25 aprile 2015 – Dal sito della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni

 

Mare nostro che non sei nei cieli e abbracci i confini dell’isola e del mondo
sia benedetto il tuo sale e sia benedetto il tuo fondale
accogli le gremite imbarcazioni senza una strada sopra le tue onde
pescatori usciti nella notte e loro reti tra le tue creature
che tornano al mattino con la pesca dei naufraghi salvati

Mare nostro che non sei nei cieli
all’alba sei colore del frumento
al tramonto dell’uva di vendemmia
che abbiamo seminato di annegati
più di qualunque età delle tempeste
tu sei più giusto della terra ferma
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le riabbassi a tappeto
custodisci le vite,
le visite cadute come foglie sul viale
fai da autunno per loro
da carezza, da abbraccio,
da bacio in fronte di padre e di madre prima di partire
Erri De Luca

Ecco quanto pubblicato dalla SIMM il 10 febbraio 2015.
Ancora morti nel Mediterraneo: quando saranno troppe per dire BASTA?!?
A chi chiede: “Non era meglio rimanere a casa piuttosto che morire in mare?”, rispondo: “Non siamo stupidi, né pazzi. Siamo disperati e perseguitati. Restare vuol dire morte certa, partire vuol dire morte probabile. Tu che sceglieresti? O meglio cosa sceglieresti per i tuoi figli?” A chi domanda: “Cosa speravate di trovare in Europa? Non c’è lavoro per noi figurarsi per gli altri”, rispondo: “Cerchiamo salvezza, futuro, cerchiamo di sopravvivere. Non abbiamo colpe se siamo nati dalla parte sbagliata e soprattutto voi non avete alcun merito di essere nati dalla parte giusta”. A chi chiede: “Come si possono evitare altre morti nel Mediterraneo?”, rispondo: “venite a vedere come viviamo, dove abitiamo, guardate le nostre scuole, informatevi dai nostri giornali, camminate per le nostre strade, ascoltate i nostri politici. Prima dell’ennesima legge, dell’ennesima direttiva, dell’ennesima misura straordinaria, impegnatevi a conoscerci, a trovare le risposte nel luogo da cui si scappa e non in quello in cui si cerca di arrivare. Cambiate prospettiva, mettetevi nei nostri panni e provate a vivere una nostra giornata. Capirete che i criminali che ci fanno salire sul gommone, il deserto, il mare, l’odio e l’indifferenza che molti di noi incontrano qui non sono il male peggiore”
Awas Ahmed (rifugiato somalo in Italia)

25 Aprile 2015Permalink

14 aprile 2015 – Cronache dalla Gran Bretagna

Max Mauro

In più occasioni ho citato lo scrittore e giornalista Max Mauro che racconta e si racconta in un blog che ha chiamato «My home is where I am happy parafrasando la canzone di Charles Manson che ha ispirato il titolo del mio libro La mia casa è dove sono felice. “Cronache sincere da un cortile di passaggio” è il motto che l’accompagna»

Nel blog (raggiungibile anche da qui) Max si presenta:

«Max Mauro è nato a Frauenfeld (Svizzera) nel 1967, figlio di emigranti friulani. Scrittore, giornalista, ricercatore dell’umano paese ed ex cantante punk, si interessa di migrazioni, culture di confine, culture giovanili, sport critico, viaggi (preferibilmente in bicicletta). Ha lavorato come giornalista in Venezuela e raccolto storie di migranti in Sud Africa e Germania. Nel 2013 ha completato un dottorato di ricerca presso il Centre for Transcultural Research and Media Practice di Dublino, Irlanda, con uno studio etnografico sullo sport e i giovani di origine immigrata. Da ottobre 2013 lavora come Associate Lecturer presso la School of Communications and Writing, Southampton Solent University. A febbraio 2014 ha ricevuto una borsa di ricerca della FIFA per condurre uno studio su giovani calciatori di origine immigrata e senso di appartenenza in Italia»

Aggiungo, perché in più occasioni l’ho citata in questo blog, la postfazione al libro di Marina Frigerio Martina, Bambini proibiti. Voglio far riferimento anche al mio post del 21 dicembre 2014, “Frottole tosco-francescane per discriminare le bambine di Betlemme”, dove cito un intervento di Max.   Ieri comunque il nostro ha pubblicato (e ricopio)

Compiti a casa

Una mia studentessa mi propone come argomento per una tesina i compiti a casa nella prima infanzia. Ora, la prima infanzia è, generalmente, quella fase dell’infanzia che va dai 2 ai 6 anni. La mia studentessa è una educatrice, brava e diligente negli studi, quindi prendo con fiduciosa cautela quello che mi dice. Per di più che nella precedente tesina aveva condotto un censimento della letteratura sul contributo dei familiari nei compiti a casa e qualcosa ha dimostrato di saperne. In questo paese l’obbligo scolastico comincia a cinque anni ma l’irregimentazione infantile è prassi da ben prima. Tutto un prontuario di regolette, premi, adesivi (sticker!) per esaltare il più ubbidiente mirano a trasformare il bambino in un oggettino disciplinato e, portare pazienza, in un adulto dormiente. Però i compiti a casa. Sarà possibile? Mi è forse sfuggito qualcosa? Chiedo alla studentessa se è possibile che a bambini di 4/5 anni vengano affibbiati dei compiti per casa. Aggiungo anche, in confidenza, che mi parrebbe una cosa eccessiva e che i bambini a quell’età dovrebbero solo pensare a giocare giocare giocare. Per i compiti c’è sempre tempo. La sua candida risposta mi spiazza e, al contempo, mi conferma l’inamovibile struttura di classe della società britannica. Mi dice che lei è assolutamente d’accordo con me ma lavora in una scuola situata in una zona molto ricca (a very affluent area) dove i genitori hanno aspettative estremamente alte (extremely high) e per questo fanno continue richieste ai docenti di sostenere l’apprendimento dei loro piccoli anche quando non sono a scuola. Insomma, dategli dei compiti per casa che vogliamo che imparino ‘tutto’ prima possibile. Bravi. Viva la società competitiva. Nel frattempo le affollate scuole pubbliche faticano a seguire i bambini affidatigli e molti stranieri si rivolgono alle scuole cattoliche, private ma meno costose, per un’auspicata ma irrealizzabile ‘via di mezzo’. Meno male che esiste l’home schooling

14 Aprile 2015Permalink

13 aprile 2015 – Ricevo e giro una lettera che condivido

DUE NOTE SULL’ ANNO DELLA MISERICORDIA    Giancarla Codrignani

Tra i cinque “pilastri” dell’Islam (la professione di fede, la preghiera, la decima (zakat), il digiuno, e il pellegrinaggio alla Mecca) la preghiera ha un valore particolare perché segna profondamente cinque volte al giorno la vita quotidiana di ciascun uomo e ciascuna donna. Dice il Corano “ad Allah appartengono i nomi più belli: invocatelo con quelli”: bella, tra le espressioni islamiche più consuete, l’espressione “In nome di Dio il Clemente il Misericordioso”. Le Costituzioni di alcuni paesi musulmani (e spesso anche le bandiere) riproducono il motto e la Libia di Gheddafi la registrava nell’inno nazionale. Secondo la tradizione il Profeta aveva detto “Non crederete finché non sarete misericordiosi” e ai compagni che obiettavano “non tutti siamo misericordiosi” ammoniva “Io non mi riferisco alla misericordia che ognuno prova naturalmente per il proprio amico, ma ad una misericordia verso tutti”.

Come cristiani anche noi ci affidiamo alla misericordia di Dio e saremmo in suo nome tenuti a praticare il perdono e la nonviolenza. Nonostante il principio sia chiaro a tutti, siamo ancora divisi tra confessioni che non riconoscono la piena fraternità delle comunità che seguono forme teologiche e rituali diverse per ragioni che sono eminentemente storiche e non dovrebbero rompere l’unità del riconoscimento comune in un solo Gesù Cristo. Succede anche che l’Occidente conservi sacche di antisemitismo che nel 2015 (per gli israeliani è il 5775) dovrebbero essere non solo anacronistiche ma impensabili. Analoghe sono le diversità interne all’Islam, che comportano tuttavia esiti più gravi perché le separazioni confessionali, pur nate da ragioni politiche, rappresentano eresie, apostasie, infedeltà imperdonabili dalla legge umana.

Difficile per noi occidentali entrare nelle dinamiche religiose che dividono sciiti e sunniti (ma anche alawiti, salafiti, houthi ecc.) di fronte alla minaccia solo ideologica ma terrificante dell’Isis. All’interno di paesi in conflitto per opposti integralismi (che ai nostri giorni sono – sempre – non “di religione”, ma politico-economici) ci rimettono le minoranze eterogenee: vittime per molti impreviste in primo luogo i cristiani, che ancora vengono chiamati crociati (per la conquista del santo sepolcro i cavalieri alzavano la spada con l’elsa in alto come simbolo della croce) e che sono occidentali la cui vita tutte le televisioni raffigurano come irrimediabilmente corrotta.

Non è una sorpresa se fin dal 1990 Giuseppe Dossetti, allarmato per la guerra contro l’Iraq voluta da Reagan e sostenuta dall’Onu, prevede “la conseguenza pressoché inevitabile di tumultuose reazioni in un vasto ambito di stati, più o meno direttamente coinvolti; reazioni che nessuno sarà più in grado di dominare. E questo non solo in tutti i paesi arabi, dalla Palestina allo Yemen, ma anche in Turchia, la cui situazione diventa sempre più difficile, in Egitto, dove le ripercussioni sono inevitabili, e negli altri paesi del Maghreb, aggravando crisi già in atto come quella del Sudan e di altri paesi africani. Tutto questo difficilmente non si estenderà al Pakistan e alle repubbliche sovietiche musulmane”. Sdegno e ribellione, dice, che hanno per obiettivo l’Occidente e “conseguenze evidentissime per la chiesa. C’è letteralmente pericolo dell’estinzione della chiesa nei territori palestinesi e giordani e in quel pochissimo di chiesa che poteva esserci negli altri territori di Arabia; una chiesa, cioè, ridotta a vivere all’interno degli edifici di culto….Costantinopoli saccheggiata e bruciata nella quarta crociata del 1204 sarà come un’ombra sinistra costantemente evocata a tutta la Siria, all’Egitto stesso e poi a tutto il resto dell’Africa” (cfr. Il Regno-Attualità, 18 ottobre 1990).

Non era una profezia, ma un giudizio storico consapevole. I governi occidentali non sono altrettanto bravi nel prevenire i danni di avventate politiche di potenza.

Per cristiani di fede, in così tante e tanto grandi difficoltà, c’è sempre la prospettiva del dialogo realmente ecumenico a sostegno delle libertà a partire da quella religiosa. Papa Francesco, istituendo l’anno della misericordia (cristiana) in un tempo in cui tutte le prevenzioni sembrano scadute può cercare echi teologici e, soprattutto, umani a partire da Dio, il Clemente, il Misericordioso?

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L’anno santo della misericordia viene dopo l’anno della massima corruzione, purtroppo non solo italiana, ma generalizzata in un mondo che si fa ancora catturare dai soliti falsi beni di un capitalismo ormai sostenuto anche da chi lo contesta. Come diceva Giovanni Falcone “che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”. Non deve scandalizzare che la corruzione sia arrivata in Vaticano (nemmeno il Tempio all’epoca di Gesù era esemplare per virtù): deve invece produrre stupore che davanti a contesti in cui opera la corruzione (il neocapitalismo, la finanza, il mercato) i singoli, se si dicono cristiani, restino inerti e si giustifichino con il solito “non c’è rimedio”.

Non mi piace la retorica – di solito ipocrita – delle citazioni dalla scrittura come se fosse fatta di slogan da non interiorizzare e non tiro fuori la “durezza dei cuori” perché mi viene da continuare “mal comune…”. Vorrei invece riportare per un momento l’attenzione all’America Latina, che sembra lontana ma dove tanti cattolici, singoli e associazioni, preti e suore, trenta e più anni fa, hanno partecipato ai processi di liberazione dalle dittature di paesi in cui – dal Brasile al Cile o all’Argentina, ma anche dal Nicaragua al Salvador e al Chapas – interi popoli erano esclusi dalla democrazia. I diritti politici e civili si affermarono contestualmente alla ripresa dei diritti umani sociali e individuali e molti di noi ci lavorarono con impegno. Oggi non c’è area del continente americano esente dalla corruzione e gli assetti democratici che, bene o male, hanno trovato stabilità, si sono dimostrati vulnerabili al potere seduttivo del sistema che ti consente di sentirti libero, ma insieme ti condiziona con bisogni indotti e, mentre i ricchi continuano la tradizione del privilegio, i poveri hanno perduto l’innocenza, la solidarietà, la fede. Il nuovo tempio è il centro commerciale e nessuno ha più memoria dell’epica campagna di alfabetizzazione che in poco tempo consentì al NIcaragua di portare alle elezioni del 1984 un popolo che sapeva leggere, scrivere e votare. Per Transparency International oggi il NIcaragua si colloca al 138 posto nella graduatoria della corruzione mondiale (l’Italia è ultima tra gli europei). Basta rassegnarci e convenire che siamo tutti eredi della schiavitù, dei re e dei padroni che ci facevano chinare la testa?

Come incominciamo a fare i conti? è più colpevole chi paga i corrotti o chi si fa corrompere? il “dono” nelle nostre società educate alle convenzioni formali, è stato umiliato e privato della sua gratuità, del dovere di rispettare il piacere del donatore per la perversione del “ricambio”: quante volte, portando un dono, ci siamo sentiti dire “grazie, e adesso come posso ricambiare?”. Ovvio che se qualcuno regala al figlio di un ministro un rolex da diecimila euro, si aspetta un corrispettivo già dato per pagato; e ovvio anche che non esiste accettazione di doni che non sono tali.

Dato il triste panorama che ci circonda, spero che nessuno confonda la misericordia di Dio con la propria indulgenza. Tuttavia è bene che riserviamo a noi stessi un piccolo esame di coscienza. La visione di Dio ancora poco adulta forse non si accorge che anche Dio viene manipolato. E proprio perché ha una “misericordia” che capiamo male. Tanti ancora pregano per ottenere “grazie” (il nome non dice forse che sono gratis?), fanno offerte, comperano messe (?), esprimono voti, sacrifici e fioretti “per avere”. La Bibbia non sempre è chiara in proposito, ma il Salmo 50 fa parlare Dio che dice a chi gli offre immolazioni di vittime “se avessi fame, non te lo direi: è mio il mondo e quanto contiene”. I Vangeli sono costantemente espliciti e, anche se gli stessi seguaci di Gesù sono tentati dai posti raccomandati e dai privilegi, la parola della liberazione è indirizzata ai poveri. I ricchi laureati spesso credono nell’uguaglianza e nella giustizia, ma, siccome “c’è un prezzo da pagare” per essere uguali e giusti, spesso si sottraggono alla responsabilità e preferiscono “lamentarsi e dire che non si può fare nulla”.

Il giubileo della misericordia, allora, deve essere sentito un anno severo: se Dio libera, rifiuta una religione da sudditi. E’ infatti l’amico che offre i suoi doni perché è amico; è la madre e il padre che coccolano figlie e figli mentre li educano alle regole dell’umana convivenza; è l’alleato che ti accompagna attraverso i condizionamenti della storia, ma ti abbandona se fai soldi vendendo armi. Lascia che ce la caviamo come siamo capaci (come dire se abbiamo fede), sa che ogni tanto ci inventiamo condoni e amnistie che non sono nel suo stile: la misericordia è un po’ più complessa e non dipende solo dalla parte di Dio.  Come dice Etty Hillesum, siamo noi che lo dobbiamo aiutare.

13 Aprile 2015Permalink

9 aprile 2015 – 9 aprile 1945- Il teologo Dietrich Bonhoeffer viene impiccato a Flossemburg su ordine di Hitler.

Domani saranno settant’anni dalla morte di Dietrich Bonhoeffer. Perché il «cristiano che molti vorrebbero essere» è diventato un mito  di Fulvio Ferrario

Settant’anni fa, il 9 aprile 1945, veniva assassinato, nel campo di concentramento di Flossenbürg, Dietrich Bonhoeffer. Egli è divenuto, nel frattempo, non solo un simbolo, ma addirittura un mito. Le ragioni sono numerose.

Anzitutto, l’intreccio tra il suo pensiero e la sua biografia, suggellati dal martirio, ne hanno fatto per le chiese l’occasione o anche (per usare una parola non bella, ma pertinente) lo strumento per recuperare credibilità dopo i compromessi e i silenzi che hanno caratterizzato l’epoca dei fascismi. La prosa incisiva di Bonhoeffer accompagna un coraggio personale non comune, frutto della ferrea disciplina spirituale, in parte ereditata dal contesto familiare, in parte coltivata mediante una severa spiritualità, fatta di lettura biblica e preghiere quotidiane, ascesi «laica», ma molto pronunciata, controllo sui propri sentimenti. È persino troppo facile trovare nei suoi scritti, o negli episodi della sua vita, la citazione folgorante per concludere un sermone, l’intuizione suggestiva che mette in moto il pensiero, la parola che commuove. Bonhoeffer è il cristiano che molti vorrebbero essere, l’uomo di chiesa che non teme di sporcarsi le mani con la politica, il pacifista che non si rende schiavo nemmeno dei propri ideali, e prepara un attentato dinamitardo contro Hitler.

Non vorrei criticare superficialmente la mitizzazione di Bonhoeffer, è anche più che dubbio che io abbia, personalmente, le carte in regola per farlo. Anche i miti hanno la loro funzione, nella chiesa e nella società. Non ha torto, però, Alberto Gallas, il maggiore studioso italiano del teologo, cattolico, prematuramente scomparso, quando pone, come epigrafe della sua importante monografia, un passo di Rilke: «…come sono andati a recuperarti nella tua gloria! Appena ieri erano contro di te, fino in fondo, e ora ti frequentano come un loro pari. E portano in giro con sé le tue parole nelle gabbie della loro presunzione e le mostrano nelle piazze e le eccitano un po’, standosene al sicuro».

In effetti, è facile, oggi, celebrare Bonhoeffer, che ha visto la centralità della «questione ebraica» quando nemmeno Karl Barth, come egli stesso ha riconosciuto, l’aveva fatto; o che ha scritto parole sull’idea di responsabilità che sono fondamentali anche per chi non conosce il suo nome; che è andato incontro alla morte affermando: «È la fine. Per me è l’inizio della vita». Meno facile è leggere la critica bonhoefferiana nei confronti di un protestantesimo esangue, che utilizza le parole di Lutero sulla salvezza per grazia al fine di sottrarsi all’obbedienza quotidiana ai comandamenti; che straparla di «libertà evangelica» senza sapere che essa nasce dalla disciplina; che celebra la centralità della Bibbia senza una pratica quotidiana di lettura e di meditazione. Una delle costanti nell’opera bonhoefferiana, peraltro ricca di svolte e innovazioni, è la consapevolezza che un cristianesimo, e in particolare un protestantesimo, fatto di consuetudini e di acquisizioni culturali, anche sacrosante, non ha futuro, e nemmeno presente. Bonhoeffer aveva capito benissimo già negli anni Trenta quello che ad alcuni non è chiaro nemmeno ora, cioè che l’epoca di un protestantesimo nominale, che può permettersi di vivere, o almeno vivacchiare, contando sulla propria grande eredità (che ora, appunto, include Bonhoeffer stesso!) è finita per sempre. Già dal punto di vista sociologico, una minoranza può vivere solo investendo nella propria testimonianza un alto tasso di motivazione. Dal punto di vista spirituale, poi, la situazione minoritaria costituisce un’occasione: la scarsa rilevanza (o, per quanto riguarda noi, evangelici italiani: l’assoluta irrilevanza) sociologica della chiesa sottolinea che solo la parola della quale essa è, indegnamente, portatrice è rilevante. Ben venga, dunque, anche il mito di Bonhoeffer, se esso contribuisce a ricordarci quel che conta. La nostra testimonianza, oggi, non richiede il sangue: «solo» il tempo per andare al culto, per leggere la Bibbia e per pregare ogni giorno; «solo» i quattrini di una contribuzione che non voglia essere vergognosa (come diceva, un po’ rudemente, ma non senza efficacia, un mio amico: «Gesù Cristo non può valere meno di un cappuccino al giorno»); «solo» la concentrazione spirituale per provare, fallendo, ma ricominciando ogni giorno, ad essere qualcosa come degli aspiranti cristiani. Chi tenta di farlo può, forse, permettersi di emozionarsi per le grandi parole di Bonhoeffer, che non fanno altro che echeggiare quelle della Bibbia. Troppo grandi e troppo alte per noi, forse (cfr. Salmo 131): ma se Dio ce le ha rivolte, siamo autorizzati, «nell’insanabil nostra debolezza», ad accoglierle.

Fonte Nev-notizie evangeliche, 14/2015

 

9 Aprile 2015Permalink

8 aprile 2015 – Un mare tanto grande quanto le loro paure

Un luccichio di speranza: registrare i figli dei clandestini

Rimane di un verde color
Bottiglia, barca in fuga
Da un mare di mille foglie
Che si agitano.

Difficile distinguere
Un puntino diverso, dissonante
Un luccichio improvviso dovuto
Ai tremori di non farcela.

Dentro un barcone che sta
sospeso dentro un mare mai
Tanto grande quanto le loro
Paure la voglia è di guardate
Oltre, di arrivare col pensiero,
e mettere in salvo i figli, la moglie

Da questa parte del mare, sulla terraferma
neanche i figli dei clandestini
si vogliono certificare
come se non fossero mai nati
come se non avessero, i genitori
osato l’indicibile:

rischiare il bene più prezioso
per dar loro un futuro.

(lino di gianni)  7/4/2015

Il 7 marzo avevo pubblicato, sempre di Lino Di Gianni, “Il mondo te ne chiede conto”

8 Aprile 2015Permalink

1 aprile 2015 – Calendario aprile

1 aprile 1939   –  Inizio della dittatura franchista in Spagna
1 aprile 2015   –  Accordo Losanna su nucleare iraniano
2 aprile 2005   –  Morte di Giovanni Paolo II
2 aprile 2015   –  Strage al campus universitario di Garissa (Kenia)
4 aprile 1949   –  A Washington viene fondata la NATO
4 aprile 1968  –   Assassinio di Martin Luther King
4 aprile 2015  –   Pesach (o Passover) cade quest’anno (5775 nel calendario
ebraico) dal 4 all’11 aprile 2015
5 aprile  1943 –   Arresto di Dietrich Bonhoeffer
5 aprile 2015  –   Pasqua
6 aprile 1992  –  Inizio dell’assedio di Sarajevo
6 aprile 2009  –  Terremoto de L’Aquila
9 aprile 1945  –  Le SS impiccano Dietrich Bonhoeffer
11 aprile 1963 – Giovanni XXIII promulga la Pacem in terris
11 aprile 1987  –  Muore Primo Levi
14 aprile 2014  –  Rapimento di 200 studentesse nigeriane per cui è nata la campagna Bring back our Girls.
15 aprile 1912 –   Affonda il Titanic
16 aprile 2015 –  Yom HaShoah (yom hash-sho’āh), o “Giornata del ricordo
dell’Olocausto”
16 aprile 1995 –  Pakistan: assassinio del sindacalista Iqbal Masih. Aveva 12 anni
17 aprile 1961 –  Cuba. Fallisce lo sbarco di anticastristi nella Baia dei Porci
19 aprile 2003 –  Elezione di papa Benedetto XVI (Joseph Ratzinger)
20 aprile 570   –  Nascita del profeta Muhammad (che chiamiamo Maometto)
21  aprile 1967 – Grecia – colpo di stato dei colonnelli
24 aprile          –  Commemorazione della morte e della deportazione degli Armeni
24 aprile 2013  – Crollo fabbrica Rana Plaza Bangladesh
25 aprile          –  Festa della liberazione
25 aprile 1974. – Portogallo: rivoluzione dei garofani
26 aprile 1986 –  Ucraina: scoppia il reattore nucleare di Chernobyl
27 aprile 1937 –  Morte di Antonio Gramsci
28 aprile2 013  – Attentato a palazzo Chigi
28 aprile 2013  – Governo Letta
29 aprile 1944 –  Rivolta del ghetto di Varsavia
30 aprile 1982 –  A Palermo Cosa Nostra uccide Pio La Torre

1 Aprile 2015Permalink

29 marzo 2015 – Giancarla Codrignani e papa Bergoglio

Efficacia e incisività di Bergoglio sulla Chiesa

intervista a Giancarla Codrignani a cura di Davide Pelanda
in “Tempi di Fraternità” n. 3 del marzo 2015

 Giancarla, c’è stata una lunga serie di titoli di libri sul Papa “venuto dalla fine del mondo”, come ha detto lui stesso nel momento dell’insediamento. Sembra che le case editrici cattoliche abbiano venduto molti libri sulla sua figura al salone del libro di Torino dello scorso anno.

Abbiamo scritto qualche tempo fa sulla nostra rivista che «Il papa è un testimonial eccezionale ma, nel deserto che stiamo attraversando, tutti rischiamo di abbandonarci alla tentazione del leaderismo esasperato, dalla quale il Vangelo ci mette in guardia in modo molto severo. La papolatria è sempre in agguato, e applaudire il papa è molto più facile che accoglierne il messaggio esigente».

Ti chiedo: da come si muove è un Papa attento all’immagine? Non si rischia un po’ la cosiddetta “papolatria”? Non ti sembra che sia un personaggio mediaticamente molto sovraesposto? Perché piace alle folle? Puoi commentare?

«Dura la lotta contro le immagini: noi cattolici, a partire dai più spirituali e perfino dai mistici, non possiamo toglierci dalla mente le tante teste di vecchi signori con barba bianca, triangolo e colomba sul capo che per secoli la pittura ha antropomorficamente rappresentato come il volto del Creatore.

Gli iconoclasti sarebbero abbastanza simpatici, non fosse che anche le religioni che non raffigurano le divinità, come l’ebraismo e l’islam, non hanno evitato l’ignoranza di Dio. Certo, non c’è confronto fra le dita di Adamo e di Yhwh della Cappella Sistina e le benedizioni papali sul TG, anche se i media non stanno aiutando le religioni.

Escludendo l’Islam, che nelle presentazioni appare come se noi fossimo solo le crociate e l’Inquisizione (e purtroppo per molti musulmani è questa la memoria), la spettacolarità non favorisce la comprensione di che cosa si debba intendere per Cristianesimo e Cattolicesimo. La gente sperimenta nel corso della vita più di un pontificato e ogni pontefice ha carattere e scuola di pensiero diversi: piazza san Pietro comunque compare sugli schermi sempre osannante a qualunque nuvoletta bianca si sprigioni a fine conclave, sempre ignara di chi mai sia l’eletto applaudito.

Certamente i fedeli non si entusiasmano perché credono nello Spirito Santo, ma perché l’antica suggestione del potere persiste e fa presa per convenzione clericale: è “il Papa”. Il tradizionalista Benedetto XVI è venuto dopo l’autoreferenziale Giovanni Paolo II senza apparenti scosse; ma ha rappresentato la novità a cui il papato non può più sfuggire: dando le dimissioni ha rotto la convenzione clericale e nemmeno il Belli una cosa così se la sarebbe sognata. Francesco sembra fare sul serio nel rinnovare anche in questo campo: sono duecento gli anni di ritardo che il cardinal Martini denunciava ed è necessario intervenire tempestivamente perché i cani da guardia sia della conservazione teologica, sia degli interessi vaticani stanno uggiolando e incominciano a mostrare i denti.

Francesco si è coraggiosamente spogliato delle scarpe di Prada, ma semplifica anche i riti che hanno fin qui spettacolarizzato il culto. Presentarsi la prima volta con la croce non più d’oro e gemme è stato un grande gesto mediatico, subito raccolto e compreso; ma se la gente non pretende che nelle diocesi, preti e parrocchiani zelanti insieme, si spoglino di tutti gli orpelli e diventino davvero cristiani convertiti, ci potrebbe essere qualche rimpianto… papolatrico, se si può dire. E c’è chi non aspetta altro.

Credo che il suo stile diretto e i contenuti delle cose che dice siano efficaci e costruttivi; vorrei che convertissero i troppi che giudicano qualunque personaggio solo se “gli piace”. La sobrietà non è accattivante».

Papa Francesco I sembrerebbe voler cambiare la Chiesa. L’abbiamo visto nelle sue aperture nel Sinodo della famiglia. Ma nei nodi dogmatici e teologici principali qualcuno dice che non si è mosso di un centimetro. È così? Secondo te ci sono vescovi e cardinali curiali che lo vogliono bloccare e schiacciare? Qualcuno teme che, per le sue aperture, corra dei rischi…

«Non ho firmato l’appello delle tante associazioni – di alcune delle quali faccio parte – perché non è (ancora) il momento di scendere in campo a difesa di Papa Francesco. Siccome il motivo della mobilitazione è stato un articolo di Messori (uno a cui non va bene nemmeno il Risorgimento perché anticlericale) che l’autore dichiarava “richiesto”, era bene chiedere al direttore del Corriere della Sera (il quotidiano su cui scrive Alberto Melloni) di far conoscere chi mai fossero i richiedenti. Tuttavia, vivendo a Bologna, non ho difficoltà a dire che il cardinal Caffarra è, dal punto di vista ecclesiastico, un capofila dell’opposizione a Bergoglio, anche se, intervistato, ha respinto le accuse dicendo testualmente “preferirei che si dicesse che ho l’amante (sic!) perché sono nato papista, ho vissuto da papista e voglio morire papista”. A Bologna c’è anche una sparuta minoranza che, per contestare la festa di Halloween, organizza una sorta di processione notturna contro i satanisti che va da una porta civica al cimitero, dove di satanisti ci sono solamente loro. Le chiese bolognesi sono tenute a dare la particola in bocca e, purtroppo, molti si adeguano, anche se l’atto di coraggio per non essere imboccati come bambini nel momento liturgicamente più serio sarebbe modesto (e i preti in genere non fanno difficoltà).

Non ci riusciranno a “farlo fuori”, ma la difesa della linea Bergoglio si fa più ardua perché per cinquant’anni abbiamo lasciato che gli stessi oppositori oscurassero il Vaticano II. Noi laici credenti, a cui il Concilio dava autorità, non ce la siamo presa per la totale ignoranza dei contenuti della fede a cui diciamo di credere. Come ho detto, molti potranno sentire deludenti certi smantellamenti dagli apparati spettacolari e dell’approccio che dà riconoscimento di valore anche ai non cattolici (l’ecumenismo è parola difficile, la libertà religiosa non meno).

La crisi ci rende più vulnerabili e la chiesa “povera” diventa scomoda. Infatti, a mio avviso, Papa Francesco è tutt’altro che lassista: vuole mantenere il suo gregge, ma non permette che passi per cristiano chi cristiano non è. In parole povere non dice che gli squilibri sociali sono causati dalla secolarizzazione e, anche se sembra indulgente con le coppie che hanno fallito, non ha mai detto di voler cancellare l’indissolubilità del matrimonio. Anche fuori dall’Occidente possono essere fonte di sconcerto le dichiarazioni (“chi sono io per giudicare?”) contrarie al rifiuto dell’omosessuale in paesi dell’Africa che lo condannano.

A mio avviso chi intende difendere Francesco lo faccia con un impegno coerente sulle singole tematiche, contribuisca a produrre un ‘alfabetizzazione culturale che riscatti i duecento anni di ritardo deplorati da Martini».

Sempre Bergoglio ha fatto un discorso contro le guerre al Sacrario di Redipuglia dove dice che “le guerre sono una follia” e che assistiamo ad una sorta di Terza Guerra mondiale. Cosa che non ha fatto il Presidente della Repubblica Napolitano il 4 novembre. Che ne pensi di questo Papa “pacifista”?

«Dunque, personalmente sono conosciuta come persona che si è sempre “battuta” per la pace. La contraddizione del “combattere” per la “pace” mi ha sempre impedito il puro e semplice irenismo.

Infatti, sempre nella mia interpretazione, il mondo non ha mai conosciuto “la pace”, perché nessuno ha mai potuto vivere bene se anche un solo paese era in guerra. Tanto meno oggi: l’Europa vive settant’anni di pace interna, ma è responsabile, con tutto l’Occidente, della mancata condivisione delle risorse con i paesi in cui sono in atto conflitti di cui è responsabile l’antico colonialismo e la moderna globalizzazione economica. Di qui il mio richiamo – sono stata Presidente della Lega degli Obiettori di Coscienza – a “prevenire” le guerre: quando i conflitti esplodono e intervengono le armi, ci sono le armi, c’è la guerra e non vale invocare la pace. Da Caino ai giorni nostri c’è stato un grande progresso e la guerra oggi, anche se la si fa, non è più un valore conclamato (la prima guerra mondiale viene organizzata da ministeri ovunque chiamati “della Guerra”). Tutti ammettiamo la legittima difesa e, siccome la razionalità umana è carente, nessuno dovrebbe aggredire nessuno; siccome avviene il contrario, ammettiamo l’esistenza degli apparati difensivi. Ma non si fa prevenzione e la diplomazia fatica a sostituire l’esercito.

Vediamo i conflitti degenerare, ma li alimentiamo: basta citare il conflitto Israele/Palestina presente alla nostra attenzione dal 1947. Dico questo perché la prima cosa che ha detto il Papa è che siamo già dentro una terza guerra mondiale frammentata, ma non è stato questo il richiamo che ha lasciato traccia nell’opinione pubblica, bensì la generica e ovvia definizione – che un papa cristiano non avrebbe mai dovuto stancarsi di predicare – di “follia”. Anche di Benedetto XV – che divenne Papa a guerra dichiarata (e con larga adesione del clero e mondo cattolico) – si ricorda la tardiva (agosto 1917) “inutile strage” e non gli appelli ai governanti mai accolti, dall’enciclica del novembre 1914 alla Pacem dei munus pulcherrimum del 1920, che rivela il suo timore che alla pace mancasse la riconciliazione e restassero i “germi di antichi rancori”. Anche lui aveva contro la Chiesa reazionaria: il padre domenicano Antonin-Dalmace Sertillanges, noto predicatore della chiesa della Madeleine a Parigi, aveva contestato: “Santo Padre, noi non vogliamo la vostra pace”…

Chi vuole seguire il Papa e, insieme, lavorare per la pace, deve cercare di capire come sta andando il mondo, occuparsi di politica internazionale e di commercio delle anni e non confondere Francesco con un governante. Perché, se, per stare dalla parte delle vittime, prendiamo posizione a fianco di uno dei contendenti, stiamo già dentro la logica amico/nemico. Meglio la diplomazia e aiutare la prevenzione».

Sempre sulle colonne della nostra rivista la scrittrice Michela Murgia ci ha detto che, secondo lei, «La Chiesa è in un momento storico in cui, per la prima volta, non sta innovando, come molte volte ha fatto in passato precedendo governi e filosofie, ma sembra muoversi a traino e non tenere più il passo. Eppure mai come in quest’ora storica di autosufficienza e di potenza tecnologica il mondo ha avuto bisogno del messaggio liberante e umanizzante di Cristo Gesù; confidare nell’ignoranza delle masse per indurle al fideismo attraverso le paraliturgie e le devozioni tradizionali significa abdicare al primo dovere ecclesiale, quello dell’annuncio e della sua testimonianza».

Che ne pensi? Rispecchia quello che vuole Papa Francesco per la sua Chiesa?

«C’è stata una vignetta carina, che raffigurava due che parlavano del nuovo papa: “Pensa, è un gesuita e parla come un francescano!”, “Appunto; è un gesuita”. Per dire che non sono sicurissima che Francesco abbia un quadro preciso della strategia del papa. Cito ad esempio il Sinodo sulla famiglia: questionario, partecipazione filtrata dalle diocesi, presenza inadeguata dei laici, tematica esclusiva (comunione ai divorziati e accoglienza dei gay): ok. Spero che Francesco abbia previsto le conclusioni (e, soprattutto, tenga d’occhio l’evoluzione di questi mesi), perché la famiglia tradizionale, quella della gente comune, è in crisi grave e la sua evoluzione è ancora lontana dal ritenersi compiuta, mentre sui principali problemi cattolici – indissolubilità, contraccezione, LGBT e sessualità – non sarà facilissimo cavarsela con i farisei che tengono a parole alla “dottrina”. Dal

punto di vista laico non ci sono grandi problemi: anche i cattolici tradizionalisti seguono gli insegnamenti morali della Chiesa solo a parole e non c’è conservatore lefebvriano che non abbia figli o fratelli conviventi o divorziati. Certamente Francesco sta incidendo seriamente sulla struttura: basta vedere i venti nuovi cardinali e costatare che nessuno è statunitense. Bisogna tener conto che Giovanni Paolo II era riuscito, nel suo lungo pontificato, a nominare un gran numero di vescovi a propria immagine e somiglianza; si era anche assicurato il controllo gerarchico secondo lo stile dei monarchi, con il risultato che il potere lo gestiva il Vaticano.

Che Bergoglio abbia deciso di sopprimere lo IOR per tutti gli scandali verificatisi, è di esemplare chiarezza, ma deve anche curare i conti del Vaticano da solo contro molti. In questo caso il Papa sa che la partita sarà lunga e decisiva per il futuro della Chiesa. Infatti al fondo di tutti i problemi sta la continuità: una Chiesa conservatrice potrà anche costruire una cittadella difensiva in cui deplorare l’assedio della modernità, ma se non ci si aprirà a riforme che, come diceva Giovanni XXIII, non cambiano il Vangelo ma ce lo fanno leggere meglio, diventerà sempre meno credibile.

Sono molti i libri usciti in questi anni sulla possibile fine del Cristianesimo e anche le altre religioni sono in crisi: la conflittualità che si è istaurata all’interno dell’Islam, in particolare dopo la rivendicazione estremista di alcuni criminali, manifesta la necessità di ripensare che cosa mai rappresenti oggi il Corano. A tutti i tradizionalisti piacerebbe tornare alle belle crociate e al martirio.

Ma, come dici tu, sarebbe davvero la fine, perché i messaggi delle religioni o sono liberanti o decadono, mentre è necessario che le chiese tornino all’annuncio e alla testimonianza non solo per coerenza, ma perché la gente ha bisogni umani più alti che debbono trovare alimento nella fede»

Cosa rimane da fare ancora nella Chiesa cattolica per trasformarla radicalmente? Quali opere deve svolgere Papa Francesco per essere vicino e/o simile al Santo di Assisi?

«Dunque: dopo Francesco il Papato non sarà mai più quello di prima (anche ad opera di Benedetto XVI e delle sue straordinarie dimissioni). La religione potrà finalmente cedere il passo alla fede, anche se a prezzo di un salutare dimagrimento: per aver silenziato per cinquant’anni il Concilio la Chiesa sta pagando il prezzo rilevante di non essere più attraente.

Qui ci inchiodiamo anche noi laici, a cui il Vaticano II ha dato autonomia e responsabilità e noi non ce la siamo presa. Se la gerarchia e la curia hanno mantenuto il potere sostenendo che il Concilio era stato irrilevante perché “pastorale” e non dogmatico, è stato perché troppo pochi sono stati i movimenti di base capaci di interpellare i propri vescovi.

Evidentemente secoli di obbedienza imposta e calata dall’alto come dovere del buon cristiano hanno determinato la passività che Gesù non ha mai ritenuto virtuosa. Il Santo di Assisi non è un’icona e non credo che mai, nemmeno oggi, accetterebbe di fare il Papa (e non sarebbe mai stato un gesuita).

Francesco (il Santo) ha avuto più contestazioni che accoglienza dai Papi suoi contemporanei:Innocenzo III sostanzialmente lo respinse, Onorio III approvò la Regola francescana (e anche quella domenicana), ma il suo impegno erano le crociate, sia per conquistare il sepolcro di Cristo sia contro gli albigesi e le eresie, mentre Gregorio IX si occupò della popolarità del Santo, ne condizionò l’Ordine e la memoria e lo ridusse nel fasto della chiesa dedicandogli il progetto di una basilica che dall’alto dei cieli Francesco doveva sentire parte della chiesa ricca poco testimone della povertà evangelica che credeva di aver testimoniato. Adesso la storia ci sorprende con una rivoluzione: anticlericale è il Papa. È perfino entusiasmante. Solo che non so se sapremo accettare il rovesciamento dei ruoli, perché non possiamo diventare noi, popolo di Dio, i clericali. Quindi quello che c’è ancora da fare dobbiamo proporlo da buoni seguaci del santo sovversivo. Oppure aspettiamo che alle altre cose da fare ci pensi il Papa? I tanti problemi della famiglia? La fine del celibato? La posizione delle donne nella Chiesa e i ministeri femminili? La nostra povertà, da chiamare piuttosto solidarietà, condizionati come siamo dalla mercificazione e dal consumismo di sistema? La prevenzione dei conflitti?».

 

Quali sono i compiti di testimonianza più urgenti per i piccoli gruppi ecclesiali?

«Ho appena finito di dire che dobbiamo farci francescani, cosa che probabilmente conosciamo poco, perché Francesco e Chiara avevano idee ben precise da cui non sono state tratte ancora le debite conseguenze. Pensate oggi un Francesco che inventava il presepio, che diceva che non c’è bisogno di andare in Palestina a fare le crociate perché qualunque coppia che ha avuto un figlio è Betlemme; oppure, sempre per dimostrare la stoltezza della passione di Papa Onorio per le crociate, la dimostrazione concreta che dal Sultano ci si può andare disarmati senza lo spreco di denaro che il Vaticano cercava da tutte le parti per armare i cristiani contro gli infedeli. I gruppi ecclesiali non sono mai “piccoli”, anche se sono poco numerosi: hanno miglior possibilità di approfondire la propria consapevolezza di credenti. A parte che siamo ignoranti proprio nelle cose che riteniamo fondamentali, viviamo in un’epoca di transizione: il mondo cambia e ci sentiamo pieni di incertezze e di dubbi.

Credo che molte idee che pure sentiamo di avere intuitivamente, le argomentiamo poco; ed è anche per questo che difficilmente chiediamo udienza al vescovo per rompergli le scatole.

Ho detto che vivo a Bologna, dove è vescovo il cardinal Caffarra, conservatore e oppositore di Bergoglio: non mi risulta che mai nessuno sia andato a rompergli un po’ di scatole invece di continuare a deprecarlo nei discorsi comuni. Forse per avere più sicurezza di argomentazione, dobbiamo approfondire di più i problemi e forse – so che il verbo è urtante. studiare…».

Quale è il volto di Dio che dobbiamo rendere presente nella storia che stiamo attraversando?

«Come puoi dire di amare Dio che non vedi, se non ami il fratello che hai vicino: senza citare Giovanni, bisognerà pure partire dall’amore. Dio è parola impegnativa, perché nemmeno Abramo o Mosè ne hanno avuto esperienza se non simbolica. Dante ci si è sprofondato senza più capire. Per molti è un tappabuchi, tanto per spiegare l’esistenza propria e del mondo.

Davvero – lo dico in giorni pesanti per il massacro dei giornalisti francesi e, ancor più, per il rafforzarsi in luoghi dell’Iraq o della Nigeria, di una follia sanguinaria attribuita alla religione – se non partiamo dalla solidarietà fra tutti gli umani, continueremo a nominare invano il suo nome.

Possiamo essere migliori di quello che siamo, a partire dalla mia amica che lo cerca per noi in clausura (e io non capisco del tutto), per finire a Samantha Cristoforetti che vola nello spazio sulle nostre teste e dimostra che la scienza va avanti più della nostra conoscenza dei massimi problemi.

Ma, qualunque cosa si faccia, bisogna non essere egoisti e chiusi. Altrimenti l’amore non lo troviamo: né per Dio né per gli altri.

Voglio aggiungere un argomento per me essenziale. Tutti, ma in primo luogo il Papa, dovrebbero farsi aiutare dalla cultura delle donne: che si parli del prossimo o di Dio, della pace o della politica, della vita o della morte, anche per Francesco (e gli altri) sarebbe ora di incominciare a sentire di avere bisogno di entrare nel futuro meglio attrezzato.

La Chiesa, che è testimone di un umano in cerca di bene, ma ancora diviso, se vuole essere “comunione” non può continuare senza di noi. Anche su questa infedeltà al vangelo Francesco può aiutarla».

29 Marzo 2015Permalink

16 marzo 2015 – Hijab in Germania

La Corte Costituzionale tedesca e il velo islamico Hijab - Vanity Fair

Le insegnanti musulmane potranno di nuovo indossare il velo nelle scuole pubbliche. Lo ha stabilito la corte costituzionale tedesca con l’abolizione di una legge del 2003, che impediva alle insegnanti di indossare il velo a scuola, mentre permetteva alle suore di indossare l’abito religioso e i crocifissi nelle aule.

La corte si è pronunciata su un caso di una donna musulmana alla quale era stato negato un posto di lavoro a causa del velo: “I simboli religiosi possono essere vietati solo quando pongono un rischio concreto di turbare la tranquillità della scuola”, dice la sentenza

http://www.internazionale.it/notizie/2015/03/13/germania-velo-scuola

http://it.euronews.com/2015/03/13/germania-la-corte-costituzionale-da-il-via-libera-alle-insegnanti-con-il-velo/

http://www.vanityfair.it/news/mondo/15/02/01/giornata-mondiale-hijab

NB. L’immagine è ripresa dal sito di Vanity Fair

 

16 Marzo 2015Permalink

14 marzo 2015 – Un mese fa

14 febbraio 2015 adnkronos
Centinaia di donne turche hanno sfidato l’imam di Mersin che aveva chiesto loro di stare in disparte durante la cerimonia funebre di Ozgecan Aslan, uccisa a vent’anni durante un tentativo di stupro. Tra le migliaia di persone presenti al funerale, infatti, le donne hanno disubbidito all’imam e partecipato alla preghiera funebre in prima linea, portando a spalla la bara di Aslan. Il cadavere carbonizzato di Aslan è stato scoperto ieri in un fiume vicino al distretto di Tarso nella provincia meridionale di Mersin.

14 Marzo 2015Permalink

8 marzo 2015 – Maternità ineguali per legge

 

Chissà se si può dire! ma visto che la legge italiana impone maternità ineguali, proviamoci.

2009 pacchetto sicurezza (della paura).
Il punto di partenza è sempre lo stesso: la richiesta del permesso di soggiorno da esibire per registrare la nascita dei figli.

“Il timore, quindi, di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori. Pur non esistendo dati certi sull’entità del fenomeno, le ultime stime evidenziano la presenza di 544 mila migranti privi di permesso di soggiorno. Questo può far supporre che vi sia un numero significativo di gestanti in situazione irregolare”.

Ce lo dice – nel suo rapporto del 2011 e nei successivi – il gruppo Convention on the Rights of the Child (CRC) un insieme di 87 soggetti del Terzo Settore, coordinati da Save the Children Italia, che hanno dato vita ad un sistema di monitoraggio permanente, indipendente e condiviso sull’attuazione della CRC in Italia.

Anche l’ONU si preoccupa

Il settimo rapporto  CRC (2013-2014) comunica  anche la reazione del Comitato ONU alla situazione italiana.
Il Comitato, evidentemente preoccupato per le restrizioni legali e pratiche al diritto dei minorenni di origine straniera di essere registrati alla nascita, raccomanda “una  riforma legislativa che garantisca il diritto alla registrazione per tutti i minorenni nati in Italia, indipendentemente dalla situazione amministrativa dei genitori”. L’accoglienza di tale indicazione sarebbe anche garanzia di uguaglianza e tutela per le partorienti oggi discriminate nonostante le leggi che assicurano la tutela della maternità.

8 marzo – giornata universale della donna ma non troppo

Riesce difficile da accettare, ma è così. C’è chi partorisce di nascosto, fuori dalle strutture sanitarie, senza che vi sia una significativa pronuncia di preoccupazione espressa anche dalle associazioni finalizzate a promuovere i diritti delle donne.
Di recente, in un suo convegno nazionale, il Gruppo di Lavoro del Bambino Immigrato (Società Italiana di Pediatria – Sezione Regionale FVG, convegno patrocinato anche dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni) ha voluto esporre un poster che descrive la situazione del bambino che nasce ‘inesistente’ a causa della situazione burocratica dei suoi genitori.
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Due parrocchie di Udine, venute in possesso di quel poster, lo hanno esposto nelle bacheche all’ingresso delle loro chiese. Curiosamente questo è accaduto l’8 marzo. Che sia un buon segno? Che serva di stimolo per l’approvazione della proposta di legge che rimedierebbe alla ferita di civiltà che subiamo da quasi OLYMPUS DIGITAL CAMERAsei anni?

 

8 Marzo 2015Permalink