18 marzo 2014 – “Quello che le donne non dicono”.

 

Alcune sere fa in un circolo culturale alla periferia di Udine si è parlato del tema della violenza  sulle donne (e, conseguentemente, sui minori che della violenza in ambiente familiare sono spettatori e spesso anche vittime). Erano impegnati alcuni gruppi particolarmente attenti a questa tematica ed era presente anche il Vicequestore di Udine Massimiliano Ortolan. Titolo dell’incontro “Quello che le donne non dicono”.
Paola Schiratti, presidente del gruppo Le donne resistenti che aveva organizzato la serata insieme al circolo Nuovi orizzonti, ha illustrato i dati elaborati dal servizio “Zero Tolerance” del Comune e il protocollo antiviolenza della Provincia.
A suo tempo Paola Schiratti si è molto spesa per la  predisposizione e per l’approvazione di quel protocollo finalizzato a prevenire e reprimere la violenza domestica e sostenere le vittime in modo coerente fra i vari soggetti che possono intervenire.
Il testo del protocollo si può leggere nel blog di Paola  e anche da qui
La stessa Paola, in un suo commento su facebook ha scritto “fa molto piacere, ascoltando il Vicequestore, cogliere molte considerazioni pienamente condivisibili, capire quanto la Polizia sia preparata e interessata ad affrontare queste situazioni, sentite come un problema culturale e sociale imprescindibile”.

Tutto vero ma io non sono soddisfatta

Infatti quando ho fatto funzionare la mia cartina al tornasole, i problemi dei minori, il Vicequestore non mi è apparso così limpido e lineare né completamente convincente l’impostazione della serata. E’ vero che, sperando di semplificare perché non volevo intervenire nel dibattito in maniera troppo invadente,  ho fatto una domanda relativa alla prostituzione minorile, e il Vicequestore ha colto abilmente l’opportunità per parlare di prostituzione e non di minori.
Stupida io che gli ho offerto la via di fuga?

L’onore
Per spiegarmi devo fare una piccola rivisitazione storica.
E’ stato sottolineato positivamente (questo sì lo riconosco) che la legge sulla violenza sessuale segna una trasformazione culturale di rilievo enorme: la violenza passa da reato contro la morale a reato contro la persona.
Non va certo ad onore dei legislatori italiani e della cultura italiana in generale se solo nel 1996 (e dopo un iter quanto mai tormentato) venne approvata la legge 66, Norme contro la violenza sessuale.
Chi aveva scosso una cultura immobile era stata Franca Viola, una ragazza intelligente,  coraggiosa, consapevole della propria dignità di persona. Fu violentata nel 1965 ma solo nel 1981 l’infamia del ‘matrimonio riparatore’ che le era stato proposto, fu cancellata dalla legge italiana (legge 442 “Abrogazione della rilevanza penale della causa d’onore”).
Eliminato il concetto di ‘matrimonio riparatore’ ne conseguì, almeno nella formalità legislativa, il punto fermo che l’onore della donna non risiede nella verginità biologica.

E’ bene rilevare, data l’importanza nella realtà italiana della tradizione cattolica, che nel 1950 papa Pio XII aveva fatto un gesto forte per pietrificare la dignità della donna nella presunta inflessibilità della biologia; aveva infatti santificato una povera bambina che, per essersi difesa da un’aggressione sessuale, era stata ammazzata.
Ero una ragazzina ma ricordo ancora la violenza petulante con cui quell’immagine ci fu cinicamente propinata.
Concentrato sull’imene il papa non si rendeva conto (o forse sì) che, mentre negava la dignità della persona donna, consolidava l’onore del maschio proprietario di una cosa senza parola.
Poiché si voleva la donna senza parola si manteneva inamovibile anche il significato letterale della espressione paolina: ‘le donne tacciano nell’assemblea’ (1 Cor 14, 34-35) e quindi si avviliva  con una sola mossa la dignità femminile e quella degli studi biblici che solo il Concilio Vaticano II avrebbe successivamente liberato anche nel mondo cattolico.
Senza parola la donna doveva essere  non solo nello spazio religioso ma anche in quello laico. Così voleva la tradizione per le brave ragazze da marito.

La parola e il cambiamento

Passando lentamente dallo stato di oggetti ad uso dell’onore padronale a quello di soggetti, la cui dignità è riconosciuta e affermata, anche le donne possono dire e dirsi.
I cambiamenti che derivarono da questa modifica segnarono un cambiamento epocale e incompiuto. Ma segnarono anche il riconoscimento che l’affermazione di un diritto fondamentale non appartiene alla forza del soggetto che si può imporre ma al riconoscimento sociale e alla solidarietà che si fonda sulla responsabilità collettiva per cui la Repubblica “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2 Cost.).
Ricordo quanto si venne a conoscere del dibattito al processo di Franca Viola e l’evidenza che mi colpì di due situazioni inversamente proporzionali: la dignità di Franca e l’abiezione delle argomentazioni degli avvocati che difendevano lo stupratore, l’assoluta mancanza di forza della ragazza che si tentava di ribaltarle contro e l’assoluta bestialità della forza fisica legittimata dalla tradizione, componente dell’onore maschio-padrone.

Le parole che ancora non  si vogliono dire

E qui si pone il problema dei diritti dei bambini e dei minori in genere che non sono emersi con chiarezza, anzi non sono emersi affatto nella serata da cui ho preso le mosse.
Infatti la violenza contro i bambini è apparsa solo in relazione alla loro presenza nella vita familiare e non come offesa alla loro persona perché questa è violenza che i bambini non possono dire se non con i segni di una sofferenza che li accompagnerà per tutta la vita.
Certamente altri possono dire – e penso alle donne come altre che della negazione di parola per essere state considerate oggetti hanno avuto e hanno un’esperienza che potrebbero trasferire nella solidarietà politica e sociale di cui dice la Costituzione – ma ci  sono casi in cui non lo fanno.
Certamente provano – e manifestano – pietà per il bambino sofferente e violato ma arretrano quando si tratta di riconoscergli i diritti di persona, quelli che Franca Viola, nel silenzio imposto dalla tradizione come un macigno, aveva affermato  per sé e per tutte le donne.
Solo così io riesco a spiegare l’indifferenza diffusa alla violazione del principio di uguaglianza che imporrebbe il certificato di nascita a tutti i minori, a prescindere dallo status dei loro genitori.

Il cerchio si chiude sempre lì.
Se le donne rivisitassero un po’ la loro cultura di genere potrebbero riaprirlo, non perché madri ma forti della loro memoria storica se mai volessero averne

18 Marzo 2014Permalink

16 marzo 2014 – La perplessa lettura di una buona notizia.

Leggo su La Repubblica del 14 marzo – cronaca di Torino – in un articolo di Fabio Tanzilli che il comune di Torre Pellice ha ritirato il riconoscimento di ‘cittadino onorario’ del Comune concesso nel 1924 all’allora capo del governo Benito Mussolini. Si rinnova la vecchia immagine dei consiglieri d’epoca, in piedi e plaudenti, immagine che l’assessore in carica ritiene improponibile insieme a quella di coloro che «hanno sacrificato la vita per la Resistenza».mussolini onorario
E’ una scelta di cui potrei comprendere e condividere il significato se non ci fosse una espressione che per me suona contraddizione difficile da sostenere. Dice ancora l’articolo de La Repubblica che “il Comune darà la cittadinanza onoraria a tutti i 50 stranieri nati in Italia, dagli 0 ai 18 anni, residenti a Torre Pellice” e continua, citando sempre il medesimo assessore: «La proposta è sostenuta anche dall’opposizione. Sarebbe incoerente promuovere da un lato l’integrazione e dall’altro onorare chi ha sancito in Italia le leggi razziali».
Ho bisogno di affermare ancora coerenza, almeno la mia e provo perché la sordità (o è cecità? o sono entrambe?) degli italiani di fronte al risorgente razzismo normativo mi preoccupa sempre di più.

Cittadinanza onoraria per chi c’è e per chi non c’è?
Vediamo prima di tutto il significato delle parole ‘cittadinanza onoraria’. Si tratta di un titolo attribuito a un cittadino che, per nascita e importanti testimonianza di sé culturali o d’altro tipo, onora un comune di cui viene dichiarato cittadino anche se non residente.
Non credo ne conseguano possibilità positive se non, ma non sono sicura, la possibilità di elettorato attivo, che non  appartiene certamente ai bambini e ai ragazzi cittadini onorari di Torre Pellice, al presente per la loro età, al futuro perché la legge non prevede il voto degli stranieri.
In sostanza è il comune che – in prima persona – ‘si onora’ e non viceversa.
Ricordo con emozione la cittadinanza onoraria attribuita dal comune di Montereale Valcellina (PN) a Carlo Ginzburg, l’autore de ‘Il formaggio e i vermi’ che ci regalò la storia di Menocchio, mugnaio di quel comune ucciso per decisione dell’Inquisizione.
E in ogni caso potrebbe il comune di Torre Pellice riconoscere la cittadinanza onoraria a bambini giuridicamente  inesistenti? 
Infatti, ed ecco il mio turbamento, l’espressione usata dall’assessore e che di nuovo ricopio, segnalando una pagina buia del nostro passato, evoca, sia pur inconsapevolmente, una pagina oscura del nostro presente. Dice l’assessore: «Sarebbe incoerente promuovere da un lato l’integrazione e dall’altro onorare chi ha sancito in Italia le leggi razziali».
Ma c’è certezza al comune di Torre Pellice che i  50 stranieri nati in Italia, dagli 0 ai 18 anni, residenti a Torre Pellice,  e di cui ha certamente notizia, siano rappresentativi di una tipologia che esaurisce  l’universo dei bambini  da zero a 18 anni nati in Italia da genitori stranieri?

La normale infamia del ‘pacchetto sicurezza’
Credo che una risposta onesta non possa essere che negativa.
La legge italiana infatti non garantisce che tutti i bambini figli di stranieri nati in Italia abbiano il certificato di nascita loro dovuto e possano essere quindi registrati fra i residenti, muniti del loro codice fiscale che assicura prima di tutto l’assistenza sanitaria.  
Il cosiddetto ‘pacchetto sicurezza’ (legge 94/2009 art 1 comma 22 lettera g) ha stabilito che, per riconoscere la nascita di un figlio, assicurandogli quindi il certificato di nascita,  sia necessario presentare il permesso di soggiorno, cosa evidentemente impossibile a chi quel permesso non abbia. 
Io immagino il comune di Torre Pellice diligentemente attento alla circolare che, approvata nel 2009 pochi giorni dopo la promulgazione della nuova legge razziale, dice essere possibile registrare la nascita di tutti i bambini, escludendo la necessità della presentazione del permesso di soggiorno per i genitori ‘irregolari’ che, se si svelassero tali, verrebbero espulsi. Lasciamo perdere la valutazione di un sistema in cui gli atti amministrativi contraddicono le leggi e andiamo avanti.

Una preghiera al comune di Torre Pellice
Il comune di Torre Pellice fa parte del territorio italiano, sconciato dal rinascere del razzismo per via amministrativa, i suoi amministratori sono cittadini italiani membri di una chiesa che ha sofferto una storia di oppressione scegliendo anche ad alti prezzi una storia di libertà.  Vorrei si impegnassero a chiedere che almeno quello sconcio del pacchetto sicurezza sia superato con la certezza di una legge e non affidato alla labilità di una circolare.
Ho provato a rivolgermi a persone appartenenti e attive nell’universo della chiesa cattolica senza ricavarne nulla, salvo qualche inefficace personale consenso.
Parlo per esperienza più volte vissuta.
Mi resta qualche speranza nel mondo laico: esiste una proposta di legge, che risolverebbe il problema senza onere di spesa se qualcuno si impegnasse a farla approvare ma impegno a sollecitarne l’approvazione non c’è. Ne ho ricopiato il testo in questo blog il 17 giugno del 2013.
Poiché invierò questo testo ad amici valdesi ricordo qui anche l’impegno di due giornalisti che hanno pubblicato, con insolita pertinenza di argomenti e ottima informazione,  l’articolo che ho trascritto sempre in questo blog il 21 dicembre dello scorso anno e di cui riporto ancora il link

16 Marzo 2014Permalink

23 settembre 2013 – CITTADINANZA NEGATA AI BAMBINI

Lo storico mensile genovese Il Gallo (www.ilgallo46.it) nel numero di settembre ha pubblicato l’articolo che riporto.
Il testo precedente sullo stesso argomento si trova in questo blog il 15 marzo 2011.tesso argomento

Il Gallo  – settembre 2013 pag. 15

Era passata da poco la metà del primo secolo della nostra era quando Paolo, un uomo cui la fede vivissima che praticava non contraddiceva l’attitudine a un solido senso della realtà, affrontò con competente determinazione rappresentanti militari e magistrati dell’impero romano.

Così raccontano gli Atti degli Apostoli (At 22, 25 sgg): «Ma quando l’ebbero disteso per flagellarlo, Paolo disse al centurione che stava lì: “Avete il diritto di flagellare uno che è cittadino romano e non ancora giudicato?”. 26Udito ciò, il centurione si recò dal comandante ad avvertirlo: “Che cosa stai per fare? Quell’uomo è un romano!”. 27Allora il comandante si recò da Paolo e gli domandò: “Dimmi, tu sei romano?”. Rispose: “Sì”.

Replicò il comandante: “Io, questa cittadinanza l’ho acquistata a caro prezzo”. Paolo disse: “Io, invece, lo sono di nascita!”. 29E subito si allontanarono da lui quelli che stavano per interrogarlo. Anche il comandante ebbe paura, rendendosi conto che era romano e che lui lo aveva messo in catene»

 Cittadini o sudditi?

Certamente la preoccupazione del comandante, tale da farlo desistere per non violare i diritti di un cittadino romano da una decisione pubblicamente presa, si fondava sulla certezza della notorietà della cittadinanza di Paolo. Esistevano a questo scopo le tabulae censoriae in cui doveva essere dichiarato, tra l’altro, il nome del padre e il luogo dell’abitazione.

Successivamente al concetto di cittadino (che anche nella legislazione romana era esclusivo) si sovrappose quello di suddito ma anche in questo caso le concessioni sovrane, le libertà, come venivano chiamati nel Medio Evo gli scioglimenti dai vincoli del potere feudale, erano ben definite, sostanzialmente certificate.

Con la rivoluzione francese il cittadino si riaffacciò alla storia pretendendo (illudendosi?) di esserne protagonista e di esserlo in termini di uguaglianza.

Nasceva fra faticose contraddizioni lo stato moderno che si organizzò per dare ad ognuno una collocazione nota che impedisse di sfuggire al pagamento delle imposte e al servizio militare ma anche, almeno in un momento successivo, per assicurare le condizioni della tutela dei diritti delle persone.

Oggi, nel quadro dei modi praticati in Italia, la certificazione della nascita consente l’identificazione della cittadinanza (che può essere italiana o seguire a quella dei genitori) e, se facciamo attenzione all’estratto completo di un atto di nascita, vi troveremo anche i nomi dei padri e delle madri che potranno essere trascritti sul passaporto.

Doverosa tutela del minore

Non sono annotazioni marginali. In una situazione globale di estrema mobilità identificare come genitori coloro che si spostano con un bambino è una misura di tutela del minore e di garanzia che non siano in corso turpi e diffusi traffici che la nebbia della mancata informazione favorisce.

Tutto ovvio? Non sembra.

Esiste – e ne è formalmente riconosciuta la funzione –  il gruppo CRC, acronimo di Convention on the Rights of the Child la cui traduzione ufficiale in italiano è “Convenzione sui diritti del fanciullo”, che però è preferibile usare nella dizione più congrua “Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza”.

Ne fanno parte un’ottantina di associazioni tra cui AGESCI, ANFFAS, ASGI, Caritas italiana,  CBM, Gruppo Abele, Libera. OVC, la Nostra Famiglia  e molte altre.

Nel suo recente 6o rapporto il gruppo CRC raccomanda (segnalando l’evidenza di una necessità di intervento legislativo) al Parlamento «di attuare una riforma legislativa che garantisca il diritto alla registrazione per tutti i minori, indipendentemente dalla situazione amministrativa dei genitori» (Cap 3.1).

Il Rapporto dello scorso anno così descriveva la condizione di famiglie di bambini non registrati all’anagrafe: « … Il timore […] di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità […], nonché […] contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori».

Paradossalmente l’esistenza di famiglie in queste condizioni e, lo vogliamo sottolineare, di minori cui sono negati diritti fondamentali a partire dalla registrazione anagrafica, è testimoniata da documenti ufficiali.

 In Italia bambini senza tutela

Quindi i minori privi di permesso di soggiorno in conseguenza della irregolarità burocratica dei loro genitori esistono e non sono registrati all’anagrafe, mancano perciò del codice fiscale e della tessera sanitaria.

Ribadendo involontariamente la loro esistenza, nello scorso giugno la regione Lombardia ha negato il diritto al pediatra di base al compimento del sesto mese di vita per i bambini stranieri senza documenti e lo ha fatto appellandosi proprio alla mancanza di quella documentazione che la registrazione anagrafica necessariamente assicurerebbe.

Se il parlamento quindi vuole rispettare le norme internazionali, recepite anche nella nostra legislazione e infine corrispondere alla proposta del CRC, deve affrontare il problema della registrazione anagrafica.

Per la legge italiana la possibilità di registrare atti di stato civile senza l’obbligo di presentazione del permesso di soggiorno non è una novità. Era il sistema in vigore fino al 2009 quando il principio fu violato usando del voto di fiducia che produsse la legge 94, il cd pacchetto sicurezza. Persino l’allora ministero Maroni ricorse precipitosamente ai ripari (il rovesciamento della norma avrebbe posto l’Italia in condizione di essere denunciata nei consessi internazionali) e affidò la registrazione degli atti di nascita a una circolare che concedeva ciò che la legge negava. Quali ne siano stati gli effetti ce lo hanno detto i rapporti del CRC.

In ogni caso agghiaccia l’immagine di signore e signori che seduti intorno ad un autorevole tavolo, in una sede confortevole e sicura, discutono su quale sia l’età in cui un bambino può essere lasciato privo di cure. Eppure a Milano è accaduto.

 E’ urgente rimediare

Resta difficile da capire perché il Parlamento sfugga al ruolo che gli consentirebbe di superare la contraddizione introdotta nel 2009.

Oggi ne avremmo lo strumento perché disponiamo di una proposta di legge (n. 740 del 16 aprile 2013) dispone la modifica delle norme sulla condizione dello straniero in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno: con un unico articolo corregge la stortura di cui si è detto. Ne attendiamo la discussione e, ci auguriamo, l’approvazione.

Molto opportunamente la proposta è stata assegnata alla prima Commissione, quella che si occupa degli Affari Costituzionali, perché di questo si tratta e non della organizzazione di attività di assistenza. Non rappresenta solo il mancato rispetto di una necessità ma viola un principio di uguaglianza e solidarietà offendendo quindi tutti noi in quanto cittadini.

Se oggi un Paolo di Tarso in edizione neonato dicesse a un medico ‘Sono malato. Curami’ costui potrebbe –evidentemente nel disprezzo della deontologia ma non di un diffuso senso comune che in norme inaccettabili si esprime – rispondergli ‘Non devo. Non hai il codice fiscale’. E se qualcuno ci chiedesse ancora  “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4, 8) potremmo rispondergli “Non lo so. Come faccio a custodirlo se non ha il permesso di soggiorno?”.

Oggi il mutare dei tempi ci indica una pluralità di risposte solidali possibili. Ce le indica la Costituzione che all’art. 2 recita «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

E se la solidarietà economica e sociale può giovarsi di azioni di sussidiarietà quella politica non può non manifestarsi, se esiste, nelle sedi istituzionali che a questo loro dovere devono essere richiamate.

Augusta De Piero

23 Settembre 2013Permalink

3 settembre 2013 – Ritorno a casa

Dopo qualche giorno di assenza torno a casa. Mai mi era capitato di desiderare un tablet che non ho per restare collegata alla mia posta e ai siti poco noti, ma di cui mi fido, che pratico.
A Torino, dove mi ero fermata, non mi è capitato di trovare nemmeno un internet point.
Oggi i giornali riferiscono del messaggio di domenica scorsa del papa: un tentativo di costruire unità sulla richiesta di pace con il più nonviolento dei mezzi, il digiuno. Una richiesta che vorrebbe farsi planetaria.
Ci riuscirà? Intanto si segnala il successo dei parlamento inglese nei confronti della decisione di appoggio agli USA nell’iniziativa militare del primo ministro Cameron e i mezzi di informazione analizzano il no (eventuale ma, sembra, improbabile) del Congresso americano come un insuccesso personale del presidente Obama.
A questo punto l’iniziativa di più ampio respiro politico sembra essere quella del papa ed è buffo vedere tante persone che ne sono coinvolte ma, preoccupate dal respiro religioso che la cosa può assumere, dichiarano (il mio riferimento è facebook) il proprio consenso con un ‘sì, ma … io sono laico’ ‘e tuttavia..’.
Il vaticano ha pubblicato il testo del discorso del papa di domenica scorsa anche in arabo.
Ho visto con piacere che il parroco della parrocchia della mia zona lo ha appeso nell’atrio della chiesa accanto al testo italiano.
Cerco di farlo sapere agli amici arabi e soprattutto siriani. Ancora una volta … vedremo
Intanto ne metto il link. Non si sa mai che qualcuno lo legga e se ne serva.
http://www.vatican.va/holy_father/francesco/angelus/2013/documents/papa-francesco_angelus_20130901_ar.html

I tetti di Gradisca

Ne ho scritto il 13, 14, 15, 17, 18, 26 agosto. Oggi riprendo il comunicato che l’on Serena Pellegrino ha pubblicato nel suo sito. Mi avvalgo delle notizia diffuse da lei perché la so attendibile e soprattutto è entrata al CIE e si spesa in una difficile mediazione e ha coinvolto il sen. Luigi Manconi, Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani.
Per oggi non posso che riportare il comunicato di Serena del 31 agosto.

GRADISCA. Clandestini nuovamente sui tetti, è ancora bagarre al Cie di Gradisca. L’allarme è scattato mercoledì sera, quando un gruppo di una ventina di trattenuti all’ex Polonio ha forzato le barriere, riuscendo a uscire dalle vasche di contenimento e a salire nella zona già teatro delle proteste dei giorni scorsi.

 Almeno in due hanno tentato senza successo la fuga: uno di loro si è ferito in maniera non grave cadendo a terra nel tentativo di raggiungere il muro di cinta aggrappato a una sorta di fune rudimentale che ha cercato di agganciare alle sbarre. L’uomo non ha voluto desistere dal suo proposito (con gli agenti che avevano piazzato una scala per farlo scendere) quando la corda improvvisata ha ceduto facendogli compiere un volo di 4 metri. È stato soccorso dagli uomini del 118 e ricoverato al nosocomio di Gorizia, dal quale è stato dimesso facendo ritorno al Cie già durante la notte.

 Rovinosa caduta anche per un secondo straniero che non è riuscito a scavalcare le barriere per questione di centimetri. Non vi sono stati comunque scontri fra gli “ospiti” e le forze dell’ordine. Fonti interne alla polizia smentiscono con decisione, fra l’altro, la notizia secondo cui anche gli agenti sarebbero saliti sui tetti nel tentativo di riportare nelle camerate i “rivoltosi”. L’ordine della Questura al contrario è quello di controllare la situazione evitando il contatto fisico.

 I trattenuti hanno continuato a occupare il tetto per tutta la giornata di ieri, dichiarando di volervi rimanere a oltranza. Il “casus belli” della nuova protesta sono state le convalide di fermo per altri due mesi comminate dal giudice di pace nei confronti di 4 delle persone trattenute al Cie, una delle quali si trova all’ex Polonio da ormai 14 mesi.

 Altre persone colpite dal provvedimento hanno moglie e figli nel nostro Paese. Altri due avrebbero inoltrato senza successo richiesta di rimpatrio volontario.

 Torna quindi d’attualità il tema dei tempi di “detenzione” nei Cie, tempi che sono acuiti anche dalla lentezza e a volte negligenza con cui i Paesi d’origine di queste persone colpite da decreto di espulsione avviano le procedure di rimpatrio. «Non abbiamo prospettive», «La vita qui non conta più niente», «Siamo come cani, molto meglio il carcere».

Altri ospiti hanno persino chiesto il trasferimento in altri Cie. Nel frattempo il trattenuto algerino che aveva spaccato il naso a un operatore con un pugno al volto è stato processato per direttissima e condannato a sei mesi di reclusione. È stato tradotto a Gorizia, nella casa circondariale via Barzellini.

 Ieri sera l’onorevole Serena Pellegrino (Sel) ha svolto una nuova visita al Cie per proporre eventuali mediazioni. La nuova protesta è andata in scena proprio quando a Roma si è svolto un incontro fra i funzionari del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione e le Questure il cui territorio ospita un Cie. Sul tavolo le criticità di questi giorni e le possibili soluzioni operative.

CIE di carne
Rappresentano l’impegno più importante che mi sono data e che fallirà come molti altri miei impegni, ma non  voglio tralasciarlo: ci sono cose che si devono fare anche se destinate al fallimento.
Ne scriverò i prossimi giorni raccogliendo brandelli di informazioni che, negli anni, hanno costruito un dossier. Forse inutile ma ci tengo che resti.
Per ora solo una considerazione. I neonati per la cui registrazione alla nascita è prevista l’esibizione del permesso di soggiorno dei genitori svolgono la funzione dei CIE: servono ad identificare i genitori al fine di espellerli.
Che poi vi siano misure burocratiche che rendono difficile, o almeno rallentano, il processo nulla toglie alla vergogna di una legge che ci teniamo quasi con indifferenza.

3 Settembre 2013Permalink

22 luglio 2013 – Deportazioni, papa e Corte Costiruzionale

 Speravo di poter pubblicare una fulminante vignetta di Vauro, sintesi del mio dossier anche se la storia continua. Non ci sono riuscita.
Temo che abbiamo dato un forte contributo alla scomparsa di Alua e Alma Shalabayeva, segno di tante altre scomparse note e ignote.
Il rincorrersi di notizie, una peggiore dell’altra, solleva forse un velo sull’oscenità confusa e dominante in politica e nella cultura infine forse dominante.
O forse no
Non ho intenzione di continuare il mio dossier.  Forse se troverò qualche articolo che mi sembri da ricordare metterò qualche link perché continua a pensare che la vicenda kazaka possa assumere una dimensione storica.
Se fra qualche tempo vorrò riprendere il filo con queste notizie dispongo già una traccia a mio modo ordinata.
Un ultimo link pro memoria:
http://www.repubblica.it/politica/2013/07/22/news/scandalo_kazako_le_tre_bugie_di_alfano-63441906/?ref=HREC1-1

Continua il nuovo corso stile Francesco?
Ora mi limito a segnalare i link per due articoli che danno qualche indizio di informazione il primo sulla questione IOR (uno degli argomenti che spero di ritrovare nella politica di questo papa che è, non dimentichiamolo, anche sovrano di uno stato assoluto) e il secondo che, relativamente al viaggio in Brasile, ci informa che il papa non ha voluto l’auto blindata. Una decisione coraggiosa e interessante. Vedremo.

http://www.repubblica.it/esteri/2013/07/22/news/venti_inquisitori_in_vaticano_cos_cercano_la_verit_sullo_ior-63441912/?ref=HRER2-1

http://www.corriere.it/esteri/13_luglio_22/papa-argentina-arrivo_1298c93e-f26c-11e2-9522-c5658930a7bc.shtml

Notizie locali da non dimenticare.
Riporto il comunicato giratomi dl responsabile del GrIS del Friuli Venezia Giulia

ASGI_FVG}  La Consulta boccia il welfare padano in versione soft –
La Corte Costituzionale contro i criteri di residenza. Stop alla legge regionale sul welfare

La Consulta ha bocciato una norma della Regione Friuli Venezia Giulia che subordina l’accesso alle prestazioni sociali al requisito della residenza nel territorio regionale da almeno 24 mesi e ai soli extracomunitari impone anche di risiedere in Italia da non meno di 5 anni.
“Si attua così un principio della Costituzione e anche della dichiarazione dei diritti dell’ uomo” commenta Guglielmo Pitzalis del Gris, il Gruppo immigrazione e salute del Friuli.
20.07.2013 La Consulta ha bocciato una norma della Regione Friuli Venezia Giulia che in generale, per tutti gli  aspiranti, subordina l’accesso alle prestazioni sociali al requisito della residenza nel territorio regionale da almeno  24 mesi, anziché al solo requisito della residenza; e ai soli extracomunitari impone non solo tale requisito, ma anche di risiedere in Italia da non meno di 5 anni. Si tratta della legge regionale 16/2011, approvata dalla maggioranza di centro destra della scorsa legislatura, dopo che un altra legge simile era stata bocciata dalla Corte.
La norma indica tra l’altro le persone che possono usufruire di un fondo regionale istituito nell’ambito della stessa normativa per il “contrasto dei fenomeni di povertà e disagio sociale”; i titolari del diritto a percepire assegni di studio.
“Se è vero che il legislatore può riservare talune prestazioni assistenziali ai soli cittadini – spiega la Corte – “non è detto che un nesso a propria volta meritevole di protezione non possa emergere con riguardo alla posizione di chi, pur privo dello status, abbia tuttavia legittimamente radicato un forte legame con la comunità presso la quale risiede e di cui sia divenuto  lavorativa, familiare ed affettiva, la cui tutela non è certamente anomala alla luce dell’ordinamento giuridico vigente”

Mi chiedo:

La legge su cui è intervenuta la Consulta fu approvata nel 2011, quindi nella precedente legislatura.
Mi chiedo però: l’attuale maggioranza e l’attuale giunta regionale hanno gli strumenti cognitivi, le competenze e la consapevolezza politica che (prescindendo dal criterio diffuso dell’immediato consenso di comodo) permetta loro di elaborare una legge diversa, compatibile con i principi in cui la Consulta si riconosce ed efficace?

 

 

22 Luglio 2013Permalink

12 luglio 2013 – In Vaticano si cambia: no all’ergastolo e altro

Trovo su facebook, segnalato in un post di Francesca Longo, un link a un interessantissimo articolo di Andrea Tornielli, tratto da vaticaninsider de La Stampa.
Riguarda il sistema dello Ior e ne inserisco il link perché le mie competenze in materia di banca e finanza mi aiutano a capire ma non mi consentono di esprimermi in autonomia.

In tutta autonomia mi sento invece di percorrere un’altra pista di ragionamento. Oggi i quotidiani esaltano il ruolo del papa nelle modifiche legislativa introdotte “motu proprio” nell’ordinamento normativo del Vaticano (provo a dirlo in un a mia traduzione? Un decreto pontificio di cui il papa, sovrano assoluto, personalmente risponde e rende efficace con  la sola sua approvazione).
Anche qui la lista sarebbe lunga e mi accontento di un link, questa volta al Corriere..

L’elenco è lungo, me lo potrò leggere anche in futuro (e attendo l’attivo della preziosissima rassegna stampa Adista dove troverò testi e commenti interessanti)  ma qualche considerazione me la permetto.
Premetto un richiamo importante: il codice di leggi del Vaticano, valido fino ad oggi (e di cui oggi celebriamo i primi segni di sgretolamento) è il codice penale italiano del 1889 (cd Zanardelli) in vigore in Italia nel 1929 e fatto proprio dal neoriconosciuto Stato Vaticano con il Concordato allora firmato dal segretario di stato card. Gasparri e da S:E: Benito Mussolini.
Sottolineo alcuni aspetti delle riforme vaticane: l’identificazione di reati nei confronti dei minori. la soppressione dell’ergastolo e la definizione del reato di tortura.
Alle ultime due misure che ho citato l’Italia non è ancora arrivata. Arranca, arranca … chissà

Papa Francesco ci serve un Concilio!
Di pena di morte nel motu proprio non si parla.
Nella normativa vaticana – l’ultima condanna a morte eseguita risale al 1870 – era stata  rimossa definitivamente solo nel 2010. Il papa però non è solo un sovrano ma anche il Vescovo di Roma.
E a questo punto è d’obbligo un riferimento al catechismo della chiesa cattolica che alla proposizione 2267 così recita, in un linguaggio più diplomatico che ecclesiale:

«L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani.

Se, invece, i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall’aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l’autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana.

Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti ».

Due link a documenti ‘storici’

Aggiungo per esteso il link che consente la lettura del testo del motu proprio

http://www.vatican.va/holy_father/francesco/motu_proprio/documents/papa-francesco-motu-proprio_20130711_organi-giudiziari_it.html

e il testo del comunicato stampa ufficiale della sale stampa vaticana.

http://press.catholica.va/news_services/bulletin/news/31384.php?index=31384&po_date=11.07.2013&lang=en

 

12 Luglio 2013Permalink

3 luglio 2013 – Pregiudizi e libere riflessioni, da Giancarla Codrignani

Ho riportato più volte gli scritti che Giancarla mi ha inviato.
Questo mi sembra di notevole interesse sia per la natura delle argomentazioni che per lo stile. La Repubbblica cui Giancarla fa riferimento è l’edizione di Bologna, la città dove vive.

PREGIUDIZI             Repubblica    3 luglio 2013 (ridotto; qui originale)   Giancarla Codrignani

 Brutta cosa il pregiudizio. Perfino io, che traducevo a scuola sublimi versi greci di amanti inequivocabilmente omosessuali, mi sono resa conto che l’eterosessualità può impedire di cogliere l’autentico valore dell’uguaglianza nei diritti di libertà. Forse troppi  si commuovono leggendo il De Profundis di Oscar Wilde, ma provano solo compassione: è come  la tolleranza, che si sente buona, ma non legittima. Le parole giuste per la sentenza della Corte suprema che accoglie la diversità nel matrimonio e nella genitorialità le ha detta Obama: love is love, l’amore è l’amore.

Anche il sindaco Merola ritiene l’amore principio fondante delle relazioni interpersonali. Sembra che i cattolici si scandalizzino, ma bisognerà vedere quali. Perché almeno i cattolici LGTB – lesbiche, gay, transgender, bisessuali – o i loro genitori non saranno così unilaterali. Anche le chiese sanno quanto sia pressante la richiesta di riconoscimento dei gay cristiani organizzati: non sembra più una battuta dire che bisogna farci attenzione perché ormai sono i soli che si vogliono sposare in chiesa. Al funerale di don Gallo il cardinal Bagnasco ha dato la comunione a Luxuria: è il sacramento più grande, superiore al matrimonio, che, in sé, è invenzione umana che la chiesa innalza a sacramento, lasciando che non il prete, ma gli sposi siano ministri responsabili del rito. Sarebbe bene riflettere sulla cultura più umana che si viene esprimendo nel nostro tempo e interrogarsi se abbiamo ben compreso l’innovazione del Concilio Vaticano II che ha posto – per la prima volta nella tradizione cristiana (a me sembra ancora incredibile) – l’amore a principio fondante del matrimonio. Non altrettanto “fondanti”, infatti, appaiono finalmente la procreazione, il mutuo aiuto e il rimedio all’istintività sessuale (che Luz Maria Longoria, una delle “madri del Concilio”, denunciò ai padri conciliari: “con tutto il rispetto, le vostre madri vi hanno concepito non per la concupiscenza, ma nell’amore”). La richiesta dei fratelli “diversi” (ma noi siamo diversi ai loro occhi) ci dicono che senza amore non si dà relazione, che i figli, naturali o adottivi, debbono essere voluti responsabilmente,  che il rapporto umano supera il livello biologico degli istinti animali.

 Se Giovanardi menziona la Costituzione e la laicità, sarebbe bene che leggesse l’art. 29. Certo il matrimonio gay era ben lontano dall’immaginazione dei costituenti, ma oggettivamente scrissero che la famiglia è fondata sul matrimonio e non dissero quale (consapevolmente, invece, esclusero, dopo essersi guardati in faccia, il termine “indissolubile”). Quanto alla laicità sarebbe meglio che commentasse il card. Betori che, pensando in largo anticipo ad una mancata riconferma di Renzi, chiede garanzie cielline per il futuro sindaco.

Sui diritti civili – e morali – legati alla “naturalità” umana, l’attualità delle differenze (un tempo “devianze”) sessuali evoca l’altro problema, quello razziale, che persiste anche se la scienza ha dimostrato che la “razza” non esiste e nessuno si sogna di chiedere il colore di una trasfusione.

 Lunedì è stata a Bologna la ministra Cecile Kienge, per riferire le proposte parlamentari e di governo sullo ius soli. Anche in questo caso il pregiudizio confonde le menti e discrimina: i bimbi nati a Bologna, che parlano con il nostro accento e sono amici dei nostri figli, non sono stranieri, sono italiani. Nello ius sanguinis il sangue del diritto romano, a giudizio di noi moderni, potrebbe essere, semmai, quello della donna, mentre – sia per gli individui, sia per i popoli – il sangue che caratterizza presunte identità e pretende diritti nazionalistici è quello del patriarcato proprietario inventore dell’onore. Papa Francesco ha lavato i piedi a una donna “di colore” e islamica (a cui nessuno ha chiesto se “etero” o no) e vola a Lampedusa a incontrare da cristiano l’uguaglianza umana  e il diritto civile.

3 Luglio 2013Permalink

31 maggio 2013 – Le ‘nonne’ e il papa

Ho trovato il documento che trascrivo nel n. 18 di ADISTA Documenti (www.adista.it) e spero che  papa Francesco corrisponda alle aspettative di queste eroiche nonne con la celerità con cui ha tolto dalle secche dei comodi dimenticatoi il processo di beatificazione di don Puglisi.

Lettera delle nonne di piazza di maggio

Santità, noi Nonne di Piazza di maggio vogliamo esprimere la nostra soddisfazione per l’elezione di un papa argentino, che contribuirà, con la sua saggezza, al lavoro a favore dei settori più trascurati e impoveriti.

Siamo anche grate per il fatto che ha avuto l’amabilità di riceverci e auspichiamo che, nel suo nuovo ruolo di massima autorità della Chiesa cattolica, possa fornire i mezzi necessari alla ricerca dei quasi 400 nipoti che ancora oggi non hanno recuperato la loro vera identità. Come pure speriamo possa aiutarci a sapere che ne è stato dei nostri figli e delle nostre figli desaparecidos durante l’ultima dittatura militare.
Sappiamo che i nostri nipoti, per via della loro età, potrebbero essere dappertutto e quindi la sua collaborazione sarebbe di grande importanza per accrescere la visibilità della nostra diperatga ricerca agli occhi del mondo.

Noi Nonne portiamo avanti tale ricerca in modo pacifico, attraverso il dialogo e la giustizia, al fine di ricostruire ciò che il terrorismo di Stato ha voluto distruggere. In questo lungo cammino, che, per quanto vi siano gruppi iniziato a percorrere da sole, con pericolo, dolore, paura e mancanza di riconoscimento, uno dei grandi ostacoli che abbiamo incontrato è stato il silenzio.

Oggi, grazie a Dio, possiamo contare sull’accompagnamento di un ampio settore della società, per quanto vi siano gruppi che ancora mantengono il patto del silenzio instaurato dal terrorismo di Stato.

La dittatura non solo ha eliminato i nostri figli e sottratto loro i nostri nipoti, ma ha anche cancellato tutte le prove che ci avrebbero permesso di sapere che ne è stato di loro. E’ per questo che per noi qualunque elemento, per quanto piccolo possa apparire, rappresenta un bene prezioso per poter rintracciare i figli dei nostri figli. In questo senso, la sollecitiamo a chiedere ai rappresentanti della Chiesa cattolica e ai fedeli di comunicare le informazioni di cui dispongono sul destino dei nostri nipoti desaparecidos.

Noi Nonne abbiamo restituito l’identità a giovani che sono stati dati in adozione dal Movimento Familiare Cristiano; la Giustizia argentina ha chiamato a testimoniare suore che durante l’ultima dittatura lavoravano in Centri clandestini di detenzione, come Campo de Mayo. Tutti loro possono sicuramente offrire informazioni precise.

Sono passati ormai 35 anni da quando abbiamo iniziato a cercare i nostri familiari: vogliamo abbracciare i nostri nipoti e vogliamo che conoscano la loro storia. Per questo chiediamo a sua Santità di spiegare ai rappresentanti della Chiesa e a tutti i fedeli che è un dovere cristiano trasmettere informazioni sul destino dei bambini desaparecidos in Argentina. Di avvertire che costituisce un peccato occultare reati catalogati dalla comunità giuridica internazionale come crimini contro l’umanità, come i sequestri, gli assassinii e la sottrazione di neonati perpetrati dal terrorismo di Stato.

Lo scorso anno la Giustizia argentina ha comprovato l’esistenza di un piano sistematico di appropriazione di minori durante il regime militare e ha processato i responsabili di questo delitto. Ciononostante, il processo non è servito ad ottenere informazioni che ci possano aiutare a rintracciare i nostri nipoti.

E’ in questo senso che le chiediamo di provvedere ad aprire gli archivi del Vaticano come pure quelli che esistono nelle diocesi dell’Argentina, per sapere se vi si può reperire qualche dato che ci dia la felicità di trovare qualcuno dei nostri nipoti.

La salutiamo con ogni considerazione.

31 Maggio 2013Permalink

18 maggio 2013 – Videla e il ‘pacchetto sicurezza’

Ieri è morto Jorge Videla leader della giunta militare argentina responsabile del golpe del 24 marzo del 1976

Uno dei primi commenti è stato quello del Premio Nobel per la pace argentino Adolfo Pérez Esquivel, che per anni ha denunciato gli abusi della dittatura: “Ha passato la vita a provocare danni gravissimi, ed ha marchiato la vita del Paese”, ha detto  “La sua morte elimina la presenza fisica, ma non ciò che ha fatto al Paese”.
Subito dopo la leader delle nonne di Plaza de Mayo, Estela de Carlotto, ha dichiarato: “Un essere spregevole ha lasciato questo mondo… Ha rivendicato tutti i suoi delitti e non si è mai pentito dei crimini commessi”.

Non voglio raccontare la storia di Videla né l’elenco dei processi che lo portarono e lo riportarono in  prigione ma la citazione delle parole di Estela de Carlotto mi richiama a uno dei tanti delitti di Videla, la sottrazione dei figli alle madri che li avevano generati e ai padri che forse mai seppero di essere diventati tali.
A quelle madri, poi eliminate, si sono sostituite le nonne, in uno stravolgimento delle generazioni su cui sarebbe necessario riflettere e speriamo lo faccia il papa argentino cui le nonne si sono rivolte per un aiuto a meglio conoscere la famiglie ‘adottive’ dei neonati rapiti in carcere.

Costruire una generazione fedele e succube.
La distruzione dei genitori in quanto tali per contribuire alla costruzione di una generazione fedele al sistema della giunta militare  ha raggiunto in Argentina vertici che, non per quantità ma per qualità, possono assimilarla al nazismo e ai diversi progetti di cancellazione di intere popolazioni.
Ormai purtroppo sappiamo che le dittature fanno scuola (si dice che Hitler si fosse accuratamente documentato sul genocidio armeno prima di procedere a costruire il suo).

Non posso sottrarmi alle mie riflessioni che da cinque anni mi inducono a ritrovare in Videla l’iniziatore di una scuola che ci riguarda.
Una legge del nostro stato, che abbiamo chiamato ‘pacchetto sicurezza’, prevede che ci siano genitori che, per essere privi di permesso di soggiorno, non possono registrare la nascita dei propri figli, riducendoli a un nulla come gli ebrei e i rom nei lager, un numero senza nome che, per i ‘nostri’ bambini non registrati, nessun documento potrà identificare.
Se poi accorgimenti burocratici rendano possibile la registrazione anagrafica, in ossequio a norme internazionali e per una prudente attenzione alla necessità di non irritare qualche italiano cui siano ancora noti i diritti umani (e  fra queste persone attente finora non è possibile annoverare i parlamentari né di questa né della precedente legislatura), poco importa.
Quel che conta è che il virus è entrato in noi, attraverso quelle norme che ci vincolano in quanto italiani e che sono consolidate per ora dalla paura abilmente indotta e dalla politica della Lega che ne è stata l’iniziatrice e non solo.
Oggi possiamo non guardarne i ‘piccoli’ effetti (che potremmo rimuovere ma non lo facciamo). Domani?

A mia futura memoria riporto il link ad alcuni articoli relativi al dittatore argentino

http://www.repubblica.it/esteri/2013/05/17/news/argentina_morto_ex_dittatore_videla-59005963/?ref=HREC1-5

http://www.corriere.it/esteri/13_maggio_17/argentina-morto-dittatore-videla-ergastolo-desaparecidos_ffb1845c-bef2-11e2-be2c-cd1fc1fbfe0c.shtml

http://www.lastampa.it/2013/05/17/esteri/argentina-addio-all-ex-dittatore-videla-dxOXOV3r82tyK89V1fPa6J/pagina.html

18 Maggio 2013Permalink

25 marzo 2013 – Silenzi che soffocano

 Dallo scorso anno il primo giorno di ogni mese pubblico un mio calendario dove segno alcune date che voglio ricordare. Può capitare che durante il mese ci siano avvenimenti nuovi che aggiungo a futura memoria. 
Per una singolare coincidenza quando il 13 marzo ho aggiunto la notizia dell’elezione di papa Francesco ho rivisto questa nota: “13 marzo 1983 – assassinio di Marianella Garcia Villas in Salvador” che mi ha rinviato subito al 24 marzo 1980: “assassinio di mons. Romero”.
Per chi volesse conoscere il legame che unisce due salvadoregni, uccisi a tre anni di distanza per gli stessi motivi, segnalo il bel libro di Bimbi e La Valle ‘Marianella e i suoi fratelli’.
Ieri davo per scontato che il papa sudamericano ricordasse mons. Romero nel 33mo anniversario della morte. Così non è stato.
Alle delusione di è aggiunta la preoccupazione e la luce di speranza nata dai gesti nuovo e sorprendenti di papa Francesco si è affievolita.

Perciò voglio riportare le parole con cui mons. Romero si rivolgeva ai militari del suo paese:
“Vorrei fare un appello in maniera speciale agli uomini dell’esercito, e in concreto alla base della guardia nazionale, della polizia, dei quartieri generali.
Fratelli, voi appartenete come noi al popolo, voi però uccidete i vostri fratelli contadini. Di fronte all’ordine di uccidere dato da un uomo, è la Legge di Dio che deve prevalere, e quella legge dice: TU NON UCCIDERAI. Un soldato non e’ costretto ad obbedire ad un ordine che va contro la Legge di Dio. Una legge immorale non deve essere rispettata. Ora è tempo che recuperiate la vostra coscienza e che obbediscano alle proprie coscienze piuttosto che all’ordine del peccato. La Chiesa che difende i Diritti di Dio, della legge di Dio, della dignità umana, della persona, non può starsene in silenzio davanti a tanto abominio. Vogliamo che il Governo prenda sul serio che le riforme non serviranno a niente se devono essere imbevute di tanto sangue. In nome di Dio, in nome del Popolo che soffre, i cui lamenti crescenti salgono al cielo ogni giorno più forti, io vi supplico, io vi chiedo, io vi ordino: fermate la repressione!” 

E infine, per un’opportuna contestualizzazione, aggiungo il testo di un articolo dell’amico giornalista Luigi Sandri, pubblicato oggi sul quotidiano Il Trentino.

“ Continua ad essere segno di contraddizione, nella Chiesa cattolica romana, monsignor Oscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo salvadoregno assassinato come ieri, il 24 marzo 1980. La sua vicenda è esemplare per comprendere luci e ombre della Chiesa romana negli ultimi decenni.

     Egli nel 1977 fu promosso ad arcivescovo di San Salvador, la capitale del paese centro-americano, perché era considerato – e lo era – un prelato “conservatore”, e dunque ben voluto dal regime al potere. Sennonché, pochi giorni dopo la sua nomina, gli squadroni della morte (bande protette dal governo) assassinarono p. Rutilio Grande, un sacerdote tutto dedito a coscientizzare la povera gente, e che Romero stimava. Vegliando su quel corpo, l’arcivescovo ebbe come una intuizione profetica: quella di dover essere la voce dei senza voce, il difensore dei poveri. E, con grande meraviglia di coloro che lo conoscevano come sacerdote  “spiritualista” e avversario della teologia della liberazione, andò esponendosi sempre più nella causa scelta.

     Si allarmarono non solo i latifondisti e l’esercito salvadoregno, ma anche quasi tutti gli altri vescovi del paese, in maggioranza alleati alle tesi del regime; e, infine, anche il Vaticano. In udienza da papa Wojtyla, Romero fu praticamente rimproverato, e giudicato “imprudente” dal pontefice; ma, pur denunciando alcune violenze dei gruppi rivoluzionari che si opponevano al regime, egli attaccò pubblicamente il governo che, non facendo giuste riforme sociali, portava la gente alla disperazione. Infine, il 23 marzo 1980, nella sua omelia domenicale nella cattedrale, egli si rivolse direttamente ai soldati che, obbedendo agli ordini, uccidevano spietatamente contadini che rivendicavano soltanto i loro diritti. Affermò, Romero: “La legge di Dio dice ‘non uccidere’. Nessun soldato deve obbedire ad una legge immorale. In nome di Dio e in nome di questo popolo sofferente vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione!”.

     L’indomani, mentre celebrava la messa in una piccola cappella, e stava proprio levando il calice, un killer prezzolato dalla giunta militare gli sparò, e lo uccise sul colpo. Ai suoi funerali – ci fu moltissima gente, e i soldati spararono, facendo altre vittime – la maggior parte degli altri vescovi salvadoregni non partecipò, ritenendo Romero una “testa calda”, uno che era andato a cercarsi guai. Lo stesso pensò una parte importante della Curia romana, anche se Giovanni Paolo II, visitando El Salvador nel 1983 volle pregare sulla tomba dell’arcivescovo.

     Wojtyla e Ratzinger non affrettarono la causa di beatificazione di Romero, per quanto in America latina molti lo invochino come un santo. Giovedì scorso, uscendo dall’udienza con il papa, l’argentino Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel per la pace 1980, ha riferito che Francesco considera Romero “uno dei profeti e martiri del nostro tempo”. Ieri, però, malgrado le attese di molti, Bergoglio non ha ricordato l’anniversario del martirio di Romero”.

25 Marzo 2013Permalink