero che approda sulle nostre sponde rompe il ritmo della quotidianità. E l’irregolare per eccellenza. Perciò ci costringe a riflettere sulle regole della nostra vita sociale e politica. Ce ne spalanca gli abissi insondati, ce ne illumina gli angoli oscuri. Mette in questione tutto ciò che per noi non è questionabile. E ci espone alla più radicale delle domande: chi siamo? Pur di non rispondere a tanto dolorosa interrogazione, spesso preferiamo respingere – non solo metaforicamente – l’altro da noi.

Rimuoverlo. Almeno restringerlo in un ghetto che ce lo renda invisibile. E configgerlo in una definizione di specie – ≪il Marocchino≫, ≪l’Afghano≫, ≪il Somalo≫ – a certificare che di fronte non abbiamo una persona, con la sua storia di vita, ma una molecola di un mondo inferiore che non vogliamo conoscere. Una razza, non un individuo. Un oggetto, non un umano. Cui imponiamo una maschera, mentre lui ce la toglie.

Di fronte al migrante diventiamo stranieri a noi stessi. Soli con la nostra ipocrisia cognitiva, indifferenti a riconoscerlo e ad esserne riconosciuti, perché ≪straniero e colui il cui sguardo e incapace di farci provare vergogna≫. Sicché l’Europa, che ieri volle alzare la fiaccola della ≪missione civilizzatrice≫ colonizzando spazi e anime di quegli Africani e Asiatici i cui pronipoti ne puntano oggi le terre, sembra incapace di venire a patti con la pressione di presunti alieni in fuga dalle nostre ex colonie. Se alcune centinaia di migliaia di persone – si, persone – mettono a soqquadro l’ordine mentale e sociale di un continente di oltre mezzo miliardo di anime (anime?), qualcosa di essenziale non funziona nella ‟culla della civiltà”. Se, poi, il 38% degli Italiani connette i migranti ai

terroristi e la maggioranza assoluta (51%) ne invoca il respingimento, significa che a casa nostra siamo governati dal panico. Certo non dalla politica, che da queste paure appare ipnotizzata. Tanto da farsene dirigere. Trattare con distanza analitica un tema sconvolgente, fuggendo la retorica (con annessa industria) dell’umanitarismo e le scorciatoie securitarie che speculano sulla para dell’altro, può apparire velleitario.

Eppure, e uno sforzo che dobbiamo a noi stessi, dopo che lo straniero in fuga da molti Sud in miseria o in fiamme che affacciano sul già Mare Nostrum ci ha strappato la maschera. Perché una certezza l’abbiamo: l’ordine europeo non c’è più né potremo ripristinarlo. Le migrazioni in corso e, soprattutto, il nostro modo di rappresentarle, incrociando la lunga crisi economica che sembra sfociare in strutturale stagnazione e la decomposizione del quadro geopolitico e istituzionale accelerata dall’infinita tragedia greca, marcano la fine dell’idea di Europa. Non solo dell’Unione Europea come (non) attore geopolitico – su cui il lettore di Limes e informato ad nauseam – ma della coscienza di essere Europei, senza di che e vano architettare un qualsiasi progetto di casa comune. Non abbiamo retto alla prova del migrante.

Sotto la maschera che lo straniero ci ha strappato scopriamo mille identità, dalle nazionali alle locali, opportunamente inflazionate dalla paura del diverso. Tanti volti sfigurati dalla paura. Ne manca uno: l’Europeo. Gli Extraeuropei ci svelano ex Europei.

  1. Nel 1964, il settimanale tedesco Der Spiegel festeggiava in copertina Armando Rodriguez, il milionesimo Gastarbeiter, accolto nella Germania Federale con una cerimonia ufficiale a Colonia e il regalo di una motocicletta. Campione di una specie, quella del ≪lavoratore ospite≫, il cui prototipo potremmo rintracciare nel Protocollo italo-belga del 1946 che sanciva lo scambio fra migliaia di minatori in Vallonia e vagoni di locale carbone per noi. Oggi a nessun governante europeo salterebbe in mente di celebrare un immigrato straniero.

Perché è venuto da tempo al pettine il nodo che non sciogliemmo negli anni ‘50 e ‘60, quando in Europa le campagne si svuotavano e milioni di braccianti andavano ad alimentare industrie e servizi della ricostruzione, nel clima inebriante del miracolo economico. Quel dilemma posto con icastica sintesi dallo scrittore zurighese Max Frisch appena un anno dopo le celebrazioni per Rodriguez: ≪Cercavamo braccia, sono arrivati uomini≫.

Frisch squadernava cosi l’irriducibile contrasto tra capitalismo e Nazione. Tra il più o meno libero flusso dei capitali e delle persone e la necessita degli Stati di identificarsi con una comunità di popolo, dotata di un proprio limes. Un recinto nel quale distinguere, convivendo, i nostri dagli alieni. So che nel secondo dopoguerra in Europa gli alieni eravamo noi: Portoghesi, Italiani, Greci, Spagnoli.

Se all’ingresso di un ristorante svizzero o tedesco ci si poteva imbattere in divieti ≪ai cani e agli Italiani≫ – gli Inglesi ai quadrupedi avrebbero sommato gli Irlandesi – oggi lo stesso spirito e, talvolta, le stesse parole investono gli extracomunitari che, ad occhi xenofobi, o semplicemente impauriti, turbano il panorama umano delle nostre città. Stando agli etologi, che postulano l’origine genetica dell’imperativo territoriale, il conflitto fra uomini di dentro e forestieri e inestirpabile, immune dalla storia e dall’ambiente.

Sicché stabiliscono, con Robert Ardrey, che ≪l’uomo è animale territoriale quanto un tordo ripetitore che canta in una chiara notte californiana≫. E ≪quando ognuno di noi difende con tenacia l’appartenenza alla sua terra o la sovranità del proprio Paese lo fa per motivi non meno innati (…) delle più basse specie di animali≫.

Eccesso di determinismo, probabilmente. Resta il dramma del migrante, che subisce e incarna nella propria persona il conflitto fra le necessita dei ricchi Paesi europei – nei quali e chiamato a riempire i vuoti prodotti dalla declinante demografia e dall’indisponibilità dei cittadini ≪di ceppo≫ a svolgere mansioni faticose, pericolose, sporche – e le loro pulsioni razziste. Il termine ≪razzismo≫ puo infastidire. Sicché tendiamo a circumnavigarlo consapevolmente, surrogando con il meno impegnativo ≪xenofobia≫, o inconsapevolmente, discettando di ≪multiculturalismo≫ (in Italiano: ogni razza al suo posto).

Ma dopo l’11 settembre, e in coincidenza con gli attentati jihadisti che continuano a scuotere il continente e le sue periferie, le avanguardie dell’apartheid mietono successi elettorali e d’immagine in quasi tutti i Paesi europei. A decretare il fallimento delle velleità di integrazione, se non di assimilazione, che correvano sotto la pelle dell’Europa occidentale al tempo della guerra fredda. Quando l’idea di Europa – pur nella vaghezza o, forse, grazie ad essa – aveva libero corso. Grazie, appunto, al carattere occidentale di quella formazione geopolitica.

Pigmento culturale ormai disperso. Eravamo il continente del Muro, oggi lo siamo dei muri fisici e mentali che dividono questo spazio frastagliato dai cinquanta e più Stati, staterelli e terrae nullius che i geografici russi avevano ragione di appellare Asia Anteriore. E se prima dell’’89 la radice della partizione poteva parere ideologica, le molte fratture attuali sono figlie della paura dell’altro. Del migrante.

Contro di loro si ergono barriere vigenti – tra Grecia e Turchia, tra Bulgaria e Turchia, tra Spagna africana (Ceuta e Melilla) e Marocco – o in costruzione, come l’annunciato muro tra Ungheria (il Paese che per primo apri uno squarcio nella cortina di ferro) e Serbia. La nostra ipocrisia cognitiva, per cui ci rappresentavamo svettanti al di sopra della mischia universale in quanto spazio civile, segnacolo di pace, Democrazia, progresso, modello di convivenza e di tolleranza, e stata smascherata nel termine di una generazione da due treni di paura: lo spettro dell’invasione slavo/albanese, nei primi anni ‘90, e il timore della penetrazione arabo/islamica, degli inizi del secolo.

Per fedeltà alla retorica europeista, rispondemmo con gli accordi di Schengen, entrati in vigore nel 1995, che ormai includono quasi l’intero ambito comunitario e oltre. Li servimmo al pubblico sotto specie di apertura delle frontiere interne, mentre si trattava di chiudere quelle esterne, affidandone la guardia (a titolo gratuito, s’intende) ai Paesi di frontiera, tra cui il nostro. Equivoco che ha contribuito ad eccitare la reazione alla corrente crisi, spacciata per invasione di orde migratorie che minaccerebbero la nostra civiltà e obbligherebbero a rintanarci nella Fortezza Europa, opportunamente decurtata d’ogni ponte levatoio. E siccome le invasioni esistono per il solo fatto che le crediamo tali, sarà opportuno indagarne origini, profili, conseguenze.

A partire, per quanto possibile, dai dati di realtà.

  1. Allarghiamo lo sguardo al mondo. Con un’avvertenza: ogni tentativo di incasellare i flussi migratori in ordinate tabelle e in tipologie perfette è alquanto approssimativo, quando non arbitrario. Masse umane che si muovono sotto i radar delle polizie (e dei demografi) non possono essere identificate con qualche certezza. E le categorie giuridico-scientifiche che intendono fermare i gia incerti dati in contenitori statistici lasciano il tempo che trovano. Sia perché le definizioni variano di Paese in Paese – il mio ≪irregolare≫ può essere il tuo ≪regolare≫ – sia, soprattutto, per la difficolta di discernere le motivazioni che spingono gli individui a muoversi.

Tracciare una linea per distinguere il profugo dal migrante economico e operazione spesso abusiva.

Massimo Livi Bacci fissa proprio nella mutazione e nella mescolanza dei fattori di spinta e di attrazione dei popoli in movimento la tendenza della ≪quarta globalizzazione≫ in corso. Nel pianeta dai sette miliardi di anime, che le proiezioni immaginano diventare almeno nove di qui alla meta del secolo, il fenomeno migratorio ostenta globalmente quattro tendenze.

  1. A) Cresce l’universo degli umani che vivono in un Paese diverso da quello di nascita: erano 154 milioni nel 1990, mentre nel 2013 se ne contavano 232 milioni. Anno nel quale i migranti rappresentavano il 3,2% della popolazione mondiale (contro il 2.9% di tredici anni prima). Due Paesi da soli ricevevano, nel 2013, un quarto dei migranti internazionali: Stati Uniti d’America e Federazione Russa. Seguiti dalla Germania, con l’Italia all’undicesimo posto.
  2. B) Si espande la famiglia di coloro i quali sono stati costretti a fuggire dalla terra d’origine in cerca di salvezza altrove. I profughi erano quasi 60 milioni nel 2014, in teoria la ventiquattresima Nazione al mondo: 8,3 milioni più dell’anno precedente, aumento mai registrato prima (carte 1 e 2). Il loro numero si aggirava intorno ai 40 milioni nei primi dieci anni del secolo, salvo impennarsi nell’ultimo quadriennio soprattutto a causa dei nuovi conflitti nel Levante siriano, in Ucraina, in Nordafrica e nel Sahel. Gli apolidi sono stimati intorno ai dieci milioni.
  3. C) Se le direttrici di flusso Sud-Nord e Sud-Sud rappresentano ciascuna poco più di un terzo delle migrazioni globali, a ricevere la massa dei rifugiati sono all’86% Paesi ≪in via di sviluppo≫ (leggi: poveri), tra cui i ≪meno sviluppati≫ (leggi: poverissimi) ne accolgono il 25%. Il principale Paese di ricezione delle persone in fuga dalla guerra e dall’oppressione e la Turchia (1,59 milioni), seguita da Pakistan, Libano, Iran, Etiopia e Giordania. I tre massimi produttori di profughi sono Siria (3,88 milioni), Afghanistan e Somalia. L’Africa e, dopo l’Oceania, il continente che produce meno emigrazione, non perché scarseggiano i candidati alla fuga da guerra e miseria, ma per carenza del denaro necessario.

L’invasione dei profughi e, anzitutto, un dramma interno al Sud del mondo, alla Caoslandia nella quale si concentrano miseria, conflitti armati, traffici clandestini, epidemie e carestie (carta a colori 1). Gli ingredienti per le guerre fra poveri ci sono tutti. Da dove i migranti sono doppiamente vittime: perché fuggono dagli incendi bellici e perché maltrattati o respinti dai Paesi nei quali cercano scampo.

  1. D) L’esplosione delle migrazioni forzate ha una primaria radice geopolitica: la decomposizione degli Stati post-coloniali fra Medio Oriente, Africa ed Europa sud-orientale. Fenomeno recente, rivelato dalle ≪primavere arabe≫ e dalle controrivoluzioni in partenza dal Golfo (Arabia Saudita e dintorni), con epicentri nel Siraq (carta 3) – cio che residua della partizione franco-britannica del Levante e della Mesopotamia ottomana – nel Sahel, cuore dell’ex impero africano di Parigi, e nell’Ucraina, dove sono in gioco le sorti della Russia e della sparsa famiglia euro-atlantica. Secondo la discutibile classificazione degli ≪Stati fragili≫ compilata dal Fund for Peace, i Paesi il cui indice d’instabilità è maggiormente peggiorato tra 2014 e 2015 sono, infatti, tutti pertinenti ai tre citati ambiti: nell’ordine, Ucraina, Libia, Siria, Russia e Mali (carta a colori 2).
  2. In questo contesto possiamo meglio intendere i flussi verso l’Europa.
    Il nostro continente si e trasformato, nel giro di un secolo, da soggetto colonizzatore in obiettivo privilegiato di rilevanti quote dei suoi ex colonizzati. In particolare, dal fatidico 1990, discrimine fra l’ordine della guerra fredda e il non troppo creativo disordine seguente, lo stock migratorio (stranieri piu persone nate fuori del Paese di residenza) e cresciuta della meta, sicché oggi comprende un abitante ogni dieci Europei (Tabella 1).
    Quota certamente digeribile altrove, dove la mobilità è un valore, meno nella pancia ricca del Vecchio Continente, dove si onora la stanzialità e i pregiudizi razzisti, radicati nella storia, sono acutizzati ad ogni emergenza. Specie se lo straniero e Musulmano o, comunque, proveniente da culture che noi facilmente associamo all’alterità, alla minaccia. Vige tuttora il paradigma mentale fissato dopo la Seconda Guerra Mondiale dalla britannica Royal Commission on Population: ≪L’immigrazione su larga scala in una società pienamente stabilita come la nostra sarà benvenuta senza riserva solo se gli immigrati sono di buon ceppo umano e non impediti dalla loro religione o razza da contrarre matrimoni con la popolazione locale e mescolarsi ad essa≫.

La refrattarietà al migrante esaspera le conseguenze della massima pressione migratoria che abbia mai investito l’Unione Europea. Questa si concentra sui crocevia fra Africa/Asia ed Europa, dallo Stretto di Gibilterra al Canale di Sicilia al fiume Evros, munita frontiera tra Turchia e Grecia (carta 4).

Il Mediterraneo è lo spartiterre, l’Italia la principale passerella fra i migranti e il loro obiettivo privilegiato, l’Europa centro-settentrionale. Attraversando acque e terre euro-mediterranee, dal 2000 ad oggi almeno 1.200.000 ≪irregolari≫ hanno bussato alle porte dell’Europa. Nel 2014 furono 280.000, quest’anno, forse, di più. I profeti di sciagura annunciano che presto si metteranno in movimento anche le 6-700.000 anime concentrate nei campi della Tripolitania. Nelle traversate arrischiate su barche e gommoni di fortuna gestiti dai trafficanti di esseri umani – spesso con la complicità delle autorità locali, ma anche di mafie e imprenditori di casa nostra a caccia di

braccia da sfruttare – sono morte, nell’ultimo quindicennio, almeno 25.000 persone: il Mediterraneo è la più grande fossa comune del pianeta. Il transito avviene attraverso i corridoi sud-nord già sperimentati dai mercanti di droga, armi, sigarette o pietre preziose. Si tratta, quasi sempre, delle antiche carovaniere, a spezzare le quali le potenze coloniali si dedicarono nell’’8-900, tracciando con squadra e righello confini insensati, intenibili. Qui trafficanti e Jihadisti si mescolano volentieri, quando non coincidono. Il viaggio può durare anni e implica l’investimento di migliaia di dollari da centellinare tappa dopo tappa tra passeurs, poliziotti e miliziani che si frappongono fra migrante e meta. Un affare complessivo da svariati miliardi che lega economie informali e circuiti legali, criminali africani ed aziende europee che investono in lucrose meraviglie dell’ingegneria elettronica e militare per filtrare i flussi, tra cui nasi artificiali (sniffers) dotati di selettivo olfatto in grado di snidare i ≪clandestini≫ compressi nei camion dei contrabbandieri.

Tre sono i percorsi più battuti dai migranti transmediterranei: l’occidente, il centrale e l’orientale (carte a colori 3 e 4). Cinghie di trasmissione estese per migliaia di chilometri che trasportano uomini, donne e bambini (molti non accompagnati) dal cuore dell’Africa nera e dall’Asia occidentale fino a Berlino, Parigi, Stoccolma o verso rifugi improvvisati e provvisori ovunque possibile.

I tre corridoi meridionali attingono ai rispettivi bacini privilegiati: Africa occidentale, Centrafrica e Corno d’Africa, Levante siriano. Il primo afferisce ai territori compresi fra Senegal, Guinea, Mali, attraversa Mauritania e Marocco per sfociare in Spagna. Nel secondo incrociamo genti in marcia da Camerun, Nigeria, Repubblica Centrafricana miranti alla piattaforma dei porti tripolitani (Zuwāra, Zāwiya, Tripoli, Sabrata) o cirenaici (Bengasi) da dove affrontano la traversata verso l’Italia. Anche il terzo fronte investe gli sbocchi libici, muovendo, pero, da Uganda, Kenya, Somalia, Eritrea, Etiopia, Sud Sudan e Sudan, avendo raccolto anche parte dei profughi sfuggiti alla mattanza siro-irachena – dei quali un’altra, montante quota bussa, invece, al confine turco-greco per investirei Balcani puntando, via Serbia, all’Ungheria.

Speciale attenzione merita l’asse sud-nord che collega, via Niger, la Nigeria settentrionale, terra d’elezione della guerriglia di Boko Haram, al Fezzan libico, deserto di nessuno dove, dopo la caduta di Gheddafi, spadroneggiano milizie claniche, narcojihadisti e altri gestori del mercato delle migrazioni. Siamo in pieno Sahel, baricentro continentale semiarido tra Sahara e savane meridionali, esteso dal Senegal al Sudan. La fascia forse più misera del continente, sconvolta da ricorrenti siccità. Ricca, pero, di minerali strategici, come l’uranio, cui attingono soprattutto Francia e Cina. Povera di strutture statali funzionanti, surrogate da precarie forme di autogoverno comunitario e/o per bande, nel contesto di un’economia predatoria fondata sul contrabbando d’ogni genere e merce, per il cui controllo infuriano conflitti locali e regionali nei quali prolifera il jihadismo. Strabordante di gioventù senza orizzonti: la maggioranza della popolazione ha meno di 18 anni. Serbatoio inesauribile di potenziali ed effettivi migranti, molti dei quali confluiscono verso lo hub nigeriano di Agadez, capitale informale dei traffici nordafricani, porta d’ingresso verso il Fezzan e i porti mediterranei dell’ex Libia. Qui si gioca molto del nostro futuro di Italiani ed Europei.

Se ai giovani di questa vasta regione in rapida crescita demografica (+3% all’anno) – analogamente al complesso dei Paesi africani, che dovrebbe superare il miliardo e mezzo di abitanti entro il 2030 e toccare i due miliardi attorno al 2050 – non sarà offerto un ambiente sociale, economico e politico consono alle loro crescenti aspettative, nemmeno asserragliandoci dietro chissà quali fortificazioni potremo fermarne la pressione. Valga il monito di un ragazzo di Kano, nella Nigeria del Nord: ≪Non ho soldi, ne lavoro, ne istruzione. Non posso avere una casa, ne formare una famiglia, non credo nello Stato, non credo in niente e nessuno. Prego Dio di lasciarmi andar via o di darmi un’arma per combattere≫.

  1. Angela Merkel non ama l’enfasi. Quando stabilisce che ≪la questione migratoria e la sfida piu grande per l’Unione Europea che io abbia mai visto da quando sono in carica≫ va presa sul serio. Ma seria non e la risposta europea. Siamo un continente, non uno Stato. Di fronte alla crisi migratoria, ognuno difende il suo particulare. I Ventotto rinnegano gli ideali umanitari ricamati nelle Convenzioni internazionali, nelle Costituzioni e nelle Leggi che li declinano. Di questi tempi, i visti regolari per lo spazio Schengen sono rari come i quadrifogli nel Sahara. E, anziché assicurare protezione ai richiedenti asilo che ne avrebbero diritto, offrendo loro mezzi decenti per raggiungerci e integrarsi, li rigettiamo nell’indefinita mischia degli ≪irregolari≫, esponendoli all’arbitrio di sommarie selezioni. Ognuno con metodi e procedure differenti. I profughi non nascono illegali, siamo noi a renderli tali. Attraverso un meccanismo perverso, nel quale siamo tutti perdenti (tabella 2). Il principio e quello del beggar-thy-neighbor. Volgarmente: scaricabarile.

In politica economica si configura come svalutazione competitiva per conquistare quote di mercato nel commercio internazionale. Nella geopolitica delle migrazioni diventa scaricamigrante. Le regole di questo sport sono iscritte nel Regolamento europeo di Dublino, in base al quale la richiesta d’asilo dev’essere valutata dal primo Paese dell’Unione Europea in cui il fuggiasco mette piede. Incrociando la norma con la geografia, poiché i flussi procedono dalle latitudini inferiori alle superiori, gli Stati comunitari dotati di confini con lo spazio mediterraneo, in primo luogo Italia, Grecia e Spagna, sono esposti all’onere di soccorrere e gestire i migranti. E ad accollarsi l’arduo compito di selezionare coloro i quali, in quanto rifugiati, potranno insediarsi a casa loro. Salvo espellere gli altri verso il Paese di origine, se identificato – in diversi casi, l’equivalente della condanna a morte – o lanciarli nell’orbita della fuga infinita da una terra all’altra, inchiodandoli alla clandestinità permanente.

Risultato: procedendo da nord a sud, ogni socio comunitario, Schengen o non Schengen, cerca di costringere il vicino meridionale a custodire nei suoi centri di detenzione – eufemisticamente battezzati d’accoglienza – i richiedenti asilo e, con essi, il maggior numero possibile di irregolari. Siccome le armi della persuasione non funzionano, si mette mano al ventaglio di rappresaglie. Ad esempio, noi Italiani riduciamo al minimo la sorveglianza nei centri di contenimento dei richiedenti asilo, noti in gergo come hot spots, spingendoli verso l’agognato Nord, dove possono sperare in un welfare invidiabile. Oppure, i settentrionali offrono soldi ai vicini meridionali: tot milioni per tot migranti riportati a casa tua. Ci hanno provato i Francesi con noi, offrendoci fino a cinquecento milioni di euro, rifiutati, dopo qualche incertezza, in un impeto di orgoglio cisalpino. Partecipano al torneo anche le regioni italiane, con Veneti, Lombardi, financo Valdostani, a determinare che la loro barca e piena, restassero quindi gli sgraditi ospiti aggrappati al tacco dello Stivale.

La partita ha i suoi ambiti esoterici fra le mura dell’eurocrazia brussellese, nelle risse verbali dei Consigli europei e nella diplomazia bilaterale segreta fra scaricanti, attenti agli umori del proprio pubblico, meno al destino degli scaricati. E ha la sua poco commendevole messa in scena da Calais alla Sicilia via Ventimiglia.

Con file di poliziotti schierate lungo i famosi confini aperti dell’Unione Europea a proteggerli dagli irregolari che cercano di penetrarli. In attesa che almeno parte di questa massa umana possa essere ripartita, pro-quota, tra i soci umanitari. Ma l’idea della Commissione Europea, sostenuta dall’Italia, sembra essere destinata ad arenarsi di fronte alla resistenza di Francesi e nordici, che non vogliono sentir parlare di obbligatorietà di un onere per loro intollerabile. Ai Paesi euro-mediterranei non resta che rivalersi sui vicini extracomunitari. Lo scaricamigrante procede allora verso la quarta sponda. Il migrante va rispedito, accompagnato, se necessario, da congruo indennizzo monetario. Tornerà, cosi, al mittente verso le piattaforme di lancio: Libia, Tunisia, Egitto… Le quali sono, pero, in tale stato di disordine da rinunciare volentieri all’indennizzo pur di non essere sopraffatte dai migranti di ritorno. Nessuno ama ridursi a Stato cuscinetto del vicino. Il destino di centinaia di migliaia di «irregolari» in attesa di giudizio sembra inchiodarli in fatiscenti strutture prossime ai punti di sbarco. Universo concentrazionario che richiama tristi memorie. L’ultima cartuccia europea si configura come spedizione navale contro i trafficanti. Sotto la burocratica sigla Eunavfor Med e partita la missione – oggi aeronavale, domani, forse, estesa a forze speciali – per colpire le reti dei sensali di carne umana che infestano il Mediterraneo. A guidarla, l’orgoglio della nostra Marina, la portaerei Cavour. Dopo aver girato il mondo come una fiera galleggiante, ad esibire primizie e meraviglie del Belpaese, la nostra ammiraglia assume il comando di un’operazione che si propone di mettere fuori combattimento ferrivecchi e gommoni gonfiabili adibiti dai trafficanti al traghettamento dei loro bagagli umani dal Nordafrica al vecchio Continente. Gli stessi ideatori dell’impresa ammettono di non saper bene come procedere, forte essendo il rischio di affondare il naviglio nemico con il suo carico di innocenti. Siamo finiti dentro un ingranaggio distruttivo. Per fermarlo sarebbe necessario un soprassalto di solidarietà europea. La UE non diventerà Stato, certo, ma vorrà almeno concordare un approccio comune, ripartendo non troppo iniquamente sulle spalle degli uni e degli altri un carico comunque sopportabile.

Ma chi, oggi, si sente di scommettere sullo spirito europeo?

  1. Jacques Delors, presidente della Commissione Europea quando questa contava qualcosa, sosteneva che l’Europa avanza mascherata. Vero il contrario. Dopo aver indossato ogni possibile mascheratura – verso l’esterno, nell’illusione di apparire agli altri migliori di quanto siamo, ma anche per impedire a noi stessi di capire qualche ≪mostro buono≫ avessimo allestito in nome dell’Europa – scopriamo di stare rapidamente arretrando. Non nella direzione di irriproducibili passati, ma verso l’ignoto. Per ora sappiamo solo che non sarà l’unificazione politica sognata dai padri fondatori. Semmai, qualcosa di simile al suo opposto: la riproduzione di barriere culturali, economiche, financo fisiche, fra gli Stati esistenti e le loro eventuali gemmazioni (Catalogna, Fiandre, Scozia). Forse, ancora per conto della mitica Europa, a salvare i ≪veri≫ Europei dal contagio dei ≪falsi≫. La geopolitica continentale corre su un piano inclinato. Chi e troppo prossimo alla frontiera di Caoslandia minaccia di precipitarvi. Italia compresa. Chi si considera paradigma di virtù difende con unghie e denti i privilegi che si e conquistato per restare nell’emisfero della pace e del relativo benessere. A cominciare dalla Germania. Alcuni pensano o temono l’avvento dell’Europa tedesca. Pensieri e timori impropri. Il metro di Berlino non è, né sarà mai, il paradigma dell’Europa. Perché di Europe, nel pur modesto spazio di questa penisola asiatica, ve ne

sono sempre state molte, e altre se ne stanno (ri)formando. E perché la geopolitica tedesca, figlia irriflessa della sua ideologia economica, si nutre dell’ambiente nel quale vive e prospera, assorbendone le risorse senza ripartirne i profitti fra i soci. Esporta deflazione mentre assorbe liquidità.

Per restare stabile, produce e riproduce instabilità. Almeno finche questa non la toccherà. Allora si scoprirà circondata da vicini in tempesta. E domarli, per salvarsi, sarà molto più difficile. Meccanismo semiautomatico, del quale gli stessi leader tedeschi non sono pienamente consapevoli. Il dramma dei migranti e l’eurotragedia greca sono (anche) figlie di questa compulsione. Il rifiuto nordico della ripartizione dei profughi per quote calibrate equivale all’orrore di quegli stessi attori per la Transferunion, ovvero l’unico modo in cui una sana unione monetaria può funzionare: per trasferimenti solidali e intelligenti, nell’interesse del sistema, non della sua pur dominante parte.

Altrimenti, dall’euro scaturirà il Neuro, divisa riservata alla sfera geoeconomica germanica. E il rifiuto del migrante, declassato a clandestino, dara nuovo slancio all’edilizia muraria – settore che s’immaginava in crisi dopo l’’89 – ulteriormente selezionando il corpo del Vecchio Continente. Amavamo discettare di ≪Europa gentile≫. Scopriamo che la nostra gentilezza e carica di aggressività, del genere prodotto dai temperamenti ossessionati dall’ordine. Forse l’Unione Europea sopravvivrà a noi stessi, scheletro senz’anima. Avremo la delicatezza di smettere di chiamarla Europa?

Lucio Caracciolo, direttore di Limes

 

7 Marzo 2016Permalink

2 marzo 2016 – I bambini si possono abusare senza stupri.

Copio di seguito da La Repubblica (1 marzo) l’articolo di Conchita De Gregorio che totalmente condivido.
Girando per fb ho trovato appelli a firmare contro la maternità surrogata che in questi casi viene chiamata con la più popolare espressione di utero in affitto. Per quanto io abbia molte perplessità su questa pratica oggi mi sento di appoggiare solo ciò che cerca di fondare il diritto del bambino alla sicurezza della continuità affettiva. Infatti non  posso ignorare il cinismo con cui sono state stralciate dal testo della legge sulle Unioni Civili le adozioni coparentali o del figliastro o stepchild adoption, come le si voglia chiamare. Il bambino è il soggetto più debole, non può difendersi da sé e i danni irrimediabili che gli vengono fatti, negandogli la possibilità della continuità di una relazione fondante –ove scompaia il soggetto adulto che a tale relazione ha legalmente diritto – sono sventolati cinicamente come una minaccia contro chi voglia far uso della pratica della maternità surrogata. Qualcuno, soprattutto nell’ambito cattolico, ha artatamente confuso – e fatto confondere – la pratica della maternità surrogata con la sottrazione di un bambino alla madre. La pessima fede di tutti costoro ha una verifica per me certa: il totale disinteresse – esteso dalla politica alla società civile -nei confronti dei bambini cui dal 2009 è negata la registrazione della nascita e quindi la stessa esistenza dei genitori (cfr. in questo blog il tag anagrafe).

1 marzo 2016 –  I diritti dell’amore e quelli dei bambini.
Conchita  De Gregorio

DIPENDE. Vorrei vivere in un mondo dove fosse ancora possibile rispondere così a chi ti chiede – continuamente qualcuno ti chiede – cosa pensi della medicina naturale della riforma del Senato dell’accesso ai tracciati telefonici di un morto, delle donne che portano in grembo un bambino che sarà poi figlio di altri. Dipende, vorrei poter rispondere e invece non si può perché non c’è tempo, non c’è voglia di capire e di ascoltare, di distinguere: puoi solo votare adesso, mettere un mi piace, un pollice verso, scrivere un wow – oppure tacere. Finché un Salvini non dice “disgustoso egoismo” del fatto che Nichi Vendola e il suo compagno Ed Testa hanno avuto un figlio.

E allora cosa pensate dell’opinione di Salvini, su quale spalto sedete, in quale tifoseria vi iscrivete. Avanti, votate. No, non voto, vorrei poter dire. E poi non essere obbligata a tacere, il silenzio unico riparo superstite dal circo osceno delle opinioni sempre nette, sempre urlate, sempre senza dubbio e quasi sempre ignoranti delle ragioni ultime delle cose – ma domandare e ascoltare, piuttosto. Perché dipende. La complessità e la delicatezza delle scelte che riguardano la vita merita ascolto, prima di tutto, e uno sforzo grande di comprensione. Ciascuno di noi si è trovato almeno una volta a dover decidere se mettere al mondo o no un figlio, se mettere fine o no alla vita di un malato terminale, se rivelare o no un segreto, un tradimento, una passione. Ciascuno fa i conti con la legge certo, ma prima e soprattutto con la sua coscienza. Allora vorrei – lo vorrei per me, poi per gli altri – che ci fosse la capacità di provare a capire, conoscere, mettersi nei panni. Il giudizio, se proprio è necessario, dopo. Che poi non sempre è necessario. Il tribunale permanente delle coscienze altrui potrebbe ogni tanto anche prendersi un turno di riposo e considerare magari, nel silenzio del foro interiore, la propria.

“Ognuno dal proprio cuor l’altro misura”, ha detto Nichi Vendola di fronte al rigurgito del web. Ha ragione. Vi piace? Mettete un like. Se proprio è indispensabile dare un’opinione prima di esaminare i fatti dirò che sono sempre felice della felicità altrui. Per una ragione egoista e non altruista, aggiungo: perché mi rallegra, mi contagia. Sono dunque davvero e semplicemente felice di sapere che due persone che si amano abbiano il figlio che desideravano. Sono contenta di sapere che sia nato Tobia, e che la sua famiglia viva ore di meraviglia.

I fatti poi, finalmente: l’ex governatore della Puglia ha avuto un figlio in California da una donna che lo ha generato nel rispetto della legge. Il padre biologico del bambino è il suo compagno, Ed Testa. “La donna che lo ha portato in grembo e la sua famiglia sono parte della nostra vita”, ha detto Vendola. In America, Paese che continuamente e a buon diritto portiamo ad esempio di libertà e democrazia, esistono delle regole in base alle quali una coppia dello stesso sesso può non solo sposarsi ma avere un figlio. Se sono due uomini, naturalmente da una donna. La quale deve avere alcune caratteristiche che riassumo brutalmente, me ne scuso, così: deve essere benestante e volontaria. Non in condizioni di necessità, non costretta. Una libera scelta. Lo schiavismo, la tratta delle donne, la sopraffazione, lo sfruttamento non hanno casa in questa storia. Siete dunque favorevoli o contrari all’utero in affitto, come lo abbiamo chiamato con orrenda formula? Dipende. Se la donna è prigioniera, indigente, schiava, costretta dalle condizioni di vita o dal sopruso di altri a vendere il tempo della sua gravidanza e poi suo figlio: sicuramente contrari. Se è una sua libera scelta, regolata dalla legge del Paese in cui vive, seguita e controllata da cento e cento occhi che vigilano su di lei sulla sua decisione chi sono io, chi siamo noi per giudicare?

Sull’adozione del figlio dell’altro ho letto e ascoltato parole sensatissime, competenti, chiare. Dal magistrato Melita Cavallo, per esempio, una vita spesa al servizio delle adozioni e dei bambini. Da Stefano Rodotà, giurista e uomo integro. Ma il bene del bambino?, sento però chiedere. È giusto che un bambino nato dal ventre di una donna debba essere separato dalla madre, non allattato da lei, portato a vivere in un altro Paese per assecondare il desiderio di una coppia che vuole un figlio? Istintivamente no, viene da dire. È qualcosa che ci mette a disagio, che crea malessere. Però dipende. Da un’infinità di variabili: chi sono quelle persone, che relazione avranno tra loro, se manterranno o meno il legame con le origini. Di che natura sarà quel legame. Dipende da quanto amore ci sarà, in definitiva. Viviamo in un Paese dove i tribunali dei minori tolgono i figli alle madri per darli in affido in numero triplo rispetto ad altri Paesi europei. Un racket dell’affido, hanno mostrato alcune inchieste. Conviene toglierli, qualcuno si arricchisce. È dunque sempre il bene del bambino, quello che orienta le decisioni? È sempre vero che per un bambino stare con sua madre è meglio che stare con una coppia di genitori che lo accoglie e lo ama diversamente da come il suo destino avrebbe deciso? Dipende. Caso per caso, bisogna andare a vedere. Avere testa e cuore. Tobia Antonio è un bambino strappato a sua madre? Tecnicamente, giuridicamente no. È un bambino nato in un cerchio di amore di cui la madre farà parte? Una vita ricca e complessa e difficile come quella di tutti, la sua vita? È possibile. Probabilmente sì.

In altre circostanze – moltissime altre – questo su Tobia non sarebbe un dibattito pubblico. Le coppie eterosessuali vanno a fare l’eterologa all’estero, le donne sole li concepiscono dove possono. Decine di bambini nascono così ogni mese da quelli che hanno soldi per farlo, questa sì è la vera discriminazione. Solo chi ha denaro può farlo, in Italia. In altri Paesi le donne e gli uomini soli – star, attrici, cantanti celebri – adottano e concepiscono in un batter di ciglia, poi occupano le copertine dei rotocalchi. Altri mentono: è il figlio naturale di mio marito, la madre lo ha abbandonato. Ci sono casi celebri, tutto lo sanno ma nessuno lo dice.

La nascita del figlio di Nichi Vendola è un fatto pubblico perché lui è un uomo pubblico. Il suo gesto e quello di Ed, all’indomani dell’approvazione della legge sulle unioni civili orfana dell’adozione del figlio dell’altro (stepchild adoption, lo abbiamo detto in inglese) è un gesto anche politico. È un modo per incarnare una battaglia. Per dire: eccomi, io sono qui. Quello che penso sia giusto è questo, faccio della mia vita un manifesto. È perciò legittimo il dibattito. Certo per chi lo patisce faticoso, ma legittimo. Se e quando l’Italia arriverà a scrivere una legge che prende atto della realtà è qualcosa che non sappiamo. Difficile, in questo clima, adesso. Ciascuno continuerà a fare come crede, e come può.

Secondo coscienza. E se sia giusto o sbagliato non possiamo davvero dirlo al posto di altri, è già molto difficile decidere per sé. Certo non possiamo farlo al posto di Tobia, che è senz’altro benvenuto al mondo. Potremmo chiederglielo quando sarà grande, se avremo la pazienza di aspettare. Pensa che sorpresa se fra vent’anni, con un sorriso, rispondesse: mah, dipende.

Fonte: http://www.repubblica.it/politica/2016/03/01/news/i_diritti_dell_amore_e_quelli_dei_bambini-134590656/

Fonti precedenti + altre reperibili con i tag anagrafe, bambini, nascita:

21 gennaio 2016- un articolo di S. Rodotà. Il Parlamento si volterà dall’altra parte?                https://diariealtro.it/?p=4194

14 gennaio 2016 – appello di giuristi: Il parlamento non si volti dall’altra parte                               https://diariealtro.it/?p=4186

24 ottobre 2014 – proposta di legge Lo Giudice n. 1562    –   https://diariealtro.it/?p=3401

2 Marzo 2016Permalink

1 marzo 2016 – Calendario di marzo

1 marzo 1968  –  Battaglia di Valle Giulia dà inizio al ’68 italiano
2 marzo 1956  –  Il Marocco dichiara l’indipendenza dalla Francia
4 marzo 2005  –  Iraq. Soldati Usa uccidono Nicola Calipari
6 marzo 1975  —  Italia: La maggiore età viene abbassata da 21 a 18 anni
6 marzo 2012 –    Giornata europea dei Giusti istituita dal Parlamento Europeo
6 marzo 2016 –    Muore Ray Tomlinson. Ideò l’e mail e creò @
7 marzo 1991 –    Arrivo a Brindisi degli albanesi
8 marzo –             Giornata mondiale della donna
10 marzo 1946  – Primo voto in Italia alle donne (Nota 1)
10 marzo 1987 –  L’ONU riconosce il diritto di obiezione di coscienza alle armi
10 marzo 2004 –  Attentato di Atocha, Spagna
11  marzo 2011 – Fukushima, Giappone. Terremoto e incidente alla centrale nucleare.
12 marzo 2013 –  Morte di Teresa Mattei
13 marzo 1983  – Assassinio di Marianella Garcia Villas in Salvador
13 marzo 2013 –  Elezione papa Francesco
14 marzo 1879  –  Nascita di Albert Einstein
14 marzo 1883  –   Morte di Karl Marx
15 marzo 1545 –  Apertura del Concilio di Trento
15 marzo 1976  –  Nasce la trasmissione Prima Pagina. Il primo giornalista che la condusse fu Ruggero Orlando
15 marzo 1990 –   Michail Gorbačëv viene eletto presidente dell’Unione Sovietica
15 marzo 2011 –   Primi segnali del conflitto siriano
16 marzo 1978 –  Rapimento di Aldo Moro
16 marzo 2003 –   Morte di Rachel Corrie, schiacciata da una ruspa israeliana a Rafah, striscia di Gaza.
17 marzo 1981 –  Ritrovamento del la lista dei membri della P2 [2]
18 marzo 1871 –  Inizia la Comune di Parigi
18 marzo 1962 –  Termina la guerra d’Algeria
18 marzo 2015  –  Attentato al museo del Bardo – Tunisi
18 marzo 2016  –  Bruxelles – Arresto di Salah Abdeslam
19 marzo 1994 –  Assassinio don Peppino Diana
19 marzo 2002 –   Assassinio di Marco Biagi
20 marzo 1930 – Gandhi inizia la “marcia del sale”
20 marzo 1994 –  Omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
21 marzo             Nowruz – Capodanno persiano
21 marzo –           Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie.
21 marzo –            Giornata contro la discriminazioni razziale
21 marzo 1960 –   Massacro di Sharpeville – Sud Africa
21 marzo 2014 –   Putin firma l’annessione della Crimea alla Russia
22 marzo-             Giornata mondiale dell’acqua
22 marzo 2015 –   Strage di Bruxelles
24 marzo 1944 –  Strage delle fosse ardeatine
24 marzo 2016 –   Festa di Purim
24 marzo 1976 –  Golpe in Argentina
24 marzo 1980 –  Assassino di mons. Oscar Romero in Salvador
25 marzo 1957 –  Firma del Trattato di Roma che istituì la Cee
25 marzo 1970 –   Radio libera di Danilo Dolci (fu chiusa dopo 20 ore)
26 marzo 1996 –   notte 26/27 marzo 1996, rapimento monaci trappisti di Tibhirine [3]
27 marzo 1958  –  Nikita Kruscev diventa primo ministro dell’URSS
27 marzo 1985 –  Assassinio di Ezio Tarantelli
28 marzo 1958 –  La Cina scioglie il governo del Tibet
29 marzo 1973 –  Fuga dei soldati americani dal Vietnam
29 marzo 2013 –  Morte di Enzo Jannacci

decreto del 29 marzo 1516, stabilì che questi dovessero abitare tutti in una sola zona
30 marzo 2016 –   Il male del mondo. Conferenza stampa dei genitori di Giulio Regeni nella Aula Nassiriya del Senato [4]
31 marzo 2005 –   USA morte di Terry Schiavo, in coma vegetativo da 15 anni
31 marzo 2015  –   Morte di Franz JoseF Mǖller, ultimo superstite del gruppo de La Rosa Bianca

NOTE:

[1]  Era il 10 marzo del 1946 e alle elezioni amministrative per rinnovare 436 comuni anche le italiane che avevano compiuto i 21 anni poterono esprimere il loro voto. Si trattò delle prime elezioni amministrative libere dopo il Fascismo. In quello stesso giorno un decreto introduceva anche il diritto all’elettorato passivo e un gruppo di donne veniva eletto all’Assemblea Costituente. Il 2 giugno dello stesso anno le donne furono chiamate al voto per il referendum che avrebbe sancito la fine della monarchia e l’inizio della Repubblica. Un percorso tortuoso che trova un momento significativo nel 1877, quando Anna Maria Mozzoni, pioniera del nostro femminismo, presenta al Parlamento la prima petizione a favore del voto femminile. Ad approvare – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Settant-anni-fa-le-donne-italiane-votavano-per-la-prima-volta-51c8853c-490a-41f1-9484-d6df51888eea.html

[2] . 17 marzo 1981 nella villa di Gelli viene ritrovata la lista dei membri della P2 Della questione si occuperà l’on. Tina Anselmi a partire dal 1981nella sua veste di presidente della Commissione d’inchiesta sulla loggia massonica P2, che terminò i lavori nel 1985. La relazione finale fu approvata dalla stessa commissione il 3 luglio

[3]  http://www.pietroichino.it/?p=11286

[4]  http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2016/03/29/regeni-parlano-i-genitori.-conferenza-stampa-al-senato-con-luigi-manconi_6b442870-6ad0-4a8d-b065-a573e5cc8e02.html

 

29 Febbraio 2016Permalink

25 febbraio 2016 – Un capro espiatorio deve continuare ad esistere

Il senato ha approvato.

E voglio pensare con riconoscenza ai senatori che si sono adoperati per salvare il salvabile. Ricordo tre nomi: Cirinnà, Lo Giudice, Lo Moro, sperando ce ne siano altri altrettanto determinati.

Intanto però non mi nego il diritto di scrivere quello che penso io.

L’amara fulminea battuta di Jena è una buona premessa “Tesoro, la tua mamma è morta ma io non ti posso adottare.  E quindi?   Divertiti all’orfanotrofio”.

E’ accaduto l’inimmaginabile: un senato organizzato contro i bambini!

Infatti uno dei punti di forza imposti col voto di fiducia è la scomparsa della stepchild adoption

I nostri eroi hanno dimenticato la necessità di tutelare il superiore interesse dei bambini, di tutti i bambini, pur affermato in una legge, ratifica di una convenzione ONU, che forse non conoscono (176/1991). Nel 2009 erano riusciti (benedicente Maroni) a cancellare del tutto quelli con genitori non comunitari burocraticamente irregolari, oggi hanno pensato a cancellare la certezza della continuità affettiva per quelli con due mamme e due papà.

Dal cinismo politico al cinismo vescovile

L’Avvenire (autorevole voce della Conferenza Episcopale Italiana) oggi scrive a firma di Angelo Picariello: «.. sulle adozioni viene detto con chiarezza che non si applica per intero la legge 184 del 1983 che regolamenta la materia: non c’è più quindi non solo la stepchild adoption, ma anche l’ac cesso alle adozioni speciali. Sebbene, si aggiunge, “resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozioni dalle norme vigenti”, lasciando quindi aperta la possibilità di specifici pronunciamenti dei giudici minorili» Poiché questi signori e monsignori sciocchi non sono sanno benissimo che, per quanto esperti e consapevoli siano i magistrati, la situazione dei loro uffici rende per sé lenti i processi e che quindi la posizione del bambino, abusato per spaventare i genitori, si può ancora adoperare in uno spazio di grave insicurezza. L’avevo già sospettato seguendo il disinteresse con cui il mondo cattolico in genere e la sua componente gerarchica in particolare (pur impegnata in un “sinodo sulla famiglia”) aveva voltato le spalle ai bambini invisibili per legge. C’è stato un momento in cui avevo sperato la voce della CEI si scuotesse dal suo glaciale torpore (che tanto l’avvicina al torpore laico) quando – fra il 30 settembre e i primissimi giorni di ottobre delle scorso anno – Avvenire ne aveva parlato. Una svista perché poi ha perseguito della sua cecità tanto ignobile quanto volontaria. Ne avevo scritto sul mio blog del 17 ottobre   https://diariealtro.it/?p=4045 Concludo con una citazione da un articolo di Rodotà da La Repubblica di oggi: «… i bambini, strumentalmente come oggetto di una necessaria tutela e che. invece, rischiano d’essere ricacciati in una condizione di discriminazione, creando una nuova categoria di ‘illegittimi’. più che un intento discriminatorio ormai uno spirito persecutorio».

Un capro espiatorio deve continuare ad esistere

La triste approvazione probabilmente necessaria del ddl Cirinnà ora affida il testo alla Camera. Cosa accadrà se non lo approvano così com’è? Un nuovo balletto sulla pelle dei bambini? Il capogruppo del Pd ha concluso assicurando una prossima modifica della legge sull’adozione. Legge necessaria ma qualcuno gli avrà detto che l’adozione riguarda chi non ha genitori e che invece i piccoli discriminati radicalmente dalla nascita hanno i genitori che però la legge ha condannato a costruire l’inesistenza dei figli? Qualcuno si occuperà anche di loro o un capro espiatorio deve continuare ad esistere? E perché continui ad esistere tornerà a sbucare un cardinale sostituto del presidente dell’Assemblea?

25 Febbraio 2016Permalink

23 febbraio 2016 – Capri espiatori sempre pronti all’uso

Il Senato voterà (se voterà) la ‘legge Cirinnà’ senza l’art. 5.
Ci sono riusciti: hanno ‘concesso’ ciò che era possibile, avendo di fronte una richiesta consolidata dal fatto di proporre come obiettivo una norma ormai diffusa in molti stati europei, pur escludendo il matrimonio e collocandola nell’ambito delle Unioni Civili. Era necessario però mantenere un ostacolo di quelli cari ai muri che, non potendo tradursi in filo spinato e cemento, si consolidano nelle nostre teste. Dovevano dimostrare alla cultura del pregiudizio (cui non premetto l’abusato ‘catto’ perché appesta anche le più sedicenti ‘laiche’ collocazioni) di essere forti di fronte ai cedimenti a una diversità incombente e così. sordi all’appello di più di 700 giuristi, indifferenti all’appello di 400 intellettuali, hanno ostentato di ignorare la disparità che la legge ora impone fra i figli che vivono nell’ambito di unioni omossessuali e i figli di un componente di coppie sposate che possono essere adottati dal coniuge.

Il giurista Stefano Rodotà ha scritto: (La Repubblica 23 febbraio 2016): «Di fronte a noi è una grande questione di uguaglianza, di rispetto delle persone e dei loro diritti fondamentali, che non merita di essere sbrigativamente declassata, perché altre urgenze premono. I diritti, dovremmo ormai averlo appreso, sono indivisibili e quelli civili non sono un lusso , perché riguardano libertà e dignità di ognuno» Occorre invece: « sfuggire alla superficialità con la quale troppo spesso in Italia si affrontano questioni serie come quelle riguardanti le adozioni coparentali (stepchild adoption). Tema, questo, che trascura del tutto le dinamiche degli affetti, la genitorialità come costruzione sociale e che, a giudicare da alcuni improvvidi emendamenti al disegno di legge in discussione al Senato, rischia di lasciare bambine e bambini in un avvilente limbo che di nuovo nega dignità ed eguaglianza».

La memoria risveglia il disgusto.
Risento quello che mi aveva inorridito in anni lontani quando si usava lo spauracchio di una stigmatizzazione infamante contro le ragazze madri (non c’era ancora la prova del DNA e i padri potevano scivolare nell’ombra) e i bambini finivano in istituti così redditizi per i gestori che credo li rimpiangano ancora. Non riesco a dissociarmi dall’immagine del senator Monti (uno fra i tanti) che si pronuncia contro la stepchild adoption. E’ ben vero che ha cinque anni meno di me ma non sono abbastanza per immaginare si sia dimenticato del dibattito nella società che portò nel 1975 alla modifica del codice civile che fece scomparire l’infamia di quel NN. E dov’era quando si discusse la legge sulle adozioni? Ora parla e a me sembra un penoso vecchio immemore, un’icona della cultura che non ha imparato a guardare ai bambini come persona. Ma è solo uno fra tanti.

Le colpe dei padri e delle madri ricadano sui figli. Il parlamento approva

In questo blog, nel 2009 avevo parlato dei figli dei migranti senza permesso di soggiorno, cui è negato il certificato di nascita, come di cartine al tornasole e la mia vecchia intuizione ha funzionato. Quei bambini invisibili mi hanno accompagnato in tutti questi anni e, se non è dato vederli, sono però ben visibili coloro che hanno ostinatamente scelto di non riconoscerli uguali nei diritti ai loro coetanei, ricchi del merito di aver genitori burocraticamente accettabili. Ho potuto constatare come l’esercizio del rifiuto alla registrazione della nascita di questi bambini, il fermo riconoscimento che una categoria di nuovi nati si può negare, abbiano consentito a chi dovrebbe avere l’onore di testimoniarne l’esistenza (i sindaci prima di tutto)  di esercitarsi a non farlo.

Se il parlamento approva, il ‘sacro’ consente

Il rifiuto può assumere addirittura il marchio accattivante della sacralità Un sacerdote, trasmettendo legittimamente e con timbro vescovile, le informazioni turistiche relative al trasferimento a Roma per il recente family day così si firmava:  “Responsabile del Coordinamento Diocesano per la custodia della verità su persona, procreazione e famiglia”. Ne ho parlato con parecchie persone e ho trovato da parte di non cattolici supponente irrisione e da parte di cattolici acquiescenza che, quando non era consenso, era fatalistica rassegnazione. Comprensione del problema, poca. Dovrò pensarci ancora.

FONTI:

1 – Appello dei giuristi. Si legge nel sito di magistratura democratica:
http://www.magistraturademocratica.it/mdem/articolo.php?id=2440&a=on ed è trascritto nel mio blog il 14 gennaio
https://diariealtro.it/?p=4186

2  –  Agli onorevoli membri del Parlamento italiano, La legge Cirinnà rappresenta, oggi, l’occasione storica di fare un primo passo verso il riconoscimento di diritti civili e umani fondamentali. È tardi per perdersi in strategie politiche, si sta parlando delle vite concrete di milioni d’italiani in estenuante attesa di esistere agli occhi dello Stato. Siamo fuori tempo massimo, come hanno chiaramente indicato la Corte Costituzionale e la Corte Europea dei Diritti Umani. La legge Cirinnà è già frutto di numerosi compromessi con un Parlamento che, in nome di una presunta difesa dell’infanzia, sceglie di ignorare i bambini italiani che oggi crescono privati dei loro diritti. Se comparata alle leggi vigenti nei Paesi a noi vicini e affini, questa legge, oltre ad arrivare ultima in Europa occidentale, garantisce il minimo dei diritti alle persone LGBT. Un minimo oltre il quale non si può sconfinare, perché significherebbe approvare una legge di facciata o peggio lesiva, rimandando al mittente il riconoscimento di legittimità di milioni d’italiani e delle loro famiglie. Accorgersi di un’ingiustizia e correggerla a metà, significa perpetuarla. È insufficiente non essere razzisti, omofobi o sessisti, è necessario essere operosi nella lotta contro il razzismo, l’omofobia o il sessismo, combatterli ovunque si celino, soprattutto attraverso gli strumenti legislativi in mano al Parlamento. Un Paese dove tutti i cittadini, di là dal genere, razza, o orientamento sessuale, godono di pari opportunità, è un Paese più ricco, produttivo e felice. Il prezzo dell’esclusione lo paga la società intera. Abbiamo oggi l’occasione di fare la Storia, chiediamo pertanto la celere approvazione della legge Cirinnà nella sua completezza, permettendo all’Italia di unirsi al resto d’Europa e di sempre più Paesi del mondo nel riconoscimento di diritti fondamentali a tutti i suoi cittadini.

http://www.repubblica.it/politica/2016/02/21/news/unioni_civili_lettera_appello_change_org-133932321/?ref=HREC1-3

3 – art. 44 della legge n. 184/83 così come sostituito dalla legge n. 149/2001

4 – Legge 19 ottobre 2015, n. 173 “Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, sul diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare”.
8 novembre 2015 –   https://diariealtro.it/?p=4081

5 – 1 novembre 2009 . Mi ha convinto l’on. Binetti. https://diariealtro.it/?p=222

23 Febbraio 2016Permalink

22 febbraio 2016 – Il 20 febbraio è morto Fernando Cardenal

Copio da repubblica on line

ROMA – E’ morto all’età di 82 anni Fernando Cardenal, popolare prete del Nicaragua che negli anni Ottanta sfidò l’ordine del Vaticano di lasciare il governo rivoluzionario sandinista in cui era ministro dell’istruzione.

Cardenal, convinto sostenitore della Teologia della Liberazione, è morto ieri a Managua. All’epoca, davanti alle contestazioni della Santa Sede, ricorda Bbc online, rispose che avrebbe “commesso un grave peccato” se avesse lasciato il governo sandinista. “Non posso concepire che Dio mi chieda di abbandonare il mio impegno per la gente”, disse in un’intervista.

Cardenal era nato a Granada, in Spagna, nel gennaio del 1934. Personalità notissima al tempo della guerra civile in Nicaragua (1979), assieme al fratello anche lui sacerdote e poeta Ernesto, e al sacerdote Miguel d’Escoto Brockmann, fu sospeso ‘a divinis’ per aver abbracciato la lotta armata con la quale il Comandante (e poi presidente) sandinista Daniel Ortega mise fine alla dittatura del dittatore Anastasio Somoza. La misura disciplinare venne tolta nell’agosto del 2014 da Papa Francesco.

Già durante la fase sandinista, prima di essere ministro dell’istruzione tra il 1984 e il 1990, Cardenal promosse e coordinò una grande campagna di alfabetizzazione, che gli valse un riconoscimento mondiale da parte dell’Unesco. Grazie a quella campagna, almeno 500.000 nicaraguensi impararono a leggere e a scrivere.

Nel ’97, dopo aver ripetuto un anno di noviziato tra i diseredati del Salvador, a 63 anni Cardenal fu riammesso a pieno titolo nell’ordine dei gesuiti, da cui era stato espulso nel 1984 proprio per aver fatto parte del governo rivoluzionario

Non voglio dimenticare:

La pubblica umiliazione  che                      Woytila-Cardenal
papa Giovanni Paolo II volle
infliggere  all’aeroporto di Managua
a Fernando  Cardenal, Ministro dell’Istruzione

 

 

 

 

 

Un altro incomprimibile ricordo: Giovanni Paolo II e Pinochet, dittatore del Cile.                                           Woytila-Pinochet
Le vittime  non appaiono
ma ci sono più visibili
– per chi ne voglia far
memoria – della coppia
in preghiera dietro il
papa.

 

 

Fonti:

http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/21/news/morto_padre_cardenal-133889586/

http://www.vita.it/it/article/2016/02/21/il-potere-corrompe-ogni-cosa-ernesto-cardenal-da-cristo-alla-rivoluzio/138370/

http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2016/02/21/ASIrFifB-scomunicato_riabilitato_nicaragua.shtml

 

 

22 Febbraio 2016Permalink

19 febbraio 2016 – IL SENATO NEL PALLONE

  • Concordo con Federico Geremicca ma non mi basta

IL 17 febbraio Federico Geremicca, giornalista de  La Stampa ha scritto: «Una questione che è nervi e sangue per migliaia di coppie omosessuali è stata trasformata in una Torre di Babele fatta di “canguri”, inglesismi e “affidi rafforzati”, capace di sgomentare qualunque normale cittadino. E se a questo si aggiungono i trucchi e gli sgambetti ideati per lucrare un qualche consenso elettorale, il quadro è completo».

A prescindere dal fatto che Torre di Babele mi sembra –per la solennità dell’enunciato – espressione troppo nobile in quel contesto e preferisco il mio titolo familiare e intenzionalmente irridente, ho bisogno di ritrovare ragionevolezza e provo a seguire una linea mia più rassicurante di quello che emerge dalle cronache, senza ignorare quello che non  emerge.

Al ‘tutti uguali’ non ci sto. Fa parte di quella cultura populista, che mi sembra sempre più forte e pervasiva, per cui nell’indifferenza che si forma a seguito appunto del ‘tutti uguali’ trovano spazio le ideologie nate dal pregiudizio che ormai domina l’immaginario dei molti (resisto alla tentazione di scrivere ‘dei più’).

Così si finge di vivere in una società che, inizialmente coesa, si sarebbe poi spezzata per il prevalere di interessi e forze estranee, fingendo di non sapere che una società nasce appunto come luogo della coesione di interessi diversi che in una società democratica devono poter convivere senza che nessuno cannibalizzi gli altri.

Mentre si contano seggiole

Penso con vergogna ai senatori che – nell’intento rivelatore di dissociare la stepchild adoption dal contesto della legge – dimostrano di voler gettare l’esca dell’approvazione delle Unioni Civili ad adulti che siano capaci di voltare la testa di fronte ai bambini, ostentando di considerarli persone senza diritti, bagaglio appresso dei loro genitori.

Ma si rendono conto costoro che i bambini cui è dovuto il riconoscimento della sicurezza della loro continuità affettiva esistono? Questi miei non rappresentanti fingono di ignorare che la continuità affettiva è giustamente assicurata in legge ai bimbi affidati, privilegiando gli affidatari in caso di adozione. Cito esattamente la legge – di cui avevo scritto in questo blog l’8 novembre scorso – perché fra pregiudizi e ignoranza non  riesco a liberarmi da una sgradevole sensazione di malafede: “legge 19 ottobre 2015, n. 173. Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, sul diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare”.

Quindi nelle famiglie considerate ‘normali’ il bambino è giustamente garantito, in quelle che così non sono considerate non lo è. Pur di punire i genitori, uno dei quali solo con la stepchild adoption potrebbe essere considerato tale, la maggioranza dei senatori è disposta ad infischiarsene di un elementare principio di uguaglianza sulla pelle di chi non può difendersi.

Ricordo il caso dei cd cattodem (che, insisto, non sono “i” cattolici ma un gruppo di cattolici) e tre nomi che voglio ricordare perché devo a me stessa la conoscenza di chi pretende rappresentarmi: Alfano, Lorenzin e Monti.

Uno di loro è abbastanza vecchio (come me) per ricordare cos’erano i figli di NN prima della riforma del codice civile del 1975.

Ma non prova orrore all’idea di costruirne altri con nuova denominazione ma altrettanto reietti? Se dal 2009 sopravvive senza scrupoli alla presenza della legge che nega il certificato di nascita ai figli dei sans papier potrà continuare così, temo insieme ai suoi ideologicamente simili.

Per arrivare a tanto si allenano da sette anni

Quando fu approvato il pacchetto sicurezza (legge 94/2009) si stabilì che, per registrare la nascita dei propri figli i migranti non comunitari dovessero presentare il permesso di soggiorno. E’ chiaro che la misura voleva terrorizzare chi, per essere irregolare, tale permesso non aveva. Era la stessa logica della dissuasione che oggi si usa per rifiutare la stepchild adoption. Ieri si minacciava ‘se ti riveli padre o madre e non sei amministrativamente regolare rischi l’espulsione’. Oggi si minaccia: ‘se cresci un figlio insieme al tuo compagno o alla tua compagna e il genitore riconosciuto tale venisse a mancare tu non potrai occuparti di quel bambino’.
Per ciò che riguarda i non comunitari irregolari nel corso di sette anni il parlamento italiano non ha voluto rimediare alla bestialità del 2009. Esistevano due proposte di legge per poterlo fare ma non sono state discusse (una si deve all’on. Rosato, capogruppo del PD alla camera, l’altra al sen Lo Giudice che ora si batte per la norma sulle Unioni Civili, compreso l’art. 5, quello che consentirebbe di riconoscere la stepchild adoption). Sette anni a voltar la testa dall’altra parte hanno insegnato agli eroi della famiglia ‘normale’  come si possa abusare di piccoli indifesi per affermare volontà in ogni caso devastanti.
Molto tempo fa avevo chiamato le piccole vittime del pacchetto sicurezza le mie cartine al tornasole: seguirne la sorte che la legge italiana vuole far subire loro mi ha permesso di entrare con più convincimento nei meandri della norma ora in discussione.

E che ha da dire la chiesa cattolica che non molti mesi fa aveva promosso un sinodo sulla famiglia? Ne scriverò i prossimi giorni.

19 Febbraio 2016Permalink