6 marzo 2013 – Un notizia positiva e una mia perplessità

La notizia positiva

Ho ricevuto dal sito change.org (che propone petizioni che segnalo, che firmo e che non firmo)  la comunicazione che trascrivo e  che trasmetto con piacere:

“Grazie! Abbiamo ottenuto la cittadinanza italiana per i tre senegalesi feriti il 13 dicembre 2011 a Firenze.

Il Consiglio dei Ministri ha conferito la cittadinanza italiana ai sopravvissuti del raid razzista di Gianluca Casseri. “La concessione della cittadinanza – spiega il Consiglio dei Ministri – rappresenta un gesto di doveroso riconoscimento e di concreta solidarietà”.

Abbiamo raggiunto questo incredibile obiettivo anche con la tua firma.

Il 13 dicembre 2011 a Firenze Modou Samb e Mor Diop vennero assassinati e Sougou Mor, Mbengue Cheike e Moustapha Dieng furono gravemente feriti durante l’attacco armato di un fanatico razzista. Moustapha è tetraplegico e non potrà più essere autosufficiente.

Ma per loro si accende ora una speranza e una certezza, quella che nel Paese in cui vivono non tutti sono razzisti.

Grazie ancora a nome di tutti loro,
Pape Diaw via Change.org

La mia perplessità

Ieri ho ricevuto un’altra petizione che afferma “Ispirandoci all’articolo 3 della nostra Costituzione che stabilisce il principio dell’uguaglianza tra le persone, abbiamo sostenuto una Proposta di Legge Popolare che promuove lo ius soli e quindi il diritto di cittadinanza per i ragazzi che nascono e crescono in Italia” e conseguentemente chiede al Parlamento non ancora insediato di mettere in agenda e discutere tale proposta.

La richiesta è pienamente condivisibile o meglio la condividevo totalmente finché non mi sono resa conto che la concessione della cittadinanza italiana così come prevista non può estendersi ai piccoli che nascono in Italia se i loro genitori non dispongono del permesso di soggiorno.

Trascrivo l’art. 1 della legge in vigore sulla cittadinanza e l’art. 1 della proposta di legge a iniziativa popolare con cui dovrebbe confrontarsi anche il futuro parlamento (se mai lo farà).

Legge n. 91/1992 Art. 1
1. È cittadino per nascita:
a) il figlio di padre o di madre cittadini;
b) chi è nato nel territorio della Repubblica se entrambi i genitori sono ignoti o apolidi, ovvero se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori secondo la legge dello Stato al quale questi appartengono.
2. È considerato cittadino per nascita il figlio di ignoti trovato nel territorio della Repubblica, se non venga provato il possesso di altra cittadinanza
.

Proposta di legge a iniziativa popolare:

Art. 1. (Nascita)
1. Al comma 1 dell’articolo 1 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, sono aggiunte, in fine, le seguenti lettere:
“b-bis).Chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri di cui almeno uno sia legalmente soggiornante in Italia da almeno un anno.”
“b-ter). Chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri di cui almeno uno sia nato in Italia.”

Purtroppo parlando con parlamentari e amministratori locali ho scoperto che c’è un’incredibile confusione fra il concetto di cittadinanza e quello di registrazione anagrafica: molti pensano che la seconda sia una conseguenza automatica della prima come se la cittadinanza fosse un segno visibile sulla persona e non un dato riportato nel certificato di nascita che consegue la registrazione.
E io non riesco ad accettare che un problema burocratico riguardante i genitori penalizzi i figli fino a farli apolidi e che si ‘abbandoni’ la proposta sulla cittadinanza nelle mani di persone che non capiscono un problema così elementare.
Inoltre ci facciamo beffe del recepimento nella nostra legislazione della Convenzione di New York sui diritti dei minori che per noi è legge n.176/1991 che così recita all’art. 7 “1. Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza”
Tenterò di parlarne con qualche parlamentare neoeletto e, se non otterrò alcun risultato, non mi resterà che prendere atto del fatto che non c’è opposizione a una legislazione barbara che mi ripugna.

Una considerazione finale.
Il 3 marzo avevo scritto del broglio che –già nel 2oo6- aveva penalizzato la sen. Menapace, sottraendole il ruolo di presidente della commissione difesa che le sarebbe spettato.
Poiché non voglio che il ricordo di quell’episodio sia completamente rimosso, dopo aver considerato che nessun giornale ne parla pur essendo venuto ai disonori delle cronache il fatto della compravendita del sen. De Gregorio, ho inviato una lettera a un’ampia cerchia di amici e conoscenti.
Per la prima volta ho ricevuto riscontri positivi.

6 Marzo 2013Permalink

3 marzo 2012 – Una confessione insufficiente.

Due giorni fa, appena saputo della confessione del sen. De Gregorio,  ho scritto una breve nota  – come premessa al calendario che pubblico ogni mese.
Poi ho ritenuto opportuno rielaborarla un po’ e l’ho inviata al sito Il dialogo che l’ha pubblicata.
Perciò la ripropongo (sostituendo la precedente) nella forma aggiornata, insieme all’indirizzo de Il dialogo * e del vecchio articolo di Repubblica che narra la vicenda del 2006 **.
La invierò ad alcune amiche (senza trascurare gli amici). So che il mio blog è poco letto e desidero che il ricordo del torto fatto alla senatrice Menapace si diffonda.

Il sen. Sergio De Gregorio ha confessato di aver ricevuto nel 2006 dall’on. Berlusconi tre milioni di euro per far cadere il governo Prodi, passando dall’Italia dei Valori al partito di Berlusconi che allora si chiamava ancora Casa delle Libertà.
De Gregorio aveva fondato nel 2000 l’associazione Italiani nel mondo che, trasformata in un movimento politico, raggiunse un accordo con l’Italia dei Valori per le elezioni politiche del 2006. quando il De Gregorio divenne direttore editoriale di Italia dei valori, allora organo ufficiale del partito di Antonio Di Pietro. Nello stesso anno fu eletto senatore nella circoscrizione della Campania, avendo già alle sue spalle una turbinosa carriera politica.
Ma, tornando all’atto di compravendita, è chiaro che una merce per essere acquistata deve garantire affidabilità e qualità e la prima prova di interessante possibilità d’acquisto il senatore la diede nel 2006.
Era appena nato il governo Prodi (maggio 2006) e dovevano essere eletti, dopo i presidenti di camera e senato, i presidenti delle commissioni che, secondo prassi, sono distribuiti fra i partiti in campo ad assicurare una corresponsabilità (che è anche fonte di trasparenza) nella conduzione dell’attività parlamentare che precede l’aula.
Per gli accordi intercorsi sarebbe dovuta essere Presidente della Commissione difesa la senatrice Lidia Menapace, rappresentante del Partito della Rifondazione Comunista, una signora con un passato politico e professionale di tutto rispetto.
Proprio il De Gregorio, con una manovra tanto scorretta quanto abile, le sottrasse la Presidenza, dimostrandosi così oggetto sicuro di futuro acquisto.
Occorre però precisare che – a memoria di chi scrive – la senatrice Menapace non fu adeguatamente sostenuta né dal suo partito, né dalle forze di maggioranza, né dai movimenti delle donne che pur si battevano per le donne in politica ai livelli decisionali, né dall’associazionismo pacifista.
Evidentemente tutti costoro non avevano saputo leggere il significato di un gesto che, riguardando una donna, probabilmente giudicarono non degno di attenzione.
La senatrice continuò ad esercitare con intelligente dignità il suo ruolo di componente la commissione, ormai presieduta dal De Gregorio, fino al mese di maggio del 2008 quando il governo Prodi cadde. E oggi sappiamo come e perché.

* http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/lettere/indice_1362248311.htm

** http://www.repubblica.it/2006/06/sezioni/politica/nuovo-governo-cinque/menapace/menapace.html

3 Marzo 2013Permalink

2 marzo 2013 – LE DUE CRISI di Raniero la Valle

Ho ripreso l’articolo che propongo dal sito www.ildialogo.org, dove è stato pubblicato ieri, 1 marzo

Con grande forza simbolica, nel febbraio di quest’anno di grazia 2013, hanno contemporaneamente fatto irruzione sulla scena le due crisi epocali che il cattolicesimo critico aveva identificato e denunciato negli anni Quaranta del Novecento, alla fine della seconda guerra mondiale: la catastroficità della situazione politica e la criticità della situazione ecclesiale…, due crisi speculari e alimento l’una dell’altra.

La prima si manifestava nel fatto che nel nazismo, nella guerra e in Hiroshima era venuto a concludersi tragicamente l’intero ciclo culturale e politico dell’Occidente; la seconda era espressa dal drammatico interrogativo dell’arcivescovo di Parigi, cardinale Suhard, tradotto in Italia dalla Corsia dei servi e da “Cronache sociali” col titolo: “Agonia della Chiesa?” Fu soprattutto Giuseppe Dossetti che su questa doppia diagnosi di situazione critica della società e della Chiesa, parlò con spirito di profezia e impostò tutte le sue scelte e la sua vita, dalla Costituente al Concilio, alla scelta monastica, alla Palestina, ai Comitati per la Costituzione.

A queste due crisi catastrofiche furono opposti nel Novecento due potenti antidoti: il primo fu il costituzionalismo, i diritti dell’uomo e il ripudio della guerra; il secondo fu il Concilio. Antidoti, non soluzioni. Sarebbe stato necessario, per uscire dalla crisi, che il nuovo pensiero politico e giuridico e la novità del Concilio fossero stati proseguiti, non rovesciati, non interrotti, ma davvero realizzati. Così non è stato. Le speranze politiche sono state travolte dal delirio di potenza del capitalismo finanziario vincitore globale dopo la “caduta” del Muro dell’89, quelle ecclesiali dall’interdizione che sotto varie forme – ermeneutiche e di governo – il Concilio ha subito nella sua attuazione, per il ricatto dei tradizionalisti giunto fino alla scisma e per le contraddizioni e le paure di vertici ecclesiastici provenienti quasi sempre da quella che era stata la minoranza conciliare.

Così le due crisi si sono ricongiunte e sono esplose nello sbigottimento dell’Europa per l’esito delle elezioni italiane, e nel ritiro del Papa dal suo ufficio, casualmente coincidenti ma risuonati insieme come grido potente, quasi da ultimo avviso, e invito a cambiare strada prima che sia troppo tardi.

Non tutto, infatti, è perduto. La crisi di un sistema istituzionale, politico e finanziario, non è infatti la fine della civiltà, non è il venir meno delle risorse umane, non è la perdita della inventiva e della forza di cambiamento di elettorati, popoli, classi impoverite e giovani espropriati di futuro.

La crisi del papato non è la crisi della Chiesa che pur finora si è adagiata sulla sua supplenza per tutte le cose, in una sussidiarietà rovesciata; né la crisi della Chiesa “governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui”, è la crisi dell’unica Chiesa di Cristo che, come dice la Lumen Gentium del Concilio, in essa “sussiste” senza esaurirvisi; la polvere che Benedetto XVI (non ancora diventato “emerito”) aveva visto addensata sul suo volto, o addirittura la sua “sporcizia” – termine brusco che in italiano ha un sapore moralistico e impietoso che forse in tedesco non ha – nonché le divisioni del corpo ecclesiale, e il servirsi di Dio per fini di denaro e di potere, sono piaghe di una Chiesa “in questo mondo costituita e organizzata come società”, non sono confutazioni dell’ “una, santa, cattolica ed apostolica Chiesa” professata nel Credo.

Il contemporaneo esplodere di queste due crisi è salutare se, al di là delle manifestazioni esteriori (le piazze piene di Grillo e il balcone vuoto di San Pietro) si va alle realtà di cui esse sono simbolo: l’afasia della politica istituzionale, da tempo incapace di parole e gesti di vita, e il silenzio di una Chiesa che dopo il Concilio ha mancato il suo appuntamento col mondo. Queste due estraneità, della politica e della Chiesa, hanno messo la gente in una condizione di esilio, senza una terra in cui stare: sono venuti a mancare punti di riferimento, obiettivi politici, legami sociali, etiche condivise, speranze teologali e preghiera, e c’è bisogno che questo retroterra si ricostituisca. Se ora, scompaginando il sistema politico, i risultati elettorali produrranno un cambiamento reale nella pratica della democrazia, nei rapporti parlamentari e nel servizio dello Stato, essi potranno dirsi eccellenti. Se, ritirandosi dalla modernità, come Jacques Le Goff interpreta le sue dimissioni, Benedetto XVI farà venir meno la rinnovata contraddizione accesa nel suo pontificato tra la Chiesa e una modernità bollata come relativismo, questo ritirarsi sarà stato positivo; e se riprenderà la costruzione di una comunità democratica delle nazioni, e se il Concilio riprenderà il cammino della sua ricezione nella Chiesa si potrà ricostruire un tracciato di speranza.

Questo è oggi possibile, perché la crisi si abbatte non su aborti, ma su uomini viventi che Dio “ha messo in mano al loro consiglio” e ha reso capaci di agire con sapienza in un momento in cui “è in pericolo il futuro del mondo” (che è la Gaudium et Spes). Con la politica, con il diritto e con la fede.

Venerdì 01 Marzo,2013 Ore: 22:17

2 Marzo 2013Permalink

28 febbraio 2013 – Chi vince e chi perde

26 febbraio  – dall’edizione bolognese di Repubblica

L’Istituto Cattaneo fotografa il voto: Pd e Pdl crollano rispetto al 2008

Il dato nazionale: i democratici hanno perso il 28% dei consensi rispetto alle precedenti politiche, il partito di Berlusconi addirittura il 46%. Il Movimento cinque stelle strappa un successo quasi omogeneo fra Nord, Centro, Sud

Partito democratico (Pd) e Popolo della libertà (Pdl) hanno perso rispettivamente il 30% e circa la metà dell’elettorato che li aveva scelti nel 2008; Movimento cinque stelle ha ottenuto consensi, seppur con qualche differenza percentuale, in tutte le regioni, sia al Nord che al Sud. Sono queste le istantanee che per l’Istituto Cattaneo di Bologna fotografano meglio il voto nazionale del 24 e 25 febbraio.

Il Partito democratico. Il Pd ha perso 3.400.000 voti rispetto alle precedenti elezioni politiche, pari a una contrazione del 28%. Il calo è stato significativo e diffuso sull’intero territorio nazionale, ma con picchi superiori alla media nelle regioni meridionali (-37% rispetto al 2008) e del Centro. In particolare, sottolinea l’istituto Cattaneo, la perdita più importante si è avuta in Puglia (- 44,8%), Basilicata e Calabria (-39,4%), Abruzzo (-36,5%). Il partito di Bersani subisce un arretramento considerevole nell’area economicamente più dinamica del Centro-Sud. In controtendenza va il dato del Molise, unica regione dove il Pd ha migliorato la sua posizione guadagnando circa 7.000 voti, pari al 20% in più. Perdite inferiori, ma comunque nell’ordine di oltre un quinto dell’elettorato del 2008, si sono registrate nelle regioni settentrionali. Anche la ‘zona rossa’ ha conferito al Pd un numero assai minore di consensi, pari a un declino di oltre un quarto dei voti delle precedenti politiche (-26,3%).

Pdl. Il Pdl ha subito una riduzione dei consensi tra il 2008 e il 2013 pari a quasi il 50% (-46%, quasi -6.300.000 voti). In particolare nelle regioni centrali della penisola il partito di Berlusconi ha visto ridursi il proprio elettorato esattamente della metà (-50,1%), mentre nel resto delle aree considerate la variazione si è attestata tra il -44% e il -48%. L’unica area in cui il Pdl ha ‘contenuto’ la sconfitta è stato il Nord-est, in cui la riduzione dei voti è stata inferiore al 40% (-39% in media, -34% in Veneto).

Lega Nord. La Lega Nord ha perso oltre la metà dei consensi raccolti nel 2008 (-54%, -1.600.000 voti) con una riduzione molto superiore alla media nelle regioni della ‘zona rossa’ (-68%). L’evoluzione è stata più negativa nelle roccaforti del Nord-est (-61%), mentre nel Nord-ovest (-49%) il forte declino in Piemonte (-64,3 %) e Liguria (-68%) è stato solo parzialmente compensato da una perdita minore in Lombardia (“solo” il 44,2% in meno).

Sinistra radicale. La Sinistra radicale segna una crescita seppur contenuta dei voti, dovuta soprattutto al risultato estremamente negativo del 2008, quando la débacle della Sinistra arcobaleno non permise di accedere alla rappresentanza parlamentare. L’avanzamento è stato di 400.000 votanti, pari a circa il 30% in più. Dal punto di vista geografico la progressione maggiore si è registrata al Sud. Il risultato è stato invece assai meno favorevole al Nord, e in particolare nelle regioni del Nord-ovest, dove la crescita si è limitata a poche migliaia di voti in più rispetto al risultato molto negativo del 2008.

Destra. I partiti riconducibili all’area politica della Destra sono passati da quasi 1 milione di voti a poco più di 400.000. La perdita – sottolinea l’Istituto Cattaneo – è stata quindi considerevole, in media del 60%, più marcata nelle regioni del Nord rispetto al Centro-Sud.

Monti. La nuova aggregazione di Centro, guidata da Mario Monti, ottiene poco meno di 2 milioni di voti, dei quali quasi la metà (800.000) concentrati nel Nord-Ovest e solo una minima parte al Sud. In generale il partito di Monti, che ha ereditato il consenso politico dell’Udc moltiplicandolo, mostra un baricentro assai differente da quello del partito di Casini. Le regioni in cui cresce maggiormente (rispetto all’Udc del 2008) sono infatti il Trentino – Alto Adige (+252,5%) la Lombardia (+207,9%), la Liguria (+172,5%), ma in tutto il Nord avanza più nettamente rispetto al dato medio nazionale.

M5S. Non esiste naturalmente un confronto storico col 2008 per il Movimento cinque stelle. I consensi ottenuti dal partito sono stati circa 8.700.000, distribuiti abbastanza equamente su tutto il territorio italiano. E’ questo un dato di grande importanza, se si considera che la capacità di insediamento elettorale del Movimento sino a pochi mesi fa appariva limitata solo ad alcune regioni del Nord. Di fatto, il partito di Grillo conquista oltre 2.400.000 milioni di voti al Sud, circa 2.150.000 nelle regioni del Nord-Ovest e 1.600.000 voti nella “zona rossa”. La regione che guida la graduatoria dei consensi è la Lombardia (1.130.704), seguita dal Lazio (928.175) e dalla Sicilia (842.617).

Questo articolo è stato segnalato da Lino di Gianni su facebook: http://bologna.repubblica.it/cronaca/2013/02/26/news/istituto_cattaneo_confronto_2013-2008-53470404/?ref=HREA-1

28 Febbraio 2013Permalink

26 febbraio 2013 – Contributo da tempi duri

Mi fa piacere riportare quanto ha scritto e mi ha inviato l’amica Giancarla Codrignani. Condivido pressoché tutto ma voglio sottolineare, «con buona pace di tutti quelli che “recitano” le scritture, cioè le leggono secondo la tradizione dei bimbi che vanno a dottrina», la scelta di un linguaggio razionale per un messaggio adulto, per adulti che si assumono ogni giorno la responsabilità del proprio pensiero.

IL CRISTIANESIMO DOPO BENEDETTO XVI                     febbraio 2013
Giancarla Codrignani

Eugenio Scalfari, appreso l’ “evento”, ricordava (Repubblica del 17 febbraio): “Non fu Cristo a dire a Simone: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa? E’ vero, così recitano le scritture del Nuovo Testamento“. Con buona pace di tutti quelli che “recitano” le scritture, cioè le leggono secondo la tradizione dei bimbi che vanno a dottrina, per molti studiosi e teologi del nostro tempo non è così “vero” che Gesù abbia istituito la successione apostolica e il papato (per giunta, dal 1870, “infallibile”). E nemmeno “questa” Chiesa.

La rinuncia di papa Benedetto, che lo storico Le Goff, riferendosi alle intenzioni presunte, ha definito un’ “uscita dalla modernità”, sta producendo un potente effetto di rimbalzo proprio “dentro” la modernità, destinato, forse, a diventare controproducente. Come continuare a mantenere l’aura sacrale e a sostenere l’infallibilità quando un Pontefice romano lascia il soglio perché “non ce la fa”? Joseph Ratzinger, nemico del relativismo, è diventato involontariamente relativista; impressionato dalla secolarizzazione, ha evidenziato la secolarizzazione interna al Vaticano.

Difficile conservare memoria della visione immaginata al momento dell’annuncio di Papa Ratzinger come uomo fragile, dallo sguardo infantile, velato di timidezza repressa, disposto a tornare nella sua Germania per sedere in poltrona con il gatto sulle ginocchia ad ascoltare Mozart. In realtà, sempre che la salute glielo consenta (appare davvero vulnerabile), la presenza in Vaticano di un pensiero tutt’altro che debole potrà riservare ancora sorprese, quanto meno letterarie. L’aver fatto vescovo il segretario per mantenerlo accanto a sé ma garantito da vendette postume, la nomina di un finanziere dell’industria bellica tedesca al controllo dello Ior, l’allontanamento in Colombia di un curiale apparentemente più faccendiere che prete, sono scelte forti. Il motu proprio dell’11 novembre 2012 prende atto del disordine amministrativo delle Caritas, ma non ne impone la trasparenza mediante un controllo laicale o tecnico, bensì le sottomette tutte all’autorità  episcopale; così la condanna del gender al Consiglio Cor Unum del 19 gennaio, successivo alla lunga controversia con le suore americane accusate di “femminismo”, e la scomunica di p. Bourgeois impegnato a favore del sacerdozio femminile, non illudono sul pensiero teologico del papa “riformatore” che piace ai “laicisti”. Probabilmente il prossimo scritto non riguarderà l’infanzia di Gesù.

In ogni caso il nuovo pontefice avrà un compito assai difficile. Tutte le religioni attraversano un momento critico e nemmeno l’islam può restare immutato e non superare i suoi fondamentalismi. Il cattolicesimo non può chiedere agli anglicani di sottomettersi al primato di Roma, dato che nessuno di noi, nemmeno un anglicano, ha qualcosa a che vedere con Enrico VIII: l’ecumenismo deve fare i passi avanti fin qui intercettati, mentre il tempo interpella senza rinvii la libertà religiosa. Anche in questi, che sembrano problemi minori, si tratta di fedeltà ai messaggi originari da cui le religioni traggono senso. Sarebbe molto grave favorire, proprio nella fragilità psicologica della gente che vive male una crisi mondiale, il ritorno al “sacro” e alle ritualità, ormai solo formali.

Il 2013 è stato denominato “l’anno della fede”. Da troppo tempo si nomina invano il nome di Dio – sono parole di Benedetto – per interessi profani che arrivano alla corruzione, alla copertura complice degli scandali e all’interferenza nelle politiche degli stati. Ma si parla anche di etica, senza rendersi conto che i “principi non negoziabili” favoriscono l’ipocrisia della doppia morale: il rifiuto di ridiscutere di natura e di sessualità umana fa sì che nessuno segua i precetti della Chiesa che partono da una tradizionale (e materialistica, peraltro) concezione della “natura” per predicare la castità ai divorziati, il celibato ai preti, l’inferiorità della donna rispetto all’altare, il divieto della contraccezione e del preservativo anche anti-aids, la discriminazione dei fratelli omosessuali.

Eppure, proprio nei momenti difficili sarebbe importante occuparsi della spiritualità degli umani, non quella che evade nella trascendenza, ma quella che dà senso e alimenta le speranze, camminando insieme alla gente e cercando di prevedere i  nuovi “segni dei tempi”. Riprenda il nuovo Papa gli impegni del Concilio Vaticano II a partire dalla collegialità, mettendo fine al pregiudizio di un Concilio finalmente pastorale, contestato perché non dogmatico. Il Vaticano II affrontò un tema di coerenza evangelica senza dargli compiuto sviluppo teologico, quello della “povertà”. I padri conciliari avevano incominciato a trattarne in modo radicale, poco confacente con le linee tendenziali dello Ior, addirittura opponendosi al fasto delle vestimenta clericali. Tuttavia, proprio quel rigore potrebbe rendere amico il volto della Chiesa.

26 Febbraio 2013Permalink

20 febbraio 2013 – Riflessioni che continuano, autocitazioni e confronti

Riprendo dall’ampia rassegna stampa ‘L’abdicazione di Benedetto XVI’, firmata da Patrizia Vita, che potete trovare nel sito ‘ildialogo.org’ l’articolo che segue, con l’indicazione delle fonti tutte accessibili. Ho verificato.

Immunità: ecco perché Ratzinger resterà in Vaticano

Sicurezza e privacy, certo, sono i motivi contingenti che hanno spinto alla scelta di far risiedere papa Ratzinger all’interno del Vaticano. Ma ce n’è un terzo, più sottile e meno immediatamente percepibile, che è quello della conservazione dell’immunità: decaduta quella diplomatica con il decadere della carica di capo di Stato, infatti, solo la residenza all’interno dello Stato della Città del Vaticano, in base ai Patti Lateranensi, può continuare a garantirgliela. Non un dato irrilevante, dal momento che, in passato, diverse iniziative hanno cercato di coinvolgere il pontefice per citarlo in giudizio. E questo sia durante il suo incarico precedente di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, sia per il ruolo di capo di Stato vaticano, come sottolinea il quotidiano
The Huffington Post.

L’ambito è quello dello scandalo degli abusi sessuali perpetrati dal clero e dei processi avviati da varie associazioni delle vittime, specialmente negli Stati Uniti, che hanno coinvolto Ratzinger nel ruolo di “datore di lavoro” dei preti colpevoli di abusi, ma anche per il silenzio rispetto alla copertura da parte della Santa Sede. Fu quanto accadde in Oregon nel 2010, quando, nell’ambito della denuncia di abusi sessuali commessi negli anni ‘60 a Portland da un prete proveniente dall’Irlanda, i legali della vittima fecero leva sulla responsabilità diretta della Santa Sede, chiamata a rispondere delle azioni dei suoi “dipendenti”. L’accusa, per la Santa Sede, era di non aver preso provvedimenti limitandosi a trasferire il prete da una diocesi all’altra. La tesi, accolta dalla Corte d’appello dell’Oregon ma contestata dai legali del Vaticano, fu discussa davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che contestò l’immunità per la Santa Sede, stabilendo che il tribunale potesse proseguire nell’accertamento delle specifiche responsabilità degli organi vaticani.

In Wisconsin un analogo processo venne archiviato. L’avvocato Jeff Anderson, in rappresentanza di centinaia di vittime di abusi sessuali, aveva depositato una notifica di archiviazione – che comporta l’immediata chiusura del procedimento senza bisogno che la Corte si esprima – per un’azione legale che riguardava gli abusi perpretati, tra il 1950 e il 1974, da p. Lawrence Murphy. Secondo i documenti pubblicati nel 2010 dal New York Times, nel 1998, investita della questione, la Congregazione per la Dottrina della Fede, allora guidata da Ratzinger, rifiutò di procedere contro p. Murphy. «Era anziano e in precarie condizioni di salute», aveva motivato al quotidiano statunitense il portavoce della Sala stampa vaticana, p. Federico Lombardi, sottolineando che la Congregazione era venuta a conoscenza della questione solo a 20 anni di distanza dalla denuncia dei fatti alle autorità diocesane e di polizia. La notizia dell’archiviazione fu accolta con entusiasmo dall’avvocato che rappresenta la Santa Sede negli Usa, per il quale si trattava di una causa tenuta insieme solo da una «rete mendace di accuse infondate di complotti internazionali».

Non fu possibile aggirare l’immunità diplomatica di Benedetto XVI nemmeno nel 2010 quando, durante la sua visita in Gran Bretagna, lo scrittore inglese Richard Dawkins e il giornalista Christopher Hitchens chiesero l’arresto del papa.
Ma già nel febbraio 2005 Ratzinger, allora “solo” prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, era stato citato in giudizio per “ostruzione alla giustizia” davanti al tribunale dalla Corte distrettuale della contea di Harris (Texas). Secondo l’avvocato Shea, infatti, il testo emanato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 2001, l’Istruzione De delictis gravioribus che imponeva il silenzio su tutti i casi di pedofilia di cui i vescovi cattolici fossero venuti a conoscenza, avrebbe favorito la copertura di prelati coinvolti nei casi di molestie sessuali ai danni di minori negli Stati Uniti. La corte texana emise un ordine di comparizione per il prefetto del dicastero vaticano. Ma il 19 aprile 2005 Ratzinger fu eletto papa e i suoi legali negli Stati Uniti si rivolsero al Dipartimento di Stato Usa per chiedere l’immunità diplomatica per il loro assistito. L’amministrazione Bush acconsentì, anche per l’evidente imbarazzo che avrebbe suscitato l’audizione giudiziaria di un papa. E’ evidente, però, che con il passare del tempo le condanne per copertura degli abusi stanno colpendo sempre più in alto nella scala gerarchica ecclesiastica: basti pensare al recente coinvolgimento dell’ex arcivescovo di Los Angeles, card. Roger Mahony, che dovrà deporre in tribunale il prossimo 23 febbraio e la cui corrispondenza con la Santa Sede sul tema è compresa nelle migliaia di pagine di documentazione rese pubbliche.

I legali delle vittime di abusi presentarono, poi, nell’autunno 2011 un esposto alla Corte Penale Internazionale dell’Aia per dimostrare che «i più alti livelli del Vaticano hanno tollerato e reso possibile la copertura sistematica e diffusa di stupri e crimini sessuali contro bambini di tutto il mondo». Ancora non si conosce l’esito della procedura. Certo è, in ogni caso, che Ratzinger, al riparo del monastero Mater Ecclesiae, all’interno delle mura vaticane, potrà dormire sonni più tranquilli. Lo affermano anche funzionari vaticani: «La sua permanenza in Vaticano è necessaria – conferma un’autorità vaticana citata in forma anonima in un articolo dell’Huffington Post – altrimenti sarebbe indifeso. Altrove non avrebbe la sua immunità, le sue prerogative, la sua sicurezza».

Leggi tutto da:
linkiesta.it;    giornalettismo.com;     articolo21.org;    babylonpost.globalist.it;

17 febbraio – autocitazioni e verifica 

Riprendo, a mia futura memoria, quello che avevo scritto due giorni fa. Non mi associavo alla richiesta che si trova nell’articolo che ho trascritto (e che allora non conoscevo) ma mi chiedevo se il papa non avesse rivisto i motivi che potevano averlo indotto a non denunciare all’autorità competente i preti pedofili.
L’eventuale pentimento e confessione non cancella quello che per la società civile di molti paese è un crimine.
Ora fioccano sui quotidiani le notizie relative alla protesta di cattolici statunitensi che si oppongono a che il cardinale Roger Mahony entri in conclave. Il cardinale ha coperto preti pedofili. In Italia della questione si occupa Famiglia Cristiana.
Io mi chiedo invece se il suo silenzio non lo renda complice di un crimine e perché non entri come tale in tribunale. Solo lui?

Ecco le mie considerazioni del 17 febbraio:

“Mi viene da pensare a uno splendido racconto di Pirandello, Il treno ha fischiato, la storia di un poveretto la cui vita è solo lavoro di contabile che, per necessità, continua anche la sera a casa finché una notte, chissà perché, sente il fischio di un treno che rompe la sua ossessiva, totalizzante routine, tanto da stroncarlo. Pareva “gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita.”

E se fosse successo anche al papa? Se a un certo punto avesse sentito un fischio, non credo di treno ma da chissà dove, e si fosse chiesto che cosa poteva fare sulla cattedra di Pietro che non sembra appoggiare su basi esemplarmente virtuose e si fosse reso conto che cardinali esperti in alta contabilità più che in pratiche di meditazione, usi forse a leggere bilanci con più interesse che salmi, erano più forti di lui? Se si fosse chiesto se non fosse il caso –come timidamente aveva cominciato a fare (con esiti finanziariamente disastrosi) nel caso della pedofilia – di consegnare alcuni suoi collaboratori all’autorità giudiziaria, dando a Cesare quel che è di Cesare?

E se a questo punto avesse pensato a un atto di radicale rottura come l’abdicazione, ammettendo la propria irrimediabile debolezza?”

20 Febbraio 2013Permalink

17 febbraio 2013 – Un papa abdica

  •  Ho voluto mettere la vignetta –fulminante come le migliori di Vauro – sia perché è graziosa, fa ridere e una bella risata è un elemento liberatorio, sia perché, secondo me, tocca un punto fondamentale, quello della sofferenza di un’umanità ridotta a condizione di schiavizzazione anche per il prevalere di una concezione del mercato assente da ogni etica.
    E quando parlo di etica non intendo moralistica pietà – cui seguono, e non sempre, attività di soccorso nobili, più spesso precarie -ma l’incrocio virtuoso fra economia e diritti che solo la politica può garantire. Non bastano gli umani sentimenti, per quanto buoni siano. E’ certamente un equilibrio fragile, spesso privo di efficaci conseguenze, non soggetto a regole rigide ma che deve essere cercato dentro la realtà non imposto da un pensiero estraneo alle vicende dell’umanità.
    Tutto questo mi è venuto in mente quando ho cercato di ricacciare invano uno dei miei –e per me irresistibili- cattivi pensieri. Non riesco a togliermi dalla testa l’idea  che all’origine della decisione del pontefice in odor di pensione ci siano i problemi dell’Istituto per le Opere di Religione (IOR), tanto più roventi in un’organizzazione che lo scandalo della pedofilia ha portato con le sue conseguenze giudiziarie, al collasso finanziario almeno negli USA.
    Un recente articolo pubblicato da La Stampa mi sembra di particolare interesse e lo collego, limitandomi ad osservare che il nuovo presidente, il tedesco Ernst von Freyberg (che scadrà nel 2015) non è gradito a molti che vorrebbero vedere in Vaticano una coerenza con scelte di pace che non sembrano appartenere a von Freyberg che sarebbe anche presidente di una società che fabbrica navi da guerra.
    Aggiungo che, mentre Gotti Tedeschi ‘licenziato’ parecchi mesi or sono, faceva parte dell’Opus Dei (organizzazione non certo in odore di santità cui appartiene anche il belga De Corte, di cui per qualche giorno si è parlato come possibile presidente dello IOR) il nuovo presidente è membro del sovrano ordine di Malta.
    Non so bene cosa tutto questo significhi ma non mi sembrano particolari da ignorare tanto più che se ne parla anche in connessione con l’affaire del Monte dei Paschi di Siena..
    E non posso ridurre così intriganti coincidenze temporali a mere irrilevanti casualità. O dovrei? Non ci riesco e le scrivo nel mio diario cui ho scoperto che è utile di tanto in tanto tornare.

Il treno ha fischiato.

Mi viene da pensare a uno splendido racconto di Pirandello, Il treno ha fischiato, la storia di un poveretto la cui vita è solo lavoro di contabile che, per necessità, continua anche la sera a casa finché una notte, chissà perché, sente il fischio di un treno che rompe la sua ossessiva, totalizzante routine, tanto da stroncarlo. Pareva “gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita.”
E se fosse successo anche al papa? Se a un certo punto avesse sentito un fischio, non credo di treno ma da chissà dove, e si fosse chiesto che cosa poteva fare sulla cattedra di Pietro che non sembra appoggiare su basi esemplarmente virtuose e si fosse reso conto che cardinali esperti in alta contabilità più che in pratiche di meditazione, usi forse a leggere bilanci con più interesse che salmi, erano più forti di lui? Se si fosse chiesto se non fosse il caso –come timidamente aveva cominciato a fare (con esiti finanziariamente disastrosi) nel caso della pedofilia – di consegnare alcuni suoi collaboratori all’autorità giudiziaria, dando a Cesare quel che è di Cesare?
E se a questo punto avesse pensato a un atto di radicale rottura come l’abdicazione, ammettendo la propria irrimediabile debolezza?
Delle ragioni di una atto così dirompente si è occupata la giornalista Barbara Spinelli che ha scritto uno splendido articolo che collego, ritendo goffa ogni mia possibile ripetizione e il teologo Pietro Stefani che in una sua nota che purtroppo non ho modo di collegare con link considera le conseguenze del gesto papale come valutabili in un quadro di eterogenesi dei fini.
Quindi vedremo cosa accadrà anche a prescindere da, quali che siano, le intenzioni pontificie. 

La desacralizzazione toglie il coperchio sul santo, sul vero
Devo l’espressione che ho riportato nel titolo allo scritto di Barbara Spinelli e me ne approprio perché meglio non si potrebbe dire.
I pontefici, fino a Pio XII, si presentavano nell’ordine misterioso, un po’ magico, del sacro fra sedie gestatorie, flabelli, distanza sottolineata dalla comune umanità. Il linguaggio di Giovanni XXIII cominciò a rompere il velo che cela e a far emergere l’umanità che si consegna alla storia. Il gesto di papa Ratzinger si colloca, secondo me, in questo processo che (sempre dallo scritto di Stefani) “cambia invece definitivamente l’immagine del papa costituitasi nel XIX e nel XX secolo quando, per reagire all’assedio del mondo moderno, un sommo pontefice, ormai politicamente debole, fu soggetto a una forma di verticistica esaltazione spirituale. Non a caso il 1870 vide sia la proclamazione del dogma dell’infallibilità papale a opera del Vaticano I sia la breccia di Porta Pia compiuta dai bersaglieri”.
E se la nuova breccia di Porta Pia fosse lo IOR e i nuovi bersaglieri (eterogeneità dei fini!) il card. Marcinkus e i suoi, sembra, non troppo commendevoli successori?
Mi accorgo che rischio di creare l’immagine di un papa ‘buono’, tradito da alcuni collaboratori infedeli. Non è questa la mia intenzione.
Ci sono molte cose nel pontificato di Benedetto XVI che non voglio, né posso, dimenticare.
Vorrei riprendere, ma sarebbe troppo lungo, la terribile gaffe che fece Benedetto XVI nel 2006  a Ratisbona, citando un passaggio di un antico testo in modo tale da far indignare tutto  il mondo mussulmano. E trovo questa gaffe imperdonabile perché un professore universitario di quel livello non può permettersi citazioni mutilate e decontestualizzate.
Non voglio però dimenticare un’altra esternazione pontificia del 2010 che considero  particolarmente bruciante. Cito dal suo ‘Luce del mondo’ (pag. 171): “Vi possono essere singoli casi motivati, ad esempio quando uno che si prostituisce usa un profilattico, e questo può essere un primo passo verso una moralizzazione, un primo elemento di responsabilità per sviluppare di nuovo una consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può fare tutto ciò che si vuole. Tuttavia, questo non è il modo vero e proprio per affrontare il male dell’HIV. Esso. in realtà, deve consistere nell’umanizzazione della sessualità”.
La cosa più grave è che il papa ripeté questo non condivisibile concetto ai giornalisti che l’accompagnavano in un viaggio in Africa, un continente devastato dall’AIDS.
E a questo punto non posso ignorare l’immagine indimenticabile di Nelson Mandela, vicino a un bambino malato (a sostegno della campagna per l’accessibilità dei farmaci) e impegnato ad accudire il figlio morente proprio di Aids.

Concistoro e conclave. Tutto qui?

Il papa se ne va. I cardinali si consultano.
Ma non basterà. Il papa che sarà eletto dovrebbe farsi carico di un concilio. E in quel concilio dovrebbero aver voce i profeti del nostro tempo.
Poco fa ho citato Mandela e certamente nelle storia dell’oggi ce ne sono altri.
Non so se basti l’abdicazione di un pontefice a far sì che la loro voce venga ascoltata per quanto forte parli.
Molti hanno scritto: ‘d’era in poi nulla sarà come prima’. Ho paura. Che riescano a massacrare anche quello che del concilio ha resistito a papi, cardinali, vescovi e a un popolo distratto?

19 febbraio
Collego al blog del giornalista Stille che segnala altri fatti interessanti, relativi al pontificato che si conclude.

17 Febbraio 2013Permalink

13 febbraio 2013 – Il centenario della nascita di Giuseppe Dossetti

GIUSEPPE DOSSETTI     7. febbraio . 2013    su REPUBBLICA, ediz. Emilia/Romagna

Giancarla Codrignani

Il 13 febbraio Giuseppe Dossetti compirebbe cento anni. Non è una ricorrenza formale: è stato un uomo davvero “memorabile”, che va ricordato (forse rimpianto) a prescindere dalla retorica delle celebrazioni. La Fondazione per le Scienze Religiose della nostra città ha – tra le altre istituzioni cattoliche e laiche – organizzato la giusta serie di commemorazioni che l’importanza del personaggio comporta e che avrà il suo momento più alto nel ricordo del “Dossetti Costituente” alla Camera dei Deputati martedì prossimo, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Vale davvero la pena di fare memoria di un uomo che ha dato testimonianza di sé nella fede religiosa e nella complementare (e coerente) laicità: ovviamente, è risultato scomodo sia ai politici democristiani che non ne comprendevano la radicalità, sia alle componenti del clero ancora convinte di vivere nel regime di una cristianità per sempre immobile. Per la generazione più giovane – che è già molto se ne conosce il nome – va ricordato questo personaggio apparentemente enigmatico che da democristiano votò contro il Patto Atlantico (in tempi in cui il “compromesso storico” era del tutto impensabile); che fu candidato sindaco contro un altro Giuseppe, il Dozza comunista di fama internazionale per il suo buon governo democratico (il Centro studi del Mulino verificò che perfino i conservatori votarono contro il programma dossettiano poco indulgente, diremmo noi, alle detassazioni); che si fece prete e accompagnò al Concilio il cardinal Lercaro (scrivendo per lui un celebre intervento sulla povertà – anche della Chiesa – che è la parte incompiuta del Vaticano II); che si fece monaco e portò i suoi seguaci in Palestina (da uomo di pace, ma sempre nella scelta dei più poveri) a studiare quella Scrittura che era stata il costante alimento della sua cultura; che tornò a prendere posizione politica in una sorta di sequela dei profeti biblici a difesa di quella Costituzione che aveva segnato, dopo la Resistenza, la partecipazione alla politica di un cristiano davvero “impegnato”. Era il maggio del 1994, quando si manifestavano i “propositi di modificazione frettolosa e inconsulta… dei presupposti supremi in nessun modo modificabili” della nostra Carta fondamentale ed erano ormai evidenti i rischi per la stessa democrazia ad opera di “una figura di grande seduttore”: don Dossetti evocò allora, nel commemorare a Milano un altro grande personaggio cattolico, Giuseppe Lazzati, il profeta Isaia (21, 11): “Sentinella, quanto resta della notte?”.

Evidentemente non siamo ancora usciti dalla notte. Evidentemente non siamo stati abbastanza vigilanti. Il “seduttore” ha usato le sue arti e suscita nuova preoccupazione nel mondo per le sorti di quell’Italia i cui cittadini non sono ancora così attenti ai loro diritti di cittadinanza da capire che chi vuole rimborsare l’Imu non riparerà più le strade, non pagherà i trasporti pubblici, chiuderà gli asili dei bimbi, compiti dei Comuni senza più risorse. Evidentemente Isaia continua a ricordarci che viene il mattino e poi anche la notte e per questo occorre discernere e convertirsi (che per il profeta dell’ottavo secolo a.C. significava predisporre pane per i profughi dalla guerra): difficile mentre ancora circolano in mezzo a noi e ci corrompono i “mariuoli”, gli intoccabili, i mafiosi, gli eletti passati in giudicato.

Non possiamo sapere se Dossetti, qualora avesse avuto la sorte del suo confratello di fede Arturo Paoli da poco centenario e tuttora sempre “vigilante”, avrebbe disperato della nostra pervicacia nel degradarci e si sarebbe ritirato nel deserto. Ma la voce valida per noi resta quella pronunciata nei suoi discorsi, che sono da rileggere da parte di una Chiesa che deve pensare di più al suo messaggio fondativo, rileggendo a misura del nostro tempo il vangelo, e da parte di una società che deve dare prova di credere in Dio, se ha fede, ma – che creda oppure no – sappia testimoniare la sua fede nell’umanità.

Ringrazio l’amica Giancarla che mi ha inviato questo suo articolo, raggiungibile anche da qui.

13 Febbraio 2013Permalink

11 febbraio 2013 – Giovani stranieri e giovani italiani, quel che conta è renderli innocui.

Voto agli studenti? NO

Leggo che agli studenti all’estero per un Erasmus è negato il voto nei consolati e pure il biglietto aereo low cost. Che disgusto!
Per informazione collego a un articolo di Repubblica.

Malato al CIE       

Lettera aperta al
Prefetto di Gorizia
dott. Maria Augusta Marrosu

Sulla stampa di questi giorni è possibile leggere una accorata segnalazione dei Medici per i Diritti Umani (MEDU) che denunciano le precarie condizioni sanitarie di un “ospite” del CIE, tal M., giovane migrante trattenuto in quelle strutture dal 2011.

Nel leggere l’odissea di questo ragazzo che fa la spola tra il CIE di Gradisca e quello di Trapani da 14 mesi, sono colto da un mix di fastidio e senso di impotenza anche perché, in quelle strutture, casi come questi si susseguono in un colpevole silenzio delle istituzioni.

Secondo i Medici per i Diritti Umani, che da tempo seguono il calvario di M, le condizioni psico-fisiche del giovane sono in costante peggioramento e incompatibili con il trattenimento all’interno del CIE. La grave sindrome depressiva reattiva di cui soffre il ragazzo lo ha portato a compiere più di un atto di autolesionismo grave e tale da richiedere dei brevi ricoveri ospedalieri, oltre che a determinare un calo ponderale di 10 Kg di peso.

Spiace ricordare come lo Stato troppo spesso si comporti con due pesi e due misure in rapporto al censo, e che in un caso analogo, certamente non unico, abbia provveduto alla scarcerazione dell’ex ministro della sanità Francesco De Lorenzo perché secondo i periti “emerge un significativo peggioramento delle condizioni fisiche e psichiche, tale da far fondatamente ritenere il paziente in pericolo di morte, se non si interviene con adeguata terapia farmacologia e psicoterapica in ambiente (sia ben chiaro) radicalmente diverso da quello carcerario“.

Ora, se è difficile verificare quanto attestato dai medici del MEDU, è altrettanto vero che la procedura per entrare  al CIE sembra sia stata pensata esclusivamente per impedire agli eventuali visitatori un’accesso tempestivo alla struttura. Dico questo perché trovo inspiegabile il fatto che un consigliere regionale possa entrare anche nei carceri di massima sicurezza semplicemente esibendo il suo tesserino di riconoscimento e non possa fare altrettanto al CIE.

Considerato che nel momento stesso in cui un cittadino viene privato della libertà personale è compito dello Stato occuparsi della sua salute e garantirgli le cure adeguate, con la presente sono a chiederLe di verificare la fondatezza delle notizie apprese a mezzo stampa e, nel caso, adottare gli stessi provvedimenti che hanno permesso a suo tempo la scarcerazione dell’onorevole Francesco De Lorenzo.

Distinti saluti.

Stefano Pustetto
Consigliere regionale SEL

Un commento inutile

Mi fa piacere che un consigliere regionale sia entrato al CIE e ne abbia dato pubblicamente conto (la lettera aperta mi è stata girata da un’amica che ringrazio). Mi fa piacere anche perché in questo caso si è seguita la strada più corretta, quella che, se praticata con costanza, può dare qualche risultato.
Un esponente dell’istituzione regionale si è assunto la sua responsabilità e ne ha dato pubblica ragione.
E’ ben diverso dalle pigre populistiche abitudini dei politici che si aggregano alle manifestazioni di piazza, stile ‘uno fra voi’. Il loro ruolo non può risolversi in una esibizione, peggio se da consenso pre elettorale.
E adesso attendiamo la risposta del Prefetto.

11 Febbraio 2013Permalink

9 febbraio 2013 – Una firma per un caso

Ho firmato e chiesto ad alcuni amici di firmare (pubblicando anche su facebook la mia adesione) la petizione che potete raggiungere facendo clic sull’indicazione che segue. Visualizza la petizione: |
Poi ho ricevuto di nuovo il testo della petizione che ora non voglio trascurare. Eccolo:

Sono la mamma di Cristian, un ragazzo con sindrome di Down che, pur essendo nato in Italia non è italiano, perché io sono cittadina colombiana e il padre italiano non lo ha riconosciuto.

Al compimento della maggiore età Cristian ha provato a inoltrare la richiesta di cittadinanza italiana (come prevede la legge n. 91/92 l’istanza può essere presentata, per i nati in Italia, fino al compimento del 19mo anno di età). Ma ancora prima di entrare nel merito della questione, è bastato alla prefettura sapere che Cristian è persona con sindrome di Down per ritenerlo non idoneo a prestare il giuramento di fedeltà alla Repubblica, atto necessario per la convalida del decreto di cittadinanza.
Sia all’anagrafe che in prefettura, mi hanno detto: secondo la legislazione italiana, può ottenere la cittadinanza solo chi sia in grado di manifestare «autonomamente la propria volontà e il desiderio di diventare cittadino».

Se è certamente possibile che alcune persone con sindrome di Down, o con altra disabilità intellettiva, non comprendano il senso di quanto devono giurare, è altrettanto vero che tale incapacità non può essere presunta a priori per tutti.
Impedire a Cristian di accedere a tale diritto si traduce in un atto di discriminazione basata sul suo stato di persona con disabilità, violando l’art. 18 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dal nostro Paese con la legge n. 18/2009.

Cristian è nato nel nostro Paese e vorrebbe che il suo essere cittadino italiano di fatto fosse riconosciuto a livello giuridico, cosa che sarebbe possibile semplicemente prevedendo l’acquisizione per “ius soli” cioè per nascita nel territorio italiano.

Nonostante sia uscita la notizia che il Ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri abbia richiesto una risoluzione del mio caso, a tutt’oggi non ho ricevuto alcuna comunicazione ufficiale. Chiedo pertanto che venga risolto il caso di mio figlio e che l’ufficio legislativo del Viminale lavori alla stesura di un disegno di legge, da lasciare pronto per l’avvio della prossima legislatura, che eviti per il futuro il ripetersi di casi simili.

Questo messaggio è di Gloria Ramos, il creatore della petizione Cittadinanza per Cristian, discriminato in quanto disabile che hai firmato su Change.org.

Non solo un caso

La signora Ramos, mamma di Cristian, dice una cosa importantissima “Chiedo pertanto <…> che l’ufficio legislativo del Viminale lavori alla stesura di un disegno di legge, da lasciare pronto per l’avvio della prossima legislatura, che eviti per il futuro il ripetersi di casi simili”.
E’ emozionante trovare una cittadina (in questo caso non italiana ma residente in Italia) che ha capito quello che sfugge a politici, aspiranti a un seggio al Parlamento e, se non al Parlamento, a una qualche regione o comune e persino a esponenti della società civile. Risolvere un caso è un atto riparatorio di giustizia negata ma UN CASO può essere una spia di pessima, confusa legislazione costruita (da incompetenti o irresponsabili) su spinte di lobbies e non sul rispetto di norme fondanti la nostra convivenza che pur ci vincolano.
Purtroppo ho verificato molti esempi di questa malinconica deriva che ci umilia tutti.
La signora Ramos richiama tutti alla responsabilità, all’etica e alla competenza necessarie a chi ci rappresenta e ci rappresenterà.
Il mio commosso grazie alla mamma di Cristian.

E voglio proseguire

Chi legge il mio blog sa bene come da anni io mi occupi della registrazione anagrafica negata in legge a chi non ha il permesso di soggiorno.
Il mio è un chiaro fallimento, ma nella mia etica ci sono impegni che prescindono dal successo e perciò mi ostino e ora voglio leggere le mie considerazioni in parallelo a quanto scrive la signora Ramos, sostenendo – da cittadina che sa leggere i segni positivi che il nostro tempo riesce ancora ad offrire – la causa di suo figlio.

Scrive la signora Ramos: che suo figlio ‘pur essendo nato in Italia non è italiano, perché io sono cittadina colombiana e il padre italiano non lo ha riconosciuto’.
Sorvolo sul ‘padre italiano’ (la cui scelta di negarsi a un figlio è legittima per quanto ripugnante) e ricordo che – in parallelo – ci sono padri che vorrebbero registrare all’anagrafe i propri figli, sottraendoli così al destino di apolidi. Questi padri però (e madri evidentemente la cui condizione è in qualche modo e per un certo tempo meglio protetta) al momento della richiesta di registrazione in comune devono presentare il permesso di soggiorno e, se non ce l’hanno (quale che sia la ragione), rischiano l’espulsione e quindi l’abbandono coatto del figlio. E’ vero che la madre potrebbe tenerlo con sé ma se la coppia volesse restare unita (sostenitori della famiglia procreativa dove siete?) e portare il figlio con sé, nonostante l’assenza di qualsiasi registrazione che testimoniasse la loro genitorialità, potrebbero trovarsi nella condizione di rapitori di bambini. Quindi si nascondono e nascondono il piccolo se non è stato loro possibile giovarsi della volatile circolare che consente la registrazione del nuovo nato.
Questa infamia (ha altre definizioni la negazione di paternità e maternità riconosciute e certificate come si conviene nella società civile?) funziona dal 2009, da quando cioè fu approvato il cosiddetto ‘pacchetto sicurezza’. Prima sia la legge Turco Napolitano, sia la Bossi Fini non richiedevano l’esibizione del permesso di soggiorno per la registrazione delle nascite. Rinvio, per altre informazioni, al tag anagrafe.
Naturalmente le mie sono ipotesi relative a una non remota possibilità.
Casi concreti non ne conosco e se li conoscessi non li dichiarerei
Testimonianze della situazione si possono trovare nella documentazione del gruppo CRC che qui collego (si veda il cap. 3.1)

Io spero che ci sia un intervento efficace per il figlio della signora Ramos ma so che i rappresentanti politici da me interpellati e i rappresentanti di quella che viene ancora chiamata – chissà perché – società civile hanno negato qualsiasi attenzione al problema della mancata registrazione anagrafica, pur prevista per tutti dalla legge 176/1991 (legge di ratifica alla Convenzione di New York sui diritti dei minori).

9 Febbraio 2013Permalink