7 febbraio – Mutilazioni Genitali Femminili

Ieri era la giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili.
Non ho fatto in  tempo a trascrivere questo mio articolo comparso sul numero di gennaio di Ho un sogno.   Provvedo oggi.

CONTRO LE DONNE. LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI NEL NOSTRO PAESE

Avevamo concluso il pezzo dello scorso numero su Le donne migranti e il diritto alla salute – un’intervista a Claudia Gandolfi, medico e operatrice del GrIS del FVG (Gruppo Immigrazione e Salute della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni) – con un  richiamo alle mutilazioni genitali femminili, un problema terribile per chi le subisce e una questione che è doveroso affrontare. Le donne mutilate sono ormai presenti sul nostro territorio e non basta riconoscere la mutilazione come reato per impedire nuovi casi. Ancora una volta ci viene in aiuto Claudia Gandolfi, mettendoci a disposizione una sua ricerca sul tema.

Violazione dell’integrità fisica, psichica e morale delle donne, le mutilazioni genitali sono interventi distruttivi e intesi al controllo della sessualità delle giovani, che possono avere entità differenti:  dall’asportazione del prepuzio del clitoride o del clitoride stesso con rimozione parziale o totale delle piccole labbra, all’infibulazione o circoncisione faraonica, cioè l’asportazione di parte o della totalità dei genitali esterni e sutura o restringimento del canale vaginale.

Naturalmente le conseguenze sulla salute delle donne sono molto gravi e si manifestano sia nei rapporti sessuali e nel parto, sia con l’insorgenza di vere e proprie patologie. Occorre considerare non solo le possibili emorragie legate all’intervento o lo shock, ma anche le infezioni che ne conseguono: setticemia o tetano, infiammazioni pelviche o del tratto urinario, epatiti, HIV, ostruzione del flusso mestruale e delle urine, fistole urinarie e fecali. È necessario tener presente, ancora, che la mutilazione non solo viene praticata senza anestesia ma in condizioni igieniche precarie e con strumenti rudimentali (coltelli, forbici, rasoi o pezzi di vetro e in alcuni contesti anche pietre affilate). A eseguire l’intervento sono in genere donne anziane autorevoli nella comunità ed “esperte” nella pratica, ma anche ostetriche tradizionali o barbieri del villaggio.

In generale le mutilazioni genitali femminili vengono collocate tra le tradizioni che segnano il passaggio dall’infanzia all’età adulta, un rito attraverso il quale si diventa “donna”. Appartengono a culture tribali antiche e profonde e non vi sono evidenze scientifiche di una correlazione tra religione e diffusione della pratica: sono diffuse sia fra i cristiani (protestanti, cattolici e copti), che fra i musulmani, gli ebrei, gli animisti e gli atei in Africa, Medio Oriente, Asia. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che nel mondo siano 100-140 milioni le donne mutilate e che le bambine sottoposte a tali pratiche raggiungano, ogni anno, circa i 2 milioni.

Le bambine, appunto. Un periodo cruciale per il rischio che si intervenga su di loro – anche se residenti in Europa – è il periodo delle vacanze estive quando, affidate alle nonne, rischiano di essere mutilate a garanzia di un loro apprezzamento e di una “sicura” vita matrimoniale. Sebbene molti stati si oppongano alla mutilazione (che pur viene praticata) con leggi che la condannano e campagne di informazione affidate a esponenti delle comunità di villaggio (soggetti importantissimi per l’autorevolezza loro riconosciuta), il rischio resta. E non è indifferente nemmeno per le bambine e le adolescenti  che vivono in Europa e in Italia.

È fondamentale quindi che anche da noi i medici (in particolare i ginecologi, per le attività di cura, e i pediatri, per la dovuta prevenzione) conoscano il problema e se ne facciano carico nell’ambito delle rispettive competenze.  In Italia è stata approvata la  legge n. 7 del 9 gennaio 2006 “Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile”, che prevede una pena dai quattro ai dodici anni di reclusione per chiunque pratichi mutilazioni genitali su una bambina o una donna, sia che l’operazione avvenga in Italia, sia che venga praticata nel paese d’origine e poi rilevata al rientro nel nostro paese. E la pena è estesa non solo a chi esegue l’operazione ma anche a genitori o parenti che l’abbiano richiesta.

Sarebbe opportuno garantire una giusta informazione anche nelle scuole frequentate dalle piccole a rischio, in modo da raggiungere il più possibile i genitori, suscitando la loro attenzione di fronte alle conseguenze penali che ne possono derivare, ma soprattutto per indurli al superamento del pregiudizio.
In Friuli il GrIS svolge un importante lavoro d’informazione e prevenzione delle mutilazioni genitali femminili e si segnala anche il contributo delle mediatrici  di comunità, che possono istituire un rapporto privilegiato con le donne mutilate e fornire testimonianze utili per la crescita della consapevolezza intorno al problema in tutti gli ambienti interessati

7 Febbraio 2014Permalink

2 febbraio – Donne responsabilmente pensanti

Due NO importanti all’indecenza

Riporto con piacere un’iniziativa della consigliera comunale di Udine, Chiara Gallo.
Chiara ha constatato che non è stata inserita nel calendario dei lavori parlamentari la proposta di legge 740, finalizzata a reintrodurre il riconoscimento anagrafico ai figli dei sans papier (di cui ho scritto innumerevoli volte in questo blog dove potete leggerne la trascrizione il 17 giugno).
Di conseguenza ha pensato di scrivere al capogruppo del Pd, alla presidente della Camera Boldrini, del Senato Grasso e al presidente della I commissione (affari costituzionali, della presidenza del consiglio e interni)  cui la proposta è stata assegnata. Ne ha dato informazione anche al primo firmatario della proposta stessa.
Così ha dato il secondo scossone a una proposta di legge che tenta di correggere la mostruosità introdotta nel 2009 nella legislazione italiana. Con quella norma si è negato il principio di uguaglianza per alcuni neonati cui è rifiutato il riconoscimento di un’esistenza giuridicamente riconosciuta.
Il primo scossone lo aveva dato – era il 2010 – l’allora consigliera provinciale Paola Schiratti che aveva convinto l’allora deputato Leoluca Orlando a presentare una proposta di legge che decadde nell’indifferenza anche dei tre firmatari con la fine della legislatura.
Ora i firmatari della proposta sono 104 (maggioranza Pd, una deputata SEL, due di ‘per l’Italia’).
C’è da sperare che lo scossone di Chiara solleciti il loro interesse ad assicurare la discussione della legge.
In calce alla lettera con cui Chiara si è rivolta ai suoi interlocutori ho lasciato le sigle di associazioni firmatarie e di persone presenti in istituzioni (consiglio regionale FVG e comunale di Udine) perché è giusto sapere di cosa si occupano le associazioni e cosa pensano i nostri rappresentanti, mentre non  pubblico i nomi delle singole persone che hanno voluto sostenere l’iniziativa (fra cui ci sono anch’io), non essendo questa una formale raccolta.
Cercherò di avvertire direttamente quelli che conosco.
Chi volesse ripercorrere la storia di questa vicenda potrà leggere l’articolo di Tommaso Canetta e Pietro Pruneddu  , riportato in questo blog il 21 dicembre 2013   

La lettera di Chiara

Gentilissimo On. Roberto Speranza

Associazioni, rappresentanti delle Istituzioni, cittadine e cittadini del Friuli Venezia Giulia (e non solo) intendono sottoporre alla Sua attenzione la problematica della registrazione anagrafica dei bambini nati in Italia da genitori stranieri “irregolari”, questione segnalata anche all’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza Vincenzo Spadafora nel corso dell’illustrazione della seconda relazione annuale presentata il 10 giugno 2013.

La Legge 94/2009 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica – art. 1, comma 22, lettera g) prevede che gli stranieri debbano esibire agli uffici della pubblica amministrazione “i documenti inerenti al soggiorno” per una serie di obiettivi fra cui la registrazione degli atti di stato civile.

E’ evidente che i cittadini extracomunitari in situazione di irregolarità non dispongono del permesso di soggiorno e se tale documento fosse loro richiesto, per evitare il rischio di espulsione, potrebbero privare il nuovo nato del certificato di nascita, un documento indispensabile per la vita e per la dignità di ogni persona.

Il Ministero dell’interno ha emanato a suo tempo la circolare del 7 agosto 2009, n.19 del Dipartimento per gli Affari interni eTerritoriali, nella quale si precisa che «per le attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti il soggiorno».

Sebbene la circolare ministeriale abbia contribuito a dirimere il dubbio iniziale circa l’interpretazione dell’articolo 6 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”, poi modificato dalla legge 94/ 2009, va considerato che la stessa potrebbe essere disapplicata essendo di rango inferiore alla legge per cui per evitare ciò sarebbe necessaria una modifica normativa.

In mancanza del certificato di nascita il bambino non risulta esistere quale persona e quale individuo destinatario delle regole dell’ordinamento giuridico. In mancanza del certificato di nascita, che testimonia l’identità della madre e del padre, al bambino non viene assicurata la tutela da parte dei genitori, è condannato ad essere un apolide ed è invisibile agli occhi dello Stato.

All’inizio della legislatura è stata presentata la proposta di legge n. 740, primo firmatario On. Rosato, sottoscritta da 104 deputati, per la quasi totalità del Partito Democratico, che purtroppo, ad oggi non è stata calendarizzata. E’ per questo che siamo a chiedere, nella sua funzione di capogruppo del PD alla Camera dei Deputati, un autorevole e risolutivo intervento perché la proposta di legge prosegua il suo iter.

Siamo certi del Suo impegno per una battaglia di civiltà che da troppo tempo stiamo portando avanti con l’esclusivo fine di riconoscere un diritto negato.

Alleghiamo la p.d.l. n. 740 e l’elenco dei firmatari della presente.

Auspicando un sollecito avvio dell’iter parlamentare della proposta restiamo in attesa di un cortese riscontro e la salutiamo cordialmente.

CHIARA GALLO

FIRMATARI

Associazione “Centro di accoglienza e di promozione culturale E. Balducci” (referente don Pierluigi Di Piazza)
Associazione “Vicini di Casa” Onlus (referente don Franco Saccavino)
Fondazione “Casa dell’Immacolata di don Emilio de Roja” (referente don Gianni Arduini)
Associazione Libertà e giustizia (referente Loredana Alajmo)
Associazione “Le donne resistenti” (referente Paola Schiratti)
Associazione “Nuovi Cittadini” Onlus  (referente Silvia De Lotto)
Associazione “SeNonOraQuando? comitato territoriale di Udine” (referente Andreina Baruffini)
Associazione “Centro Solidarietà Giovani Giovanni Micesio” Onlus (referente don Davide Larice)
GrIS del FVG (Gruppo Immigrazione e salute della Società Italiana Medicina delle Migrazioni – referente Guglielmo Pitzalis)
Nascente soc. coop. a r.l. (referente Flavio Sialino)

I e le consigliere regionali del Friuli Venezia Giulia Chiara Da Giau, Emiliano Edera, Pietro Paviotti,  Stefano Pustetto, Gino Gregoris, Silvana Cremaschi, Armando Zecchinon, Alessio Gratton
I e le consigliere comunali di Udine Chiara Gallo, Monica Paviotti, Eleonora Meloni, Marilena Motta, Claudio Freschi, Hosam Aziz, Federico Filauri
L’Assessora ai diritti di cittadinanza e all’inclusione sociale del Comune di Udine Antonella Nonino

 

2 Febbraio 2014Permalink

26/01/2014 – Protagonismo infantile 1

Riporto integralmente due interventi di Massimo Gramellini, uno si riferisce a un fatto recente, l’altro è meno vicino nel tempo ma altrettanto significativo.

24 gennaio  –   Il ministro che non c’é

Ma l’Italia ce l’ha un ministro dell’Interno?, si chiede Antonio Barone nel suo blog sull’Huffington Post. A scandalizzarlo, a scandalizzarci, è il silenzio di Alfano intorno al rogo di Cocò, il bambino di tre anni ucciso e bruciato dalla ’ndrangheta. Quel gesto disumano, che ha cancellato definitivamente l’epica dei cosiddetti «uomini d’onore», scosso le coscienze e ispirato parole infuocate a Claudio Magris, è planato sulle spalle larghe del ministro senza lasciare traccia. In cinque giorni neppure una dichiarazione o un gesto che dessero la sensazione di uno Stato presente e, se non responsabile, almeno consapevole. Evidentemente Alfano considera ordinaria amministrazione che sul territorio italiano si consumino non solo i rapimenti dei familiari di un oppositore kazako, ma anche le mattanze infantili.

La storia di Cocò è ancora più complessa e avvilente per le strutture dello Stato: c’è di mezzo una mamma in galera con cui il piccolo ha convissuto dietro le sbarre, prima di essere affidato da una decisione demenziale al nonno pregiudicato. Ma neanche su questo Alfano ha trovato il tempo di dire qualcosa. Comprendiamo che i tormenti della legge elettorale ingombrino una parte imponente della sua pur vasta intelligenza. E siamo certi che abbia presieduto vertici su vertici per mettere nel sacco gli assassini di Cocò. Ma la politica è comunicazione. Un ministro che parla di listini bloccati e non di un fatto di sangue che ha sconvolto il mondo intero farebbe meglio a presentare le dimissioni. Pubblicamente, però. Altrimenti non se ne accorgerebbe nessuno.

 18 ottobre  –  Funerali di non è Stato.

Come può prendersi cura dei vivi un Paese che non riesce a decidere nemmeno sui morti? La bara di Priebke gira l’Italia da una settimana, strattonata e presa a calci appena si affaccia per strada, senza trovare una buca dove andare a nascondersi. Intanto ci siamo dimenticati di fare i funerali alle vittime di Lampedusa. Proprio così: dimenticati. Ministri, primi ministri e affettate figure istituzionali hanno sfilato con sguardi dolenti sul molo e davanti alle salme della tragedia. C’è stato cordoglio, c’è stato sdegno, c’è stato lo sciame sismico di dichiarazioni scontate. Quel che non c’è stato, come sempre, è lo Stato. Qualcuno che, tra un cordoglio e uno sdegno, trovasse il tempo per allestire una cerimonia solenne di congedo per quei poveri cristi.

A chiunque di noi si rechi in visita a una camera ardente viene spontaneo chiedere il giorno e il luogo dei funerali. Invece a Lampedusa i nostri globetrotter della lacrima non si sono neppure domandati se fossero previsti, dei funerali. Colpisce la loro ostinazione nel rifiutarsi di sfogliare almeno le figure del manuale del buonsenso. Dopo avere riunito su una zattera centinaia di disgraziati, il destino li ha infine dispersi tra vari cimiteri siciliani, tumulati in silenzio dentro tombe anonime. Ma lo scrupolo di coscienza, che è il nome con cui dalle nostre parti si chiama la coda di paglia, ha suggerito allo Stato di correre ai ripari. Lunedì prossimo, a cadaveri ampiamente sepolti, si terrà una commemorazione ad Agrigento, città nota per avere dato i natali al filosofo Empedocle e poi, per compensare, ad Alfano.

I protagonisti sono bambini.

In entrambi i casi i protagonisti sono bambini. Nel primo la presa in carico degli assassini è diretta: un piccolo di tre anni ammazzato e bruciato, nell’altro c’erano bambini, ospiti di piccole bare senza nome.
In ogni modo sono vittime dei disastri italiani: connivenze con  una criminalità organizzata e consolidata (fino ad affidare il piccolo figlio di carcerati a un nonno  ‘ndranghetista), incapacità di assicurare una accoglienza  che  sia almeno certezza di sopravvivenza

26 Gennaio 2014Permalink

5 gennaio 2014 – Una storia forse squallida, forse grottesca

Segue uno schema di racconto con il collegamento ai link che consentono a chi voglia saperne di più la lettura dei vari pezzi nel mio blog che, volta per volta, saranno raggiungibili facendo clic sulla parola [qui]
Il tentativo di inserire le immagini del dépliant non è ben riuscito. Correggerò appena possibile

Il 24 gennaio ho aggiungo come mio commento un articolo uscito sul n. 224 di Ho un sogno

La storia nel mio blog comincia il 26 luglio 2013 quando scopro e segnalo che su un dépliant che informa gli utenti dell’azienda ospedaliera in merito ai vari servizi compare la seguente disinformazione:

Denuncia  di nascita
COSA SERVE: documento di identità valido di entrambi i genitori, se stranieri non residenti passaporto o permesso di soggiorno valido
    
[qui]     guida rapida1

E’ evidente che, a norma della  Circolare del Ministero dell’interno n. 19 del 7 Agosto 2009, la dizione scelta dall’azienda ospedaliera è improponibile  (ma, trattandosi di denunce di nascita agisce su delega del sindaco che di tali atti è responsabile: sciatteria su tutti i fronti!)

Il 28 luglio riporto qualche notizia  sulle mie immediate segnalazioni ad esponenti del comune di Udine (sia a livello di giunta che di consiglio)
[qui]
e presento una segnalazione all’azienda ospedaliera il cui testo trascrivo il 4 settembre
[qui]

Il 28 settembre trascrivo la risposta dell’ospedale che si impegna alla correzione del dépliant
[qui]

Il 4 ottobre due amiche scrivono al sindaco e ottengono risposta
[qui]

Da parte mia visito regolarmente la bacheca nell’atrio dell’ospedale, accanto all’ufficio informazioni,  per vedere se l’impegno preso dalla Direzione il 28 settembre 2013 viene rispettato o disatteso.
Ieri, 4 gennaio 2014, trovo il dépliant corretto dove la dizione relativa alle denunce di nascita è così modificata:

Denuncia  di nascita
COSA SERVE: documento di identità valido di entrambi i genitori
Il nuovo dépliant è datato dicembre 2013.    guida rapida2.pdf

Un piccolo passo avanti ma non è l’ultima puntata di questa squallida storia: da cinque anni mi impegno per la modifica della norma modificata dall’ineffabile allora ministro Maroni, uno dei coraggiosi lottatori che hanno identificato in alcuni  neonati  il n emico da combattere e vincere ‘ad maiorem Bossi gloriam’.
Naturalmente, se vengono –come vengono – lasciati fare, prevarranno come prevalgono.
Diceva Nelson Mandela:  “Disumanizzare l’altro significa inevitabilmente disumanizzare se stessi”.

5 Gennaio 2014Permalink

26 dicembre 2013 – Una notizia biblicamente riletta

A seguito dell’articolo dei giornalisti Tommaso Canetta e Pietro Pruneddu, pubblicato dal periodico web linkiesta , che ho trascritto il 21 dicembre, una coppia di amici piemontesi -Ivana e Marco Tommasino -mi hanno inviato una loro lettura ‘biblica’ del testo che riporto in pdf e si può leggere facendo clic sui loro nomi.
Lettera di Natale 2013 – Ivana e Marco

26 Dicembre 2013Permalink

21 dicembre 2013 – Figlio di clandestini!

Non mi sento di rinunciare a un impegno che probabilmente mi ha reso ridicola agli occhi di molti ma, dopo cinque anni di inutili insistenze, raccolte di informazioni, chiarimenti … la situazione comincia a farsi pesante.

Per fortuna con la mediazione intelligente ed efficiente di un’amica milanese – e come me socia di Biblia – ho incontrato un giornalista che (miracolo, visti altri risultati!) ha capito il significato della questione e, insieme a un collega, ha pubblicato su Linkiesta l’articolo che trascrivo e che si può leggere anche da qui.
Linkiesta così si definisce: Quotidiano web based che costituisce una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano nel 2010.
Ho già inviato il testo dell’articolo a tutti i deputati firmatari della proposta di legge 740 che, se approvata, risolverebbe il problema, almeno a livello legislativo che è però essenziale.

20 dicembre 2013

I genitori spesso non si fidano
Neonati “clandestini” invisibili per lo Stato
Complice una normativa contraddittoria, gli immigrati irregolari non registrano i figli all’anagrafe          Tommaso Canetta e Pietro Pruneddu

“Figlio di clandestini”. Un’etichetta che in Italia può significare una sorte identica dal genitore al neonato. Di padre in figlio, di madre in figlia: la clandestinità come condanna genetica. O peggio. Capitando nell’ufficio dell’anagrafe sbagliato si rischia di essere del tutto inesistenti per lo Stato: niente certificato di nascita, niente potestà dei genitori, cittadinanza apolide, niente diritto allo studio. Tra le maglie del “pacchetto sicurezza”, introdotto nel 2009 dall’allora governo Berlusconi e voluto dall’ex ministro degli Interni Roberto Maroni, esiste una norma che obbliga gli uffici della pubblica amministrazione a chiedere l’esibizione del permesso di soggiorno a un genitore immigrato che voglia registrare il proprio neonato all’anagrafe. Niente documento, niente pratica, niente figlio riconosciuto. E se l’impiegato è zelante, si rischia la denuncia per il reato, ancora esistente, di clandestinità.

L’ambiguità della legge 94, che apriva prospettive considerate incivili e pericolose da diverse organizzazioni internazionali quali l’Unicef, ha costretto il Ministero a pubblicare in fretta e furia una circolare (datata 7 agosto 2009) che stabiliva l’esatto contrario di quanto scritto nella legge, cioè che non va richiesto il permesso di soggiorno all’immigrato irregolare che si reca negli uffici dell’anagrafe a registrare il figlio. Nel tentativo di chiarire il provvedimento è riuscito, se possibile, a renderlo ancora più contradditorio. Il risultato è che molti stranieri senza documenti ancora non registrano i propri figli per paura di essere denunciati. E, in alcune realtà, i dipendenti degli sportelli comunali continuano a chiedere ai genitori di esibire il permesso di soggiorno

In Italia, in base al Rapporto nazionale sulle migrazioni pubblicato di recente dall’Ismu (Istituto per lo studio delle multietnicità), al primo gennaio 2013 erano presenti circa 295mila stranieri senza il permesso di soggiorno. «Ma questa cifra», spiega Alessio Menonna dell’Orim lombardo (Osservatorio regionale per l’Integrazione e la Multietnicità), «tiene conto solo degli “espellibili”, cioè dei maggiorenni. Vanno quindi aggiunti circa 50mila minorenni irregolari». Non pochi tra questi, alcune migliaia si stima, non sono mai stati registrati all’anagrafe italiana.

Il fenomeno è per sua natura difficilmente misurabile – all’anagrafe di Milano ad esempio non sanno dell’esistenza di casi di questo genere – ma è sicuramente più diffuso nelle grandi aree metropolitane del Nord Italia, dove è meno gestibile l’informazione. Bisogna anche considerare che non tutti i bambini nascono nelle strutture ospedaliere. In comunità chiuse, come quella cinese o quella rom, ci sono molti casi di parti in ambito domestico a cui spesso non segue alcuna registrazione. In Lombardia si stima ci siano 15mila bambini irregolari e una buona percentuale delle loro nascite potrebbe non essere mai passata dagli uffici dell’anagrafe. Un sommerso demografico non quantificabile causato da una legge scritta male. Ma non solo.

«L’obiettivo di quella norma era far paura, far respirare all’immigrato di turno un’atmosfera di disagio, farlo sentire in colpa», spiega il dottor Guglielmo Pitzalis, medico friulano del GrIS, una rete di cittadini che si occupano di salute e immigrazione. «Molti immigrati, anche se consapevoli dei propri diritti, preferiscono vivere nascosti e non rischiare piuttosto che alzare la voce e magari farsi espellere». La legge italiana, spiega Pitzalis, permette ad esempio alle donne in stato di gravidanza di aver un permesso di soggiorno temporaneo che dura fino a sei mesi dopo il parto. «Ma molte scelgono consapevolmente di evitarlo perché si sentono in qualche modo controllate dallo Stato italiano e quindi vulnerabili alla scadenza di quel periodo». Nel 2009 la Lega Nord provò anche a introdurre l’obbligo di denuncia da parte di operatori sanitari e sociali che avessero avuto a che fare con irregolari. «Ci fu una ribellione totale da parte dell’intero settore. La salute e i diritti degli immigrati vengono prima di qualsiasi direttiva burocratica».

Contro questa legge confusionaria è nata la battaglia di Augusta de Piero, ex consigliere regionale del Partito comunista italiano in Friuli Venezia Giulia, che da privata cittadina ha tenuto sotto costante pressione il sistema politico per avere risposte. «Subito dopo il varo della legge ho cominciato ad interessarmi al problema ma nessuno mi ha dato ascolto», racconta. «L’unico che si è mostrato coinvolto è stato Bachelet (Giovanni, ex deputato del Pd nella scorsa legislatura, ndr) che mi ha molto aiutato. Grazie a lui ho avuto le prime informazioni. Poi, tramite una consigliera provinciale di Udine, Paola Schiratti, ex Italia dei valori e ora Pd, sono riuscita a contattare Leoluca Orlando (all’epoca portavoce nazionale del partito di Di Pietro). Con lui abbiamo scritto una proposta di legge che, a costo zero, consentisse di risolvere il problema dei documenti per i figli degli immigrati. Poi, terminata la legislatura senza che se ne fosse fatto nulla, quella proposta è decaduta e in questa legislatura è stata ripresa ad aprile dall’onorevole Ettore Rosato, a cui ho scritto non so quante mail al suo indirizzo pubblico per sollecitare la soluzione della questione». La mobilitazione, ora confluita anche in una petizione spedita alla presidente della Camera Laura Boldrini, si è trasformata nella proposta di legge 740 del 13 aprile 2013, di cui il deputato triestino del Pd è il primo firmatario. Si tratta di una semplice modifica del testo esistente per eliminare la contraddizione tra legge e circolare. Poche righe chiarire ogni dubbio: i genitori immigrati che registrano un figlio all’anagrafe non devono esibire alcun documento di soggiorno.

«La proposta non è ancora stata calendarizzata», ammette l’onorevole Rosato al telefono. «Ho provato a inserirla in qualche provvedimento tramite emendamento, ma senza fortuna. Gli emendamenti infatti devono essere attinenti alla materia trattata e finora non abbiamo avuto occasioni adeguate. Non posso onestamente fare previsioni su quando questo accadrà ma noi speriamo il prima possibile, si tratta di una norma di civiltà. L’occasione forse – conclude Rosato – potrebbe essere la nostra proposta sul diritto di asilo che abbiamo chiesto di calendarizzare». Una speranza che sarebbe più solida se il governo avesse mostrato un maggior interesse per la vicenda. Invece, rispondendo lo scorso agosto proprio a un’interrogazione dell’onorevole Rosato, ha liquidato la questione con poche parole. In sintesi: “C’è la circolare e tanto basta”. Ma del resto, i “clandestini” alle urne non ci vanno.

21 Dicembre 2013Permalink

18 dicembre 2013 – Indifferenza o assenza di ogni etica?

Nel 1924, dopo aver concluso la sua esperienza di diplomatico in Vaticano (e la vita a Roma lo indusse ad approfondire la conoscenza della letteratura e della realtà italiana) lo scrittore bosniaco Ivo Andrić pubblicò in un periodico jugoslavo un articolo sul caso Matteotti  . «Incredibile e terribile  è che in Europa … nel centro di Roma a mezzogiorno sei mercenari possano rapire un deputato popolare inerme, segretario di un partito, portarlo fuori città e ucciderlo … Ma per chi vive in Italia è un fatto semplice e banale che una decina di giovani in camicie nere si ponga davanti a un deputato nazionale  … e lo picchi selvaggiamente».
Ho visto quanto ci è stato trasmesso (necessario ma troppo per essere sopportabile) sulle umiliazioni inflitte nel centro di Lampedusa ai migranti, ho constatato l’indifferenza generale e ho ripensato alla indifferenza constatata da Andrić che continuamente si ripropone.
Così ho scritto una delle mie inutili lettere , questa volta al neopresidente del Pd.

Se non resta altro che  dire ‘l’avevo detto’ … diciamolo

Egregio onorevole e presidente del Pd

Ho sentito in dichiarazioni che le sono state attribuite la parole importanti ‘dignità e umanità’ espresse nel contesto delle riflessioni su ciò che è accaduto a Lampedusa.
So che il Pd, il partito che da pochi giorni presiede, è impegnato per il problema della cittadinanza jus soli a chi nasca in Italia.

Voglio però ricordarle che oggi  chi nasce in Italia da genitori stranieri ne assume la cittadinanza (con la speranza che – a legge cambiata- possa essergli assicurata anche la cittadinanza italiana) purché non sia figlio di immigrati irregolari cui la legge (non la Bossi Fini ma la legge 94/20009, il cd pacchetto sicurezza) nega questo diritto con la misura, obliqua e beffarda, di chiedere ai genitori il permesso di soggiorno di cui – per contradizion che non consente – in quanto irregolari non dispongono.  Di conseguenza è loro impedito di registrare la nascita dei figli, assicurando ai nuovi nati quel certificato su cui ogni dato anagrafico, cittadinanza compresa,  assume rilevanza giuridica
Quindi ci sono in Italia bambini che la legge condanna ad essere di fatto inesistenti   con una misura che li umilia,  li danneggia e li danneggerà per tutta la vita, umiliando contemporaneamente tutti noi in quanto cittadini responsabili , attenti al rispetto dell’umanità e della dignità in ogni decisione della vita propria e di quelle che vengono prese nello stato in cui vivono, evidentemente.

Poco importa che una circolare  (Ministero Interno n. 19/2009) affermi burocraticamente possibile ciò che la legge nega, non solo per una questione di principio ma anche  perché , come testimonia il quinto rapporto del gruppo CRC (Convention on the Rights of the Child, il gruppo che monitora l’attuazione della Convenzione di New York l.176/1991)  esistono persone che  si sono trovate nell’oggettiva impossibilità di assicurare al proprio figlio il certificato di nascita.
Così il gruppo CRC ne parla:  “Il timore   di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori.   Pur non esistendo dati certi sull’entità del fenomeno, le ultime stime evidenziano la presenza di 544 mila migranti privi di permesso di soggiorno. Questo può far supporre che vi sia un numero significativo di gestanti in situazione irregolare.”.

Di recente anche l’Unicef si è occupata del problema del riconoscimento anagrafico dei neonati – sottolineando il diritto al certificato di nascita  ma, nei limiti del suo compito di agenzia delle Nazioni Unite – solo in relazione a paesi africani e asiatici cui ricorda che: «La registrazione alla nascita è più di un semplice diritto. Riguarda il modo in cui la società riconosce l’identità e l’esistenza di un bambino»… «La registrazione alla nascita è fondamentale per garantire che i bambini non vengano dimenticati, che non vedano negati i propri diritti o che siano esclusi dai progressi della propria nazione».

«I bambini non registrati alla nascita o privi di documenti di identificazione sono spesso esclusi dall’accesso alla scuola, all’assistenza sanitaria e alla sicurezza sociale. Se un bambino viene separato dalla sua famiglia durante un disastro naturale, un conflitto o a causa di qualche forma di sfruttamento, la riunificazione diventa assai più difficile a causa della mancanza di documentazione ufficiale».

«Per l’UNICEF, la mancata registrazione di un bambino alla nascita è sintomo di disuguaglianze e disparità sociali. I bambini più frequentemente colpiti da questa disuguaglianze sono queli che appartengono a determinati gruppi etnici e religiosi, quelli che abitano in aree rurali o remote, i figli di famiglie povere o di madri analfabete»

In Italia avremmo lo strumento per rimediare alla umiliazione introdotta dal pacchetto sicurezza nella proposta di legge n. 740 presentata da un deputato del suo partito, l’on. Rosato.

Pur essendo firmata da più di cento deputati (alcuni non appartenetti al PD e precisamente Serena Pellegrino, Gigli e Sberna)  l’impegno per farla approvare non sembra così attento e a tanto la prego di provvedere sollecitando il Pd a un operativo interesse nel merito.

18 Dicembre 2013Permalink

26 novembre 2013 – Un promemoria per il certificato di nascita a tutti i neonati

Dal numero di novembre del mensile Ho un sogno

Nel corso degli ultimi quindici anni in Italia il diritto alla registrazione anagrafica per i bambini nati da genitori cittadini stranieri ha conosciuto un’evoluzione pericolosa. Cerchiamo di riassumerla in modo semplice, chiarendo prima di tutto una questione essenziale: se la nascita non viene registrata, un bambino è privo di esistenza giuridicamente riconosciuta e conseguentemente apolide, senza cittadinanza e senza i diritti fondamentali che questa garantisce. Non ha diritto ad avere dei genitori che possano esercitare su di lui una tutela, perché non è riconosciuto alcun legame giuridicamente fondato con mamma e papà, non può essere iscritto al nido e alla scuola dell’infanzia, né ad alcuna scuola che non sia quella dell’obbligo. Al compimento del diciottesimo anno non potrà giovarsi della misura che consente a chi sia nato e abbia vissuto sempre nel nostro paese di chiedere la cittadinanza italiana. Privo di codice fiscale, avrà accesso agli elementari diritti alle cure solo attraverso misure di sapore assistenziale. È banale, ma non potrà unirsi ai compagni di scuola in una gita e sarà più esposto, per la vita nascosta e non protetta cui è costretto, a rischi di abusi ben noti. Quel bambino semplicemente non esiste. Ecco perché richiedere a un genitore burocraticamente irregolare il permesso di soggiorno per registrare la nascita del figlio – ma anche diffondere una comunicazione confusa o scorretta sul tema, come racconta su questo numero di Ho un sogno Augusta De Piero – espone il nuovo nato a rischi concreti e gravi. E contemporaneamente crea una situazione sociale e sanitaria rischiosa per la collettività.

Ecco, in sintesi, come è evoluta la questione in Italia.

                    1998-2009 La legge Turco-Napolitano (40/1998) non prevede la presentazione del permesso di soggiorno per gli atti di stato civile: dichiarazioni di nascita, morte e matrimonio.

                    2002 La Legge Bossi-Fini (189/2002) non introduce modifiche in proposito.

                    2009 Il pacchetto sicurezza (legge 94/2009) a firma del ministro Maroni include gli atti di stato civile fra quelli per cui è necessario il permesso di soggiorno.

                    2009 A pochi giorni dall’approvazione della legge il ministero emana una circolare (n. 19/7 agosto 2009) che esclude il permesso di soggiorno dai documenti necessari per la registrazione anagrafica. Ma una circolare non è una legge: può essere cancellata senza interpellare il parlamento e i sindaci, responsabili dell’anagrafe, possono provare ad aggirarla appellandosi direttamente alla legge. Non devono essere dimenticati su questo fronte i medici, che nel 2008 si mobilitano contro l’abrogazione del segreto sanitario prevista dalla proposta di legge: i medici – dichiara l’Ordine – non sono disponibili alla delazione e non denunceranno situazioni di irregolarità. La richiesta va contro il loro dovere deontologico alla riservatezza e contraddice un principio fondante della professione medica ribadito dalla nostra Costituzione: l’universalità delle cure. Ecco perché oggi le prestazioni sanitarie sono erogate senza richiedere il permesso di soggiorno e qualunque paziente è protetto dal segreto sanitario, comprese quelle mamme “irregolari” che partoriscano nonostante tutto in ospedale.

                    Aprile 2013 Il deputato Ettore Rosato presenta la proposta di legge 740 per modificare il pacchetto sicurezza in materia di atti civili. È solo l’ultimo atto di una vicenda iniziata nel 2011 con la prima proposta di modifica presentata da Leoluca Orlando. Vicenda che finora non ha avuto esiti concreti.

                    Ottobre 2013 E qui da noi, che cosa succede? Di recente uno schieramento trasversale di consiglieri regionali ha presentato una mozione (mozione 21, 23 ottobre 2013) per richiedere che la Regione garantisca in tutte le anagrafi del territorio l’applicazione della circolare ministeriale e il diritto alla registrazione dei nuovi nati, che si impegni perché i deputati eletti in Friuli Venezia Giulia sostengano la proposta di legge 740 e perché sia lanciata una campagna di sensibilizzazione sul diritto di tutti i bambini a essere registrati

NOTA: Il mensile Ho un sogno si trova alla libreria CLUF di via Gemona 22 a Udine

 

26 Novembre 2013Permalink

4 novembre 2013 – Il cuore di un ministro, già prefetto

Il caso Cancellieri

Imperversa il caso Cancellieri e il dibattito si sta concentrando sul problema ‘dimissioni sì’ – ‘dimissioni no’.
Si apre, temo, una pagina per riproporre la cultura alibi del nulla politico negli ultimi vent’anni quando sembrava che far politica fosse l’esercizio – fin troppo ovvio e semplice – di parlar male di Berlusconi, caro a una sinistra incapace si essere propositiva se non su input di sondaggi e spinte di lobbies in odor di gratitudine. Continue reading

4 Novembre 2013Permalink

29 ottobre 2013 – Picchiano disabile e lo filmano

 Il preside li denuncia

(da Repubblica.it)  Per quattro tredicenni scatta la “rieducazione” attraverso colloqui settimanali con assistenti sociali e psicologi. Ma il padre di uno dei aggressori inoltra una sorta di controquerela al presidente del Tribunale dei Minori convinto che la decisione della scuola sia sproporzionata 
di GIUSEPPE FILETTO

Picchiano disabile e lo filmano Il preside li denuncia. Il tablet, che la scuola affida agli alunni per studiare, è servito per riprendere la scena: un ragazzo, disabile mentale, aggredito da due studenti, finito a terra, che si contorce come un animale ferito ed indifeso. Il filmato sarebbe finito su YouTube o su altri social network, se una professoressa non fosse intervenuta energicamente, sequestrando iPad e smartphone.
Una vicenda ritenuta grave dal preside della scuola media di Mele, la prima in Italia che dal 2011, attraverso una convenzione tra il Comune, la Regione e il Ministero dell’Istruzione, ad ogni inizio di anno scolastico concede in comodato d’uso a ciascun alunno il tablet come strumento di studio, in grado di “dialogare” con le lavagne digitati attraverso un software didattico.

Un episodio considerato di bullismo dal preside e dall’insegnante di sostegno (una ex professoressa di Educazione Fisica), tanto da avere segnalato i quattro allievi, tutti tredicenni, ai carabinieri della stazione di Voltri. Anche se i genitori del disabile non hanno presentato alcun esposto. La denuncia, dall’Arma è stata trasmessa al Tribunale dei Minori. Una “ragazzata” per il papà di uno degli studenti, un assistente tecnico che lavora in un altro istituto superiore. Che dice: “Anch’io opero dentro una scuola e la vicenda poteva essere risolta con una tirata d’orecchie o al massimo con un provvedimento disciplinare”.

Così non è stato. Nessuna sospensione dalle lezioni. La vicenda si è svolta nel cortile e non dentro la scuola. Quel pomeriggio del 23 maggio scorso, per ragioni sconosciute, due studenti aggrediscono e spintonano il disabile, un diciottenne non più iscritto, ma rimasto legato alla scuola, che tutti i giorni aspetta nel cortile quelli che lui ritiene gli ex compagni, conosciuto da tutti gli 850 allievi dell’Istituto Comprensivo.

“Adesso, quattro famiglie si ritrovano in un girone infernale, con i figli che devono seguire un corso di recupero  –  ripete M. P.  –  anche se il mio non ha partecipato all’aggressione, ma ha solamente assistito.
Il Tribunale dei Minori non distingue gli aggressori da chi ha assistito alla scena”. Per la professoressa che ha visto, due degli studenti avrebbero materialmente spintonato e picchiato il disabile, gli altri due erano tra quei tanti che con l’Ipad ed i telefonini hanno ripreso lo “spettacolo”.
La Procura della Repubblica ha sentito ragazzi, genitori, professori e preside, poi ha stabilito cosa fare. I giudici dei minori hanno deciso un percorso rieducativo per tutti e quattro, attraverso colloqui settimanali con assistenti sociali e psicologi. Fino al prossimo gennaio, anche se due dei quattro studenti sono passati alla scuola superiore. Una punizione che vuole essere esemplare: visto che siete bravi e solerti a riprendere le scene di violenza, invece che impedire che questa si sviluppi, vi “condanniamo” a produrre un video sul bullismo ed a diffonderlo in alcune scuole liguri, attraverso incontri con altri studenti. Espiazione comunque grave per i genitori: “Soprattutto perché viviamo in un piccolo paese dove ci si conosce tutti e tutti i pomeriggi i nostri figli giocano tranquillamente insieme a quel ragazzo disabile”.

Il fatto, accaduto negli ultimi giorni di scuola, si è saputo solo ieri, quando M. P. ha inoltrato una sorta di controquerela al presidente del Tribunale dei Minori, Adriano Sansa, per conoscenza al direttore scolastico regionale, Giuliana Pupazzoni, ed al Ministero dell’Istruzione. “Premesso che quel disabile non doveva essere toccato con un dito e ritenendo  grave quanto è successo, soprattutto il filmato delle scene  –  ammette il papà  –  mi sembra sproporzionata la decisione del preside, che non ha preavvisato le famiglie ed ha ritenuto opportuno rivolgersi ai carabinieri, scatenando seri danni psicologici ai ragazzi”. “Non è vero  –  ribatte Marzio Angiolani, preside al suo primo anno di incarico  –  I genitori sono stati contattati lo stesso giorno dell’accaduto”.

Mio commento

Se avessi modo di esprimere al Preside tutta la mia solidarietà lo farei.
Aggiungo a questo episodio quello dei genitori che a seguito della partita di calcio di non so quale squadretta hanno picchiato un bambino che non aveva passato la palla al loro figlio.
Penso che dove ci sia come a Mele complicità dei genitori in una cultura a sfondo razzista o comunque violenta i Tribunali dovrebbero estendere la indicazioni di intervento per la rieducazione degli adulti asociali che danneggiano i loro figli e gli altri minori che si trovano ad avvicinare.

29 Ottobre 2013Permalink