11 novembre 2012 – Una ragazza coraggiosa e intelligente e un parlamento dormiente.

Lettera petizione

Ho ricevuto il testo della petizione che segue e si può firmare nel sito www.change.org , raggiungibile anche da qui. Per raggiungere la petizione specifica e il modulo per la firma fate clic sulla foto di Malala

In un momento in cui tanti Paesi nel mondo hanno dimostrato il loro grandioso supporto alla storia di Malala Yousufzai, è importante per tutti noi che anche l’Italia prenda subito una posizione per sostenerla. Malala non rappresenta solo una ragazza di 15 anni: lei parla in nome di tutti coloro ai quali viene negata l’istruzione esclusivamente in base al loro sesso.

Per premiare tale coraggio è necessario unirsi agli altri Paesi che vorranno proporre la candidatura di Malala per il Premio Nobel per la Pace. E’ fondamentale non restare indifferenti e riconoscere a Malala il grande merito che le spetta per la sua lotta contro la disparità di genere.

Con la presente chiedo, quindi, che anche i leader politici italiani propongano tutti insieme la candidatura di Malala Yousufzai al Premio Nobel per la Pace.

Cordialmente,

[Il tuo nome]

Giotto- la stage degli innocenti

 

Il parlamento italiano: dormiente, supponente, ignorante, indifferente ai diritti civili o che?

Lo sto scrivendo da anni, ma lo ripeto e mi collego al vecchio articolo che, dal 15 marzo 2011, sintetizza il mio punto di vista: tollerare e sostenere  – con un silenzio che personalmente valuto pigro e opportunista – una legge che discrimina i figli degli immigrati senza permesso di soggiorno è razzismo.
Se la giovanissima pachistana Malala fosse nata in Italia da genitori pachistani senza permesso di soggiorno non sarebbe probabilmente riuscita a rendere visibile il discrimine di sesso che nega l’istruzione alle ragazze, gesto consapevole e coraggioso che l’ha resa vittima di talebani. Ora, sopravvissuta agli spari efficacemente mirati, è ancora grave, e viene curata in Inghilterra.
Se si fosse trovata in Italia forse nessuno probabilmente le avrebbe sparato ma non avrebbe potuto manifestare pubblicamente il suo disagio e il suo impegno perché avrebbe condiviso il nascondimento cui la negazione dei diritti umani e civili condanna gli apolidi.

Anche ipocriti?

Mi consta che la richiesta di candidatura al Nobel deve muovere dalle istituzioni e mi chiedo come il Parlamento italiano potrebbe sostenere la candidatura di Malala.
Infatti nulla ha fatto per ritornare alla legge precedente il 2009 che escludeva la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione degli atti di stato civile,.
Se proporrà la candidatura di Malala abuserà di questa ragazza per fingersi democratico e rispettoso dei diritti civili quale non è.
Tanto vale anche per i livelli istituzionali locali (i comuni in primo luogo) che non hanno avuto la dignità di sollecitare la modifica di quella legge che ne avvilisce il ruolo.
E’ vero che il 23 ottobre scorso ho scritto di un timido spiraglio che è sembrato aprirsi, per la prima volta in Italia, nel comune di Udine.
Ma nulla ne è seguito. Io aspetto ancora e sarò lieta di smentire la rozza definitività delle considerazioni che precedono.

11 Novembre 2012Permalink

29 ottobre 2012 – Tracce d’Europa

Ancora dal mensile Ho un sogno.
Ho pubblicato il testo precedente il 31 settembre sotto il titolo: Testimonianze di donne. Avevo iniziato con questo impegno molto tempo fa e lo scorso settembre ho scoperto, attraverso il racconto di Laura, giovani che si comportano già da cittadini europei. Ora ho trovato una consapevolezza di sapore europeo in un sindaco, anzi due. Mi piace registrarlo.
La nota finale appartiene alla redazione di Ho un sogno
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Ottobre 2012_ Ho un sogno n. 212: Condividere da buoni vicini
Persino i documenti burocratici possono riservare rasserenanti soprese svelandoci l’immagine rinnovata di un confine – che si voleva chiuso e impenetrabile – trasformato in un luogo di cooperazione e di incontro.
E’ il caso della lettera d’intenti firmata dai sindaci dei comuni di Pulfero (Italia ) e Caporetto (Slovenia) il 18 luglio 2012 che si impegnano ad offrire ai bimbi dei loro territori uno strumento per crescere insieme, superando la pesantezza dell’ideologia che fino a pochi anni fa li voleva estranei riducendo la loro identità alla divisione reciproca.
Così hanno scritto i due sindaci proponendo la “realizzazione, in Comune di Pulfero, di un asilo nido che possa costituire punto di riferimento sia per le famiglie delle Valli del Natisone che dei territori contermini oltreconfine” e impegnandosi quindi “ad attuare una collaborazione istituzionale per il raggiungimento dell’obiettivo della indicata proposta progettuale, qualora la stessa venga ammessa a finanziamento”.
Da anni nelle Valli del Natisone la diminuzione della popolazione ha avuto i suoi effetti anche sulle scuole che, nel comune di Pulfero, si riducono ormai ad una scuola dell’infanzia la cui funzionalità è resa possibile dalla frequenza dei figli degli immigrati, mentre nella vicina (ma ‘straniera’) Caporetto le domande di iscrizione al nido eccedono la misura dei posti previsti.
La risorsa della cooperazione potrebbe consentire un servizio altrimenti forse non realizzabile dimostrando che molto si può fare per trasformare un confine e non solo abbattendo le sbarre che lo caratterizzavano.
I due sindaci sanno che le istituzioni locali possono offrire, nel proprio operare e nelle norme che via via vi corrispondano, quella certezza e quella continuità cui i diversi soggetti che agiscono nella società civile si riconoscono e si appoggiano. E in questo caso eviteranno di implodere nel localismo per aprirsi naturalmente a una dimensione europea.
Anni fa una legge regionale (1987 n.15) che sia la giunta in carica che la precedente – con l’efficace appoggio del consiglio – hanno semplicemente ignorato senza neppure porsi lo sforzo di una abrogazione, diceva: “Al fine di concorrere alla promozione e alla diffusione della cultura della pace e della cooperazione tra i popoli, la regione Friuli – Venezia Giulia, nei limiti delle proprie competenze, favorisce e realizza gli interventi” … “per iniziative intese a promuovere la cultura della pace e della convivenza tra i popoli” ..cui possono concorrere anche enti locali..
L’iniziativa dei due sindaci rinnova lo spirito che ispirò allora la norma e offre al tipo di cultura “di pace e di cooperazione tra i popoli” che quella legge intendeva promuovere uno spazio operativo importante per i soggetti cui fa riferimento e per i luoghi in cui si realizza. E le novità non finiscono qui: già si pensa anche all’età avanzata prevedendo una Casa di riposo (questa volta in comune di Caporetto) dove gli anziani potrebbero godere, insieme a un servizio utile, il piacere della comunicazione in una lingua che, pur nella sua forma dialettale, li accomuna.

N.d.R.: L’iniziativa dei Comuni di Pulfero e di Caporetto esprime anche il significato profondo dei Programmi di cooperazione transfrontaliera finanziati dall’Unione Europea attraverso l’Iniziativa Interreg. In questo ambito, dal 2007 ad oggi, una decina di milioni l’anno sono andati a finanziare progetti presentati congiuntamente da partner italiani e sloveni. A nessuno può sfuggire che questi fondi dovrebbero sostenere prioritariamente iniziative concrete come quella dei due Comuni. Per verificarlo: www.ita-slo.eu.
associazioni, donne, Europa, informazione cronache

29 Ottobre 2012Permalink

23 ottobre 2012 – Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita

Uno spiraglio di vita per i bambini fantasma?

Concludevo il mio post precedente con un paragrafo che avevo intitolato: Chi vuole i bambini fantasma e che ora in parte ricopio

Se non posso far colpa ai parlamentari dissenzienti (e so che ce ne sono) dalla legge 94 (ho ricordato sopra il voto di fiducia) faccio una colpa che mi ripugna al silenzio di tutti i politici, non solo parlamentari ma anche sindaci che dovrebbero sentirsi offesi dal vulnus che la legge 94 impone al loro compito di farsi garanti della popolazione che nasce e vive nel loro territorio. A questo proposito ricordo un episodio squallido e ridicolo: mentre era ancora parlamentare l’on. Orlando aveva presentato una proposta di legge per sanare il vulnus inserito nel nostro ordinamento dalla legge 94 (l’avevo pubblicata nel mio blog 5 dicembre scorso)..

Ma, felicemente smentendomi (una, per ora una, eccezione c’è!) il 5 ottobre scorso la giunta del comune di Udine ha approvato una delibera che in parte riassumo, ricopiandone poi la parte dispositiva:

LA GIUNTA COMUNALE  …CONSIDERATO CHE

Seguono
– alcuni dati statistici sulla presenza straniera in Italia e a Udine (relativamente ai bambini);
– citazione di alcune affermazioni del Presidente della Repubblica in merito alla cittadinanza, relative al passaggio dallo jus sanguinis allo jus soli, come previsto dalla proposta di legge a iniziativa popolare;
– ricorda poi la modifica al testo unico sull’immigrazione, intervenuta con la legge 94 del 2009, che ha imposto la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione degli atti di stato civile e la circolare che, per gli atti di nascita, consente agli uffici competenti un comportamento difforme da quello previsto dalla legge

DELIBERA

1 di dar mandato al Sindaco di procedere con tutti gli atti necessari a sostegno del riconoscimento della cittadinanza italiana per lo jus soli ai figli nati in Italia da genitori entrambi stranieri regolarmente residenti e ai ragazzi arrivati in  Italia adolescenti, figli di cittadini non italiani regolarmente residenti e che abbiano compiuto un ciclo scolastico;

2 di attivare altresì ogni utile iniziativa per richiedere il ripristino della norma di legge che non prevede la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione delle nascite, come da testo precedente la legge 94/2009, prendendo atto che per ciò che concerne la registrazione degli atti di matrimonio a tanto ha provveduto la Corte Costituzionale con sentenza 245 del 25 luglio 2011.

Un mio commento

Mi soffermo solo sul punto 2 di cui questo blog si occupa da quattro anni, non senza notare che nel punto 1 la giunta del comune di Udine si è discostata dal testo della P.d.l. a iniziativa popolare sulla cittadinanza a proposito della definizione dell’età pur salvando il principio fondamentale del passaggio dallo jus sanguinis allo jus soli.

Il punto 2 dà mandato al Sindaco perché operi nelle sedi opportune al fine di ripristinare il Testo Unico sull’Immigrazione come precedente il cd pacchetto sicurezza del 2009, esonerando quindi i genitori del nuovo nato dalla presentazione del permesso di soggiorno.
Voglio sottolineare qui che – a seguito di una sentenza 245/2011 della Corte Costituzionale correttamente citata – il vulnus introdotto nel 2009 è stato superato per i matrimoni.
Nessuno però si è preoccupato di agire in modo trasparente e responsabile in nome dei neonati – come una coppia cui era stato negato il diritto al matrimonio e che, con la denuncia presentata, ha aperto la via della correzione della legge.
Voglio ostinatamente sperare che il richiamo al Sindaco di Udine, presentatogli dalla sua giunta, diventi operativo (e che quindi chi tale richiamo ha voluto ne verifichi con costanza il percorso efficace)  e che altri comuni seguano l’esempio di quello udinese che, a mia conoscenza, è il primo in Italia a dignitosamente occuparsi della questione.
Spero non prendano esempio dai parlamentari dell’IDV che hanno bellamente dimenticato la proposta di legge a suo tempo presentata dall’on. Orlando che risolverebbe il problema se non giacesse in Parlamento negletta e ignorata.

Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita

Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori ed a essere allevato da essi”.
Così dice il comma 1 dell’art 7 della legge 27 maggio 1991, n.176  Ratifica ed esecuzione della Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989.
Ed è importante (al di là dell’infelice traduzione: perché non dire minore?) ricordare anche l’art. 2 della stessa legge che al comma 1 recita: “Gli Stati parti si impegnano a rispettare i diritti enunciati nella presente Convenzione ed a garantirli ad ogni fanciullo che dipende dalla loro giurisdizione, senza distinzione di sorta ed a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o altra del fanciullo o dei suoi genitori o rappresentanti legali, dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria, dalla loro incapacità, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza”.

Spero che il sindaco di Udine quando onorerà l’impegno che la giunta gli ha attribuito avrà sempre presente a quale alto livello politico si sta ispirando e non scivoli nella melassa dell’assistenzialismo.

 

 

 

 

 

 

23 Ottobre 2012Permalink

21 ottobre 2012 – Una speranza per i bambini ridotti a fantasma?

Le segnalazioni sono state aggiornate

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Sono tornata al sito tanto praticato in passato della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM). Non dimenticherò mai che il loro impegno ha fatto sì che fra le tante infamie presenti nel ‘pacchetto sicurezza’ (legge 94-2009) non ci sia la violazione del segreto sanitario per le persone prive di permesso di soggiorno.
Ne ho scritto nel mio blog più volte (si veda il tag ‘segreto sanitario).
Forse altri se ne occuparono ma dove io vivo arrivò solo questa voce e, in quel caso, l’opera di prevenzione esercitata nella società civile fu determinante: il tragico, grottesco pacchetto divenne legge con voto di fiducia, condizione che ammutolisce chi in parlamento si oppone, pur senza nulla sottrarre alla voce che costoro possono esprimere come politici pensanti quando di pensiero siano capaci oltre qualsiasi slogan. Ma il segreto sanitario fu salvo anche per i migranti irregolari.
Nelle relazioni del recente XII Congresso della SIMM ci sono tante notizie interessanti per cui invio al sito, limitandomi ad informare su una soltanto.

9 ottobre 2012. Conferenza stampa sul XII Congresso SIMM

Traggo il passo che desidero riferire dall’ampia Scheda per la stampa del sito SIMM

“Al Ministro della Salute Prof. Renato Balduzzi, che ha assicurato la sua presenza il 12 ottobre, consegneremo il documento finale con le nostre Raccomandazioni, una serie di proposte concrete, come quelle di cercare una uniformità di applicazione della normativa nelle varie realtà locali in un’ottica di inclusione e non discriminazione e di garantire il Pediatra di libera scelta per ogni bambino indipendentemente dallo status giuridico, proposte su cui il Ministro si era impegnato a discutere dopo l’incontro dell’11 maggio scorso con una delegazione SIMM e su cui si è favorevolmente pronunciato in questi ultimi giorni”. 

Pochi giorni dopo la stessa SIMM scriveva ancora

12 ottobre 2012. Ministro Balduzzi annuncia documento su assistenza salute migranti. Il Comunicato stampa del Ministero della Salute n°206 annuncia che il Ministro della Salute, prof. Renato Balduzzi, ha trasmesso in data 12 ottobre 2012 alla Conferenza Stato-Regioni un Documento per la corretta applicazione della normativa dell’assistenza sanitaria alla popolazione straniera. Il Ministro lo ha annunciato in un videomessaggio al XII Congresso nazionale della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, in corso a Viterbo, al quale era prevista la sua partecipazione poi annullata per impegni istituzionali.

Anch’io ho qualche cosa da dire

Non so se e quanto la promessa Balduzzi avrà esito nella realtà  Spero che, comune vada, ne avrò notizia e, in tal caso, la comunicherò.
Voglio però sottolineare il fatto che con questo impegno – e il suo sperabile risultato – la SIMM ha agito nel suo stretto ambito di competenza nel settore sanitario.
A questo punto, se la promessa sarà mantenuta, ci sarà un codice per identificare –solo agli effetti della cura – i ‘bambini clandestini’ protetti dal segreto sanitario e garantiti al loro diritto alla salute almeno limitatamente all’ambito di cura (la salute è molto di più).
Inoltre (e ciò è un bene) l’intervento di cura non sarà occasionale – come succede in una situazione precaria quale può essere assicurata anche dal più nobile dei volontariati – ma certo, come quello che deve essere assicurato a un bambino non clandestino o, se preferite, non ridotto a stato di fantasma vivente.
Inoltre i pediatri, riconosciuti nella loro funzione di sanitari finalmente regolarmente esercitata anche in queste situazioni, saranno regolarmente retribuiti: e ciò è giusto.

Con che nome i pediatri convenzionati registreranno i piccoli pazienti fantasma?

I figli di immigrati irregolari, come tante volte ho scritto, non hanno diritto per legge alla registrazione anagrafica e ne consegue per logica conseguenza l’assenza di un nome che non sia quello loro garantito dall’amore dei genitori che vorrebbero dire ‘questo è mio figlio’ ma non possono. La legge glielo vieta.
Certamente una circolare che contraddice la legge crea poi una scappatoia (e anche di ciò ho scritto il 15 marzo 2011 – e non solo – si veda la voce anagrafe nei tag) ma l’infamia di quella legge pesa sulle spalle di tutti noi come una vergogna nazionale.
Io non posso fingere che la legge non esista: la circolare è un’utile scappatoia ma non ci dà la dignità che ci è dovuta come cittadini/e consapevoli.
Tutta questa partita appartiene alle istituzioni e alla politica, non evidentemente alla sanità che cercato di fare il suo dovere.

Chi vuole i bambini fantasma

Se non posso far colpa ai parlamentari dissenzienti (e so che ce ne sono) dalla legge 94 (ho ricordato sopra il voto di fiducia) faccio una colpa che mi ripugna al silenzio di tutti i politici, non solo parlamentari ma anche sindaci che dovrebbero sentirsi offesi dal vulnus che la legge 94 impone al loro compito di farsi garanti della popolazione che nasce e vive nel loro territorio. A questo proposito ricordo un episodio squallido e ridicolo: mentre era ancora parlamentare l’on. Orlando aveva presentato una proposta di legge per sanare il vulnus inserito nel nostro ordinamento dalla legge 94 (l’avevo pubblicata nel mio blog 5 dicembre scorso).. Poi l’on. Orlando è diventato sindaco di Palermo e gli altri due firmatari sono piombati in un orribile totale silenzio e di quella proposta nessuno si è occupato più.
Per ciò che concerne la società che fu civile …i neonati non vanno in piazza, non riempiono sale di convegni … e perciò non vale la pena occuparsene con la determinazione dovuta.
Trascrivo però un comunicato del GrIS (Gruppo Immigrazione Salute Friuli Venezia Giulia della SIMM), che avevo pubblicato nel mio blog il 24 ottobre 2011, con cui un gruppo di medici e operatori sanitari del FVG seppe esprimere non solo la dignità della propria professione ma anche quella di cittadine e cittadini consapevoli.

Ecco il passo del Comunicato GrIS del FVG.

L’assenza di un certificato di nascita comporta gravi conseguenze per la tutela della salute.Siamo al corrente che è stata precipitosamente emanata dal governo, a pochi giorni dall’approvazione del ‘pacchetto sicurezza’ una circolare interpretativa che apre una procedura che rende possibile la registrazione anagrafica delle nascite.
Ma ciò non basta.
La Corte Costituzionale ci ha recentemente ricordato che i diritti inviolabili dell’uomo, di cui leggiamo negli artt. 2 e 3 della Costituzione, appartengono “ai singoli, non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani”.
Non possiamo perciò accettare che il diritto alla salute, di cui anche come operatori del settore siamo garanti, e ogni altro diritto inviolabile che appartiene ad ogni essere umano, sia affidato per alcuni bambini alla labilità di una circolare e non a una norma di legge che regoli la nostra convivenza civile.
Chiediamo perciò al Parlamento italiano di modificare con la necessaria urgenza la lettera g) del comma 22 dell’art. 1 della legge 94/2009 (cd. pacchetto sicurezza).

 

 

21 Ottobre 2012Permalink

16 ottobre 1943 – rastrellamento nazista nel ghetto di Roma

 «La grande razzia nel vecchio Ghetto di Roma cominciò attorno alle 5,30 del 16 ottobre 1943. Oltre cento tedeschi armati di mitra circondarono il quartiere ebraico. Contemporaneamente altri duecento militari si distribuirono nelle 26 zone operative in cui il Comando tedesco aveva diviso la città alla ricerca di altre vittime. Quando il gigantesco rastrellamento si concluse erano stati catturati 1022 ebrei romani.
Due giorni dopo in 18 vagoni piombati furono tutti trasferiti ad Auschwitz. Solo 15 di loro sono tornati alla fine del conflitto: 14 uomini e una donna.
Tutti gli altri 1066 sono morti in gran parte appena arrivati, nelle camere a gas. Nessuno degli oltre duecento bambini è sopravvissuto.»
(F. Cohen, 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di Roma)

Ne avevo segnato la data nel mio calendario del primo giorno del mese  ma oggi ho voluto riscriverla: è un punto fermo della memoria che deve diventare filtro per leggere il presente non restare oggetto di una commemorazione che, per non produrre alcun rinnovamento, rischia di essere sterile..
Se i tedeschi poterono operare quella e altre deportazioni fu loro di valido aiuto l’applicazione diligente delle leggi razziali, approvate cinque anni prima e rese efficaci dall’accettazione condivisa, quando accettazione significa anche non vedere.
Ma in Italia ci fu anche chi vide bene e aiutò i tedeschi a loro volta a vedere e ad operare.
Degli oltre duecento bambini romani di allora nessuno sopravvisse.
Fra le vittime i bambini sono i più indifesi e i più appetiti da chi vuole devastare oltre al presente anche il futuro.

Un editoriale di Eugenio Scalfari
Due giorni fa, nel suo consueto editoriale domenicale, Eugenio Scalfari ha aggiunto un post scriptum. Lo trascrivo:
P.S. I bambini figli di coppie separate debbono essere cresciuti, educati e trattati con grande attenzione e affetto. Quanto è accaduto al bambino Lorenzo nei giorni scorsi non deve ripetersi mai più. La polizia, gli insegnanti e soprattutto i genitori se ne debbono fare carico e le leggi che disciplinano gli affidamenti senza ascoltare neppure a titolo puramente conoscitivo il parere del bambino da una certa età in su debbono essere riformate in modo appropriato. Quanto è accaduto in questo caso è vergognoso ivi compresa la denuncia della polizia per il reato di resistenza del nonno e della zia di Lorenzo. In casi analoghi dovrebbero resistere perfino i cittadini presenti. Non si tratta in quel modo un bambino “rapito” a scuola.

E’ una considerazione valida,. Anche efficace? Non so. I bambini non votano e nessuno se ne occupa.
Spero che Scalfari si accorga – o qualche altro opinionista ascoltato lo faccia- che per ciò che riguarda i bambini il ‘pacchetto sicurezza’ ci fa ripiombare –legalmente – nel nuovo ghetto che non ha bisogno di lager per funzionare.
Ne ho scritto tante volte e non mi ripeto. Chi vuol vedere o rivedere le notizie di una rinnovata infamia può pigiare il tasto anagrafe nei mio tag visibili a destra.

Ormai sono passati parecchi giorno dalla pubblicazione del bell’articolo di Barbara Spinelli, La Weimar greca. E’ tardi per pubblicarlo, come avrei voluto. Lo collego con un link.

16 Ottobre 2012Permalink

12 ottobre 2012 – Come sottrarre legalmente un bambino alla scuola

Violenza contro i minori nelle (e delle) istituzioni

Sembra che il mio desiderio di pubblicare il testo di un articolo di Barbara Spinelli (finalmente una sintesi intelligente della situazione politica!) slitti … ma la realtà mi impone più urgenti attenzioni.
Oggi la carta stampata, ieri radio e TV ci hanno imposto le immagini strazianti di un bambino fisicamente strappato alla sua scuola da padre e poliziotti (i cui modi non posso non associare agli orrori della scuola Diaz ai tempi del G8) per sottrarlo alla madre.
Non so nulla, né qui mi interessa, del conflitto che ha portato i genitori a fare questo uso del figlio.
Per informazione collego questo testo a un articolo di Repubblica che descrive ciò che è successo.
Altri sono i punti su cui desidero soffermarmi e provo a schematizzarli per me:
1. Il magistrato che ha deciso la misura di affidamento al padre ha sentito il bambino?
2. E se ha maturato la decisione con tutte le cautele dovute quali sono le sue responsabilità in ciò che è avvenuto il 10 ottobre? La polizia ha scavalcato le sue indicazioni o c’è un concorso di responsabilità?
3. E se concorso di responsabilità non c’è, chi ha deciso quel modo di agire della polizia?
4. E in particolare chi ha deciso il luogo in cui tutto ciò è avvenuto, dove si è fatta violenza a un bambino e a tutti i suoi compagni che hanno imparato che la scuola non li protegge dalla violenza e non può difenderli (come a Beslan)?
5. A mio parere la scuola dovrebbe chiedere alla polizia i danni per ciò che è avvenuto a carico di tutti i bambini. Capisco che in una simile situazione affrontare il problema dei danni materiali possa sembrare riduttivo e grottesco ma forse è l’unico argomento che può suscitare attenzione in menti intorpidite e cuori assenti. Qualcuno ci penserà?

Protagonisti ipocriti

Parlamentari assortiti, un ministro e il presidente del Senato chiedono e attendono inchieste.
E io, nella consapevolezza dell’inutilità della mia domanda, chiedo a loro: sanno di avere una legge che, negando la podestà genitoriale agli immigrati irregolari che non possono –se non a rischio di espulsione- provvedere alla registrazione anagrafica dei propri figli, può promuovere situazioni simili a quella di Cittadella di Padova? Si veda per maggiori particolari il mio articolo del 15 marzo 2011 o si attivi il tag anagrafe in questo blog.
Quando venisse sottratto un bimbo a genitori che tali non si sono potuti dichiarare, pur desiderandolo, non ci saranno zie con cellulari: tutto accadrà nell’indifferenza del più sordido dei silenzi.
Certo i parlamentari hanno ampia possibilità di nascondersi dietro la foglia di fico di una circolare che consente di fare ciò che la legge nega ma di fatto accettano un principio di diseguaglianza che, soprattutto se pensato a fronte di bambini istituzionalmente violati, suona infamia.
Perché parlamentari e sindaci non chiedono una modifica della norma in questione?
Mie ipotesi:
1) per non scontentare la Lega che quella norma aveva voluto e di cui anche coloro che se ne dichiarano lontani hanno paure e invidia;
2) per soddisfare l’opinione pubblica a cui in tempi di crisi è utile gettare l’osso da spolpare (o almeno da rosicchiare) che ha sempre funzionato: il nemico.
E quale nemico più comodo dei bambini che non hanno la forza della ribellione?
Una preghiera: ci risparmino almeno lo squallore della loro meraviglia e l’ipocrisia delle loro proteste quando la violenza si fa così visibile da urtare il loro buon gusto.
Non tutti gli italiani hanno una mente tanto corrotta da sopportarlo.
Ed è difficile anche sopportare l’ipocrisia della chiesa cattolica quando di famiglia strilla, dimenticando che ad alcuni ‘innocenti’ la famiglia è negata dalla nascita. E poiché sulla legislazione relativa alla famiglia ficca il naso senza pudore perché non si occupa anche di loro?

 

 

12 Ottobre 2012Permalink

16 agosto 2012 – Ferragosto, da Repubblica

Mi ero proposta di affrettare la conclusione del mio diario del cammino di Santiago ma non
voglio ignorare l’articolo di Repubblica che trascrivo integralmente. Chi volesse raggiungerlo nel sito del quotidiano potrà farlo anche da qui
Proviamo a riflettere su cosa sarebbe successo a Muna se la sua mamma fosse arrivata in Italia: le avrebbero messe in un Centro di identificazione ed espulsione (CIE), spero facendo scattare anche le particolari tipologie di protezione che la legge prevede per le puerpere. Ma l’inesistenza di una legge sul rifugio avrebbe reso confusa la situazione della mamma di Muna e, senza permesso di soggiorno, la registrazione dei figli comporta l’espulsione del reo che si definisce genitore. Così dice una legge voluta da una cultura legadipendente così pervasiva che non c’è impegno alcuno per la sua modifica:  la registrazione anagrafica senza rischi dei bambini è affidata a una circolare che può essere rimossa senza che il parlamento ne sappia nulla, così come senza che nulla ne sapesse è stata emanata (la legge della vergogna no, quella era stata votata). E continuo a non capire –perché capirlo mi spaventa- perché nessun partito (im)politico si voglia far carico di richiederne la modifica.
Molto ho già documentato di tutto ciò in questo blog e lo si può verificare attraverso il tag ‘anagrafe’.

15 agosto – La bimba nata su una nave senza patria e documenti

Le organizzazioni umanitarie si stanno battendo per lei: “Le leggi non la tutelano”. Ora ha 4 anni e vive in Francia con la mamma. Ma è apolide. E tra poco ci sarà la scuola
di DAVIDE CARLUCCI 

L’UMILIAZIONE potrebbe arrivare il primo giorno di scuola. “Dove sei nata, piccola?”. “In una barca, signore”.  Muna non avrà altre risposte da dare. Perché questa bambina somala di 4 anni, che oggi vive a Parigi, non ha nessun documento da esibire. Nessun pezzo di carta in cui è scritto in quale angolo della Terra è nata. E ora le organizzazioni cattoliche e umanitarie maltesi si stanno mobilitando perché le venga riconosciuto questo diritto.

Orfana del “qui e ora” che definisce ogni esordio umano nel mondo, Muna è nata in mare, figlia di una profuga somala salvata dal naufragio con altri 74 immigrati partiti dalla Libia e diretti verso l’Italia. Era il novembre del 2008, il Mediterraneo era grosso come un bestione affamato e cinque passeggeri finirono, uno dopo l’altro, inghiottiti dalle onde. Ma in quell’inferno di morte e salsedine c’era anche spazio per tre nuove vite: Muna e, figli di una madre diversa, altri due gemelli. Per prima nacque Muna. La barca era ancora in acque libiche o, forse, già internazionali. Chi poteva dirlo, in quel momento, quando c’era solo da salvare la pelle? E così, quando accostò la nave russa Yelenia Shatrova per salvare i disperati, la piccola appena nata salì a bordo, in braccio alla madre 24enne, già con un luogo di nascita confuso.

I due gemelli, invece, seppero aspettare. Fino a quando – la nave ormai in acque maltesi – arrivò l’elicottero della Marina militare italiana che prelevò la loro mamma e la trasportò d’urgenza all’ospedale maltese Mater Dei. “Da quel momento – spiega monsignor Philip Calleja, il presidente della commissione per gli immigrati della Chiesa maltese – il destino dei tre bambini si è diviso. I due gemelli sono stati immediatamente registrati a Malta. La bambina invece, vive ancora in un limbo civile. E questo va contro ogni elementare principio di dignità, a cominciare da quelli sanciti dalla Convenzione dei diritti dell’uomo dell’Onu”.

Calleja ha aperto un contenzioso con le autorità del suo Paese: ne è nata una disputa legale su quale nazione dovesse sobbarcarsi la registrazione della povera Muna. La Russia no, perché la bimba è nata prima dei soccorsi. La Libia? La Somalia? “Ma cos’avrebbe dovuto fare la madre – non riesce a capire il sacerdote – ritornare da dove fuggiva perseguitata?”. “Ogni persona deve avere un’identità”, protesta Tonio Azzopardi, l’avvocato che segue la causa e che ora, dopo una prima sentenza sfavorevole del tribunale, ha presentato un ricorso urgente in appello.

Per ottenere la registrazione anagrafica della figlia, la madre della bambina, Chama Hatra, ha fatto nel febbraio 2009 una dichiarazione giurata nella quale spiegava, chiamando a testimoni gli altri profughi che l’avevano aiutata a partorire: si legge che sua figlia è nata il 2 novembre 2008 “while on boat”, “mentre era su una barca”. In una autodichiarazione successiva, la donna scrive che la piccola è venuta al mondo “between Lybia and Malta”. Tutto qui: sono gli unici due atti “ufficiali” – di un’ufficialità provvisoria e labile – di cui la bambina dispone per poter attribuire un luogo, sia pure vago, alla sua comparsa sul pianeta. Ma è con questi due fogli, logori perché di continuo esibiti e rimessi a posto, che Chama, dopo essere stata ospite di un centro di accoglienza a Malta, è riuscita a ottenere un lasciapassare per raggiungere nel 2009 la Francia, dove vive grazie a un progetto europeo per la ricollocazione degli stranieri ai quali l’isola, troppo piccola, non riesce a garantire la permanenza.

“Quella bambina rischia di diventare un piccolo fantasma”, teme Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati. Nel mondo, spiega, gli apolidi sono sempre di più, “almeno dieci milioni. Ma sono stime: pochi stati hanno accettato di istituire il registro che noi abbiamo chiesto. In questo caso manca addirittura la registrazione, il primo passo per l’acquisizione di qualsiasi diritto”.

Altri bambini nel mondo, spiega monsignor Calleja, si trovano o rischiano di trovarsi nel limbo di Muna. “Le legislazioni nazionali devono cominciare a tutelarli”. In molte nazioni, compresa l’Italia, si decide di registrare i neonati nella città portuale più vicina alla nascita. A Lampedusa, dove le puerpere di solito emigrano verso gli ospedali di Palermo, gli immigrati hanno rimpolpato il bilancio anagrafico. E il nome di Yeabsera, una piccola etiope nata a marzo del 2011 al largo di Linosa (ma in acque internazionali), è in un registro dell’ufficio comunale palermitano. Muna, invece no: il momento della sua venuta al mondo si è perso nel tempo indefinito del mare.

16 Agosto 2012Permalink

31 luglio 2012 – Senza legge e senza pietà

Il 15 luglio ho pubblicato una nota (raggiungibile anche da qui) in cui riportavo un messaggio ricevuto che segnalava la presenza di una donna straniera, in avanzato stato di gravidanza che, fuori dal Centro di identificazione ed espulsione (CIE di Gradisca – Go), cercava di sollecitare l’opportuno interesse per il padre del suo bambino, trattenuto nel Centro.
Non sono riuscita a saperne più nulla e non so quindi se si sia attivato un processo di tutela dovuta a lei e al nascituro (il comune di Gradisca è intervenuto per garantire a una donna incinta ridotta in strada le misure di assistenza dovute? Qualcuno ha assicurato il padre del padre del piccolo in merito alla registrazione anagrafica dopo la nascita, atto che deve poter compiere senza presentazione alcuna del permesso di soggiorno per far sì che quel bambino non diventi un apolide – si veda il tag anagrafe in questo blog)?
Di regola da queste parti le associazioni e i movimenti che si adoperano per i migranti scelgono la strada della protesta generale contro il CIE (obiettivo certamente condivisibile) affidando la tutela dei soggetti in difficoltà a misure assistenziali di vario genere, cui spesso sono estranei i soggetti istituzionali se non come erogatori di contributi (quando ne erogano).

La legge che non c’è
Ricopio di seguito una nota ricevuta da un’amica bolognese che segnala la strada della tutela individuale a termine di legge.
Personalmente penso che una seria riflessione sui diritti violati servirebbe anche a sostenere la richiesta di modifica dei CIE e non solo.
In Italia manca infatti una legge sull’asilo a norma della Convenzione di Ginevra.
L’articolo 1 della Legge 28 febbraio 1990, n. 39 (cd legge Martelli) dice: “Dalla data di entrata in vigore del presente decreto cessano nell’ordinamento interno gli effetti della dichiarazione di limitazione geografica e delle riserve di cui agli articoli 17 e 18 della convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951, ratificata con legge 24 luglio 1954, n. 722, poste dall’Italia all’atto della sottoscrizione della convenzione stessa. Il Governo provvede agli adempimenti necessari per il formale ritiro di tale limitazione e di tali riserve”.
Nonostante gli impegni allora previsti nulla è stato fatto per questo problema anche se sono state emanate diverse norme (di vario livello e con diverse finalità) relative ai migranti.
Il semplice testo della Convenzione si dimostra da tempo insufficiente garanzia per i richiedenti asilo, uomini e donne.
La drammaticità della notizia che pubblico ci ricorda l’importanza della distinzione di genere.

LA RIFUGIATA LIBANESE A BOLOGNA           Repubblica/BO, 20 luglio 2012
Giancarla Codrignani
Anche a Bologna non ci sono soltanto stranieri – e straniere – immigrati. Anche a Bologna ci sono i richiedenti asilo e rifugiati e la struttura per la loro protezione (Sprar) che gestisce tre centri di accoglienza: 18  posti sono riservati a donne sole, che, ben peggio di noi occidentali, vivono la discriminazione di genere. L’avvocata Antonietta Cozza e le operatrici dei servizi  si fanno carico dei “diritti difficili” di queste persone vulnerabili, ma riscontrano che le donne hanno contro tutto: non credute, in conflitto con legislazioni discriminatorie del loro paese, “diverse” anche ai fini dell’ottenimento della protezione.

E’ accaduto così che non sia stata giustificata la richiesta di una camerunese impossibilitata a rientrare perché, giudicata strega, chiunque può aggredirla; oppure che abbia ottenuto solo “protezione umanitaria” la congolese settantenne che non può certo trovare casa e lavoro per mantenere un soggiorno non richiesto.

Oggi è in grande difficoltà una signora libanese arrivata a Bologna alla fine del 2010, dopo un viaggio fortunoso fino al porto di Ancona e presa in carico dallo sportello protezioni internazionali dell’Asp Poveri vergognosi, in osservazione al Bellaria per ematoma cranico e difesa dall’avv. Cozza. Si tratta di un caso apparentemente fuori dalla giurisprudenza della Convenzione di Ginevra (del 1951, estesa ai paesi non-europei nel 1967) perché legato a persecuzione e maltrattamenti maritali; ma la ragione della richiesta di protezione è dovuta alla volontà della donna di far uscire l’ultimo figlio avuto da un marito che, dopo il divorzio, l’ha inseguita, ingravidata e abbandonata con un figlio “illegittimo” e privo di personalità giuridica secondo la legge patriarcale libanese. Amal – chimiamola così – è’ stata ascoltata in febbraio di quest’anno dalla Commissione per il Riconoscimento che, in giugno, le notificava il respingimento, pur consentendole il soggiorno. La lettura dell’atto è interessante: per tutte le dichiarazioni della donna si usa l’indicativo dell’oggettività, per l’uomo il condizionale dubitativo, anche per l’edema cerebrale dell’ultima aggressione e per l’affidamento al padre dei quattro figli non più rivisti. Si tratterebbe, dunque, di questioni “di natura esclusivamente personale e familiare”, di un rapporto “complesso”, non sarebbe “credibile” la rinuncia ai figli e, ancor meno convincente, che “la donna non abbia potuto presentare denuncia per le aggressioni subite”. Ma soprattutto non si fa menzione della ragione della richiesta di protezione e non di soggiorno: Amal chiede il ricongiungimento familiare per salvare il suo bambino “illegittimo” e senza diritti e su questa base è urgente il riesame del provvedimento.
La Convenzione, nata per tutelare gli esuli politici, oggi si confronta con ben altri problemi di sopravvivenza e di dignità umana: per le donne vari paesi tengono in considerazione anche la fuga da paesi che legittimano l’infibulazione. Ma c’è anche la Convenzione per i diritti dell’infanzia. La loro applicazione secondi la nostra concezione dell’universalità dei diritti.

 

31 Luglio 2012Permalink

29 luglio 2012 –Olimpiadi, rappresentanza nazionale e contraddizioni insanabili

Leggo su facebook in data di oggi il pezzo che ricopio.

Della vicenda di Balotelli si è parlato tanto durante gli Europei, ma i nuovi italiani sono molti, meno famosi e alcuni di loro alle Olimpiadi di Londra porteranno la bandiera italiana, mentre altri, per questioni burocratiche, non saranno lì a rappresentare il paese in cui, di fatto, sono nati o cresciuti.

Gli italiani di origine straniera che parteciperanno alle Olimpiadi di Londra sono 21 fra i nati in Italia da genitori stranieri o nati all’estero, ma naturalizzati per matrimonio e per sport.

Gli italiani con genitori stranieri. Gloria Hooper (atletica), nata in Veneto da genitori del Ghana. Ivan Zaytsev, pallavolista, è nato a Spoleto e i suoi genitori sono Russi. Nathalie Moellhausen (scherma) è nata a Milano da un genitore tedesco e uno brasiliano.

Gli atleti naturalizzati. Sono dodici. Dragan Travica (pallavolo) Croato. Michail Lasko (pallavolo) Polacco. Noemi Batki (tuffi) Ungherese. Mihai Bobocica (tennis tavolo) Rumena. Deni Fiorentini (pallanuoto) Croato. Pietro Figlioni (pallanuoto) è di Rio de Janeiro. Claudia Wurzel (canottaggio) è tedesca, mentre la pallavolista Carolina Costagrande è Argentina. Jiri Kovar (pallavolo) è originario della Repubblica Ceca. Edwige Gwend (judo), è nata a Edea in Camerun. Andrea Stefanescu è nata Romania e Anzhalica Savrayuk, in Ucraina.

Gli “italiani per matrimonio”. La canoista azzurra Josefa Idem, tedesca d’origine; Nadia Ejjafini (atletica), nata in Marocco; Libania Grenot (atletica) e Amau Rys Perez (pallanuoto) cubani. E’ cinese, Wenling Tan (tennis tavolo), mentre è Moldava la tiratrice con l’arco Natalia Valeeva.

Non saranno presenti alle olimpiadi per questioni burocratiche legate ai tempi delle leggi italiane sulla cittadinanza: Dariya Derkach, di origine Ucraina, campionessa di atletica, in Italia fin da bambina, ma che per motivi burocratici non è stata ammessa perché non ancora ufficialmente Italiana. Hakim Chebakia, pugile di origine marocchina, in Italia dall’età di sei anni, ha richiesto la cittadinanza quattro anni fa, ma non è arrivata in tempo per la partecipazione alle olimpiadi. Eusebio Haliti, nato in Albania, qui dall’età di 9 anni in Italia, campione di atletica potrà richiedere la cittadinanza Italiana solo da settembre 2012. Judy Ekeh, campionessa di atletica nata in Nigeria e che, nonostante i 15 in Italia, non è ancora cittadina italiana e per questo è stata esclusa dalle Olimpiadi.

Arriva, dunque, anche dallo sport, un segnale forte che invita le istituzioni a riconsiderare seriamente la legislazione sulla cittadinanza, proprio alla luce di quello che questi cittadini italiani di origine straniera, possono

Così ho risposto

Non so se arrivi dallo sport un qualche segnale forte di civiltà e dubito ci sia qualcuno che, se arriva, lo voglia raccogliere, almeno in relazione agli atleti italiani di origine straniera. Esiste infatti nell’ordinamento italiano una norma che nega (dal 2009) alle persone prive di permesso di soggiorno la possibilità di riconoscere i figli: presentandosi in comune a registrarne la nascita infatti si esporrebbero a misura di espulsione. Poco importa vi sia una circolare che permette di aggirare l’ostacolo: quel che conta in fatto di principio è che siamo, per legge, produttori di apolidi che, qualora avessero attitudini sportive, non  potrebbero gareggiare per nessuno stato.
E questo sarebbe l’aspetto meno drammatico conseguente questa condivisa scelta di inciviltà.
Mi occupo inutilmente da anni della questione e ho scoperto che molti cittadini italiani – anche con ruoli istituzionali – ignorano la differenza fra cittadinanza e registrazione anagrafica, da cui l’indifferenza al problema e l’impossibilità di legiferare per irresponsabile, colpevole ignoranza.
Chi volesse saperne di più può andare al mio blog www.diariealtro.it e evidenziando i tag anagrafe, nascita, bambini potrà trovare molte informazioni che sono disposta anche a girare, se richiesta, a chi fosse interessato al problema (augusta.depiero@tin.it)

Ricopio quanto avevo scritto il 29 0ttobre 2010.

Le mie opinioni sulle due signore di cui avevo scritto due anni fa, una delle quali è anche oggi presente a Londra, non differiscono per nulla da quelle di allora e ci tengo a dire che simili personaggi non mi rappresentano vincano, perdano o facciano quel che accidenti gli pare.

Consenso e svendita dei figli.
Alla televisione capita spesso di vedere corpi di bambini usati per pubblicità: non è un bello spettacolo e forse nemmeno decente, ma, a mio parere, esistono casi intollerabili per le contraddizioni interne che presentano.
Ci sono due signore che praticano con successo internazionalmente riconosciuto lo sport loro congeniale che, attraverso ciò che propinano ai loro figli e figlie impietosamente esibiti in attività masticatorie, traggono un reddito aggiuntivo.
A me consta che quando si fanno campagne contro l’obesità infantile uno dei cibi indicati come pericolosi siano le merendine che le due sventate propinano alle loro redditizie creature.
E si tratta di signore che per la loro attività hanno cura del proprio corpo ben conservato e anche i loro figli non sono obesi.
Forse nella vita privata non faranno ingurgitare ai graziosi piccini ciò che danno loro davanti alla macchina da presa.
Come spiegheranno la contraddizione?
Diranno – o lasceranno intendere- che ci sono bambini di qualità, che devono avere rispetto per la loro salute e altri, di qualità inferiore, cui tanto non è dovuto?
Di qui all’accettazione dei bambini di razza il passo non è poi così lungo.
A questo punto mi vengono in mente le critiche ai rom che mandano i loro figli a mendicare. Non so perché mi frullino per la testa queste strane idee.
Qualcuno me lo sa spiegare?

Indirizzo relativo alla citazione iniziale:
http://www.avoicomunicare.it/blogpost/futuro/nuovi-italiani-alle-olimpiadi-di-londra-chi-va-e-chi-no

29 Luglio 2012Permalink

5 luglio 1012 – Informazione disinformata e deprimente: è solo effetto del caldo?

Informazione e caos

Ieri (4 luglio), durante il giornale radio 3 delle 8.45, c’è stata un’intervista a un signore presentato come il Segretario dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani.
Sono andata alla ricerca dei dati relativi a questa associazione e ne ho trovato la seguente autodefinizione “un’associazione di avvocati fondata il 2 marzo 1968, con lo scopo di diffondere la conoscenza delle norme interne e di carattere internazionale riguardanti la tutela dei diritti umani e di promuoverne l’osservanza concreta ed effettiva in sede giurisdizionale, amministrativa e legislativa”.
Stabilito che il relativo sito non mi ha aperto spazi illuminanti che chiarissero l’intervista*, a questa mi fermo. E’ durata un minuto e mezzo e spero che la brevità del tempo sia la causa della confusione che l’ha caratterizzata, certamente facilitata dalle domande della intervistatrice a loro volta non appropriate.
Voglio lo stesso puntualizzare quello che ne ho ricavato.
In Italia sarebbero 835 ‘i minori scomparsi del nulla’, ‘piccolo esercito di desaparecidos’ (il termine non è mio, definiti in oscura alternanza figli di immigrati e minori non accompagnati.
Quello che il Segretario dell’Unione forense ha detto con chiarezza è che i diritti dei minori non possono essere trattati nell’ambito della immigrazione irregolare ma impongono protezione come i diritti dei rifugiati.
Naturalmente l’intervistatrice non gli ha chiesto come si può configurare la situazione di un minore figlio di immigrato irregolare poiché, date le premesse, verrebbero a configurarsi due situazioni collocabili in categorie estranee l’una all’altra..
Che ne pensano i politici italiani?
Probabilmente non sono neppure in grado di definire i termini del problema, dato che – quando viene loro posto – ne rifuggono.
Riporto per documentazione il testo di una lettera inviata a un parlamentare locale (da cui dovrei sentirmi rappresentata?!) ovviamente senza risposta (inviata tramite la casella postale del parlamento lo scorso mese di maggio)

Testo della lettera al deputato silente

Egregio onorevole
sono una cittadina italiana fortemente interessata alla proposta di legge n. 4756 (primo firmatario l’on. Orlando – “Modifica all’articolo 6 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione” ecc. ecc.) di cui Lei è cofirmatario. Riconosco in quella norma l’unico tentativo finora messo in atto nel Parlamento italiano per cancellare la vergogna della discriminazione che differenzia –penalizzandoli- i figli dei sans papier dagli altri neonati.
Se bene che esiste una circolare, precipitosamente emanata dal ministero Maroni a pochi giorni dall’approvazione della legge 94/2009 che, affermando il contrario della norma, rende possibile l’iscrizione anagrafica. Ma come cittadina italiana la presenza di un discrimine legato non a un reato eventualmente commesso bensì all’esistenza di una persona mi offende profondamente e vorrei fosse cancellato (considerando, in via subordinata ma non irrilevante, che vecchie affezioni alla logica –derivanti forse dalla mia lontana professione di insegnante di filosofia –mi irritano e in questo quadro colloco la contraddizione fra legge e circolare).
Ora noto che, se alla proposta 4756 è possibile arrivare dal Suo sito, così più non è dalla home page della camera dei deputati, dove sono solita esercitare le mie ricerche.
La prego di darmi qualche indicazione in merito al permanere dell’interesse del Suo gruppo parlamentare a proposito della pdl 4756 e, se lo ritiene, di spiegarmi le ragioni della scomparsa della stessa proposta dall’home page della camera. Altra strada per informarmi non ho.
Ringrazio e porgo distinti saluti
Augusta De Piero via Caccia 33 – Udine tel. 0432204274

 *Chi volesse ascoltare la notizia di cui ho scritto in apertura può far uso del seguente indirizzo (che non posso collegare con link perché il computer mi dice essere troppo lungo) dal minuto 9.03 al minuto 10.35
http://www.rai.it/dl/grr/edizioni/ContentItem-824ac410-5173-4a29-85ec-7e329d1d68b1.htm

Un sindaco e un assessore intelligenti

Trascrivo da Repubblica dell’1 luglio.
“E’ vietato vietare i giochi dei bambini in cortile. Lo ha deciso il Comune di Milano modificando il regolamento di polizia urbana. L’obiettivo è restituire i giardini condominiali al loro scopo storico”, quello di essere spazi per il gioco dei bambini.
A Udine nel post terremoto (1976) erano stati organizzati alcuni campetti comuni appunto per il gioco. Successivamente sono stati sottratti ai bambini per essere affittati alle squadrette appartenenti a società sportive.

5 Luglio 2012Permalink