22 giugno 2012 – Banalità del male in provincia

Ho inviato questa lettera al direttore del Messaggero Veneto e al sindaco di Udine.
Le probabilità che non ci sia un seguito seno alte.

Egregio direttore
leggo – in data 20 giugno 2012 – sul giornale da lei diretto l’articolo «Dordolo vuole ‘adottare’ una bimba indiana orfana». La proposta (e sono lieta che il redattore del suo giornale abbia virgolettato – con una chiara manifestazione di perplessità – il termine adottare) fa seguito alla dichiarazione del medesimo sig. Dordolo, consigliere comunale a Udine, eletto nella lista della Lega Nord, che così il Messaggero Veneto riportava il primo giugno: «La donna indiana gettata nel Po ha inquinato il nostro fiume sacro. Cosa direbbero se andassimo a fare lo stesso nel Gange?».
Quindi un individuo che ritiene inquinante (e lasciamo perdere il ridicolo del termine ‘sacro’, forse riferito a reinventate leggende pseudo celtiche care alla Lega Nord) la salma di una vittima di uxoricidio chiede, con procedura bizzarra e non prevista, di poter praticare l’adozione di una bambina proveniente dallo stesso paese di quella rimasta sola per la morte della madre e per il carcere comminato al padre.
Spero che, trattandosi di dichiarazioni di un consigliere comunale che possono indurre a una falsa opinione in materia di adozioni, il sindaco stesso ne prenda le distanze e voglia informare i cittadini udinesi che l’adozione nulla ha a che fare con beneficenza, attività penitenzial-riparatorie e neppure con pur autentiche esigenze affettive di chi esprima la volontà di praticarla ma è la risposta al diritto di ogni bambino ad avere una famiglia quando ne sia rimasto privo.
Se il sindaco non rispondesse a questo mio appello, che direttamente gli invierò, prego il suo giornale di dare corrette informazioni che collochino la richiesta Dordolo al posto che merita.
Augusta De Piero
augusta.depiero@tin.it
Udine – Via Caccia 33

Aggiungo un messaggio ricevuto.
Un amico ha pensato di dar seguito alla mia lettera inviandone al Messaggero Veneto una sua che mi ha girato e trascrivo

Circa il desiderio di adozione di un’orfana indiana da parte del sig. Luca Dordolo…Una bimba indiana orfana è già molto digraziata, perchè infierire contro la poveretta affidandola a Dordolo?
Fabiano Zaina
22 Giugno 2012Permalink

20 giugno 2012 – Ancora sulla registrazione anagrafica: informazioni, ipocrisie, doppiezze

Volevo continuare senza interruzioni il mio diario di viaggio a Santiago ma una serie di notizie la cui prima segnalazione mi è venuta dal dott. Pitzalis (responsabile del GrIS del Friuli Venezia Giulia che ringrazio) mi costringono ad inserire un lungo nuovo testo che è frutto di una estrapolazione da un ampio documento del Gruppo CRC e di un inserimento di previe note esplicative.
I miei commenti – che nulla aggiungono all’intelligenza del testo stesso, ma sono un mio pro memoria- alla fine.

Nota esplicativa sul gruppo CRC

CRC Acronimo di Convention on the Rights of the Child la cui traduzione ufficiale in italiano e ≪Convenzione sui diritti del fanciullo≫, ma nel testo si preferisce utilizzare la denominazione di uso corrente ≪Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza≫.
Il Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Gruppo CRC) è un network aperto a tutti i soggetti del Terzo Settore che da tempo si occupano attivamente della promozione e tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
Il Gruppo CRC si è costituito nel dicembre 2000 con l’obiettivo prioritario di preparare il Rapporto sull’attuazione della Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Convention on the Rights of the Child – CRC) in Italia, supplementare a quello presentato dal Governo italiano, da sottoporre al Comitato ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.
FINALITA’ DEL GRUPPO CRC Ottenere una maggiore ed effettiva applicazione in Italia della CRC e dei suoi Protocolli Opzionali.

Per ulteriori ricerche
http://www.gruppocrc.net/IMG/pdf/5o_Rapporto_di_aggiornamento__Gruppo_CRC-2.pdfhttp://www.senato.it/commissioni/161968/172620/278003/genpaginavetrinaspalla.htm

Testo estrapolato dal documento CRC pag. 36

Capitolo III Diritti Civili e libertà Diritto registrazione e cittadinanza

29. Il Comitato, alla luce dell’accettazione delle Stato italiano della Raccomandazione n.40 della Universal Periodic Review di implementare la legge 91/1992 sulla cittadinanza italiana in modo da tutelare i diritti di tutti i minori che vivono in Italia , raccomanda che l’Italia
(a) garantisca per legge l’obbligo e agevoli nella pratica la registrazione alla nascita di tutti i bambini che nascono e vivono in Italia
(b) intraprenda campagne per accrescere la consapevolezza sul diritto di tutti i bambini di essere registrati alla nascita, indipendentemente dall’origine sociale ed etnica e dallo stato di residenza dei genitori;
(c) agevoli l’accesso alla cittadinaza per i minori che diversamente ne sarebbero privi.

Come indicato già nel 2° Rapporto supplementare, l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale [1] previsto dalla Legge 94/2009, con il conseguente obbligo di denuncia da parte dei pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che vengano a conoscenza della situazione di irregolarità di un migrante[2], comporta il rischio che i genitori presenti in Italia privi di permesso di soggiorno possano non accedere ai pubblici servizi, compresi quelli anagrafici per la registrazione del figlio appena nato.
La Legge, infatti, stabilisce anche per gli atti di stato civile quali la dichiarazione di nascita e il riconoscimento del figlio naturale, l’obbligo di presentare il permesso di soggiorno[3].
La Circolare del 7 agosto 2009 del Ministero dell’Interno ha cercato di porre rimedio a questa situazione, chiarendo che non e necessario esibire documenti inerenti al soggiorno per attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile).

Tuttavia la scarsa conoscenza dei contenuti di questa circolare, in primo luogo tra le donne immigrate prive di permesso di soggiorno, rende necessario [4] promuovere una reale e diffusa campagna di sensibilizzazione sul diritto di tutti i bambini ad essere registrati alla nascita senza che questo comporti alcun rischio per le loro famiglie[5]. Si deve comunque sottolineare come la Circolare Ministeriale non sia una fonte primaria del diritto e di conseguenza sia suscettibile di essere modificata o revocata dal potere esecutivo senza bisogno di alcun passaggio parlamentare.

Il timore, quindi, di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori.

Pur non esistendo dati certi sull’entità del fenomeno, le ultime stime evidenziano la presenza di 544 mila migranti privi di permesso di soggiorno [6]6. Questo può far supporre che vi sia un numero significativo di gestanti in situazione irregolare.

Il secondo aspetto considerato dal Comitato ONU che risulta poi essere strettamente legato al tema della registrazione anagrafica, e quello dell’accesso alla cittadinanza per i minori di origine straniera. La registrazione anagrafica al momento della nascita, assieme alla presenza legale della famiglia sul territorio senza alcuna interruzione di residenza legale sono, infatti, i due punti cardine su cui si basa il procedimento di acquisizione della cittadinanza per i minori di origine straniera nati in Italia. In estrema sintesi, l’attuale Legge sulla cittadinanza (L. 91/1992) prevede l’acquisizione automatica della cittadinanza se il padre o la madre sono cittadini (art.1 lett.a) in base al principio dello jus sanguinis e limita l’acquisizione in base al principio della nascita sul territorio, lo ius soli, solo al bambino figlio di ignoti o apolidi o nel caso in cui i genitori non trasmettano, secondo la legge del paese di provenienza, la propria cittadinanza al figlio (art. 1 lett.b).

[1] Art. 1 comma 16 Legge 94/2009.
[2] Codice penale art. 361 e art. 362
[3] Art. 1 comma 22 lett. g Legge 94/2009
[4] Si vedano le raccomandazioni del Comitato ONU sui diritti dell’infanzia nelle ultime Osservazioni conclusive rivolte all’Italia. Committee on the Rights of the Child, 58th Session, 19 September-7 October 2011 CRC/C/ITA/CO/3-4 «Considerations of Reports submitted by States parties under article 44 of the Convention. Concluding Observations: Italy», 31 October 2011.
[5] Occorre infatti ricordare come spesso la paura dettata da un clima generale di timore e di criminalizzazione nei confronti dell’irregolarita del soggiorno porti le famiglie a nascondersi evitando qualsiasi contatto con le strutture pubbliche, anche quelle sanitarie. Cfr. Bicocchi L., Undocumented Children in Europe: Invisible Victims of Immigration Restrictions, PICUM 2008.
[6] Fonte: Dossier Statistico immigrazione 2011Caritas/Migrantes.
 

I miei commenti pro (mia) memoria

Dopo aver letto e riletto la pagina che ho trascritto sono andata a controllare i nomi dei firmatari del Rapporto CRC e ho trovato nomi di chiara fama in  Friuli Venezia Giulia (cerco di circoscrivere il mio profondo sconcerto al luogo in cui tristemente vivo).
Comincio dall’eccezione positiva nell’ambito delle realtà associative . Il GrIS del Friuli Venezia Giulia, che è componente operativo della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, il 24 ottobre 2011 pubblicò un documento con cui chiedeva la cancellazione della norma che obbliga a presentare il permesso di soggiorno per la registrazione delle nascite. Il 24 ottobre 2011 trascrissi  integralmente il documento, reperibile anche da qui.  
Trasecolo invece di fronte alla firma della Caritas Italiana: so per sconsolata esperienza che nulla di questo problema è emerso nelle locali attività ispirate alla Caritas: parrocchie, comunità, associazioni negano pervicacemente il problema, aggrappate a una concezione che con la caritas (in questo caso mi riferisco al significato della parola e non all’organizzazione che lo ha fatto proprio) nulla ha a che fare.
Sintetizzo: beneficenza, anche nobilmente esercitata  sì, riconoscimento dei diritti del beneficato non sempre.
E passo alla società civile. In un recente incontro sul tema della cittadinanza riconosciuta ai bambini che nascono in Italia il segretario regionale della CGI, a cui avevo chiesto di esprimersi sul tema del riconoscimento anagrafico, ha mantenuto un silenzio che non posso indicare come dignitoso … ma almeno la CGIL non è fra i firmatari del rapporto. Una ipocrisia in meno … è già qualche cosa.
E non sono – giustamente – fra i firmatari  i partiti politici di cui segnalo il sinistro silenzio in merito.
Unica eccezione: una consigliera provinciale di Udine che ha avvicinato l’on. Orlando ottenendone una precisa proposta di legge che ho riportato in questo blog il 5 dicembre 2011 (testo reperibile anche da qui)..
Poi l’on. Orlando si è occupato della sua candidatura a sindaco di Palermo e gli altri due firmatari (di cui uno eletto nella circoscrizione del FVG) nulla hanno fatto e nulla fanno in merito alla promozione della proposta anche da loro firmata. Ho scritto ad entrambi nella casella postale on line di cui dispongono come parlamentari – e non ho ottenuto risposta.
Nessuna risposta da rappresentanti di altri partiti sinistramente collocati a sinistra.
Anche coloro che operano in un gruppo di associazioni che qui si identifica con il nome di ‘rete diritti’ tacciono, impegnatissimi a criticare il governo regionale che gliene offre ampie e facili opportunità.
Rappresentanti assortiti di istituzioni locali tacciono pure loro compresi i sindaci che dovrebbero essersi resi conto che la sciagurata norma che prevede la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione anagrafica ha prodotto un vulnus nella funzione di garanti del territorio che rappresentano.
Temo che il successo della Lega Nord  – successo che, pur conoscendo un momento di oscuramento politico, permane nella cultura ormai diffusa – susciti in loro un senso di invidia e di voglia di imitazione.
Conclusione personalissima: ho buttato via tre anni di impegno sul problema della registrazione anagrafica. Solo Kant mi conforta

20 Giugno 2012Permalink

18 maggio 2012 – Ma non si rendono conto di esagerare?

Avevo trovato un bel documento che mi sembrava giusto far conoscere e lo pubblicherò, ma non ora, perché c’è una notizia che per me diventa un segnale di degrado insopportabile. Insopportabile nella società politica e civile (o meglio impolitica e incivile).
Ho sentito che la camera dei deputati o il senato (non ricordo chi, ma è irrilevante) oggi ha trascorso tre ore a esternare scandalizzati sentimenti (o moderati sentimenti … guai a dimenticare il grigiore moderato!) in merito alla supposta imposizione di una tassa sugli animali domestici.
Preciso subito che non ho nulla contro gli animali domestici, ritengo che verso di loro sia doveroso un atteggiamento di rispetto come verso ogni vivente, che la prospettiva antropocentrica che caratterizza molta della nostra cultura sia da ridiscutere senza moderazioni e senza fanatismi. Ritengo molto positivo che ci siano persone che nella compagnia con un animale possano trovare gioia o almeno conforto nella solitudine che non hanno saputo superare altrimenti.
Poi mi chiedo il perché di tanta agitazione, parlamentare o senatoriale che sia, finita con la dichiarazione del sottosegretario che aveva dichiarato la possibilità della tassa, dichiarazione definita poi (opportunisticamente, penso) una battuta.
E qui mi spavento.
Una classe politica attenta solo alla quantità del consenso che riesce a suscitare, imbottita dai sondaggi su ogni cosa (mi chiedo cosa farebbero se un sondaggio dimostrasse che la maggioranza degli italiani ama smodatamente le pantegane o le zanzare. Proporrebbero l’eliminazione delle trappole e dei prodotti che tutelano il nostro sonno?), oggi agitata (ma non credo per il rischio di abbandono di qualche animale o di sofferenza di chi al gatto o cane domestico si accompagna ma non potrebbe sostenere la relativa tassa) non ha mai voluto dir nulla sulla questione della registrazione anagrafica dei figli di sans papier.
Me ne occupo e ne scrivo da tre anni, ma ci torno sopra.
Che un padre non possa dire, con onore e con gioia, ‘questo è mio figlio’,  se non affrontando il rischio di espulsione, non ha emozionato nessuno, impolitico o incivile che sia.
A mio parere che a un neonato possa essere negata la registrazione per ragioni di appartenenza etnica è razzismo.
Concludo: le emozioni umanitarie degli italiani si fermano ai quadrupedi, quando arrivano ai bipedi distinguono a norma di razza.
E i parlamentari lo sanno e si allineano, infischiandosi – tutti insieme – della Costituzione.
Posso dirmi disgustata e sgomenta insieme?

18 Maggio 2012Permalink

10 maggio 2012 – ALBA 2

Uno spazio per dire

Il 5 maggio, nel mio primo intervento a proposito di ALBA (come si deve scrivere Maiuscolo? Minuscolo? Con un punto fra le singole lettere per sottolinearne la natura di acronimo?), intervento sollecitato dall’amico che mi aveva scritto ‘parliamone’, avevo pensato al mio blog come luogo appunto per parlarne e poi, ripensando e rileggendo, ho per l’ennesima volta pensato a quanto scrivere sia –comunque vada- importante per me.
Uno stimolo in più me lo ha dato il Senato che ha riconosciuto gli  arresti domiciliari per il sen. De Gregorio. Il sullodato – ora PdL, già IdV –  è quel tale che, con un raggiro, fece in modo che la sen Menapace non avesse la presidenza della commissione difesa. Allora, mentre mi rammaricavo che né il partito di Lidia (Rc), né l’allora partito del De Gregorio (IdV), né i movimenti di donne in cui Lidia si era tanto spesa si fossero impegnati per garantire gli accordi già presi (sembra che le vecchie Signore non omologate facciano paura a tutti) inviai un biglietto di solidarietà a Lidia. Ci fosse stato un luogo in cui dire tentando di provocare se non una modifica della situazione una piccola insorgenza di consapevolezza di cui far uso alle successive elezioni!
Chissà se ALBA saprà assumere una simile funzione raccogliendo critiche, considerazioni, pensieri da condividere!

Il comune è una ‘cosa grande’. 

Riprendo un passo del documento fondativo.
Bisogna innescare un processo opposto che destituisca, decostruisca, ceda, decentri, abbassi, distribuisca, diffonda il potere. Bisogna riaffermare la validità della dimensione territoriale locale (ma non’ localistica’), espandendo tutti quegli spazi in cui il governo e il cittadino sono vicini l’uno all’altro. Il comune è uno di questi. Carlo Cattaneo, una delle più belle ed inascoltate voci del nostro Risorgimento, nel 1864 descrisse il comune come ‘la nazione nel più intimo asilo della sua libertà’. E aggiunse, con un pizzico di amarezza: ‘pare che fuori di codesto modo di governo la nostra nazione non sappia operare cose grandi’. Ridare spazio e poteri ai comuni, e metterli in contatto tra di loro sarebbe già in sé una ‘cosa grande’. <…>
Non basta. Il comune è un’istituzione costituzionale, non un’aggregazione di una certa tendenza politica. Un soggetto politico nuovo dovrebbe impegnarsi su tanti terreni, sia dentro le istituzioni che fuori, cercando sempre di coniugare fra di loro livelli diversi della democrazia: quella rappresentativa, quella partecipativa e quella di prossimità. In prima istanza esso dovrebbe interagire con le forze e movimenti della società civile. Essi agiscono per una grande varietà di motivi …”
Concordo pienamente ma, impegnandomi da anni su un problema specifico devo concludere che i sindaci, nella migliore delle ipotesi, sono inconsapevoli della dignità del proprio ruolo, se il loro ruolo è quello cui il documento di ALBA fa riferimento. 

Sindaci che non sanno chi sono e cosa rappresentano 

Da anni cerco di dire che la legge, che afferma essere necessario per registrare gli atti ci stato civile il possesso si un permesso di soggiorno, è un’infamia razzista (per chi voglia notizie su questo non propongo riassunti. Usando i tag anagrafe, nascita, matrimonio … nel mio blog troverà molta informazione).
Qui mi limito a due domande:
La prima è relativa ai matrimoni. Nell’estate del 2012 la Corte Costituzionale ha modificato il codice civile, stravolto due anni prima dal cd pacchetto sicurezza, ripristinando la norma per cui per registrare il proprio matrimonio non è necessario esibire il permesso di soggiorno. Hanno consapevolezza i sindaci di quanti matrimoni hanno negato dal 2009 al 2011, calpestando un diritto fondamentale ora rispettato solo per il coraggio di due coppie che hanno sporto denuncia?
La seconda è relativa alle nascite. Appena approvato il pacchetto sicurezza lo stesso Maroni – allora ministro dell’interno – ha predisposto l’emanazione di una circolare che nega la legge e quindi (ragionevole paura permettendo) ha reso possibile la registrazione anagrafica dei neonati.
E’ sufficiente una circolare per sindaci che non siano piccoli, miserevolmente diligenti burocrati, stretti fra l’ignoranza e la paura che la cultura razzista dilagante sottragga loro il consenso quando abbiano il coraggio di registrare il riconoscimento di un figlio da parte di un padre che tanto voglia (la madre quando partorisce ha una qualche protezione derivante dal segreto sanitario)?

E simili soggetti soddisfano la società civile? (ma sulla società -in-civile tornerò perché per me è un punto particolarmente dolente)

Un documento su cui riflettere

Pochi giorni fa si è ucciso un consigliere regionale bolognese che nel 2010 aveva rinunciato a concorrere alle elezioni primarie per la carica di sindaco per malattia.
Poco tempo prima, accettando con profonda convinzione di partecipare, aveva scritto:
Voglio riprendere un cammino con voi: quello dell’orgoglio di Bologna. E di tutta la comunità che in questa città vive e risiede, nessuno escluso. Insieme, con la massima trasparenza e collaborazione, proveremo a costruire la Bologna della buona occupazione e del buon vivere, della buona mobilità e della buona aria, la città della buona convivenza, dell’integrazione, delle pari opportunità, della giustizia sociale e della bellezza. Una città metropolitana solidale, accogliente e sicura. … Forse, infatti, la mia campagna elettorale potrà deludere qualcuno, perché sarà priva di offese e di parole gridate. A partire da queste primarie, dove corro per vincere, pur avendo una convinzione ben salda: se, come è già successo in precedenza, arrivassi secondo, non chiederò nulla. Anzi, lavorerò al fianco del vincitore, se possibile ancor più motivato”.
Quanti dei sindaci (e sindachesse) che non riescono a sentirsi offesi da una legge che nega una loro funzione primaria-  quella di farsi carico di chi nasce e vive sul loro territorio – potrebbero ripetere parole come quelle che ho voluto scrivere?
                                                             (continua 2 – precedente puntata 5 maggio)

10 Maggio 2012Permalink

25 aprile 2012 – Quando la memoria non è un rifugio per il letargo

Prima di tutto segnalo gli aggirnamenti nelle segnalazioni che riguardano tre avvenimenti locali e un viaggio in Iran organizzato per il prossimo agosto.
Vi ricordo che oggi – nel corso di programmi di Radio3 -vengono lette lettere dei condannati a morte della Resistenza.

Quando la memoria non è un rifugio per il letargo
ma si fa strumento per comprendere il presente e interagire con responsabilità.
Il mensile Ho un sogno ha pubblicato nel numero di aprile un articolo del giornalista Max Mauro che riporto integralmente.
Per chi volesse saperne di più sul giornalista che ne è autore ricordo che il suo sito (con cui da qui potete collegarvi) si chiama My home is where I/’m happy.

Bambini nascosti, una storia (purtroppo) ancora attuale.

C’è un capitolo dell’emigrazione italiana su cui poco si è scritto e parlato fino ad oggi. Diversamente da altri, tuttavia, ed è un paradosso non insignificante, racconta una storia che non ha perso di attualità. Si tratta del fenomeno dei “bambini nascosti” o “bambini clandestini” nella Svizzera degli anni sessanta e settanta (ma è proseguita fino ai novanta). Il recente dibattito attorno ai diritti dei figli di immigrati irregolari in Italia ha riportato di attualità quegli eventi. Mi è stato chiesto di scrivere un breve contributo al riguardo e lo faccio volentieri. Il mio libro “La mia casa è dove sono felice” (pubblicato da Kappa VU nel 2005 e da poco ristampato) conteneva un capitolo intitolato “Bambino nascosto”. Era la storia, comune a migliaia di altre nella Svizzera a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, di un figlio di emigranti friulani residenti in quel paese con regolari permessi lavorativi che, stante le leggi vigenti, non erano autorizzati a tenere con sé i figli. Al tempo la legge svizzera distingueva fra diverse categorie di immigrati. Numerosi erano gli stagionali, ai quali non era consentito avere con sé i figli. Va detto che i settori dell’edilizia e del turismo, a cui si riferivano quei permessi, occupavano immigrati lungo tutto l’anno, ma per convenzione i permessi erano distinti a questo modo. Erano gli anni del boom demografico e le giovani coppie di immigrati (in maggioranza italiani) che davano alla luce dei bambini erano costrette a trovare soluzioni dolorose e spesso terribili per non rischiare l’espulsione. Molti affidavano i figli ai nonni al paese di origine, finendo per vederli una o due volte all’anno. Altri li nascondevano in casa o li “piazzavano” in collegi al confine con la Svizzera. Altri ancora, come il bambino di cui ho parlato nel mio libro, venivano “alloggiati” presso famiglie con permessi di soggiorno pluriennali oppure presso famiglie di svizzeri disponibili a correre dei rischi. E’ facile immaginare il carico di sofferenze che tutte queste scelte implicavano. “Bambino nascosto” prende spunto dall’esperienza della mia famiglia. Al tempo avevo voluto cercare di mantenere un distacco da studioso e l’avevo trattata come le altre raccolte nel volume, ma oggi, a distanza di qualche anno, sento sia giusto affrontare a viso aperto questo passaggio della mia vita. La decisione è stata in parte influenzata dal dialogo a distanza con Marina Frigerio, ricercatrice svizzera autrice, assieme a Simone Burgherr, del libro “Vesteckte Kinder” (Bambini nascosti, uscito in Svizzera nel 1992). Frigerio mi ha chiesto di scrivere la post-fazione al suo libro “Bambini proibiti” (in uscita presso l’editore Il Margine), dove ricostruisce il contesto storico e riporta alcune testimonianze di ex bambini nascosti di origine italiana. Trovarmi a riflettere nuovamente su quegli eventi mi ha aiutato a capire l’importanza di una memoria civile vissuta in prima persona e sulla necessità di coltivarla per opporsi agli orrori del presente.

NOTA: il libro di Frigerio non è ancora in distribuzione in Italia, appena lo sarà ne darò notizia.

25 Aprile 2012Permalink

19 aprile 2012 – Fatti e misfatti

Ieri scrivevo, a proposito dell’inchiesta di El Pais, ripresa da Time, la storia dei massicci rapimenti di bambini, seguiti da vendite, considerandolo una testimonianza che aiuta a costruire il quadro per inserire il problema dei ‘bambini fantasma’ di cui mi occupo da anni.

Il quadro di riferimento come io lo vedo
Gli esperimenti di Mengele non risparmiavano i bambini, soprattutto se gemelli.
I colonnelli argentini distrussero una generazione cui sottrassero i figli per darli in adozione a persone ‘affidabili’. Le ‘nonne di piazza di maggio’ ancora li cercano.
Le suore spagnole hanno fatto più o meno lo stesso, senza bisogno di ammazzare le madri.
Ora spero che quelle sciagurate non diventino un alibi per demonizzare il cattolicesimo in nome di una cultura laica più evoluta e rispettosa dell’integrità della persona.
Purtroppo non è così e seguire questa strada di conflitto ideologico consente ad alcuni di scansare le proprie responsabilità con una copertura cui organizzazioni cattoliche hanno più volte dato credibilità.
La penalizzazione dei figli di sans papier, la cui esistenza non è riconosciuta come loro diritto ma affidata alla transitoria labilità di uno strumento burocratico (la circolare!), unisce religiosi e laici, credenti e atei nella stessa volontà di devastazione, almeno in Italia.
Da parte di esponenti di associazioni e organizzazioni che dicono occuparsi di diritti umani in genere e di migranti in particolare mi è stato detto essere impossibile un intervento perché non ci sono denunce di fatti.
Forse che la negazione della registrazione anagrafica messa in legge non è un fatto?

Fatti che forse susciteranno un provvisorio, labile clamore
Il primo: L’occasionale presenza di un regista a bordo di un aereo che trasportava persone espulse ha documentato la presenza di mani legate e di nastro adesivo sulla bocca.
Chi è responsabile di un simile trattamento? Le vittime in questione erano state informate del diritto a chiedere asilo?
Il secondo: Una cittadina moldava è morta in circostanze non ancora chiarite e trapelate a due giorni dai fatti nel Commissariato di Villa Opicina(Trieste).
Adesso le anime buone, capaci di vedere i fatti solo nei macelli, hanno di che guazzare prima di passare ad altro.

Walter Benjamin: quando è impossibile liberarsi dalla memoria che si affolla di nomi.
So che verrò considerata fanatica ed esagerata più di quanto non capiti normalmente ma mi è venuto in mente il filosofo Walter Benjamin quando, fermato dalla polizia  al confine franco-spagnolo,la notte fra il 26 e il 27 settembre 1940 si uccise, rifiutando la possibilità di cadere in mano ai nazisti.

Klee - Angelus novus. 1920

 Benjamin aveva scritto: “C’è un quadro di Klee che s’intitola ‘Angelus Novus’. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, al bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta. ” (Tesi di filosofia della storia).

20 Aprile 2012Permalink

18 aprile 2012 – Spagna – Lo scandalo dei bambini rapiti: tombe vuote e una monaca zitta.

Il 15 aprile, durante la trasmissione Radio3 mondo, ho ascoltato la presentazione di un articolo di Time che ho ritrovato e tradotto (ringrazio Laura per la revisione).
Qui ne riporto il titolo originale: Spain’s Stolen-Babies Scandal: Empty Graves and a Silent Nun By Lisa Abend / Madrid Friday, Apr. 13, 2012.
Più sotto ho inserito il link che porta a Time.
Per ora mi limito a pubblicarne il testo ma a giorni proporrò il mio commento sperando che altri intervengano.
Infatti è una testimonianza che aiuta a costruire il quadro per inserire il problema dei ‘bambini fantasma’ di cui mi occupo da anni.

Traduzione dal Time

La donna anziana che lunedì mattina ha lasciato il tribunale di Madrid era curva e spettrale, ma né l’ovvia debolezza né il semplice abito blu che indossava hanno impedito alla piccola folla di spettatori di  contestarla clamorosamente. Una donna gridava ”Vergogna! Come hai potuto causare tanto dolore?”
Si pensava che lunedì sarebbe stato il giorno che avrebbe dato una risposta a coloro che si ritengono vittime di decenni di rapimenti di bambini in Spagna. La religiosa chiamata a testimoniare, suor María Gómez Valbuena, é la prima persona formalmente accusata per il suo presunto coinvolgimento in un piano che si dice abbia sottratto migliaia di neonati alle loro madri per venderli a genitori adottivi.
Ma una volta davanti al giudice Gómez ha esercitato il suo diritto a non parlare.
E più tardi quello stesso giorno in un incontro con i rappresentanti delle associazioni delle vittime esponenti ufficiali del governo spagnolo hanno ammesso che, sebbene volessero impegnare mezzi dell’amministrazione per cercar di riunire i neonati alle loro madri, le probabilità di assicurare alla giustizia chi aveva diviso   famiglie erano deboli.
Qualcosa come 1500 accuse di rapimento di bambini, collocabili dai tardi anni ’50 alla metà degli anni ’80, sono state presentate in Spagna negli ultimi due anni. La maggior parte segue lo stesso agghiacciante racconto: una madre sola o una donna sposata che avesse giù parecchi bambini partoriva un piccolo in evidente buona salute ma subito le veniva detto – spesso da una suora che lavorava come infermiera- che il piccolo era morto. Sebbene i genitori adottivi avessero spesso pagato consistenti somme di denaro per i loro bambini, l’ideologia più che l’avidità sembra essere stata il movente dei ladri. “Quelli sono suore e preti che credevano fermamente che il bambino sarebbe stato meglio   con una famiglia più tradizionale o più ‘morale’”, spiega la giornalista Natalia Junquera che ha condotto l’investigazione sui rapimenti per conto del giornale El Pais. “Pensavano onestamente di fare la cosa giusta”.
Da quando, più di un anno fa, i primi casi cominciarono ad attrarre l’attenzione, i test del DNA hanno riunito sei madri con i loro bambini che credevano morti. Dozzine di genitori hanno scoperto che le tombe in cui credevano di aver sepolto i loro bambini di fatto erano vuote, o che i registri dello stato civile non contenevano i certificati di morte dei bambini che loro pensavano fossero morti alla nascita.
E fino a suor Maria nessuno era stato realmente incriminato. I tribunali avevano chiuso molti casi per mancanza di prove.
 “Gli accusatori sono frustrati” dice Junquera. “Hanno evidenziato qualche cosa di sbagliato – cosa può esserci di più chiaro di una tomba vuota? – ma nulla che possa essere dimostrato in tribunale”.
Le vittime avevano sperato che le accuse contro Suor Maria avrebbero cambiato tutto questo. La suora era stata imputata dopo che i test del DNA avevano riunito Maria Luisa Torres a sua figlia Pilar che lei non aveva più visto dalla nascita.
Secondo quanto da lei testimoniato in tribunale, nel 1982 Torres aveva 24 anni e si era separata dal marito quando era rimasta incinta di un altro uomo. Aveva sentito di una suora della clinica Santa Cristina che aiutava le donne nella sua situazione e si era incontrata con suor Maria, e poi, entrata in clinica, una volta iniziato il travaglio, l’aveva avvicinata di nuovo. “Dopo il parto mi disse che mia figlia era morta” ha spiegato Torres alla stampa. “Poi mi disse che la piccola era stata data a un’altra famiglia. E mi minacciò che se me ne fossi ancora occupata  avrebbe detto alle autorità che ero un’adultera e loro mi avrebbero strappato anche l’altro mio bambino”.
Venerdì il padre adottivo della figlia che Torres aveva perduto testimoniò che lui e sua moglie avevano pagato la loro figlia a suor Maria, sebbene allora ritenessero di sostenere le spese di una giovane donna in difficoltà. “Suor Maria era una donna molto forte. Ora la vedo e non la riconosco.  Era una donna terribilmente fredda, ma io le ero immensamente grato perché mi aveva dato una figlia”.
Negando tutto, lo stesso giorno in cui era comparsa in tribunale suor Maria rese nota una pubblica lettera affermando che l’idea di separare una bambina dalla sua madre biologica per lei era “ripugnante”. Sebbene rimanga sotto investigazione giudiziaria, senza prove che confermino che aveva esercitato una coercizione nei confronti di Torres per farsi dare la sua piccola, la possibilità che lei – o qualcuno degli altri dottori, infermiere, suore e preti a quanto si dice coinvolti in questo caso – vengano giudicati, è minima.
Richiesta di cosa provi a proposito del procedimento di lunedì Inés Madrigal ha risposto con una sola parola: ‘indignazione’. La 42enne lavoratrice delle ferrovie aveva capito che c’era qualche cosa di sbagliato nella sua adozione quando ne aveva visto la documentazione che le era risultata falsificata. Il medico che aveva assistito alla sua nascita al Santa Caterina era evidentemente uno con cui suor Maria lavorava spesso ed è offesa da quello che chiama ‘il tremendo cinismo’ della suora.
Come molti altri spagnoli che ora sospettano di essere stati bambini venduti si è sottoposta al test del DNA e sta facendo il possibile per identificare la sua madre biologica.
“Abbiamo dovuto diventare detectives” dice Madrigal, “confrontare i registri di stato civile, riportare alla luce tombe. Sapevo che c’era qualche cosa di sbagliato nella mia adozione perché me lo sentivo. Ma la legge è indifferente ai sentimenti.”

Chi volesse risalire alla trasmissione Radio3 mondo può farlo da qui.

20 Aprile 2012Permalink

19 marzo 2012 – Apolidi e UNHCR

L’ UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (United Nations High Commissioner for Refugees – Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) ha recentemente reso pubblico un documento che l’Associazione Studi Giuridici Emigrazione (ASGI) ha riportato nel suo sito, corredato dallo studio (in inglese) su cui il testo  si fonda.
Il documento è limpido.
Si apre con un’affermazione che, in un paese che si considera civile, dovrebbe dar luogo a conseguenze che non interessano né i cittadini italiani, né i legislatori: “Un bambino che nasce apolide oggi affronterà un futuro incerto ed insicuro” e precisa che “A livello globale, gli apolidi, ovvero le persone che non posseggono la nazionalità di alcuno stato, sono circa 12 milioni, di cui addirittura la metà potrebbero essere bambini”
Poi ci propone la seguente considerazione: “Gli apolidi sono tra le persone più povere ed emarginate al mondo, spesso sono popolazioni invisibili che risultano difficili da censire”.
In Italia tale difficoltà – che il documento UNHRC riferisce all’impossibilità delle madri in alcuni paesi dell’Africa, dell’Asia e anche americani ad attribuire ai figli la propria cittadinanza anche autonomamente dal marito e comunque dal padre del bambino – permane in legge, limitatamente ai figli di coloro che, privi di permesso di soggiorno, dovrebbero esibirlo all’atto dell’iscrizione dei nuovi nati, esponendosi così al rischio di espulsione.
A fronte della vergogna di questa norma l’allora Ministro dell’Interno Maroni ‘rimediò’ con una circolare che dice essere obbligo iscrivere in ogni caso il neonato nei registri dello stato civile del comune al fine di garantirgli il certificato di nascita (Non credo di dover chiarire ulteriormente dato che da tre anni scrivo nel mio blog di questo problema e non mi faccio scrupolo a diffondere gli scritti. Mi collego comunque al più dettagliato mio intervento in merito come pubblicato dal mensile genovese Il Gallo).
Se da allora è possibile riconoscere i propri figli a seguito di una circolare permane però in legge la negazione della genitorialità che sarebbe possibile cancellare senza nessun passaggio parlamentare.
Credevo che i cittadini italiani si sarebbero sentiti offesi dalla presenza in  legge di una norma di sapore razzista (come altro definire la discriminante burocratica identificata da rappresentanti delle istituzioni proni alla cultura della Lega Nord?).
Credevo ma sbagliavo perché la questione non interessa neppure – fatte salve  pochissime eccezioni fra cui ricordo il GrIS– le organizzazioni che si dichiarano interessate ai diritti dei migranti, comprese quelle che –per meglio tutelarli – si sono messe in rete.
A questo punto mi sento finalmente di dichiarare un mio sospetto.
I neonati, di cui mi sono interessata, non votano, non chiedono di votare, non manifestano in piazza, non si aggregano per onorare con la loro presenza gli autoproclamati tutori di diritti (o almeno di alcuni diritti).
Non offrono fama e onore, o almeno visibilità, a chi eventualmente li protegga.
Ora, a seguito del documento dell’UNHRC potrebbe esserci qualche progetto finanziato a promuovere una legislazione intesa ad evitare l’apolidia nei paesi in cui vi sono difficoltà (almeno quelle di genere) a riconoscere i propri figli e garantire loro il godimento della cittadinanza nello stato in cui sono nati o almeno quella dei loro genitori (fosse pure uno solo di essi).
E allora associazioni (e anche chiese? Perché no? L’ipocrisia è ben diffusa) andranno, forti della loro civile provenienza, a spartirsi il bottino o almeno offriranno il loro consenso a chi può spartirselo. Sarà un bottino miserello? Meglio che nulla:  siamo in crisi! E, in ogni caso, un impegno per sollecitare una modifica della legge non assicurerebbe guadagno alcuno.
Ricordo che una proposta di modifica c’è, è all’attenzione del parlamento, ma viene ampiamente ignorata.

19 Marzo 2012Permalink

13 febbraio 2012 – Ancora informazioni non deprimenti …..

Segnalazione

Dal 28 gennaio scorso l’utilissimo  sito della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni ha reso disponibili nell’area Dossier del sito simmweb (raggiungibile anche da qui) i collegamenti con le schede riassuntive dei dati Istat e dei rapporti Caritas Migrantes dal 2005 ad oggi.
Per chi sia interessato a ragionare con il sostegno della statistica questo spazio rappresenta veramente una risorsa.

La registrazione delle nascite e la chiesa anglicana.

Traduco dal sito www.eni.ch  (Ecumenical News International – PO Box 2100 – CH – 1211 Geneva 2 – Switzerland) e di seguito riporto il testo inglese per chi volesse la certezza della notizia.

La rete anglicana promuove la campagna per la registrazione delle nascite.

Nelle nazioni industrializzate il certificato di nascita è dato per scontato anche se viene considerato una noiosa burocrazia. Ma nel mondo sviluppato  l’esistenza di questo documento può fare la differenza fra la piena partecipazione ai diritti di cittadinanza o la semplice sopravvivere.
Per questo la Rete Internazionale della Famiglia Anglicana (IAFN) ha lanciato una campagna mondiale per la registrazione delle nascite.
La rete chiede alle chiese anglicane di associarsi con i governi e altri enti per garantire che i bambini nati nel 2012 e negli anni seguenti vengano registrati.
La IAFN ha affermato in un recente documento “Pià  che una formalità legale, la registrazione delle nascite apre la porta alla scolarizzazione e alle cure mediche. Senza tale documento le persone non possono essere in grado di ottenere un passaporto, comprare una casa o un terreno, o sposarsi”,

Anglican network starts campaign for birth registrations

(ENInews)–In industrialized nations, a birth certificate is taken for granted, even regarded as a bit of tedious bureaucracy. But in the developing world, the existence of such a record can mean the difference between full participation in citizenship, or barely living. That’s why the International Anglican Family Network (IAFN) has launched a global campaign to register births. The network is calling on Anglican churches to partner with government and other agencies to ensure that babies born in 2012 and after are registered. “More than just a legal formality, birth registration opens the door to education and healthcare,” the IAFN said in a recent news release. “Without it, people may not be able to obtain a passport, own a house or land, or marry.” [555 words, ENI-12-0040]

 Per quanto il nostro paese possa vivere un periodo di sofferenza non può considerarsi economicamente sottosviluppato ma sembra vivere in un pesante clima di sottosviluppo culturale.
Questo blog conosce bene (sono più di tre anni che ospita notizie e considerazioni in proposito) il problema della registrazione anagrafica e sa che per due anni una normativa razzista ha impedito il matrimonio alle coppie uno dei cui membri fosse privo del permesso di soggiorno, tanto che solo il coraggio di pochi che hanno denunciato questa vergogna ha permesso alla corte costituzionale di cancellare la norma proibizionista.
E’ rimasto però in legge il vincolo che vuole la presentazione del permesso di soggiorno per registrare la nascita di un proprio figlio. Che questo vincolo sia praticamente aggirato con strumenti burocratici di livello inferiore alla legge e quindi sia possibile registrare le nascite non basta a chi si consideri cittadino responsabile.
Lo scorso mese di novembre è stata presentante in parlamento una proposta di legge finalizzata a porre rimedio alla situazione (questo blog ne ha scritto il 2 dicembre scorso e non solo) ma in parlamento nulla ancora si è mosso.
Potremmo provare a ricorrere  alla chiesa anglicana, certamente minoritaria in Italia ma, dato che quella maggioritaria si segnala per un indecente silenzio in proposito. usiamo degli strumenti che si rendono disponibili!

13 Febbraio 2012Permalink

22 dicembre 2011 – Donne sotto traccia 8

Rosi e i  diritti dei bambini.

Rosi, o meglio la pediatra neonatologa Rosalia Maria Da Riol, lavora all’ospedale di Udine ma ha fatto esperienze professionali anche  all’estero, sia nell’ambito di Organizzazioni non Governative che dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. E’ stata in Mozambico, Sudan, Gaza, Albania, Brasile e viene naturale chiederle quali indicazioni tragga per la sua attività professionale da queste esperienze. “In ogni caso il pediatra – ci dice – deve assicurare un’attenzione forte e costante al bambino come soggetto di diritti e non come oggetto di cure e ciò comporta una visione globale della sua salute. Inoltre l’approccio più clinico che strumentale che l’organizzazione dei servizi sanitari in paesi poveri impone,  si rivela utile risorsa al ritorno”.
Se da noi la Convenzione di New York sui diritti dei minori (che l’Italia ha ratificato e che nel nostro paese è legge) è arrivata come un documento  di cui fingiamo l’ovvietà rifiutandoci di considerarne le contraddizioni con la realtà,  nei paesi in via di sviluppo offre indicazioni che si fanno obiettivi  da raggiungere anche nella difesa del diritto primario alla vita tutt’altro che scontato.
I bambini infatti non sono minacciati ‘solo’ dalla fame, dalle malattie ma anche dalle distruzioni provocate da guerre che a volte li vogliono soldati e persino da politiche demografiche dagli effetti devastanti. In Cina, dove è possibile avere un solo figlio, le bambine  possono essere selettivamente eliminate  da chi voglia un maschio.
E, a questo punto, il colloquio con Rosi si sposta naturalmente sulla nostra realtà per considerare la situazione del bambino ‘straniero’ che nasce in Italia.
E’ dimostrato – ci informa- che  il rischio  di basso peso, prematurità, malformazioni congenite, asfissia perinatale è più alto per i figli di immigrati e che le condizioni di vita, determinate da  precari processi di integrazione, risultano fattori significativamente peggiorativi. E’ azzardato pensare a uno  ‘stress da razzismo’?
La nostra pediatra sottolinea che un approccio efficace in un percorso diagnostico-terapeutico è possibile solo se si giova di una relazione certa e significativa con i genitori  e insiste sulla figura paterna. E’ forse un elemento più difficile da mettere in gioco?
Lo è per tante ragioni e si declina in tante diverse situazioni non ultima quella dell’immigrato irregolare che, denunciando la nascita del figlio, e riconoscendolo se non è sposato con la mamma del piccolo, si espone al rischio di espulsione.
L’appartenenza familiare, e quindi il corretto inserimento nella vita sociale, sono radicalmente compromessi dalla mancanza di un certificato di nascita.
E’ paradossale che Rosi nei paesi in via di sviluppo si sia incontrata con organizzazioni non governative che promuovono campagne per la registrazione anagrafica del neonato e che in Italia non si reagisca al vulnus che nega ad alcuni questa certezza.
Nel primissimo approccio con la vita nascente l’assenza di un certificato di nascita impedisce l’inserimento nel  sistema sanitario nazionale, che non è solo garanzia di cure in stato di emergenza e necessità, ma ingresso nei percorsi base di salute e prevenzione a partire dalle vaccinazioni.
Nel clima di insicurezza che da tutto questo deriva può capitare che si offrano percorsi sanitari e assistenziali paralleli, realizzati da privati che non sono per sé garanzia di legalità e di intervento corretto. E a volte è proprio l’immigrato-vittima che, sostenendoli per necessità, se ne fa complice. 
Come sempre tutelare i diritti dei più deboli (e non sostituirli sistematicamente con scelte benefiche) assicura dignità anche alle nostre presunte sicurezze.
Da Ho un sogno – dicembre 2011  

22 Dicembre 2011Permalink