8 aprile 2013 – Il trionfo del pregiudizio senza pudore.

Ho letto della vittoria del sen. Marino che le primarie di ieri hanno identificato come candidato sindaco al comune di Roma. La strada per il Campidoglio penso sarà dura comunque per quel poco che ne so mi sembra una persona attendibile.
Purtroppo però accanto alla notizia di un successo numericamente incontestabile compare un’altra notizia a dir poco ripugnante di cui ricopio pochi passi da La Stampa: “E a turbare l’andamento della `domenica elettorale´ sono stati i sospetti di `scorrettezze´ e di `voti comprati´.
Un componente della direzione del Pd Lazio, Cristiana Alicata, denuncia su Fb le «solite incredibili file di Rom che quando ci sono le primarie si scoprono appassionatissimi di politica». Si tratta di «voti comprati» afferma con certezza.
A Tor Bella Monaca, la polizia interviene dopo una violenta lite tra esponenti del Pd, nata perché alcuni testimoni sostenevano di aver visto fuori dal seggio immigrati `ricevere dei soldi´. Ma dal partito romano frenano: «Se le primarie sono aperte agli immigrati, loro votano. Al momento non ci è pervenuta nessuna denuncia».

Se questi signori e signore sospettano di voti comprati si diano da fare a cercarne prove, indichino i presunti responsabili (nella reciprocità perché se qualcuno compera, qualcuno vende) ma evitino la discriminante etnica come indizio se non  addirittura prova.

Mi è successo anni fa.
Ero stata borseggiata a Roma (per fortuna nel portafogli avevo ‘solo’ denaro, né documenti, né carte di credito, né il biglietto ferroviario. Sono oggetti che tengo separati in posizioni diverse della borsa per sicurezza. Constatato il fatto mi precipitai a prendere il treno perché avevo un impegno in un’altra città dove feci registrare la denuncia per avere il verbale necessario a recuperare una tessera che stava nel portafoglio.
Avevo ben visto le ladre e le descrissi “ragazzine mingherline, di carnagione chiara, capelli neri e modesti abiti neri”.
Il poliziotto che mi interrogava mi disse: ‘Scriviamo Rom’. Dichiarai che con una simile indicazione che introduceva una discriminante etnica a me ignota non avrei firmato il verbale, che, una volta steso, lessi parola per parola per garantire me stessa dal vedermi attribuita una accusa priva di fondamento che avrei vissuto come formulata contro di me..

Fu un episodio che mi impressionò molto perché l’introduzione della discriminante etnica era del tutto infondata, segno nel venir così inutilmente pronunciata, di un sentimento profondo che mi sembra ogni giorno più forte.
Non mi do per vinta e mi ribello ogni volta che mi imbatto in situazioni del genere ma, quando mi guardo attorno, mi ritrovo spesso completamente sola.

Un precedenti non personale  – 1996
Allora circolò una cartolina con cui la Lega (che allora mi sembra si chiamasse Padania) informava i sudditi italiani che i Rom ricevevano 35.000 lire al giorno pro capite. Era un falso e avevo la documentazione per dimostrarlo ma nessuno volle darmi ascolto.

8 Aprile 2013Permalink

5 aprile 2013 – Cattedra pro razzismo e corse che lo promuovono. Comunque fanno scuola.

Così è stata ripresa in un liceo romano una studentessa la cui famiglia appartiene alla comunità ebraica “Ad Auschwitz saresti stata attenta” 
Collego all’intero articolo
Mi chiedo perché l’inqualificabile episodio romano – tanto più grave per il fatto che il luogo in cui è accaduto è stata una scuola durante le ore di lezione – sia stato segnalato con qualche mese di ritardo.
Al razzismo bisogna opporre la prevenzione di una cultura che va diffondendosi nel consenso, ma anche nella sottovalutazione e nell’indifferenza.:
La Regione Venezia Giulia, ad esempio, ha assicurato un contributo a una maratona (organizzata dal Friuli Venezia Giulia insieme all’Austria e alla Slovenia) che, per regolamento solo italiano, escludeva dalla partecipazione in non comunitari.
E ciò che è più grave è che la notizia non è venuta da consiglieri regionali attenti a ciò che accade anche nei meandri dell’istituzione e rispettosi della popolazione che rappresentano, ma dall’inchiesta di un giornalista – Max Mauro che ringrazio– dal cui blog l’ho ripresa e trascritta nel mio diariealtro.it.
Ne segnalo la pagina del 30 marzo scorso che riporta i particolari

5 Aprile 2013Permalink

30 marzo 2013 – Run Alpe Adria: “extra-comunitari” non ne vogliamo- con aggiornamento

E per concludere tristemente il mese, copio dal sito del giornalista Max Mauro che ringrazio per avermelo consentito.

 My home is where I’m happy  marzo 30, 2013 di maxmauro

Run Alpe Adria: “extra-comunitari” non ne vogliamo

E’ una curiosa interpretazione di internazionalità quella degli organizzatori della Run Alpe Adria, manifestazione podistica che unisce le maratone di Trieste, Klagenfurt e Lubiana. Gli organizzatori della neonata competizione internazionale “unica al mondo” – come sottolineano nelle note di presentazione – hanno creato un sito, http://www.runalpeadria.com, con poche informazioni in inglese e l’invito a consultare i siti nelle tre lingue di riferimento (italiano, tedesco, sloveno).

Nella pagina in italiano si legge che “L’iscrizione al Run Alpe Adria riservata agli atleti comunitari ed è gratuita”. Dunque, se sei un corridore appassionato, vivi da vent’anni a Trieste o Udine e ami la tua città d’adozione ma non sei in possesso della cittadinanza di un paese membro dell’Unione Europea non puoi gareggiare. Semplice. Per converso, se vivi puta caso a Rovaniemi, capoluogo della regione lappone della Finlandia, non hai mai messo piede a Trieste, Klagenfurt o Lubiana, e a malapena sai dove queste città sono collocate sulla mappa, hai pieno diritto di iscriverti alla Run Alpe Adria. Fantastico.

Incuriosito dall’assurda disposizione regolamentare, ho consultato la pagina in tedesco e non ho trovato traccia dell’esclusione dei non-comunitari dalla corsa. L’unica indicazione offerta è che la Run Alpe Adria è riservata a coloro che abbiano partecipato alle tre gare nelle stessa annata. Chi ha raggiunto i migliori risultati nelle tre competizioni riceve un premio speciale, la coppa Alpe Adria. Un po’ disorientato mi sono allora rivolto alla pagina in sloveno scoprendo che non in questa lingua ma in fluente inglese è stata redatta.  Qui si scopre che “The aim of the joint cup’s organisers is to encourage and challenge better recreational runners from all three countries to take part in this joint adventure”. In pratica, si vuole incoraggiare i corridori dei tre stati confinanti a partecipare alla corsa. Nulla si dice della limitazione esplicitata nella pagina in italiano a coloro di sangue e passaporto strettamente europei/comunitari.

Avvinto dall’insolvibile mistero e desideroso di chiarezza ho inviato un’email agli organizzatori italiani, gli stessi della rinomata Bavisela (info@bavisela.it). Una gentile signorina mi ha risposto a stretto giro di posta (elettronica): “Le confermo che l’iscrizione è limitata agli atleti comunitari”. Ma i tedeschi e gli sloveni che ne pensano? Siccome avevo già perso abbastanza tempo dietro a questa paradossale storiella primaverile, ho deciso di soprassedere da ulteriori investigazioni. Lascio ad altri volenterosi l’impellenza di piantonare gli ideatori della coppa per capire cosa gli frulla in testa.

Per la cronaca, i vincitori di Run Alpe Adria, non vengono premiati con una stretta di mano e un bicchiere di prosecco, ma con 1.000 euro per il primo classificato della categoria Golden Cup (due maratone + una mezza maratona), 800 per il primo nella categoria Silver Cup (una maratona + due mezze maratone) e 600 per il primo nella Bronze Cup (tre mezze maratone). In tempi di crisi, non son bruscolini.

Sempre per la cronaca, le ultime edizioni della tre maratone partecipanti sono state vinte da corridori non-comunitari. Nel 2012 a Klagenfurt il primo classificato, tra i maschi, è stato Wilson Kipsang (Kenya). A Lubiana ha vinto Berhanu Shiferaw (Etiopia). A Trieste ha vinto Victor Kiprono Kymeli (Kenya). Che voglia dire qualcosa? Che ci sia forse la volontà di escludere gli atleti africani da un premio speciale, la coppa Alpe Adria? Chissà. Se così fosse le tre maratone dovrebbero almeno decidere di mettersi d’accordo sulle regole d’iscrizione. Nel frattempo, spero che molti decidano di boicottare la Run Alpe Adria. Di una coppa riservata ad atleti “comunitari” non se ne sentiva proprio la mancanza.

 

Aggiornamento 30 Marzo 2013: Visto che sono testardo e mi piace andare a fondo alle cose ho riscritto agli organizzatori di Run Alpe Adria per manifestare il mio stupore per l’iniqua norma discriminatoria e chiedere lumi sulla discrepanza tra il regolamento di partecipazione italiano e quelli austriaco e sloveno. Ho ricevuto una sbrigativa e incompleta risposta: “questo circuito vuole valorizzare e premiare i runners europei. tutto qua.
buona pasqua”. Ora, se si iscrive un corridore svizzero o norvegese, cosa faranno quelli di Run Alpe Adria? Per regolamento atleti svizzeri o norvegesi non sono ammessi, perché i loro paesi non sono membri dell’Unione Europea e quindi sono, tecnicamente parlando, “non-comunitari”. Però forse, credo, sono anch’essi europei, quindi che si fa? Un bel rebus, non c’è che dire.

Questa piccola triste storia ci insegna un paio di cose. Primo, il livello di improvvisazione e incompetenza di chi ha scritto queste norme è imbarazzante. Se si volevano premiare gli atleti di Italia, Austria e Slovenia, come suggerisce ma non chiarisce la pagina degli sloveni, non bastava istituire un premio speciale ai partecipanti residenti in questi tre stati? E’ prassi in molti premi letterari e cinematografici, perché non applicarla qui? Puntando sulla cittadinanza e non sulla residenza, ed estendendola ai “comunitari” (scambiati goffamente per “europei”), si finisce solo per fare molta confusione e una gran brutta figura sul piano internazionale.

Secondo, al di là del sottile razzismo insito nell’iniziativa, il problema di fondo è che si usano soldi pubblici (45.000 euro quelli destinati dalla regione FVG alla Maratona d’Europa) per qualcosa di malpensato e malcomunicato. Gli amministratori regionali che hanno sostenuto e finanziato (con soldi nostri) una tale operazione – “unica al mondo”, vien proprio da dire – dovrebbero prendersi la responsabilità di controllare, verificare e correggere. Ma visto lo spessore morale e culturale dell’attuale classe politica, degno specchio dell’Italia di oggi, dubito che qualcosa di simile accadrà.

 

30 Marzo 2013Permalink

28 marzo 2013 Legislatori in attività o no?

Ho scritto ad alcuni parlamentari della mia regione a proposito del problema della registrazione anagrafica. Ho usato la loro casella di  posta nei rispettivi siti istituzionali, salvo che per uno che ne è privo. Ho pubblicato la lettera su facebook
Fra una settimana pubblicherò di seguito le eventuali risposte.
Non mi sembra il periodo in cui si possa supporre che siano in vacanza pasquale.

I destinatari

Alla Sen  Isabella De Monte   al Sen  Carlo Pegorer    al Sen Francesco Russo  al Sen Lodovico Sonego
 Sen Marino Germano Mastrangeli aggiunto il 29 aprile

All’ on Tamara Blazina  e  all’on Giorgio Brandolin  all’on Gianna Malisani  all’on Serena Pellegrino  all’on Ettore Rosato  all’on  Giorgio Zanin

La mia lettera

Gentile sen   Gent on
nel Suo discorso di insediamento la Presidente della Camera ha pronunciato parole importanti dando voce a quella politica  che può suscitare speranza e passione in chi abbia mente aperta e cuore sapiente:
Ma non le scrivo per commentare quel discorso bensì per chiederle di fermare la sua attenzione su un punto preciso.
Ha detto l’on. Boldrini: “Dovremo impegnarci tutti a restituire piena dignità a ogni diritto. Dovremo ingaggiare una battaglia vera contro la povertà, e non contro i poveri. In questa Aula sono stati scritti i diritti universali della nostra Costituzione, la più bella del mondo. La responsabilità di questa istituzione si misura anche nella capacità di saperli rappresentare e garantire uno a uno” e ha opportunamente ricordato i “tanti anni a difendere e a rappresentare i diritti degli ultimi, in Italia come in molte periferie del mondo. È un’esperienza che mi accompagnerà sempre e che da oggi metto al servizio di questa Camera”.
Sono certa che ‘nelle periferie del mondo’ la Presidente abbia constatato il problema dei bambini privi di registrazione anagrafica, di cui mi consta si occupino anche importanti ong, promuovendo apposite campagne.
Paradossalmente ora si incontrerà con quel problema in Italia perché dal 2009 la registrazione anagrafica è negata a chi nasca figlio di persone prive di permesso di soggiorno (lettera g comma 22 art. 1 legge 94/2009) ed è possibile invece ottenere il certificato di nascita a seguito di una circolare che, come tale, potrebbe essere revocata senza informarne il Parlamento.
Dice la Convenzione di New York del 1989, che l’Italia ha ratificato con legge n.176  nel 1991  “Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori ed a essere allevato da essi”.
Un tentativo di riportarci alla situazione precedente il 2009, rispettando quindi la norma in vigore poco fa citata, era stato fatto nella precedente legislatura con la proposta di legge n. 4756 (presentata il 7 novembre 2011)  che, sebbene affidata alle commissioni di competenza dall’allora presidente della camera, non venne mai presa in efficace considerazione.
Spero che vorrà farsi carico di questo problema.
Mi permetta di aggiungere una preghiera.
Ho dovuto constatare in passato che molti parlamentari non riescono a sostenere l’impegno della corrispondenza cui è aperta la loro casella personale di cui ora mi giovo; altri addirittura la ignorano.
Io prego chi di voi non intenda servirsene di far apparire, quando qualcuno vi scriva, una qualsiasi scritta che scoraggi l’attesa della risposta.
E’ meglio il rifiuto che l’oscurità del silenzio.
Distinti saluti
Augusta De Piero  –  Udine

29 aprile – aggiungo

Ieri ho pubblicato la mia lettera ad alcuni parlamentari della mia regione.
Una riflessione continuava però a girarmi per la testa.
I destinatari cui mi ero rivolta avevano già alle spalle una precedente legislatura e i neoeletti appartengono a partiti che,  attraverso rappresentanti locali, avevo da tempo  informato sul problema che espongo o sono persone con cui avevo direttamente dialogato (cito in particolare l’on. Serena Pellegrino).
Sarei stata e sono molto curiosa di conoscere il parere sulla negazione del certificato di nascita ai sans papier dei totalmente nuovi, aggrappati – tra l’alto -all’immagine della loro differenza. Parlo evidentemente dei M5S di cui però non posso accettare tante cose e in particolare la presentazione di sé più massificata che unitaria, anche se non posso negare che ho molto apprezzato il voto con cui  alcuni di loro hanno assicurato la funzionalità del Senato.
Quando ho saputo che uno di loro si era dichiarato libero nelle sue scelte in una trasmissione televisiva –ed era anche uno di quelli che avevano votato per il presidente del Senato – gli ho inviato la lettera di ieri e che ripropongo, condividendo me stessa.
Il nome del senatore cui ho scritto è: Marino Germano Mastrangeli.

28 Marzo 2013Permalink

25 marzo 2013 – Silenzi che soffocano

 Dallo scorso anno il primo giorno di ogni mese pubblico un mio calendario dove segno alcune date che voglio ricordare. Può capitare che durante il mese ci siano avvenimenti nuovi che aggiungo a futura memoria. 
Per una singolare coincidenza quando il 13 marzo ho aggiunto la notizia dell’elezione di papa Francesco ho rivisto questa nota: “13 marzo 1983 – assassinio di Marianella Garcia Villas in Salvador” che mi ha rinviato subito al 24 marzo 1980: “assassinio di mons. Romero”.
Per chi volesse conoscere il legame che unisce due salvadoregni, uccisi a tre anni di distanza per gli stessi motivi, segnalo il bel libro di Bimbi e La Valle ‘Marianella e i suoi fratelli’.
Ieri davo per scontato che il papa sudamericano ricordasse mons. Romero nel 33mo anniversario della morte. Così non è stato.
Alle delusione di è aggiunta la preoccupazione e la luce di speranza nata dai gesti nuovo e sorprendenti di papa Francesco si è affievolita.

Perciò voglio riportare le parole con cui mons. Romero si rivolgeva ai militari del suo paese:
“Vorrei fare un appello in maniera speciale agli uomini dell’esercito, e in concreto alla base della guardia nazionale, della polizia, dei quartieri generali.
Fratelli, voi appartenete come noi al popolo, voi però uccidete i vostri fratelli contadini. Di fronte all’ordine di uccidere dato da un uomo, è la Legge di Dio che deve prevalere, e quella legge dice: TU NON UCCIDERAI. Un soldato non e’ costretto ad obbedire ad un ordine che va contro la Legge di Dio. Una legge immorale non deve essere rispettata. Ora è tempo che recuperiate la vostra coscienza e che obbediscano alle proprie coscienze piuttosto che all’ordine del peccato. La Chiesa che difende i Diritti di Dio, della legge di Dio, della dignità umana, della persona, non può starsene in silenzio davanti a tanto abominio. Vogliamo che il Governo prenda sul serio che le riforme non serviranno a niente se devono essere imbevute di tanto sangue. In nome di Dio, in nome del Popolo che soffre, i cui lamenti crescenti salgono al cielo ogni giorno più forti, io vi supplico, io vi chiedo, io vi ordino: fermate la repressione!” 

E infine, per un’opportuna contestualizzazione, aggiungo il testo di un articolo dell’amico giornalista Luigi Sandri, pubblicato oggi sul quotidiano Il Trentino.

“ Continua ad essere segno di contraddizione, nella Chiesa cattolica romana, monsignor Oscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo salvadoregno assassinato come ieri, il 24 marzo 1980. La sua vicenda è esemplare per comprendere luci e ombre della Chiesa romana negli ultimi decenni.

     Egli nel 1977 fu promosso ad arcivescovo di San Salvador, la capitale del paese centro-americano, perché era considerato – e lo era – un prelato “conservatore”, e dunque ben voluto dal regime al potere. Sennonché, pochi giorni dopo la sua nomina, gli squadroni della morte (bande protette dal governo) assassinarono p. Rutilio Grande, un sacerdote tutto dedito a coscientizzare la povera gente, e che Romero stimava. Vegliando su quel corpo, l’arcivescovo ebbe come una intuizione profetica: quella di dover essere la voce dei senza voce, il difensore dei poveri. E, con grande meraviglia di coloro che lo conoscevano come sacerdote  “spiritualista” e avversario della teologia della liberazione, andò esponendosi sempre più nella causa scelta.

     Si allarmarono non solo i latifondisti e l’esercito salvadoregno, ma anche quasi tutti gli altri vescovi del paese, in maggioranza alleati alle tesi del regime; e, infine, anche il Vaticano. In udienza da papa Wojtyla, Romero fu praticamente rimproverato, e giudicato “imprudente” dal pontefice; ma, pur denunciando alcune violenze dei gruppi rivoluzionari che si opponevano al regime, egli attaccò pubblicamente il governo che, non facendo giuste riforme sociali, portava la gente alla disperazione. Infine, il 23 marzo 1980, nella sua omelia domenicale nella cattedrale, egli si rivolse direttamente ai soldati che, obbedendo agli ordini, uccidevano spietatamente contadini che rivendicavano soltanto i loro diritti. Affermò, Romero: “La legge di Dio dice ‘non uccidere’. Nessun soldato deve obbedire ad una legge immorale. In nome di Dio e in nome di questo popolo sofferente vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione!”.

     L’indomani, mentre celebrava la messa in una piccola cappella, e stava proprio levando il calice, un killer prezzolato dalla giunta militare gli sparò, e lo uccise sul colpo. Ai suoi funerali – ci fu moltissima gente, e i soldati spararono, facendo altre vittime – la maggior parte degli altri vescovi salvadoregni non partecipò, ritenendo Romero una “testa calda”, uno che era andato a cercarsi guai. Lo stesso pensò una parte importante della Curia romana, anche se Giovanni Paolo II, visitando El Salvador nel 1983 volle pregare sulla tomba dell’arcivescovo.

     Wojtyla e Ratzinger non affrettarono la causa di beatificazione di Romero, per quanto in America latina molti lo invochino come un santo. Giovedì scorso, uscendo dall’udienza con il papa, l’argentino Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel per la pace 1980, ha riferito che Francesco considera Romero “uno dei profeti e martiri del nostro tempo”. Ieri, però, malgrado le attese di molti, Bergoglio non ha ricordato l’anniversario del martirio di Romero”.

25 Marzo 2013Permalink

22 marzo 2013 – Hai avuto il certificato di nascita con qualche anno di ritardo? Niente cittadinanza

Rinvio al tag anagrafe chi eventualmente legga il mio blog e desideri verificare i precedenti alla lettera che trascrivo.
E’ evidente che non è possibile far ordine nel caos normativo italiano che purtroppo sembra essere anche una linea di indirizzo per il futuro.
Perché infatti non ci impegniamo per la modifica della norma che chiede il permesso di soggiorno a chi voglia registrare i propri figli e abbiamo quindi deciso di continuare a creare apolidi?
Vorrei che i politici italiani meditassero sulle conseguenze che la firmataria della lettera subisce per essere stata per qualche anno nella sua infanzia priva di certificato di nascita.
Quanto ho visto finora non mi fa sperare in un soprassalto di competenza e dignità né nei responsabili politici né nella società civile.

11.03.2013 Che colpa abbiamo noi?
Mi chiamo M., e sono una ragazza di origine albanese, nata in Italia nel 1994. Il 3/6/2012 ho compiuto 18 anni ed ho presentato al Comune di M., dove risiedo, la dichiarazione di elezione della cittadinanza italiana.
La dichiarazione non è stata ancora accolta per il fatto che, benché’ io abbia soggiornato legalmente in Italia ininterrottamente dalla nascita, la mia iscrizione anagrafica è avvenuta in ritardo.
Il mio Sindaco ha inviato una lettera, nonché tutta la documentazione (permessi di soggiorno, libretto vaccinazione, iscrizione sanitaria, ricevute di affitto ecc) a dimostrazione della continuità del mio soggiorno legale. Per il momento, il Ministero si è espresso negativamente, sebbene risulti provata di fatto la ininterrotta presenza mia nel territorio italiano, in quanto, nessuno dei miei genitori era iscritto all’anagrafe al momento della mia nascita.
Mi sento una condannata, per un reato che non ho commesso, per colpa di una legge ingiusta, e vi spiego anche perché.

Art. 1 co. 2 lettera a) DPR 572/1993 stabilisce che

2. Ai fini dell’acquisto della cittadinanza italiana:
a. si considera legalmente residente nel territorio dello stato chi vi risiede avendo soddisfatto le condizioni e gli adempimenti previsti dalle norme in materia d’ingresso e di soggiorno degli stranieri in Italia e da quelle in materia d’iscrizione anagrafica;

L’iscrizione anagrafica avvenne tardivamente perché’ mia madre, se la vide rifiutare, prima ancora della mia nascita, sulla base del fatto che il permesso di soggiorno per studio (di cui mia madre era titolare all’epoca) non consentiva l’iscrizione anagrafica. Tale motivazione, comunicata a mia madre – secondo una prassi diffusa, quanto deprecabile – solo verbalmente, era già al tempo del tutto priva di fondamento giuridico, dato che art. 6 co. 1 della Legge 39/1990 stabiliva:

1. Gli stranieri in possesso di permesso di soggiorno hanno diritto all’iscrizione anagrafica presso il comune di residenza secondo le norme in vigore per i cittadini italiani.

In questa situazione, appare evidente come mia madre e, a maggior ragione, io stessa abbiamo “soddisfatto le condizioni e gli adempimenti previsti dalle norme in materia d’ingresso e di soggiorno degli stranieri in Italia e da quelle in materia d’iscrizione anagrafica” e che il requisito di residenza legale ininterrotta dalla nascita fino al compimento dei 18 anni sia quindi da me soddisfatto, non potendo rilevare a tal fine il mancato adempimento da parte di terzi (in questo caso, chi allora agiva come ufficiale d’anagrafe del Comune di residenza di mia madre).
Una recente sentenza della Corte d’Appello di Napoli, sostiene che non possono imputarsi al minore gli inadempimenti dei genitori, rilevando solo, quindi, la residenza di fatto. Meno che mai, sulla base di questo orientamento, il diritto del neo-diciottenne dovrebbe essere sterilizzato da inadempimenti dell’amministrazione.
Questo orientamento appare perfettamente compatibile con il tenore letterale della disposizione di cui all’art. 1 comma 2 lettera a) del DPR 572/1993, dal momento che, trattandosi di un diritto soggettivo della persona (l’acquisto della cittadinanza iure soli), le condizioni che lo integrano non possono che riguardare dati e comportamenti del neo-diciottenne richiedente.
In altri termini, anche prescindendo dal fatto che nel caso che mi riguarda l’iscrizione anagrafica di mia madre e’ stata a suo tempo illegittimamente rifiutata, non esiste alcun adempimento in materia anagrafica al quale il minorenne sia tenuto, spettando a chi esercita la patria potesta’ di rendere le dichiarazioni anagrafiche di cui all’articolo 13 DPR 223/1989. Non si puo’ quindi ritenere inadempiente il neo-diciottenne in relazione ad obblighi che non gli spettavano.

Nella mia situazione si trovano migliaia di ragazzi, che aspirano al riconoscimento della cittadinanza italiana, ma che non possono ottenerlo perché i loro genitori, per vari motivi, non hanno potuto perfezionare, a tempo debito, l’iscrizione anagrafica, pur vivendo legalmente in Italia, lavorando in Italia, pagando le tasse in Italia.
In attesa di una riforma legislativa, che richiederà comunque tempi lunghi, chiedo con questa lettera al Ministro dell’interno, di dare istruzioni, con una circolare, perché’ venga riconosciuto il nostro essere italiani, non solo di fatto, ma di diritto.

Cordiali Saluti
M. D.

22 Marzo 2013Permalink

20 marzo 2013 – Quando la politica estera ballonzola

da FERRIVECCHI il blog di Amedeo Ricucci

I due marò e lo spread morale  mar 18, 2013 by admin

L’ex ambasciatore Sergio Romano non è certo un estremista di sinistra. Né lo si può accusare di essere un “traditore della Patria” o un “nemico” delle nostre forze armate. Eppure sulla vicenda dei due maro’ non la pensa come il nostro governo, la destra nostrana e i patrioti da quattro soldi che si aggirano nelle nostre redazioni. Questa la sua risposta, oggi, sul Corriere della Sera, ai lettori che gli chiedevano conto: 1) della decisione del nostro governo di sottrarre con l’inganno i nostri due marò alla giustizia indiana che vorrebbe processarli per omicidio; e 2) delle similitudini con il caso del Cermis del 1998. E’ vero o no che in entrambi i casi i patti vennero violati? Ed è giusto o no violare i patti nelle relazioni internazionali?

“Un americano potrebbe rispondere che i patti, nel caso del Cermis, furono rispettati. Il processo ebbe luogo negli Stati Uniti perché così prevedevano la convenzione di Londra del 1951 e gli accordi fra i due Paesi sullo status giuridico dei militari americani nell’esercizio delle loro funzioni. Credo che quegli accordi siano ineguali e che occorrerebbe rinegoziarli. Ma nessun governo italiano, di destra o di sinistra, ha osato sinora sollevare il problema e chiedere l’apertura di un negoziato. Il caso dei marò, quindi, è completamente diverso. Forse l’Italia avrebbe dovuto appellarsi immediatamente alla giustizia internazionale, ma è possibile che anche Roma avesse qualche dubbio sull’esatta collocazione della nave e del peschereccio al momento dell’incidente. A torto o a ragione, comunque, il governo italiano ha deciso di perseguire una linea dialogante e pragmatica, fatta di contatti e sollecitazioni, forse nella speranza che le arti della diplomazia e il passaggio del tempo servissero a modificare gradualmente la posizione delle autorità indiane. Quella linea sembrò dare qualche risultato. Alcuni carabinieri hanno potuto assistere, in veste d’osservatori, agli esperimenti balistici. I due marinai italiani sono stati trattenuti agli arresti, ma alloggiati in un albergo. E sono stati autorizzati a venire in Italia, su cauzione, per le feste di Natale e Capodanno. Più recentemente, quando hanno avuto il permesso di tornarvi per il voto, è parso che il clima fra i due governi fosse considerevolmente migliorato. Ma il governo italiano, improvvisamente, ha cambiato la sua tattica e ha deciso di trattenere i marò in Italia. Se avesse potuto accusare il governo indiano della violazione di un impegno assunto precedentemente, la decisione sarebbe stata forse giustificata. Ma non sembra che agli indiani possa essere mosso questo rimprovero.

Allo stato delle cose l’Italia, quindi, è un giocatore che cambia improvvisamente le regole della partita e butta via il mazzo di carte di cui si era servito fino a quel momento. Può darsi che il governo Monti volesse terminare la sua esistenza con una decisione popolare, gradita a una buona parte del Paese. Ma ha dimenticato che nei rapporti internazionali non esiste soltanto lo spread finanziario. Esiste anche lo spread morale, vale a dire il divario fra la parola di un Paese affidabile e quella di un Paese non affidabile. Il governo se ne va lasciando al suo successore il compito di sbrogliare una brutta crisi con l’India: una eredità singolare per un esecutivo che, dopo lo scioglimento delle Camere, avrebbe dovuto occuparsi soltanto di «affari correnti».

20 Marzo 2013Permalink

18 marzo 2013 – Il nuovo vescovo di Roma

I care

Ieri ho sentito la necessità di trascrivere i due discorsi di insediamento della Presidente della Camera e del presidente del Senato. Ne ho inviato il testo a parecchie persone e ho ricevuto entusiastici riscontri, ‘un regalo’ mi ha scritto un’amica.

Sono due discorsi brevi ma intensi che ci  danno la possibilità di fare esperienza di un linguaggio politico autentico, pulito, condivisibile. Spostano il centro di gravità dalla conta di sedie e dalla blandizie alle varie lobbies che sembrano aver oscurato la società civile e ne occupano il palcoscenico per lasciarci sperare in un’etica per cui la politica sia competente e responsabile servizio. E non  parlo del becerume straripante e della volgarità del linguaggio che riconduce implacabilmente alla volgarità della mente di chi lo pratica e che vorremmo definitivamente cancellare.
L’incipit dei due interventi ha rotto le formalità protocollari.
“Care deputate e cari deputati”, ha detto la neo presidente della camera.
“Care senatrici e cari senatori”, le ha fatto eco il neo presidente del Senato.
Avrebbero dovuto dire ‘Onorevoli colleghi’, ma per fortuna non lo hanno fatto e sono certa che intendevano assumersi tutta la pregnanza della parola care e cari.
‘Mi state a cuore’, ‘I care’ insegnava don Milani ai ragazzi della scuola di Barbiana.
E non voglio dimenticare il mio apprezzamento ai senatori del Movimento 5 stelle che, entrati in Senato al seguito di urla spesso sguaiate di chi si presenta loro  leader, hanno capito il significato alto dell’art. 67 della Costituzione “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” e a quello hanno obbedito, con difficile esercizio di dignità, non a un carisma autoritario.
I ‘no’ possono essere faticosi, ma necessari.

Fratelli, non signori

La rottura protocollare  dei due presidenti me ne ha richiamato un’altra, forse anche più dirompente: “Fratelli cardinali” ha esordito Francesco I° nella sua prima allocuzione ai cardinali, poco dopo quell’elezione per cui Dio (lo ha detto il papa, non io) dovrebbe perdonarli. Avrebbe dovuto dire ‘signori cardinali’.
E poi si è presentato al balcone di S. Pietro, parlando di sé come vescovo di Roma e, se qualcuno non avesse capito, ha onorato il suo predecessore con il titolo di vescovo emerito.
Vescovo quindi di una precisa diocesi. Per questo e tanti altri motivi è una parola che apre alla collegialità. Si riparla di Vaticano II°. Non posso che sperarlo.
E poi ha fatto un gesto che a me ha dato un’impressione profonda: ha chiesto al popolo di cui è vescovo un favore. Ha detto, e voglio trascrivere esattamente  le sue parole “E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima – prima, vi chiedo un favore; prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me”.
Chiedo scusa per questi riferimenti di natura religiosa che so essere per qualcuno  irritanti, ma il papa è papa e va considerato non solo perché i suoi gesti piacciono ma anche per la sua fede.
Mi permetto quindi di sottolineare che ha chiesto una preghiera ‘SU di me’, non ‘PER me’. E ha ottenuto il silenzio di una piazza normalmente chiassosa mentre si inchinava a chi pregava SU di lui.
L’ho vissuto come il silenzio richiamato in un passo di un antico testo della Bibbia, quando Dio parla al profeta Elia: “11Gli disse: “Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore”. Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12 Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. 13Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna”. (1Re, 19).

Gesti e simpatia
Non occorre che scriva dei gesti di Francesco I° che, in pochi giorni gli hanno suscitato la simpatia del mondo.
Voglio sottolineare una speranza, anzi due.
Certamente, anche se potessi parlargli non chiederei al papa di rinunciare a quello che, in scienza e coscienza, ritiene il suo magistero (anche se non nascondo la speranza di cambiamenti nello spirito del Vaticano II°), ma di non fare di questo magistero un oggetto per un mercato di potere, questo sì glielo chiederei. Quando decidesse di entrare nella coscienza di chi ha un ruolo politico nelle istituzioni, nelle decisioni dei cittadini in quanto tali, si fermi, eviti un ingresso a gamba tesa (un solo esempio: l’esercizio spregiudicato di potere fatto dal card. Ruini a proposito del referendum sulla fecondazione assistita) .
L’esercizio di questo magistero può arrivare a decisioni irritanti, non condivisibili nell’esercizio – eticamente sostenibile – delle attività istituzionale.?
La risposta non appartiene alla sudditanza ma alla libertà di coscienza.
Se ne facciano carico i politici cattolici e non usino la religione come un comodo passepartout.
E la seconda speranza è ancora più urgente e pressante.

La patata bollente

Ho visto la foto del papa che, durante i riti del giovedì santo,  bacia il piede di un malato di Aids. E’ un gesto significativo, importante, ammirevole.
Ma non voglio dimenticare che questo papa ha ricevuto dal predecessore la patata bollente della ‘relatio’ di tre cardinali (Julian Herranz, Jozef Tomko e Salvatore De Giorgi)  che hanno indagato su politiche di curia i cui segni che appaiono all’esterno sono sconvolgenti. I segni che ho potuto intuire riguardano le politiche dello IOR e la pedofilia.
Saprà papa Francesco agire nei confronti della società civile con la stessa umiltà dimostrata verso il malato cui bacia il piede e rendere quella relatio (si prenda il tempo necessario per meditarla!) trasparente e pubblica, chiedendo perdono a coloro che da scelte curiali improprie siano stati offesi?
Voglio sottolineare che l’abuso sui minori, anche se apparentemente non violento, è violenza, e questa consapevolezza appartiene alla società civile e in questa società ha trovato norme anche sanzionatorie e a questa società –tutta- non solo al mondo cattolico – è dovere rispondere.

18 Marzo 2013Permalink

17 marzo 2013 – I discorsi dei Presidenti di Camera e Senato

Ho trovato il testo del discorso di Laura Boldrini  nella posta di Serena Pellegrino su facebook.  L’ho copiato subito.
Successivamente, dal sito del Senato, quello di Pietro Grasso che pure ricopio
Ci offrono  parole che sembrano nuove perché per anni sono state disprezzate.
Ne abbiamo bisogno e non solo di quelle. 

sabato 16 marzo 2013 / Redazione

Il discorso di insediamento a presidente della Camera di Laura Boldrini

Care deputate e cari deputati, permettetemi di esprimere il mio più sentito ringraziamento per l’alto onore e responsabilità che comporta il compito di presiedere i lavori di questa Assemblea.

Vorrei, innanzitutto, rivolgere il saluto rispettoso e riconoscente di tutta l’Assemblea e mio personale al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che è custode rigoroso dell’unità del Paese e dei valori della Costituzione repubblicana.

Vorrei, inoltre, inviare un saluto cordiale al Presidente della Corte costituzionale e al Presidente del Consiglio. Faccio a tutti voi i miei auguri di buon lavoro, soprattutto ai più giovani, a chi siede per la prima volta in quest’Aula.

Sono sicura che, in un momento così difficile per il nostro Paese, insieme riusciremo ad affrontare l’impegno straordinario di rappresentare nel migliore dei modi le istituzioni repubblicane.

Vorrei rivolgere, inoltre, un cordiale saluto a chi mi ha preceduto, al Presidente Gianfranco Fini, che ha svolto con responsabilità la sua funzione istituzionale.

Arrivo a questo incarico dopo avere trascorso tanti anni a difendere e a rappresentare i diritti degli ultimi, in Italia come in molte periferie del mondo. È un’esperienza che mi accompagnerà sempre e che da oggi metto al servizio di questa Camera. Farò in modo che questa istituzione sia anche il luogo di cittadinanza di chi ha più bisogno.

Il mio pensiero va a chi ha perduto certezze e speranze. Dovremo impegnarci tutti a restituire piena dignità a ogni diritto. Dovremo ingaggiare una battaglia vera contro la povertà, e non contro i poveri. In questa Aula sono stati scritti i diritti universali della nostra Costituzione, la più bella del mondo. La responsabilità di questa istituzione si misura anche nella capacità di saperli rappresentare e garantire uno a uno. Questa Aula dovrà ascoltare la sofferenza sociale di una generazione che ha smarrito se stessa, prigioniera della precarietà, costretta spesso a portare i propri talenti lontano dall’Italia.

Dovremo farci carico dell’umiliazione delle donne che subiscono violenza travestita da amore ,ed è un impegno che fin dal primo giorno affidiamo alla responsabilità della politica e del Parlamento.

Dovremo stare accanto a chi è caduto senza trovare la forza o l’aiuto per rialzarsi, ai tanti detenuti che oggi vivono in una condizione disumana e degradante, come ha autorevolmente denunziato la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo.

Dovremo dare strumenti a chi ha perso il lavoro o non lo ha mai trovato, a chi rischia di smarrire perfino l’ultimo sollievo della cassa integrazione, ai cosiddetti esodati, che nessuno di noi ha dimenticato, ai tanti imprenditori che costituiscono una risorsa essenziale per l’economia italiana e che oggi sono schiacciati dal peso della crisi, alle vittime del terremoto e a chi subisce ogni giorno gli effetti della scarsa cura del nostro territorio.

Dovremo impegnarci per restituire fiducia a quei pensionati che hanno lavorato tutta la vita e che oggi non riescono ad andare avanti.

Dovremo imparare a capire il mondo con lo sguardo aperto di chi arriva da lontano, con l’intensità e lo stupore di un bambino, con la ricchezza interiore e inesplorata di un disabile.

Dovremo dare strumenti a chi ha perso il lavoro o non lo ha mai trovato, a chi rischia di smarrire perfino l’ultimo sollievo della cassa integrazione, ai cosiddetti esodati, che nessuno di noi ha dimenticato, ai tanti imprenditori che costituiscono una risorsa essenziale per l’economia italiana e che oggi sono schiacciati dal peso della crisi, alle vittime del terremoto e a chi subisce ogni giorno gli effetti della scarsa cura del nostro territorio.

Dovremo impegnarci per restituire fiducia a quei pensionati che hanno lavorato tutta la vita e che oggi non riescono ad andare avanti.

Dovremo imparare a capire il mondo con lo sguardo aperto di chi arriva da lontano, con l’intensità e lo stupore di un bambino, con la ricchezza interiore e inesplorata di un disabile.

In Parlamento sono stati scritti questi diritti, ma sono stati costruiti fuori da qui, liberando l’Italia e gli italiani dal fascismo.

Ricordiamo il sacrificio di chi è morto per le istituzioni e per questa democrazia. Anche con questo spirito siamo idealmente vicini a chi oggi a Firenze, assieme a Luigi Ciotti, ricorda tutti i morti per mano mafiosa. Al loro sacrificio ciascuno di noi e questo Paese devono molto. E molto, molto, dobbiamo anche al sacrificio di Aldo Moro e della sua scorta, che ricordiamo con commozione oggi, nel giorno in cui cade l’anniversario del loro assassinio.

Questo è un Parlamento largamente rinnovato. Scrolliamoci di dosso ogni indugio nel dare piena dignità alla nostra istituzione, che saprà riprendersi la centralità e la responsabilità del proprio ruolo. Facciamo di questa Camera la casa della buona politica, rendiamo il Parlamento e il nostro lavoro trasparenti, anche in una scelta di sobrietà che dobbiamo agli italiani.

Sarò la Presidente di tutti, a partire da chi non mi ha votato. Mi impegnerò perché la mia funzione sia luogo di garanzia per ciascuno di voi e per tutto il Paese. L’Italia fa parte del nucleo dei fondatori del processo di integrazione europea. Dovremo impegnarci ad avvicinare i cittadini italiani a questa sfida, a un progetto che sappia recuperare per intero la visione e la missione che furono pensate con lungimiranza da Altiero Spinelli. Lavoriamo perché l’Europa torni ad essere un grande sogno, un crocevia di popoli e di culture, un approdo certo per i diritti delle persone, appunto un luogo della libertà, della fraternità e della pace.

Anche i protagonisti della vita spirituale e religiosa ci spronano ad osare di più. Per questo abbiamo accolto con gioia i gesti e le parole del nuovo pontefice, venuto emblematicamente dalla fine del mondo.

A Papa Francesco il saluto carico di speranza di tutti noi. Consentitemi un saluto anche alle istituzioni internazionali, alle associazioni e alle organizzazioni delle Nazioni Unite, in cui ho lavorato per 24 anni, e permettetemi, visto che questo è stato fino ad oggi il mio impegno, un pensiero per i molti, troppi morti senza nome che il nostro Mediterraneo custodisce. Un mare che dovrà sempre più diventare un ponte verso altri luoghi, altre culture, altre religioni.

Sento forte l’alto richiamo del Presidente della Repubblica sull’unità del Paese. Un richiamo che quest’Aula è chiamata a raccogliere con pienezza e convinzione. La politica deve tornare ad essere una speranza, un servizio, una passione.

Stiamo iniziando un viaggio, oggi iniziamo un viaggio: cercherò di portare, assieme a ciascuno di voi, con cura e umiltà, la richiesta di cambiamento che alla politica oggi rivolgono tutti gli italiani, soprattutto i nostri figli. Grazie.

Dal sito del Senato:
Discorso di insediamento del Presidente del Senato, Pietro Grasso
Dal resoconto stenografico della seduta n. 2 del 16 marzo 2013

16 Marzo 2013

PRESIDENTE. (Si leva in piedi). Care senatrici, cari senatori, mi scuserete ma voglio rivolgere questo primo discorso soprattutto a quei cittadini che stanno seguendo i lavori di quest’Aula con apprensione e con speranza per il futuro di questo Paese.

Il Paese mai come oggi ha bisogno di risposte rapide ed efficaci, all’altezza della crisi economica, sociale e politica che sta vivendo. Mai come ora, la storia italiana si intreccia con quella europea, e i destini sono comuni. Mai come oggi il compito della politica è quello di restituire ai cittadini la coscienza di questa sfida.

Quando ieri sono entrato per la prima volta da senatore in quest’Aula mi ha colpito l’affresco sul soffitto, che vi invito a guardare. Riporta quattro parole, che sono state sempre di grande ispirazione per la mia vita e che spero lo saranno ogni giorno per ciascuno di noi nei lavori che andremo ad affrontare: giustizia, diritto, fortezza e concordia. Quella concordia, quella pace sociale di cui il Paese ha ora disperatamente bisogno.

Domani è l’anniversario dell’Unità d’Italia, quel 17 marzo di 152 anni fa in cui è cominciata la nostra storia come comunità nazionale dopo un lungo e difficile cammino di unificazione. Nei 152 anni della nostra storia, soprattutto nei momenti più difficili, abbiamo saputo unirci, superare le differenze, affermare con fermezza i nostri valori comuni e trovare insieme un sentiero condiviso.

Il primo pensiero va sicuramente alla fase costituente della nostra Repubblica, quando uomini e donne di diversa cultura hanno saputo darci quella che ancora oggi è considerata una delle Carte costituzionali più belle e più moderne del mondo. (Applausi).

Lasciatemi in questo momento ricordare Teresa Mattei. (L’Assemblea si leva in piedi. Vivi, prolungati applausi). Teresa Mattei, che ci ha lasciato pochi giorni fa e che dell’Assemblea costituente fu la più giovane donna eletta, per tutta la vita è stata attiva per affermare e difendere i diritti delle donne, troppo spesso calpestati anche nel nostro Paese.

Siamo davanti a un passaggio storico straordinario: abbiamo il dovere di esserne consapevoli, il diritto e la responsabilità di indicare un cambiamento possibile, perché è in gioco la qualità della democrazia che stiamo vivendo. Allo stesso tempo dobbiamo avviare un cammino a lungo termine, dobbiamo davvero iniziare una nuova fase costituente che sappia stupire e stupirci.

Oggi è il 16 marzo, e non posso che ringraziare il presidente Colombo che stamattina ci ha commosso con il ricordo dell’anniversario del rapimento di Aldo Moro (L’Assemblea si leva in piedi. Vivi, prolungati applausi) e della strage di via Fani dove trovarono la morte – come lui stesso ha ricordato – i cinque agenti di scorta Raffaele Jozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Al loro sacrificio di servitori dello Stato va il nostro omaggio deferente e commosso.(Generali applausi).

Oggi bisogna ridare dignità e risorse alle forze dell’ordine e alla magistratura. Sono trascorsi 35 anni da quel tragico giorno, che non fu solo il dramma di un uomo e di una famiglia, ma dell’intero Paese. In Aldo Moro il terrorismo brigatista individuò il nemico più consapevole di un progetto davvero riformatore: l’uomo e il dirigente politico che aveva compreso il bisogno e le speranze di rigenerazione che animavano dal profondo e tormentavano la società italiana.

Come Moro scrisse in un suo saggio giovanile, «Forse il destino dell’uomo non è di realizzare pienamente la giustizia, ma di avere perpetuamente della giustizia fame e sete. Ma è sempre un grande destino».

Oggi, inoltre, migliaia di giovani a Firenze hanno partecipato alla Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime della mafia. (Applausi). Vi confesso che mi è molto dispiaciuto non poter essere con loro, come ogni anno. Hanno pronunciato e ascoltato gli oltre 900 nomi di vittime della criminalità organizzata: nomi di cittadini, appartenenti alle forze dell’ordine, sindacalisti, politici, amministratori locali, giornalisti, sacerdoti, imprenditori, magistrati, persone innocenti uccise nel pieno della loro vita. Il loro impegno, il loro sacrificio, il loro esempio dovrà essere il nostro faro.

Ho dedicato la mia vita alla lotta alla mafia in qualità di magistrato e devo dirvi che, dopo essermi dimesso dalla magistratura, pensavo di poter essere utile al Paese in forza della mia esperienza professionale nel mondo della giustizia. Ma la vita riserva sempre delle sorprese.

Oggi interpreto questo mio nuovo e imprevisto impegno con spirito di servizio, per contribuire alla soluzione dei problemi di questo Paese.

Ho sempre cercato verità e giustizia e continuerò a cercarle da questo scranno, auspicando che venga istituita una nuova Commissione d’inchiesta su tutte le stragi irrisolte del nostro Paese. (Applausi).

Se oggi, davanti a voi, dovessi scegliere un momento in cui raccogliere la storia della mia vita professionale precedente non vorrei limitarmi a menzionare gli amici e i colleghi caduti in difesa della democrazia e dello Stato di diritto, che io ho conosciuto: non c’è, infatti, un solo nome, un volto, che può racchiuderli tutti e purtroppo, se dovessi citarli tutti, la lista sarebbe – ahimè! – troppo lunga.

Mi viene, piuttosto, in mente e nel cuore un momento che li abbraccia a uno a uno: è il ricordo della voce e delle parole di una giovane donna. Mi riferisco al dolore straziato di Rosaria Costa, la moglie dell’agente Vito Schifani, morto insieme ai colleghi Rocco Dicillo e Antonino Montinaro nella strage di Capaci del 22 maggio 1992, in cui persero la vita anche Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. Non ho dimenticato le sue parole il giorno dei funerali del marito, quel microfono strappato ai riti e alle convenzioni delle cerimonie. (I senatori eletti nelle liste «Movimento 5 Stelle Grillo» si levano in piedi). «Chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare. (…) loro non cambiano (…) loro non vogliono cambiare. (…) Vi chiediamo (…) di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti (…)». (L’Assemblea si leva in piedi. Vivi, prolungati applausi).

Giustizia e cambiamento: questa è la sfida che abbiamo davanti. Ci attende un intenso lavoro comune, per rispondere con i fatti alle attese dei cittadini che chiedono anzitutto più giustizia sociale, più etica, nella consapevolezza che il lavoro è uno dei principali problemi di questo Paese. Penso alle risposte che al più presto – ed è già tardi – dovremo dare ai disoccupati, ai cassaintegrati, agli esodati, alle imprese, a tutti quei giovani che vivono una vita a metà, hanno prospettive incerte, lavori (chi ce l’ha) poco retribuiti. Quando riescono a uscire dalla casa dei genitori, vivono in appartamenti che non possono comprare, cercando di costruire una famiglia che non sanno come sostenere.

Penso all’insostenibile situazione delle carceri del nostro Paese, che hanno bisogno di interventi prioritari. (Applausi). Penso a una giustizia che oggi va riformata in modo organico, agli immigrati che cercano qui da noi una speranza di futuro, ai diritti in quanto tali che non possono essere elargiti col ricatto del dovere e che non possono conoscere limiti, altrimenti diventano privilegi. (Applausi).

Penso alle istituzioni sul territorio, ai sindaci dei Comuni che stanno soffrendo e faticano per garantire i servizi essenziali ai loro cittadini. (Applausi). Sappiano che lo Stato è dalla loro parte e che il nostro impegno sarà di fare il massimo sforzo per garantire loro l’ossigeno di cui hanno bisogno.

Penso al mondo della scuola, nelle cui aule ogni giorno si affaccia il futuro del nostro Paese, e agli insegnanti che fra mille difficoltà si impegnano a formare cittadini attivi e responsabili.

Penso alla nostra posizione sullo scenario europeo. Siamo tra i Paesi fondatori dell’Unione e il nostro compito è portare nelle istituzioni comunitarie le esigenze e i bisogni dei cittadini. L’Europa non è solo moneta ed economia: deve essere anche l’incontro di popoli e di culture. (Applausi dei senatori eletti nelle liste «Partito Democratico»).

Penso a questa politica, alla quale mi sono appena avvicinato, che ha bisogno di essere cambiata e ripensata dal profondo nei suoi costi, nelle sue regole, nei suoi riti, nelle sue consuetudini, nella sua immagine, rispondendo ai segnali che i cittadini ci hanno mandato, ci mandano e ci continuano a mandare in ogni occasione. Sogno che quest’Aula diventi una casa di vetro e che questa scelta possa contagiare tutte quante le altre istituzioni. (Applausi).

Quanto radicale e urgente sia il tempo del cambiamento lo dimostra la scelta del nuovo Pontefice, Papa Francesco (L’Assemblea si leva in piedi. Prolungati applausi), i cui primi atti hanno evidenziato un’attenzione prioritaria verso i bisogni reali delle persone.

Voglio, in conclusione, rivolgere a nome dell’Assemblea dei senatori e mio personale un deferente saluto al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (L’Assemblea si leva in piedi ed applaude, ad eccezione dei senatori eletti nelle liste «Movimento 5 Stelle Grillo»), supremo garante della Costituzione e dell’unità italiana, che con saggezza e salda cultura istituzionale esercita il suo mandato di Capo dello Stato.

Desidero anche ringraziare il mio predecessore, il senatore Renato Schifani, per l’impegno profuso al servizio di questa Assemblea. (L’Assemblea si leva in piedi, ad eccezione dei senatori eletti nelle liste «Movimento 5 Stelle Grillo». Applausi all’indirizzo del senatore Schifani).

Un omaggio speciale e un indirizzo di saluto al Presidente emerito della Repubblica, agli altri senatori a vita, fra cui Emilio Colombo (L’Assemblea si leva in piedi. Applausi all’indirizzo del senatore Colombo), che ha presieduto con inesauribile energia la fase iniziale di questa XVII legislatura: lui, che ha visto nascere la Repubblica partecipando ai lavori dell’Assemblea costituente.

Concludo ricordando cosa mi disse il capo dell’ufficio istruzione del tribunale di Palermo, Antonino Caponnetto (Applausi), poco prima di entrare nell’aula del maxiprocesso contro la mafia: «Fatti forza, ragazzo, vai avanti a schiena diritta e testa alta e segui soltanto la voce della tua coscienza». Sono certo che in questo momento e in quest’Aula l’avrebbe ripetuto anche a tutti noi. (L’Assemblea si leva in piedi. Vivi, prolungati applausi).

17 Marzo 2013Permalink

9 marzo 2013 – Chiamammo braccia e arrivarono uomini

Marina Frigerio Martina BAMBINI PROIBITI – Storie di famiglie italiane in Svizzera tra clandestinità e separazione COLLANA Orizzonti pp. 208 Casa editrice IL MARGINE Via Taramelli n.8 – 38122 Trento € 16,00

Il 7 febbraio  avevo pubblicato  una parziale recensione del volume che ho citato in premessa, riprendendola dal numero di gennaio del mensile Ho un sogno (chi volesse conoscere quel mensile lo trova – a Udine – alle librerie CLUF e Pecora Nera in via Gemona).
In quel primo intervento mi ero soffermata sulla postfazione in cui un ‘bambino nascosto’ – diventato adulto- ragionava sulla sua esperienza.

Nel numero di febbraio ho analizzato, nello stesso mensile e sempre facendo riferimento al lavoro della Frigerio, la situazione generale dei ‘bambini nascosti’, figli di emigranti in Svizzera.

CHIAMAMMO BRACCIA E ARRIVARONO UOMINI

Lo scrittore svizzero tedesco Max Frisch (morto nel 1991) aveva scritto «chiamammo braccia e arrivarono uomini». Infatti per ammettere i migranti nel proprio territorio «…la Svizzera aveva scelto la politica dell’emigrazione basata sul principio della rotazione: gli stranieri non andavano integrati ma chiamati in base ai bisogni dell’economia.  Erano gli stagionali».
E gli affetti non dovevano far parte della vita degli stagionali, la vita familiare poteva affidarsi al massimo allo scritto, non era consentito si facesse normale quotidianità.
Molto spesso i migranti lasciavano e lasciano i loro figli al paese d’origine ma è capitato e capita che non sempre ci sia chi può accudirli e la ricomposizione di una famiglia in terra straniera può essere fonte di problemi drammatici, a volte insolubili.
Dei figli degli stagionali nella Confederazione Elvetica si occupa una importante ricerca di Marina Frigerio, i cui dati arrivano fino alla soglia del nostro secolo e si accompagnano a significative testimonianze che danno voce a bambini costretti al silenzio nella segregazione.
«Per Francisco la Svizzera consisteva in due letti, un armadio , un comò, un tavolo con quattro sedie e un televisore. Quest’unica stanza rappresentava il suo mondo. Questo bambino di cinque anni trascorreva tutto il giorno con sua madre e sua sorella  rinchiuso in trenta metri quadrati, la sua infanzia consisteva nello stare seduto fermo e in silenzio. Nessuno doveva accorgersi della sua esistenza».
E la clandestinità, imposta per legge d’altro paese, produceva i suoi effetti anche dopo il ritorno. «Maria ha otto anni e disegna mostri enormi che minacciano una bambina minuscola “Due anni fa – racconta la madre– mio marito era ancora lavoratore stagionale, eravamo clandestini e vivevamo costantemente nel terrore di venire scoperti ed espulsi”».
Scriveva nel 1992 la sociologa Elsbeth Müller : «I bambini che vivono illegalmente in Svizzera soffrono le conseguenze del conflitto tra diversi livelli giuridici. Il diritto universale all’istruzione deve fare i conti con il divieto di soggiorno nazionale e i bambini ne portano le conseguenze».
Nello stesso anno l’Unicef documentava «Esistono davvero i bambini che vivono chiusi in mansarde e appartamenti restando soli tutto il giorno. I bambini cui si impedisce di frequentare gruppi di gioco e scuola materna , e per i quali incontrare altri bambini al parco giochi resta solo un sogno».
L’Unicef documentava undici anni fa in Svizzera.
Se volesse guardare a ciò che accade oggi nel nostro paese potrebbe leggere nel 5° Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia (anno 2011-2012 – cap 3.1 www.gruppocrc.net) che «il timore … di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità».
Tutto deriva dal fatto che una legge (che, con sarcasmo forse involontario, abbiamo chiamato ‘pacchetto sicurezza’) nega ai figli dei migranti irregolari la registrazione anagrafica e non basta la rassicurazione di una circolare che contraddice la norma (ma le circolari sono per loro natura volatili!) a cancellare la paura.
E così potrebbe capitare che le mamme dicano ai loro bambini, oggi in Italia come ieri in Svizzera: «Se non fai silenzio e non stai buona la polizia ti verrà a prendere e ti caccerà via» (Frigerio pag.51).
Una rivisitata modalità di integrazione?

9 Marzo 2013Permalink