12 luglio 2009 – Una sola sicurezza: colf & badanti – 5

Dai nonni alla tassa sul macinato, transitando per le badanti
Sia onore a Il Sole 24 ore che il 23 maggio scriveva con abile preveggenza:

”Nell’introduzione del reato di immigrazione clandestina, ha detto Mantovano, il Governo ha «saggiamente consegnato» questa ipotesi di reato nelle mani del Parlamento, che sarà chiamato a valutare la congruità dello strumento con il fine da raggiungere. La disposizione, comunque, colpirà i clandestini che giungeranno nel Belpaese dopo l’entrata in vigore della norma e non chi è già qui. No, dunque, a un giro di vite sulle badanti …”.

Chi volesse leggere tutto l’articolo può andare, tramite il pulsante archivio, al mio ‘Violiamo il segreto professionale e cancelliamo i neonati’ (1 giugno) e con un clic sulla parola ‘Il sole’ potrà raggiungere l’intero testo di Nicoletta Cottone.
Oggi sullo stesso quotidiano Marco Ludovico scrive:
“L’intervento annunciato come regolarizzazione di colf e badanti è ora nella fase di scrittura: secondo le ultime ipotesi, potrebbe essere un emendamento al disegno di legge anti-crisi. Ci vorrà, per questo, il consenso del titolare dell’Economia, Giulio Tremonti.
Certo è che è ormai ufficiale l’intesa di massima tra i ministri del Welfare, Maurizio Sacconi, e dell’Interno, Roberto Maroni: quantomeno perché è scattata la fase finale della formulazione del testo e i ministeri stanno limando a spron battuto le norme e i dettagli tecnici. Ma l’impianto è ormai pronto. Riprenderà, nel modello, lo schema di regolarizzazione del 2002 deciso dal secondo governo Berlusconi. Stavolta, però, anziché essere esteso a diverse figure lavorative, il provvedimento è circoscritto ai «servizi alla famiglia e alla persona».
Con il pagamento dei 500 euro è prevista la non punibilità del lavoratore in nero e del suo datore di lavoro, trattandosi di una vera e propria emersione di attività sommerse”

La storia non é maestra di vita
La storia non é maestra di vita ma testimone di vita vissuta sì.
Durante l’età feudale i servi dovevano ai loro signori molte attività lavorative non retribuite ed era loro obbligo anche pagare balzelli per l’uso di beni che al signore appartenevano e di cui – anche ne avessero avuti i mezzi – non potevano disporre.
Per esempio per macinare il grano e produrre la farina per le proprie elementari esigenze dovevano servirsi esclusivamente del mulino del signore del luogo, cui pagare un balzello e così per il frantoio cui portare le olive ecc.
Questi limiti erano vincolanti anche per i contadini liberi.
Il balzello sul grano si chiamò in seguito imposta sul macinato da pagarsi allo stato e in Italia fu abolita quasi ovunque all’epoca dell’unità (1861). Ma 1869 venne ripristinata dal ministro delle Finanze Luigi Guglielmo di Cambray-Digny, su proposta del suo predecessore Quintino Sella, per risanare il bilancio messo in crisi dalla terza guerra d’indipendenza. La legge, che prevedeva una tassa di due lire ogni quintale di grano macinato, scatenò la rivolta nelle campagne; i moti più violenti si ebbero in Emilia, in Romagna e nella Val di Sieve, dove furono appoggiati dai movimenti di opposizione al governo e vennero duramente repressi dalle truppe del generale Raffaele Cadorna. Alla caduta della Destra storica, l’imposta fu prima modificata da Agostino Depretis e poi definitivamente abolita nel 1884.
Non posso proporre un’adeguata bibliografia per chi fosse interessato a queste faccende; mi limito a suggerire una visita alla biblioteca Edmondo De Amicis di Anzola dell’Emilia dove troverete persino un sindaco predecessore del Ministro Brunetta.

Per non dimenticare nonni e badanti … e lasciar perdere i neonati.
Per assicurare indispensabili servizi alla famiglia e alla persona sarebbe prevista la non punibilità del lavoratore in nero e del suo datore di lavoro subordinata al pagamento di 500 euro. L’operazione dovrebbe aver luogo entro il mese di settembre.
Insisto con i condizionali perché io ormai, nel clima di caos diffuso e di informazioni dalla discutibile validità, non mi pronuncio finché non posso citare precisi documenti.
Se le cose stanno come finora ci hanno raccontato gli assistiti da badanti possono:
1. metterle in regola se entrate in Italia prima di una scadenza che la legge stabilirà;
2. raccattare i 500 euro necessari (e se i medievali servi della gleba riuscivano a pagare signorili balzelli per assicurarsi il pane, in qualche modo si arrangeranno anche coloro che oggi si trovano in diverso, ma altrettanto intenso, stato di necessità);
3. detrarre i 500 euro dalla paga delle badanti.
Chi ne avrà un vantaggio:
– la Lega che – mitigando il principio dichiarato ‘non faremo sanatorie’ -potrà proporsi come forte con i deboli e pietosa con i garantiti per meriti di razza;
– le forze tutte di maggioranza che potranno assicurare al ministro Tremonti un’entrata sicura, tanto più sicura perché strangola persone impossibilitate a sottrarsi al balzello per stato di necessità, come ai tempi dell’imposta sul macinato.
Una delle mie solite inutili domande: quando l’assistito non avrà più bisogno della badante e questa resterà senza lavoro che accadrà nel periodo di latenza in attesa del nuovo lavoro, ammesso che le sia riconosciuto il diritto di cercarlo?
Chi si ricorderà del problema della registrazione anagrafica negata?
Nessuno o quasi. Forse nemmeno in un’Italia lego-berlusconiana é ritenuto opportuno monetizzare i neonati (speriamo non mi leggano Tremonti o i sodali di Bossi, altrimenti il balzello sui parti rischia di diventare legge) e quindi non se ne ricava proprio nulla.
Non offrono pacchetti di voti, non pagano in contanti … perché mai ce ne dovremmo occupare?
Ben che vada fra una cinquantina d’anni un papa o chi per lui chiederà perdono alla loro memoria, se ci sarà il luogo per farlo con sufficiente clamore pubblicitario.

Ancora una lettera al Presidente Napolitano
Avevo deciso di chiudere la mia piccola serie dedicata all’infamia razzista ma voglio pubblicare ancora una lettera, che trascrivo da un messaggio del Centro di ricerca per la pace di Viterbo.

Signor presidente,
mi chiamo Daniele Barbieri, abito a Imola, ho quasi l’età della nostra repubblica.
Anche io le chiedo di non firmare le nuove leggi razziali. Se mi consente di “rubarle” pochi attimi le spiego perché raccontandole una piccolissima storia e facendole una domanda.
La scena si svolge in una piccola città d’un Paese a forma di stivale. E’ sera, un gruppo di studenti e studentesse chiede a un avvocato di spiegare i meccanismi delle nuove leggi razziali approvate in quel Paese. Quando l’avvocato finisce di parlare, il gelo. Poi chiede la parola Lella: “ma adesso i bambini per non essere arrestati dovranno nascondersi come Anna Frank?”. Lella (in realtà non si chiama così) comunica al gruppo che, a casa dei suoi genitori, é’ disposta a nascondere i nuovi ebrei. Se devo giudicare a occhio, Lella e’ poco più grande di quell’Anna Frank che scrisse un famoso diario. Sono andato via dalla riunione senza poter dire quello che avrei voluto. Che era: “Brava Lella, sono orgoglioso di te (e dei tuoi genitori) ma stai tranquilla, il Presidente della Repubblica di un Paese democratico non firmerà una legge così infame, piuttosto darebbe le dimissioni”.
E ora signor Presidente le chiedo: se per assurdo quel Paese fosse stato l’Italia, lei non avrebbe firmato, vero?

Istruzioni per l’uso
Chi volesse conoscere le lettere che vengono inviate al presidente della Repubblica – e rese note al Centro di ricerca per la pace di Viterbo (Direttore responsabile: Peppe Sini) può contattare la redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it
Trascrivo l’appello che il Centro diffonde dal 7 luglio
Carissime e carissimi,
stiamo sollecitando persone e movimenti a scrivere al Presidente della Repubblica affinché non ratifichi le misure razziste, criminogene ed incostituzionali contenute nel cosiddetto “pacchetto sicurezza” approvato dal Senato in seconda lettura il 2 luglio 2009, ovvero rinvii alle Camere quel provvedimento chiedendone la modifica nelle parti palesemente incompatibili con la Costituzione e le norme del diritto internazionale recepite nell’ordinamento della Repubblica Italiana.
Vorremmo pregarvi:
a) di scrivere anche voi al Presidente della Repubblica in tal senso, e di rendere pubblica tale iniziativa comunicandola a mezzi d’informazione ed interlocutori vari;
b) di esortare altre persone a farlo, rendendo anch’esse pubblica la loro iniziativa;
c) di inviarci un vostro intervento da pubblicare sul nostro notiziario telematico quotidiano.
La tempestività e’ decisiva, ed altrettanto decisiva e’ la vastità della mobilitazione: sussistono i termini giuridici perché il Presidente della Repubblica possa rinviare alle Camere quell’atto, ma e’ evidente che sarà confortato in tale decisione dal visibile pronunciarsi di una vasta parte del popolo italiano in difesa del diritto, della civiltà, dell’umanità’.
Facciamo quanto e’ in nostro potere perché questo accada.
Per scrivere al Presidente della Repubblica l’indirizzo postale e’:
Presidente della Repubblica, piazza del Quirinale, 00187 Roma; il fax:
0646993125; l’indirizzo di posta elettronica e’:
presidenza.repubblica@quirinale.it; nel web: https://servizi.quirinale.it/webmail/

Segnalo una modalità alternativa per raggiungere la presidenza della Repubblica:
www.quirinale.it – colonna di destra: la posta e poi seguire le istruzioni.
Faccio presente che anche il sito www.ildialogo.org sostiene l’iniziativa del centro di Viterbo anche con la pubblicazione di parecchio materiale, reperibile alla voce “Sul razzismo e sulle migrazioni” (in fondo alla colonna centrale della homepage del sito e anche qui).

12 Luglio 2009Permalink

10 luglio 2009 – Non solo infamia –Il sindaco non è un podestà- 4

Per tre volte nei giorni scorsi ho scritto delle ‘Disposizioni in materia di sicurezza pubblica’, legge approvata il due luglio dal Senato dopo mesi di dibattito, svoltosi fra consensi strappati a voti di fiducia e passaggi a ping pong dal senato (codice 733), alla camera (codice 2180 – testo approvato con modificazioni 14 maggio 2009) e infine all’approdo, definitivo ma forse non troppo, al senato (codice 733-B).

Ho scritto anche delle lettere, moltissime (ne ho pubblicate due nel precedente ‘Una sola sicurezza: l’infamia’ dell’otto luglio) che cittadine e cittadini inviano, anche a titolo personale, al Presidente della Repubblica perché, nell’esercizio del suo ruolo, rifiuti di promulgare quella norma, aiutando, come gli ha scritto l’ex parlamentare Giancarla Codrignani che gli fu collega, “il paese a mantenere quella dignità” che nasce dal “massimo rispetto delle garanzie istituzionali”.
Voglio però segnalare, in attesa di quello che accadrà in futuro, un aspetto che mi sta particolarmente a cuore.

Il silenzio dei sindaci.
Certamente non è stato un silenzio totale: in Friuli si erano tempestivamente espressi prima delle elezioni di giugno (e credo sia importante intendere il significato di questa precisazione cronologica) i comuni di Palazzolo dello Stella, Colloredo di monte Albano e Talmassons (del cui documento ho scritto nel mio articolo del 24 maggio -Nemici dell’Italia: Neonati senza madre e senza padre, fantasmi senza nome). Sono infinitamente grata ai consiglieri comunali che hanno lavorato per raggiungere quell’approvazione.
Il sindaco di Udine è intervenuto a filo della scadenza del tempo massimo a una manifestazione promossa da una serie di associazioni, il 27 giugno scorso, affermando che, come si evince da un comunicato dell’Ufficio Stampa del Comune datato 26 giugno: “Questa politica anziché favorire il processo d’integrazione <…> rischia invece di comprometterlo, innescando gravi meccanismi di esclusione, con la pericolosa conseguenza di abbassare i livelli di coesione e sicurezza sociale.
E ancora: “
L’art. 45 del ddl “Disposizione in materia di sicurezza”, infatti, introduce l’obbligo per il cittadino straniero di esibire il permesso di soggiorno in sede di richiesta di provvedimenti riguardanti gli atti di stato civile, tra i quali sono inclusi anche gli atti di nascita. Una norma che di fatto impedisce la registrazione della nascita e si configura come una misura che oggettivamente scoraggia una protezione del minore e della maternità. Senza contare che molte delle donne prive di permesso di soggiorno, temendo che il figlio venga loro tolto, decidano di non partorire in ospedale, con il conseguente ed elevatissimo rischio che aumentino le morti per parto o di quelle dei neonati.
I minori non registrati, infatti, secondo quanto denunciato, resterebbero privi di qualsiasi documento e totalmente sconosciuti alle istituzioni. In mancanza di un’attestazione da cui risulti il rapporto di filiazione, molti di questi bambini non potranno acquisire la cittadinanza dei genitori e diventeranno apolidi di fatto. In secondo luogo c’è il forte rischio che i neonati partoriti in ospedale non vengano consegnati ai genitori privi di permesso di soggiorno, visto che a quest’ultimi è impedito il riconoscimento del figlio, e che in tali casi venga aperto un procedimento per la dichiarazione dello stato d’abbandono.
E infine, come spiega l’assessore con delega ai Diritti di Cittadinanza Kristian Franzil “ … Tra le azioni che ci proponiamo di intraprendere per appoggiare l’iniziativa della Rete per i Diritti di Cittadinanza e del Centro Balducci c’è la possibilità di convocare la presidenza dell’Ordine dei Medici e delle Ostetriche alla presenza dei responsabili dei servizi anagrafici per esplorare, qualora il comma relativo al segreto sanitario diventasse legge, la possibilità di misure di contrasto alla creazione di apolidi.”

Due precisazioni …
La prima riguarda una citazione sbagliata. L’articolo citato aveva il n. 45 nel progetto di legge noto con il codice 2180 ma, nel testo approvato al senato (733-B), era identificato come “lettera g, comma 22, articolo 1” (modificato a seguito del blindato voto di fiducia su emendamenti) e così é stato approvato.
La seconda attiene alla proposta presente nella parte finale del comunicato stampa citato sopra. Certamente sussiste un gravissimo vulnus, non superato nonostante indicazioni vanificate dal fatto che la ‘clandestinità’ è diventata reato, relativo al rispetto del segreto professionale per i medici. Ma la questione non è tutta qui: il problema del riconoscimento dei neonati dipende dagli uffici anagrafe dei comuni, ci sia o non ci sia il vincolo di segreto professionale.
Ne ho scritto nel mio articolo del primo giugno “Ci resta solo il silenzio mentre aspettiamo che il Senato decida di cancellare i neonati privi di un pezzo di carta?”, che contiene anche alcuni collegamenti che potranno essere utili a chi voglia approfondire l’argomento.

…e un desiderio.
Spero che se il Comune di Udine (il cui ruolo come capoluogo di provincia è importante) saprà mettere in atto la volontà espressa di non creare apolidi, con una definita volontà politica, senza trascurare un’adeguata documentazione.
E’ materia questa troppo delicata per accostarla con superficialità.
Ma soprattutto spero che rilevi, con fermezza e precisione, il significato che la non iscrizione anagrafica di neonati figli di sans papier assumerebbe nei confronti del comune stesso, il cui ruolo istituzionale –la conoscenza di coloro che nascono e vivono sul proprio territorio- soffrirebbe un vulnus doloroso e grave.
Non posso dimenticare che il comune è (ancora?) il primo livello che garantisce a una persona un rapporto con le istituzioni da cittadino e non da suddito.
Il sindaco non é un podestà!

10 Luglio 2009Permalink

08 luglio 2009 – Una sola sicurezza: l’infamia – 3

2 luglio: il Senato approva
Il testo delle ‘disposizioni in materia di sicurezza pubblica’ (approvato dal Senato con il numero di codice 733-B) si avvia a compiere il suo percorso. Presto sarà legge operativa per volere di questo governo e con tante, troppe, complicità.
Proveniva dall’approvazione fiduciaria della Camera, dove il numero di codice identificativo era 2180, a sua volta preceduto dal primo dibattito in Senato (codice 733). Si è arrivati all’approvazione definitiva con due passaggi attraverso voti di fiducia, una parola il cui significato è stato umiliato dall’uso che il parlamento italiano ne ha fatto.
Tenterò, in poche puntate, una piccola rassegna stampa.
Pensavo che questa fosse l’ultima puntata della breve serie sull’ignominiosa legge votata il 2 luglio dal senato. Era mia intenzione concludere con una breve la rassegna della stampa locale, argomento che mi turba più degli altri perché mi ostino a sperare che, almeno dove vivo, l’indecenza trovi un freno. So che non é così ma mi ostino lo stesso.-
A mio conforto nel sito dell’agenzia giornalistica Fidest ho trovato una lettera di Bruno Segre, diretta al Presidente della Repubblica.
La trascrivo, dopo aver riportato un breve curriculum, che ho già pubblicato nel mio blog, rivisto e approvato da Segre stesso.

Bruno Segre, nato a Lucerna nel 1930, ha studiato filosofia a Milano alla scuola di Antonio Banfi.
Si è occupato di sociologia della cooperazione ed educazione degli adulti nell’ambito del Movimento Comunità fondato da Adriano Olivetti. Ha insegnato in Svizzera dal 1964 al 1969. Per oltre dieci anni ha fatto parte del Consiglio del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano. Dal 1991 al 2007 ha presieduto l’Associazione “Amici di Nevé Shalom / Wahat al-Salam”. Ha dedicato contributi a vari aspetti e momenti della cultura e della storia degli ebrei. Autore di Gli ebrei in Italia (Fenice 2000, 1993; nuova edizione La Giuntina, 2001) e di Shoah (Il Saggiatore, 1998; nuova edizione 2003), dirige il periodico di vita e cultura ebraica Keshet.

Martedì, 7 Luglio 2009
Caro Presidente Napolitano,
sono un vecchio italiano ebreo, figlio di antifascisti, nato 79 anni fa nell’Italia fascista, bandito nel 1938 in quanto ebreo da tutte le scuole del Regno d’Italia. Sull’atto integrale di nascita a me intestato, che si conserva negli archivi dell’anagrafe di Milano, sta ancora oggi scritto a chiare lettere “di razza ebraica”: una dicitura che mi portero’ appresso sino alla morte. Memore del fascismo e delle sue aberrazioni razziste, mi permetto di rivolgermi a Lei per chiederLe di non ratificare il cosiddetto “pacchetto sicurezza” approvato in via definitiva dal Senato il 2 luglio scorso, dopo ben tre voti di fiducia imposti dal governo. Si tratta di un provvedimento che, in palese violazione dei principi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana, introduce nei confronti dei gruppi sociali piu’ deboli misure persecutorie e discriminatorie che, per la loro gravita’, superano persino le mostruosita’ previste dalle leggi razziali del 1938. Si pensi, per citare un unico esempio, al divieto imposto alle madri immigrate irregolari di fare dichiarazioni di stato civile: un divieto che, inibendo alle genitrici il riconoscimento della prole, fara’ si’ che i figli, sottratti alle madri che li hanno generati, vengano confiscati dallo Stato che li dara’ successivamente in adozione. Per buona sorte, le garanzie previste dai Costituenti Le consentono, caro Presidente, di correggere questo e altri simili abusi. Anche in omaggio alla memoria delle migliaia di vittime italiane del razzismo nazifascista Le chiedo di non promulgare un provvedimento che, ispirato nel suo insieme a una percezione dello straniero, del “diverso”, come nemico, mina alla radice la convivenza civile, pacifica e reciprocamente proficua tra italiani e stranieri, rischiando di alterare in modo irreversibile la natura stessa della nostra Repubblica.
(Bruno Segre)

Altri hanno scritto al Presidente della Repubblica. Qualcuno invita i singoli cittadini e le associazioni a farlo.
Penso che lo farò anch’io: la cosa importante ora é non tacere

Intanto trascrivo la lettera di Giancarla Codrignani che ho appena ricevuto.

Caro Presidente,
non avrei voluto scriverti questa lettera e tanto meno permettermi di interferire con la tua alta responsabilità. Ma proprio perché in questo momento mi sembra necessario che si valorizzi anche la responsabilità civica di ciascuno di noi in quanto cittadino, credo di dovermi rivolgere a te per pregarti di non firmare le norme in materia di immigrazione approvate in questi giorni.
Davvero, non avrei mai pensato che dal nostro Parlamento uscisse un’offesa così grande ai diritti di libertà. Anche gli antichi, in diverso contesto, onoravano lo ius migrandi che nei nostri tempi ha avuto collocazione sia nell’art.13 della Dichiarazione universale dei diritti umani, sia nell’art. 35 della Costituzione italiana. Soprattutto, mi mortifica riandare ai milioni di italiani che dalla fine del XIX secolo fino al secondo dopoguerra sono emigrati nelle più diverse parti del mondo, soffrendo le stesse pene a cui oggi questa legge condanna altri uomini e donne che, come i nostri migranti, cercano di sfuggire alla miseria e all’oppressione. Con le nuove norme neppure i rifugiati avranno garanzia di tutela, contro il dettato dell’art.10 della Costituzione che impone l’accoglimento di quanti non godano nel loro paese i diritti di libertà, addirittura, secondo gli atti della Costituente, senza reciprocità. Non a caso, perché tutti i partiti che avevano redatto la Carta del ’48 avevano avuto esuli dalle persecuzioni fasciste.
Il nostro paese non può accettare che sia reato non la condotta, ma l’identità di una persona, né che si violi l’uguaglianza discriminando gli esseri umani sulla base di criteri nazionalisti e razzisti, né che si verifichino respingimenti in forma crudele e illegale dal territorio nazionale (intendendo come tale anche la nave italiana che abbia raccolto i profughi).
Non vorrei mai avere sentito un ministro della Repubblica dire che dobbiamo essere “cattivi”. Ma vorrei anche che non solo i cittadini informati, ma anche quanti restano ancora ignari della sostanza dei problemi non corressero il rischio di venire sospinti da false paure verso sponde razziste. E come donna non vorrei mai che qualche bambino imparasse a non ritenere cittadino come lui un bimbo nato da una mamma come la sua, ma clandestina.
Caro presidente Napolitano, abbiamo entrambi conosciuto l’esperienza del lavoro parlamentare in anni non lontani, che hanno conosciuto anche eventi tragici, ma che mantenevano il massimo rispetto delle garanzie istituzionali e che avevano rafforzato la democrazia italiana nel contesto internazionale. Ti prego: aiuta il paese a mantenere quella dignità.
GIANCARLA CODRIGNANI
ex-parlamentare

8 Luglio 2009Permalink

07 luglio 2009 – Una sola sicurezza: l’infamia – 2

2 luglio: il Senato approva
Il testo delle ‘disposizioni in materia di sicurezza pubblica’ (approvato dal Senato con il numero di codice 733-B) si avvia a compiere il suo percorso. Presto sarà legge operativa per volere di questo governo e con tante, troppe, complicità.
Proveniva dall’approvazione fiduciaria della Camera, dove il numero di codice identificativo era 2180, a sua volta preceduto dal primo dibattito in Senato (codice 733). Si è arrivati all’approvazione definitiva con due passaggi attraverso voti di fiducia, una parola il cui significato è stato umiliato dall’uso che il parlamento italiano ne ha fatto.
Ho già proposto una piccola rassegna stampa nel mio testo datato 6 luglio.
Continuo riportando alcune citazioni, frammentarie e insufficienti per illustrare l’ampiezza e la serietà dei contributi che cito e che, pur se riferiti in forma così inadeguata, escono dal generico mantra antiberlusconiano.
Certamente fondato ma insufficiente.
Occorre conoscere e capire per opporsi in forma valida e forse queste citazioni possono offrire almeno spunti di riflessione.

La Stampa 3 luglio pag. 35 (segue dalla prima) “Una svolta che non aiuta la giustizia” di Carlo Federico Grosso
”Immagino che numerosi lettori applaudiranno la nuova norma, ritenendo che essa costituisca un esempio di reazione forte dello stato all’ingresso clandestino in Italia di stranieri delinquenti. In realtà il nuovo reato appare, ai tecnici del diritto, più che altro un ‘manifesto’ privo di logica e utilità se non, addirittura, una novità foriera di danni per l’esercizio della giustizia. <.Segue un’ampia, interessante disamina di alcune norme e infine la conclusione> Il ‘segno distintivo’ della nuova legge è comunque, senza dubbio, il reato di immigrazione clandestina. Ed è su tale profilo che deve essere, pertanto, misurato il livello di civiltà, o di inciviltà, del ‘legislatore nuovo’ che si accinge, in un modo o nell’altro, a trasformare lo Stato Italiano a sua immagine”.

Riprendo un testo dal Sole 24 Ore del 4 luglio (pag. 6 – Marco Ludovico. Ma la mia Svetlana è fuori legge?).
“ <…> sono tutti concordi nel sostenere che le procedure amministrative per l’espulsione rimangono intatte. Certo, la novità è che oggi si affianca un procedimento penale, con il giudice di pace che può condannare l’immigrato, comminando la sanzione economica da 5 a 10mila – ma nessuno crede che gli interessati pagheranno – e poi decretare l’espulsione. Un migrante irregolare tout court rintracciato fino a ieri subisce oggi la stessa sorte, con la differenza che scatta anche la denuncia delle forze dell’ordine al giudice. L’epilogo ò sempre lo stesso: il decreto di espulsione e l’allontanamento, che può avvenire se è stata possibile l’identificazione. Negli stessi rischi incorre il migrante con il permesso di soggiorno scaduto, che non ha potuto rinnovarlo perché ha perso il lavoro (e i casi di questo genere, con la recessione in corso, sono sempre di più).
Il vero problema, come sostiene una fonte qualificata del Viminale, ‘non è la quantità delle espulsioni, ma la loro qualità, intesa come la capacità dello Stato di allontanare innanzitutto e soprattutto il maggior numero di soggetti pericolosi per la pubblica sicurezza’.

Avvenire 3 luglio pag. 11. ‘Molti no dalla galassia dell’associazionismo’ di Marco Iasevoli
”Insorgono anche i medici cattolici: ‘Siamo contrari a qualsiasi norma che introduca l’obbligo di denunciare gli immigrati irregolari. Siamo anche pronti <…> a fare delle campagne in questa direzione’. D’accordo l’ordine dei medici: ‘Se un nostro collega dovesse incorrere in sanzioni penali lo sosterremmo, fino ad arrivare all’autodenuncia’. Sicuramente nuova è la convergenza tra magistrati e penalisti. Per l’ANM, il segretario Giuseppe Cascini parla di ‘norme dannose, ingiuste e senza nessun effetto positivo per la sicurezza dei cittadini’. Fanno eco i penalisti: ‘E’ un provvedimento propagandistico, inaccettabile che segna una involuzione autoritaria del sistema’ ”

La Repubblica 3 luglio pag. 41 (continua dalla prima) “Adriano Sofri. Ora L’Italia è più cattiva”.
Insieme ad altre interessanti considerazioni, Sofri tocca un punto che pochi hanno considerato, quello delle carceri: ”Mai nella storia del nostro Stato si era sfiorato il numero attuale di detenuti: 64mila. Dormono per terra, da svegli stanno ammucchiati. La legge riempirà a dismisura i loro cubicoli. Gli esperti hanno levato invano la loro voce: ‘Le carceri scoppiano, c’è da temere il ritorno della violenza, un’estate di rivolte’. Può darsi. Ma non dovrebbe essere lo spauracchio delle rivolte, che non vengono, perché nemmeno di rivolte l’umanità schiacciata delle galere è oggi capace, a far allarmare e vergognare: bensì la domanda su quel loro giacere gli uni sugli altri, stranieri gli uni agli altri. La domanda se questi siano uomini”.

Corriere della sera 4 luglio pag. 13 “Il monsignore critica Maroni ma il Vaticano non lo difende” di Alberto Melloni.
” conclusione molto interessante e da verificare quando sarà il momento. Dopo aver ricordato il comunicato della sala stampa vaticana che sembra prendere le distanze dalle critiche di mons. Marchetto, segretario del pontificio consiglio per i migranti, l’autore aggiunge: Quel comunicato “…non può dare l’impressione che la Santa Sede appoggi una legge che crea inquietudine e disagio nei vescovi italiani?
Un dubbio che non durerà molto: un provvedimento pontificio di gennaio ha infatti stabilito che, a differenza di quanto accaduto negli ultimi ottant’anni, la Santa Sede recepirà caso per caso le leggi italiane come fonti del proprio diritto, legge Maroni inclusa. Questione di tempo, dunque, e a mons. Marchetto sarà resa giustizia?”
La faccenda mi incuriosisce anche perché mi chiedo: se no n recepiranno che faranno? Ripristineranno il diritto d’asilo con campeggio nei giardini vaticani?

E infine un documento firmato da alcuni artisti italiani che ho ripreso da il sito ildialogo.org.
Lo riporto perché c’è il passaggio, per me essenziale, relativo al diniego del riconoscimento dei neonati.
Mi chiedo però perché finora tanto silenzio e tanti silenzi e parole, quando ci sono, tardive?
Nel prossimo scritto di questa breve serie cercherò di riportare e analizzare quelli che mi hanno impressionato e che ho tentato di analizzare a livello locale, sperando che qualcuno mi scriva dal suo luogo: forse riusciremo a capire di più di un silenzio che turba.

Contro il ritorno delle leggi razziali in Italia
Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, Dacia Maraini, Dario Fo, Franca Rame, Moni Ovadia, Maurizio Scaparro, Gianni Amelio
Le cose accadute in Italia hanno sempre avuto, nel bene e nel male, una straordinaria influenza sulla intera società europea, dal Rinascimento italiano al fascismo.
Non sempre sono state però conosciute in tempo.
In questo momento c’è una grande attenzione sui giornali europei per alcuni aspetti della crisi che sta investendo il nostro paese, riteniamo, però, un dovere di quanti viviamo in Italia richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica europea su altri aspetti rimasti oscuri. Si tratta di alcuni passaggi della politica e della legislazione italiana che, se non si riuscirà ad impedire, rischiano di sfigurare il volto dell’Europa e di far arretrare la causa dei diritti umani nel mondo intero.
Il governo Berlusconi, agitando il pretesto della sicurezza, ha imposto al Parlamento, di cui ha il pieno controllo, l’adozione di norme discriminatorie nei confronti degli immigrati, quali in Europa non si vedevano dai tempi delle leggi razziali.
È stato sostituito il soggetto passivo della discriminazione, non più gli ebrei bensì la popolazione degli immigrati irregolari, che conta centinaia di migliaia di persone; ma non sono stati cambiati gli istituti previsti dalle leggi razziali, come il divieto dei matrimoni misti.
Con tale divieto si impedisce, in ragione della nazionalità, l’esercizio di un diritto fondamentale quale è quello di contrarre matrimonio senza vincoli di etnia o di religione; diritto fondamentale che in tal modo viene sottratto non solo agli stranieri ma agli stessi italiani.
Con una norma ancora più lesiva della dignità e della stessa qualità umana, è stato inoltre introdotto il divieto per le donne straniere, in condizioni di irregolarità amministrativa, di riconoscere i figli da loro stesse generati. Pertanto in forza di una tale decisione politica di una maggioranza transeunte, i figli generati dalle madri straniere irregolari diverranno per tutta la vita figli di nessuno, saranno sottratti alle madri e messi nelle mani dello Stato.
Neanche il fascismo si era spinto fino a questo punto. Infatti le leggi razziali introdotte da quel regime nel 1938 non privavano le madri ebree dei loro figli, né le costringevano all’aborto per evitare la confisca dei loro bambini da parte dello Stato.
Non ci rivolgeremmo all’opinione pubblica europea se la gravità di queste misure non fosse tale da superare ogni confine nazionale e non richiedesse una reazione responsabile di tutte le persone che credono a una comune umanità. L’Europa non può ammettere che uno dei suoi Paesi fondatori regredisca a livelli primitivi di convivenza, contraddicendo le leggi internazionali e i principi garantisti e di civiltà giuridica su cui si basa la stessa costruzione politica europea.
È interesse e onore di tutti noi europei che ciò non accada.
La cultura democratica europea deve prendere coscienza della patologia che viene dall’Italia e mobilitarsi per impedire che possa dilagare in Europa.
A ciascuno la scelta delle forme opportune per manifestare e far valere la propria opposizione.
Roma, 29 giugno 2009

7 Luglio 2009Permalink

06 luglio – Una sola sicurezza: l’infamia – 1

2 luglio: il Senato approva
Il testo delle ‘disposizioni in materia di sicurezza pubblica’ (approvato dal Senato con il numero di codice 733-B) si avvia a compiere il suo percorso. Presto sarà legge operativa per volere di questo governo e con tante, troppe, complicità.
Proveniva dall’approvazione fiduciaria della Camera, dove il numero di codice identificativo era 2180, a sua volta preceduto dal primo dibattito in Senato (codice 733). Si è arrivati all’approvazione definitiva con due passaggi attraverso voti di fiducia, una parola il cui significato è stato umiliato dall’uso che il parlamento italiano ne ha fatto.

3 luglio – Libero, in due paginoni annunciati in prima, propone, sotto la dicitura ‘I successi del governo’, un’intervista al ministro Maroni, curata da Gianluigi Paragone. L’intervista è preceduta da una scheda che trascrivo.
Copiarla è stata un’operazione ripugnante, ma voglio che le mie impressioni diventino, almeno per me, memoria.

I punti chiave (secondo Libero)
La clandestinità diventa reato
. Chi entra o soggiorna in maniera illegale in Italia commette il reato di immigrazione clandestina. La pena è un’ammenda da 5 a 10 mila euro. I clandestini sono sottoposti a processo davanti al giudice di pace con espulsione per direttissima.
Nascono i centri di espulsione. I Centri di permanenza temporanea (Cpt) diventano Centri di identificazione e di espulsione. La permanenza massima passa da 2 a 6 mesi.
Servizi pubblici off limits. Chi svolge la funzione di pubblico ufficiale ha l’obbligo di denuncia dei clandestini che si presentano agli sportelli.
La registrazione all’anagrafe. Il permesso di soggiorno diventa obbligatorio per qualsiasi atto: registrazione nuovi nati, matrimonio, etc.
Soggiorno a pagamento. Il permesso di soggiorno e l’acquisizione della cittadinanza italiana saranno a pagamento: da 80 a 200 euro.
Favoreggiatori’ nel mirino. Chi favorisce l’ingresso dei clandestini rischia fino a 15 anni di carcere. E chi affitta appartamenti agli irregolari .rischia fino a 3 anni di carcere.
Le ronde per la sicurezza. Associazioni di cittadini potranno pattugliare il territorio e segnalare alle forze dell’ordine situazioni di disagio sociale o di pericolo. Saranno iscritte in elenchi e dovranno essere format prioritariamente da ex agenti.
Nuovo giro di vite antimafia. Carcere duro per i reati di mafia è rinnovato non più ogni 2 anni ma ogni 4. Tutti i colloqui familiari saranno registrati. Escluse dagli appalti pubblici le imprese che abbiano omesso denunce di racket. Nei casi di infiltrazione mafiosa, lo scioglimento dei Comuni riguarderà anche gli organi amministrativi e tecnici.
Writers e vandali, pene più severe. La nuova legge prevede carcere fino a 3 mesi per chi imbratta cose di interesse artistico o storico.
Alcol e droghe, patente da rifare. E’ disposta d’ufficio la ‘revisione della patente’ per chi guida ubriaco o sotto l’effetto di droghe. Si tratta della procedura che accerta il possesso dei requisiti psicofisici attitudinali per la guida. Inoltre, la revoca della patente è più facile.

E ora alcuni passaggi delle dichiarazioni del ministro dell’Interno cui aggiungo, per necessità di personale decenza, alcune mie note.

“Maroni: ..<…> Mi hanno detto che Micromega accusa il governo di aver ripristinato le leggi razziali. Affermano che vietiamo i matrimoni misti e che le donne clandestine, con questo provvedimento, non potranno riconoscere i loro figli. Così costoro saranno sottratti dallo stato come avveniva per i figli degli ebrei. Di fronte a questo genere di falsità non intendo più restare inattivo …<…>” (nota 1)

Domanda: L’appello di Micromega è stato firmato da diversi esponenti della cultura: possibile che si siano sbagliati tutti?
Maroni: Io sfido chiunque a trovare nel testo approvato da Parlamento un articolo, un passaggio, in cui è scritto quel che dice Micromega sui matrimoni misti e sui matrimoni dei clandestini”.
(nota 2)

”Maroni: <…> Ha ragione mons. Marchetto; questa nuova legge porterà dolore ai mafiosi e difficoltà ai clandestini; di contro sarà una legge a tutela delle persone perbene”.
Domanda: Ministro, non sono perbene molte colf e molte badanti che ora rischiano il penale?
Maroni: Ecco un altro esempio di malafede venduta per verità. Qualsiasi studente del primo anno di giurisprudenza sa bene che la legge penale non ha effetto retroattivo, pertanto il reato di immigrazione clandestina non si può applicare a chi è già entrato in Italia anche se irregolarmente. Di conseguenza nessuna colf o nessuna badante già in Italia, ripeto anche se entrata irregolarmente, sarà espulsa. …” (nota 3)

nota 1 – Sul problema del riconoscimento dei figlio ho riportato da marzo in qua molta documentazione da fonti autorevoli e non mi ripeto.
Una precisazione soltanto, relativa all’ignoranza del ministro Maroni, che non sarebbe un problema se la gente non gli credesse.
Le leggi razziali del 1938 non prevedevano la lacerazione del rapporto madre-figlio.
Agli ebrei era proibito il matrimonio, anche quando fossero parte di coppia mista; di conseguenza il figlio eventuale di una coppia non sposata sarebbe stato un illegittimo (così voleva il linguaggio dell’epoca), ma non ne sarebbe stata impedita la registrazione anagrafica come figlio della sua mamma e credo che il padre lo avrebbe potuto riconoscere come ‘figlio naturale’.
A strappare i figli ai genitori avrebbero provveduto, con l’apporto operativo dell’esercito tedesco occupante, le leggi naziste, e i solerti funzionari della Repubblica di Salò che garantivano l’invio degli ebrei a Fossoli, agevolando ‘legalmente’ le successive deportazioni.
Posso ancora considerare priva di significato la collocazione della repubblica di Salò in territorio padano?
Forse l’entusiasmo – sguaiatamente esibito dopo l’approvazione del pacchetto sicurezza in Senato – ha fatto sì che le confuse cognizioni del ministro sovrapponessero alle leggi razziali il caso Mortara (1858) quando i gendarmi pontifici (Bologna allora faceva parte dell’ancor esteso stato papale) rapirono un bambino ebreo che una cameriera cristiana aveva nascostamente battezzato durante un grave malattia, rivelandolo poi al confessore. Secondo Pio IX quel bambino doveva essere allevato nella religione cristiana. E così fu.

nota 2 – Certamente nelle norme sulla nuova sicurezza non è esplicitamente scritto che i matrimoni misti sono vietati, che i neonati figli di sans papier diventeranno apolidi senza nome e via bestemmiando, ma semplicemente è stata soppressa la norma che nel testo unico sull’immigrazione prevedeva che non fosse necessario presentare il permesso di soggiorno per la registrazione degli atti di stato civile.
Dice esattamente quel testo che ha meritato la fiducia della maggioranza parlamentare (art. 1, comma 22, lettera g, spesso ancora citato secondo il testo del primo codice 733 e del successivo 2180: articolo 45, comma 1, lettera f ) che
”Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo e per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie. i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati”.
Un testo da decriptare. L’ho fatto più volte nei miei articoli da marzo a giugno

 nota 3 – Questa volta non annoto io ma riprendo un testo dal Sole 24 Ore del 4 luglio (pag. 6 – Marco Ludovico. Ma la mia Svetlana è fuori legge?).
Scelgo questo quotidiano perché notoriamente estraneo alla sinistra (termine cui ormai sembra indispensabile nell’opinione comune aggiungere un aggettivo denigratorio), ammesso che esista una sinistra che, nell’abietto dibattito sul pacchetto sicurezza, sia stata capace di fondare i propri ragionamenti su concetti alternativi a quelli lego-governativi. Uniche eccezioni a questa cupa atmosfera ammorbante che io abbia avuto modo di riscontrare alcuni interventi parlamentari, di cui scriverò nelle prossime puntate.
Commentando la citazione governativa trascritta sopra, l’articolista scrive: “Secondo il ministro, quindi, sarebbero salvi anche gli stranieri irregolari approdati in Italia fini a ieri, compresi quelli che non hanno presentato domanda per i flussi. L’articolo 10 bis della legge appena approvata, però, parla di ‘ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato’. Punisce non solo chi entra clandestinamente, ma anche chi in Italia continua a vivere in questa condizione. Tutti gli addetti ai lavori interpellati dal ‘Sole 24 Ore’ sostengono: chiunque, anche se badante o colf o lavoratrice o lavoratore, in assenza di permesso di soggiorno è destinatario, in teoria, di espulsione e, da ieri, di condanna penale per il reato di clandestinità, con l’entrata in vigore del pacchetto sicurezza”.

Concludo, sempre dal ‘Sole 24 Ore’ del 4 luglio (pag.13), con le ultime righe di un articolo di Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale: “Alessandro Manzoni ci racconta delle ‘gride’ con cui il governatore della Milano spagnola intimava ai ‘bravi e vagabondi’, di ‘sgomberare il paese’, minacciando ‘la galera a renitenti’; e l’anno dopo, constatato che la città ne era tuttora piena, ordinava che chiunque constasse esser ‘riputato per bravo’ e ‘aver tal nome’, ancorché ‘non si verifichi aver fatto delitto alcuno’, fosse ‘mandato alla galea’ per un triennio, ‘per la sola opinione e nome di bravo’. Si sa quanto servivano questi provvedimenti. Ma fino a quando la nostra ‘civile’ società italiana continuerà a chiedere alla politica di emanare sempre nuove gride, anziché chiedere di affrontare con razionalità i problemi reali nelle loro radici effettive, e con i mezzi adeguati?”

6 Luglio 2009Permalink

24 giugno 2009 – 5. Diario di viaggio, Iran 2009. Due interviste a Shirin Ebadi e un articolo del premio Nobel.

5 – Documentazione e un po’ di terminologia
Gli articoli che trascrivo più avanti riguardano tutti donne e in buona parte sono opera del premio Nobel Shirin Ebadi.

Intendo la mia scelta di privilegiare l’informazione al femminile, come un piccolissimo omaggio a Neda, vittima simbolo di questo giugno iraniano.
Traggo le prime due interviste dal Numero 861 del 24 giugno 2009
NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO – e-mail: nbawac@tin.it
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo –

 IRAN. FRANCESCA CAFERRI INTERVISTA SHIRIN EBADI
Dal quotidiano “La Repubblica” del 23 giugno 2009 col titolo “”In Iran censura e violenza: chiedo l’aiuto dell’Europa”

Avrebbe voluto tornare in Iran, ma i suoi amici l’hanno fermata. Da dieci giorni Shirin Ebadi è in Europa. Gli occhi sono fissi a Teheran, dove la premio Nobel si ripromette di rientrare fra pochi giorni, ma la scelta, per ora, è quella di rimanere lontana da casa, dove rischia l’arresto, per far sentire al mondo la voce dei riformisti iraniani. “Sono più utile fuori dal Paese che all’interno, dove regna la censura”, spiega. La settimana scorsa la Ebadi è andata alle Nazioni Unite di Ginevra per chiedere che le elezioni siano annullate. Ieri ha ripetuto questo messaggio all’Alto rappresentante per la politica estera della Ue Javier Solana: nelle prossime ore lo ribadirà al Parlamento europeo.
Francesca Caferri: Signora Ebadi, la tensione nel suo Paese è altissima. Si aspettava quello che è successo quando è partita, il giorno delle elezioni?
Shirin Ebadi: No. Tutti si aspettavano che avrebbe vinto Moussavi. Era un’opinione condivisa. Poi ci sono stati quei risultati e le persone hanno cominciato a chiedersi dove fossero finiti i loro voti. Ed è esplosa la rabbia: non sono stati solo gli annunci sui falsi risultati che hanno fatto infuriare la gente. Ma soprattutto le premature congratulazioni della Guida suprema Khamenei ad Ahmadinejad. Nessuno poteva aspettarsi che le leggi venissero violate in questa maniera. Nè tantomeno questo comportamento verso il popolo.
Francesca Caferri: Quindi lei pensa che ci siano stati brogli nei risultati…
Shirin Ebadi: Gli oppositori di Ahmadinejad e le persone che dimostrano in piazza lo pensano. Giustamente, ritengo. I raid dei poliziotti dopo il voto, quando sono stati attaccati i dormitori degli studenti universitari e molte persone sono state arrestate, rendono questa ipotesi più credibile. Ma a questo punto il fatto più importante non sono più i brogli ma la maniera in cui sono state trattate le persone che partecipavano alle proteste. La gente che manifesta pacificamente non merita di ricevere pallottole come risposta. Nessuno immaginava che il governo fosse così crudele e violento.
Sono state aggredite persone indifese: la Costituzione iraniana dice che le manifestazioni e i raduni pacifici devono essere consentiti. Questo non è stato rispettato. Tutto il mondo ha visto quanto pacifiche fossero le manifestazioni del popolo iraniano e quanto violenta la risposta.
Francesca Caferri: Da fuori questa appare soprattutto come una rivolta di giovani e di donne: la sorprende?
Shirin Ebadi: No. Sia i giovani che le donne negli ultimi anni hanno sofferto per la diseguaglianza, che comunque ha toccato tutta la popolazione. Volevano più libertà, non erano soddisfatti, volevano cambiare. Pensavano, come tanta gente, che i riformisti avrebbero vinto. Sarebbe andata così se non ci fossero stati i brogli che hanno portato alla vittoria di Ahmadinejad. Di fronte a questo il popolo iraniano ha chiesto di annullare le elezioni: e non si fermerà fino quando questo non succederà.
Francesca Caferri: Anche se questo significherà più violenza?
Shirin Ebadi: Le persone che sono a favore delle riforme non ricorrono alla violenza. Non è nel loro modo di comportarsi. La violenza è venuta dalla parte della polizia e del governo. Le proteste continueranno, la gente non userà la violenza, così come non l’ha usata fino a questo momento: in questa maniera otterrà i risultati che vuole.

IRAN. FRANCESCA DONNER INTERVISTA RIYA HAKAKIAN
[da Notizie Minime della nonviolenza in cammino….
Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59@libero.it) per averci messo a disposizione la seguente intervista nella sua traduzione]

Roya Hakakian, giornalista nata a Teheran, è l’autrice di numerose raccolte di poesie e del romanzo autobiografico Viaggio dalla Terra del No. Poiché ha lasciato l’Iran nel 1984 all’età di 18 anni non le è mai stato permesso di tornare nel proprio paese.
*
Francesca Donner: Qual è stata la tua prima reazione nel vedere donne fra i dimostranti nelle strade dell’Iran?
Roya Hakakian: La presenza delle donne non è affatto una sorpresa per me.
Sono decenni che l’Iran ha un vigoroso movimento femminista. Negli ultimi anni ’90 la nuova generazione si è fatta avanti, e nei primi anni del 2000 le donne si sono organizzate ed unite in modi che non avevano più sperimentato sin dalla rivoluzione del 1979. La cosa è cominciata con il movimento raccoltosi attorno alla petizione per porre fine alle condanne a morte delle donne per lapidazione, e si è espansa sino a divenire la campagna “Un milione di firme”. Perciò, quel che ho visto è esattamente quel che mi aspettavo.
Francesca Donner: Che rischi stanno correndo i dimostranti?
Roya Hakakian: Enormi. Solo guardando le fotografie e i video ti accorgi che il regime sta usando delle tattiche particolari: agenti travestiti armati di lame circolano tra la folla e aggrediscono i dimostranti dall’interno mentre questi si sentono relativamente al sicuro, convinti di essere circondati da persone che la pensano come loro. Non è lontanamente paragonabile alla situazione del 1978-1979, quando lo Scià venne rovesciato. Sebbene io fossi molto giovane, ero conscia della nettezza del confronto: la gente sapeva chi stava fronteggiando, c’era una chiara contrapposizione tra le guardie ed i soldati dello Scià e il resto del popolo. I confini erano chiari, allora, ma il presente regime non agisce così. Alcuni giornalisti hanno notato l’uso di polizia che non parla persiano. Poiché il regime teme che la lealtà dei poliziotti possa andare altrove, ha importato truppe per il controllo della folla da altri paesi arabi, di modo che i dimostranti non possano comunicare con loro. Gli iraniani parlano persiano, gli arabi parlano arabo, e ciò rende difficile comunicare e far passare la polizia dall’altra parte. Credo che a questo punto al regime non importi più chi ha di fronte, se donne o uomini, giovani o vecchi. L’unica misura che può garantire un certo grado di sicurezza è il numero delle persone che scendono in strada. Negli scorsi 15 anni, non abbiamo mai avuto manifestazioni da un milione di persone. Negli ultimi giorni più di un milione di persone hanno marciato per le strade di Teheran. La gente dev’essere talmente disgustata da essere pronta a pagare il prezzo che la protesta richiede.
Francesca Donner: È un momento di cambiamento per le donne?
Roya Hakakian: Si’. Il movimento femminista, che non è mai scomparso in Iran, si è unito ad altri movimenti contrari al regime. Ciò era accaduto in Iran anche alla fine degli anni ’70, ma purtroppo ebbe un effetto terribile sul movimento delle donne. Le donne in qualche modo si convinsero che le restrizioni alla loro libertà non erano poi così importanti, che dovevano fare sacrifici per il bene comune, così lo Scià se ne andò, e arrivarono i veli. Questa generazione di femministe è molto più avvisata al proposito. E i movimenti sociali sono molto più favorevoli alle cause delle donne di quanto lo fossero negli anni ’70. Trent’anni più tardi, gli uomini iraniani hanno compreso che il loro destino è legato a quello delle donne iraniane: se le donne stanno meglio, gli uomini staranno meglio anche loro.
Francesca Donner: La moglie di Mousavi, Zahra Rahnavard, rappresenta in qualche modo il volto nuovo delle donne in Iran?
Roya Hakakian: La sua presenza sulla scena politica è una manifestazione della forza del movimento femminista. È stata una strategia intelligente che lei fosse visibile. Mousavi voleva appellarsi alle donne, che costituiscono un grosso blocco elettorale, sono tenaci e sanno come organizzarsi. Così Mousavi, più che a chiunque altro, ha parlato al
movimento femminista.
Francesca Donner: Che ruolo giocano internet e la moderna tecnologia nell’aiutare le iraniane a portare il loro messaggio all’esterno?
Roya Hakakian: Penso un ruolo enorme. Io ho una pagina su Facebook dove centinaia di persone sono diventate mie amiche dall’Iran. È gente che non ho mai visto o conosciuto. Postano fotografie, videoclips, notizie. Non ho avuto bisogno di guardare nessun telegiornale, guardo il telegiornale solo per misurare la differenza di tempo fra la velocità dei network sociali e la lentezza delle televisioni nel riportare le notizie.
Francesca Donner: Cos’hai saputo negli ultimi anni della situazione delle donne in Iran? Le loro vite sono cambiate o no?
Roya Hakakian: Le situazioni variano. La vita può essere molto differente per una donna che abiti in una grande città o in un remoto villaggio. C’è stata però una grande metamorfosi dal 1979, quando il regime cominciò ad erodere e cancellare i diritti delle donne che sotto lo Scià il movimento femminista era persino riuscito ad estendere. Il regime teocratico ha adottato un approccio molto “macho”, e ha visto come una priorità assoluta lo spingere indietro le donne. Ha istituito i codici di abbigliamento ed ha chiuso importanti campi accademici alle donne, come la legge e l’ingegneria.
Non aveva messo in conto l’enorme contrattacco che ne sarebbe scaturito, e non solo da donne che avevano goduto delle loro libertà. Le sfide sono venute al regime anche dall’interno, dalle “loro” donne, che hanno detto: “Siamo musulmane, abbiamo il velo in testa e vogliamo partecipare. Continuate a ripeterci che siamo fratelli e sorelle, perciò, fintanto che siamo devote, dovete garantirci pari opportunità”. Il regime aveva promosso e incoraggiato le donne “devote”, e spesso erano donne che non avevano mai pensato a se stesse fuori dalla cucina, perciò esse si sono sentite legittimate a protestare. È stato un risvolto a cui gli uomini non avevano pensato. Queste donne hanno contribuito a coltivare un’intera generazione che in precedenza non era politicamente attiva.
Francesca Donner: A questo punto, qual è la tua più grande speranza per le donne iraniane?
Roya Hakakian: Che ottengano una più vasta solidarietà e che si dedichino con forza alla causa femminista. Molto di quel che vediamo in questo stesso momento, quello che percepiamo come un grande movimento sociale contro i brogli elettorali, viene in realtà dall’enorme ammontare di attività svolte nel corso degli anni dal movimento femminista. Le donne sono quelle che hanno messo insieme le infrastrutture, che hanno pianificato ed organizzato le manifestazioni, e sanno come farlo bene. Il movimento odierno deve moltissimo della sua esistenza a quello delle donne, ed alle infrastrutture che le donne hanno costruito.
Francesca Donner: Cosa possono fare le persone che in tutto il mondo vorrebbero mostrare il loro sostegno all’eguaglianza delle donne in Iran?
Roya Hakakian: Si potrebbe cominciare una campagna portando nastri o distintivi. Ma soprattutto dobbiamo tenere in mente questo: siamo tutti molto più connessi, come esseri umani, di quanto lo siamo mai stati. I nostri destini sono legati insieme, interdipendenti.

Riporto ora un articolo, sempre di Shirin Ebadi, tratto -Giovedì 12 Febbraio,2009 – dal sito ildialogo.org
LA DONNA E IL DIVORZIO IN IRAN di Javad Daneshpour

Le donne iraniane sono costrette a convivere con una situazione paradossale. Da un lato hanno conquistato ampi spazi nella società (più del 65% degli iscritti all’università’ sono donne e molte di loro ricoprono posti di rilievo a livello professionale) e dall’altro devono ancora lottare per affermare i propri diritti in una società intrisa di una tradizione e di una religione interpretate in modo maschilista. Il movimento femminile iraniano resta, tuttavia, molto combattivo, al di là dei molti ostacoli legali e istituzionali, delle minacce e degli arresti. L’iniziativa più rilevante è stata la Campagna di un milione di firme per cambiare le leggi discriminatorie per le donne in Iran, dichiarata vincitrice del Premio Simone de Beauvoir 2009, un premio destinato al personaggio femminile più meritevole nel campo della lotta contro le discriminazioni e per la libertà della donna.

Questo articolo, scritto da Shirin Ebadi, Premio Nobel per la pace 2003, è apparso sul quotidiano Rooz on line, il 6 febbraio 2009, e tratta di una nuova norma che riduce ulteriormente i diritti già limitati delle donne iraniane.

OGNUNO INFORMI ALTRE CINQUE PERSONE
La protesta delle donne iraniane al disegno di legge intitolato “Diritto di Famiglia” e il parziale smacco dei conservatori nell’imporre loro ulteriori maggiori limitazioni con il matrimonio ha indotto i difensori delle leggi misogine a escogitare un nuovo espediente. Questo espediente consiste nel cercare di “ingannare legalmente” le donne, al momento della stipula del contratto di matrimonio, grazie a una piccola ma determinante variante al contratto stesso. Ciò è reso possibile grazie alla sostituzione di un termine arabo, ‘end ol motaleba, con un altro termine anch’esso arabo, ‘end ol esteta, in un contesto dove, probabilmente, la maggior parte delle donne non solo non si accorge di questa modifica, ma anche nel caso in cui se ne accorgesse, non si renderebbe conto delle gravi ripercussioni giuridiche del nuovo termine, di cui, probabilmente, molte di loro ignorano perfino il significato.
Bisogna chiarire che, in Iran, da circa settanta anni, nel contratto di matrimonio, veniva fissato il mehrieh, che la moglie poteva esigere ‘end ol motaleba, vale a dire in qualsiasi momento avesse voluto reclamarlo, anche subito dopo il matrimonio, e che il marito aveva l’obbligo di onorare. L’aggiunta di questa clausola e la sottoscrizione del contratto erano molto importanti poiché, in caso di fallimento del matrimonio, offriva alla donna una possibilità – anche se minima – di mettere fine alla vita coniugale.
È noto che in Iran, la legge riconosce all’uomo il diritto al divorzio, mentre la donna può avvalersi di questo diritto solo se può dimostrare che il marito è violento o è affetto da gravi problemi psichici o fisici. L’iter è talmente impervio che molte donne, che vorrebbero mettere fine alla vita coniugale, si trovano costrette, loro malgrado, a portare avanti per lunghi anni e, a volte, per tutta la vita, una difficile convivenza matrimoniale. In queste circostanze segregazioniste, l’unica via di uscita per affrancarsi da una tale situazione era esigere il mehrieh, in altri termini la donna considerando il mehrieh qualcosa di ‘end ol motalebe (comunque esigibile) nel contratto di matrimonio, poteva rivolgersi al tribunale e nel caso in cui il marito non fosse stato in grado di onorare la richiesta, in cambio della rinuncia al mehrieh poteva convincere o costringere il marito al divorzio (la famosa frase: “Rinuncio al mehrieh e mi salvo la vita.”). Comunque neppure questa via si rivelava per molte donne, reticenti per vari motivi a citare il marito in giudizio per esigere il mehrieh, una soluzione per affrancarsi da una vita grama. Restava, tuttavia, per una buona parte di quelle donne, che erano scontente della vita coniugale e non avevano diritto di chiedere il divorzio, l’unica via percorribile. In breve, il mehryeh, essendo ‘end ol motaleba, restava l’unico strumento per le donne private del diritto al divorzio.
La recente modifica al contratto di matrimonio toglie, purtroppo, anche questa minima possibilità. Nei nuovi contratti di matrimonio, dopo l’indicazione del mehryeh, viene stabilito che il mehryeh deve essere soddisfatto ‘end ol esteta (in luongo di ‘end ol motaleba). Questo vuol dire che il marito, contrariamente a prima, quando era tenuto a onorare il mehrieh “nel momento in cui la moglie lo esigeva”, ora è tenuto a onorarlo “nel momento in cui ha la possibilità di farlo”. In altri termini, qualora una donna non tolleri più suo marito e intenda porre fine alla vita coniugale, non solo non avrà diritto al divorzio, ma, rivolgendosi al tribunale per esigere il mehrieh, non avrà neppure la possibilità di divorziare dal marito, giacché il marito potrà dichiarare in tribunale di essere nell’impossibilità di onorare il mehrieh. Questo provvedimento, in un momento in cui i diversi strati sociali si trovano in difficoltà economiche e molti uomini, per diverse motivazioni, possono sostenere o dimostrare di essere nell’impossibiltà di onorare il mehrieh, offre il destro a quegli uomini dispotici che vogliono costringere le mogli impotenti a non mettere fine alla vita coniugale.
L’irrigidimento della legge in materia di matrimonio per le donne, come è stato esposto, significa, forse, che, a seguito delle modifiche apportate ad hoc nel contratto di matrimonio, le donne iraniane non avranno più la possibilità di usare la leva del mehrieh per ottenere il divorzio?
Bisogna precisare che questo diritto vige ancora, anche se con più difficoltà rispetto a prima. Tuttavia, perfino nella nuova situazione, le donne potrebbero impedire di vedere calpestata la loro minima possibilità di divorziare purché accorte e irremovibili sui loro diritti. Per fare ciò, è necessario che le donne, al momento della stipula del contratto di matrimonio, pretendano che venga aggiunta allo stesso contratto una frase scritta a mano, che imponga che il mehrieh debba essere esigibile ‘end ol motalebe. L’aggiunta di questa formula, firmata da entrambi i coniugi prima del matrimonio, dà la possibilità alla donna, nel caso in cui intenda mettere fine alla vita coniugale, di poter esigere il mehrieh in aula di tribunale. In questo modo, nel caso in cui il marito fosse impossibilitato a onorarlo, la donna, potrebbe divorziare dal marito, in cambio di rinuncia.
Questa soluzione, in ogni caso, ha bisogno della fermezza delle donne, nel momento del matrimonio, per convincere il futuro marito a sottoscrivere questa clausola che non sarà sempre facile e possibile. Ma, sicuramente, in molti casi, le donne, al momento del matrimonio, quando non ci sono ancora contrasti tra i coniugi e non c’è ancora un matrimonio, che le neghi il diritto al divorzio, possono mantenere un minimo di diritto, ricorrendo a questo sistema.
Qui emerge una domanda importante: qual è la percentuale delle donne a conoscenza di questa piccola modifica apportata al contratto di matrimonio e delle conseguenze che questa comporta? Logicamente questa percentuale non è molto alta.
Sembra, dunque, necessario che, a parte le attività, a lungo termine, dei militanti dei diritti della donna che cercano di contrastare le leggi e le regole segregazioniste in scala macroscopica, ogni donna (e sicuramente ogni uomo egualitario) si attivi per informare altri sulle nuove condizioni imposte alla donna, al momento del matrimonio, e i metodi per contrastare le nuove imposizioni.
A questo proposito, esorto ogni persona che legga questo articolo a farlo conoscere a cinque donne tra parenti e conoscenti. Ognuno di noi, tenti di chiarire ad almeno cinque donne iraniane quali varianti siano state apportate nei nuovi contratti di matrimonio, quali possano essere le conseguenze per la donna e come si possano contrastare gli effetti.
Questo è il minimo che possono fare, quanti diano importanza al destino delle proprie figlie e sorelle di fronte ai nemici incalliti della parità dei diritti tra donne e uomini.
Shirin Ebadi (traduzione dal persiano di Javad Daneshpour)

24 Giugno 2009Permalink

23 giugno 2009 – 4. Diario di viaggio, Iran 2009.

4 – Il secondo messaggio del presidente dell’IID

Concludendo la prima puntata del diario avevo scritto “E quanto costerà a un popolo gentile la scelta della democrazia?” Purtroppo sta costando un prezzo altissimo e tragico.
Per questo continuo a tradurre – e ringrazio ancora Laura NB per la revisione della traduzione – i messaggi ricevuti dal presidente dell’Istituto per il dialogo interreligioso.
Il 17 giugno ne ho pubblicato il primo, oggi passo al secondo che forse non mi sembrerebbe così significativo se non precedesse le elezioni e la successiva rivolta.
Cerco di spiegarmi il linguaggio pieno di riserve e l’atteggiamento poco disinvolto di Mohammad Ali Abtahi ricordando le regole ristrettissime che in Iran controllano (e condannano) qualsiasi contatto fra uomini e donne al di fuori dell’ambito familiare. Inoltre chiunque si candidi alle elezioni deve avere il parere favorevole del Consiglio degli Ayatollah e quindi, quale che ne sia la posizione nei confronti di quella cultura, non può ostentarvi una totale estraneità.
Forse quanto scrive può essere un indizio per immaginare diversificazioni anche fra i potenti teologi iraniani che, se l’ipotesi ha un senso, verrebbero messi in discussione dalla presenza delle donne.
Il 17 scorso avevo pubblicato la notizia dell’arresto di Mohammad Ali Abtahi, ‘ex stretto collaboratore del presidente riformista Mohammad Khatami’. Non so se oggi sia ancora in prigione. L’ultimo scritto del suo blog risale al 13 giugno.

31 maggio – Ieri sera il signor Karobi e io siamo andati in una sala a vedere un filmato sulle richieste delle donne, girato dalla signora Rakhshan Bani Etemad. Lei intende mostrare il filmato ai candidati alle elezioni presidenziali per conoscere le loro opinioni.
Era una gradevole pellicola. Molte donne attive in ambito sociale dichiaravano i loro punti di vista. In questa pellicola attiviste politiche provenienti da vari gruppi sia fondamentalisti che riformisti, sia laici che tradizionalisti raccoglievano e proponevano le loro opinioni..
Un grande passo per le donne, sebbene la loro maturità non sia avvertita da molti uomini.
Ci presentarono una lista di richieste delle donne.
Il signot Rezaii aveva accompagnato sua moglie e si pensava che il sig. Mossavi venisse con la sua in seguito. La signora Kadivar, collega del sig. Karobi, non era presente e sua moglie era in viaggio così egli mi chiese di accompagnarlo. Accettai per sottolineare l’importanza dell’impegno delle donne nel costruire una società migliore in Iran. La maggior parte delle loro richieste riguardavano i problemi economici delle donne, la condizione delle donne sole, la loro indipendenza economica, discussioni legali e la presenza delle donne al congresso e anche agli alti livelli esecutivi.
La mia prima considerazione fu che le richieste delle donne per le prossime elezioni erano molto ampie e importanti . Credo che gli sforzi fatti negli ultimi anni e le enormi sofferenze che hanno conosciuto anche con la loro resistenza provino le loro ragioni. Le ideologie patriarcali del governo possono essere un altro motivo per la crescita del movimento delle donne.
Altri fattori che sono conseguenza della attuale, spiacevole situazione sociale delle donne sono i limiti di genere imposti nei corsi universitari, gli insulti alle donne in pubblico con il pretesto di doverle guidare, la mancanza di fiducia nelle loro capacità direzionali e le irragionevoli pressioni religiose che sono connesse a credenze pietrificate.
Durante la tavola rotonda chiesi al signor Karobi di considerare le richieste delle donne che la sig Bani Etemad aveva raccolto nel filmato come base dei suoi progetti per i quattro anni di presidenza invece di cominciare uno studio sui problemi delle donne per una futura progettazione..
Durante l’intervista il signor Karobi prese positivi impegni, che io non riferisco perché sono protetti dai diritti d’autore della signora Bani Etemad.

23 Giugno 2009Permalink

17 giugno 2009 – 3. Diario di viaggio, Iran 2009

3 – 6 aprile. Teheran. Istituto per il dialogo interreligioso.
Visita all ’INSTITUTE FOR INTERRELIGIOUS DIALOGUE  (IID)

NOTA successiva: Oggi, 17 giugno, il sito web dell’Istituto è raggiungibile.
L’ultima nota pubblicata dal magazine del I.I.D. risale al tre maggio ed è il messaggio dell’I.I.D, in occasione della giornata mondiale per la libertà di stampa e, fra le altre notizie (posso evidentemente controllare solo l’edizione inglese, non quella farsi) c’è anche quella dell’incontro con il gruppo di Confronti.
La nota che riporto è tratta dalla maggior parte dalla registrazione che Gianni N. mi ha gentilmente trasmesso, senza ignorare i miei appunti.
La donna che ci accoglie, e che appare nella mia fotografia, è Fahimeh Mousavi Nejad, responsabile editoriale della pubblicazione on line bimensile del “Religious News”.
Una collaboratrice dell’istituto ha svolto la funzione d’interprete dal persiano all’italiano.

 Fahimeh Mousavi Nejad (non so se si tratti di un’omonimia o se Mirhossein Mousavi, l’attuale oppositore di Ahmadi Nejad, sia parente della signora) ci presenta il suo istituto completamente indipendente, fondato otto anni fa. Alle pareti non ci sono i ritratti degli ayatollah Khomeini e Khamenei.

  La signora ci ricorda che in Iran il 98% della popolazione è musulmana e che prima dello sviluppo dei moderni mezzi di comunicazione la maggior parte non aveva neppure l’idea che esistessero tante altre religioni, anche nell’Iran stesso.
Oggi l’I.I.D. si propone di costruire un ponte tra musulmani e fedeli di altre fedi religiose all’interno dell’Iran ed all’estero.
“Siamo dei pionieri in quest’attività. – dice- e, pur essendo relativamente piccolo. l’istituto ha avuto una notevole risonanza nel dibattito fra le religioni. Prima c’erano alcune iniziative o partecipazioni saltuarie di natura ufficiale. Ora svolgiamo un’attività indipendente, sistematica e di respiro internazionale. Siamo molto contenti perché abbiamo potuto aprire un grande dibattito nel paese. Dal 2003 pubblichiamo una rivista che si intitola “Religious news”, in tremila copie. Cerchiamo di presentare i nuovi libri e il dibattito attuale sulle religioni, e in particolare sul dialogo interreligioso. Traduciamo in persiano articoli da altre lingue per metterli a disposizione dei lettori iraniani. I lettori sono in gran parte teologi, ricercatori e studiosi delle religioni”.
Il locale in cui si è svolto l’incontro è ricavato fra gli scaffali di una biblioteca di cui, continua la nostra interlocutrice, “siamo particolarmente fieri. Con i suoi 7000 volumi in persiano, arabo e inglese è la più ricca di testi sulle religioni di tutto il paese. Lo spazio è piuttosto ridotto e pertanto abbiamo dovuto fare una grande selezione. E’ frequentata prevalentemente da studiosi, ma comunque è aperta sempre al pubblico. Esiste infatti anche un pubblico non specializzato. Molti vengono pure a seguire le conferenze che mensilmente offriamo alla cittadinanza, dandone avviso sui giornali”.
Curiosando (è stato difficile mantenere un atteggiamento discreto!) fra gli scaffali trovo una sezione ricca di studi (soprattutto americani) sul femminismo. Marina trova un Talmud.
”Obiettivo del nostro istituto è il dialogo tra le religioni e le culture a favore della pace nel mondo” prosegue la signora Fahimeh. “Dedichiamo molta attenzione ai giovani. In particolare organizziamo una sessione riservata per far conoscere tra di loro giovani ebrei, cristiani, armeni, zoroastriani e musulmani. … La frequenza dei giovani è buona anche se speriamo che cresca. In verità questo tipo di interesse religioso non è molto diffuso nella società. Ma una volta che i giovani hanno iniziato a venire continuano e sviluppano grande interesse. Spesso si tratta di giovani che hanno vissuto all’estero. E’ questione di apertura o chiusura mentale”.
“Abbiamo anche molte relazioni con l’estero. Il nostro istituto ha lo statuto di ONG e da cinque anni è registrato nell’elenco delle ONG dell’ONU. Siamo in relazione con la chiesa anglicana di Inghilterra, con la chiesa luterana di Germania, con il Consiglio ecumenico delle chiese di Ginevra. Con loro abbiamo dei progetti in comune. Ad esempio adesso stiamo lavorando ad una ricerca sulla partecipazione femminile alla promozione della pace nel mondo. La nostra sezione giovanile collabora con un Istituto americano che si chiama ‘United religious initiatives’”.
“Anche finanziariamente siamo indipendenti. C’è una rete di finanziatori privati che ci sostengono in diversi modi. Parecchi contribuiscono con quote annuali. Questa stessa sede ci è offerta gratuitamente da una persona amica. Cerchiamo comunque di ridurre molto le spese. Ci sono quattro persone che lavorano stabilmente e molti volontari. Il consiglio scientifico, costituito da 22 membri, collabora del tutto gratuitamente. La rivista si autofinanzia”.
“E’ un cammino nuovo e non del tutto compreso,anche all’interno delle diverse religioni. Direi che è più facile il dialogo inter-religioso del dialogo intra-religioso, ossia all’interno della propria religione dove spesso questa attività è guardata con sospetto od ostacolata. Per quanto riguarda il mondo islamico ci sono diverse istituzioni che si dedicano allo studio delle ramificazioni dell’islam comprese quelle tra sanniti e sciiti. Noi ci dedichiamo di più al dialogo tra le diverse religioni”.
E infine il punto che a me è sembrato particolarmente intrigante.
“Siamo comunque tutti all’interno di una società dove sono in atto forti processi di secolarizzazione. Anche in Iran esiste una tendenza secolarizzante. Noi non ci occupiamo direttamente di questo processo ma non possiamo non confrontarci con questa mentalità e con questa filosofia che per altro non valutiamo positivamente”.
Sarebbe bello approfondire ma l’affermazione ferma della nostra interlocutrice ce ne dissuade.

All’Istituto per il Dialogo Interreligioso ho lasciato il mio indirizzo.

Da allora mi sono arrivate parecchie mail firmate dal presidente dell’I.I.D. Mohammad Ali Abtahi (che credo, giostrando fra nomi a me ignoti e grafie sconosciute, di poter identificare come marito della signora Fahimeh Mousavi; l’autobiografia di Abtahi confermerebbe questa ipotesi)

Su di lui una notizia Ansa di ieri. Teheran, 16 giu – Mohammad Ali Abtahi, ex stretto collaboratore del presidente riformista Mohammad Khatami, e’ stato arrestato oggi.
Lo rende noto il suo staff. Intanto, la tv iraniana in lingua inglese Press tv, ha diffuso la notizia dell’uccisione di sette civili nella manifestazione di ieri a Teheran, senza precisare se i morti siano sostenitori dell’opposizione o meno. La notizia era stata diffusa questa mattina dalla radio ufficiale Radio Payam.
Così é riportata la notizia nel sito web di Mr. Abtahi che si può raggiungere da qui
Mr. Abtahi arrested Mohammad Ali Abtahi, former vice president during Mr. Khatami’s presidency and the advisor to Mr. Karroubi in the presidential election had been arrested today (Tuesday). Whenever he gets released, he will write here on his website.

Ne riporto ora lo scritto ricevuto il 3 giugno e che ho tradotto (collocherò la traduzione degli altri scritti che ho ricevuto in calce ai prossimi diari e ringrazio Laura NB per la revisione della traduzione).

30 maggio – Chi boicottò le elezioni precedenti, ora invita il popolo a partecipare.
Uno degli eventi politici più importanti in questa tornata elettorale é il calo dell’onda di boicottaggio delle elezioni.
L’enorme boicottaggio delle elezioni precedenti ha causato difficoltà negli ultimi quattro anni tanto da apparire un regalo incredibile per il presidente.
Parecchi giorni fa mi sono visto con un gruppo di studenti che aveva raccolto circa 500 firme per boicottare le precedenti elezioni. Ora molti di loro cercano di invitare la gente a votare. Anche uno di loro che era appena uscito di prigione e raccontava storie penose sul carcere.
Erano realmente addolorati per Mr. Masoud Dehghan, Mahdi Mashayekhi and Abbas Hakim.
La battaglia per il loro rilascio dal carcere è l’azione più importante in cui dovrebbero impegnarsi attivisti politici e civili e specialmente i candidati alle elezioni presidenziali.
Sfortunatamente durante i dibattiti pre elettorali, sono state ignorate le pressioni fisiche e psicologiche sugli studenti imprigionati. Ora essi sono realmente attivi per ciò che riguarda le elezioni.
La maggior parte del gruppo che ho citato sosteneva Mr. Karobi perché gli slogan sui diritti umani sono più chiari nelle sue parole che in quelle di altri. La maggior parte delle attiviste donne che fanno parte della campagna per un milione di firme, hanno incominciato ad invitare la popolazione al voto. Anche i media stranieri parlano di boicottaggio meno che nel periodo precedente.
E’ una buona opportunità. La presenza di due ben noti candidati riformisti può attrarre molti elettori con diverse opinioni e prevenire il boicottaggio in modo da non concedere la vittoria ad Ahmadi Nejad al primo turno. D’altra parte è del tutto evidente lo sforzo per promuovere un cambiamento in tutto il paese.
Possiamo vedere persino la frustrazione e la paura dei sostenitori di Mr. Ahmadi Nejad.
Gli attacchi fisici e mediatici agli annunci degli incontri dei riformisti mostrano questa paura.
Ora quasi tutta la nazione può sperare di avere un altro presidente per i prossimi quattro anni.

17 Giugno 2009Permalink

09 giugno 2009 – Mariastella prima, graziosa sovrana.

La storia di Daria
Aveva cominciato il mattino di Napoli “io clandestina, che sogna la maturità. Daria da tre anni in un liceo di Napoli….” e poi ancora il giorno successivo: “La Gelmini a Daria: si all’esame. Napoli, é clandestina ma farà la matura”.
E ancora Repubblica –sempre l’otto- “é clandestina e senza codice fiscale,‘niente maturità’ e poi il dietrofront”.
E ancora il Corriere della sera: “Daria, bravissima a scuola, ma senza codice fiscale: niente maturità. La ragazza, ucraina e clandestina, rischia di saltare l’esame. Prof e compagni si mobilitano per lei”
La rassegna stampa del governo riporta un articolo de Il messaggero (8 giugno) dello stesso tenore che riassume la situazione così: “Questo è l’anno del suo esame di maturità, ma una circolare di Stato ha rischiato di bloccarle la strada. La ragazza ucraina è bravissima, conosce sei lingue, ma è ucraina e clandestina, non ha documenti italiani, tantomeno il codice fiscale che da quest`anno è obbligatorio per sostenere la prova scolastica”.
Sottolineo quel geniale “da quest’anno” che ci aiuterà a capire
La graziosa ministra distrattamente tranquillizzava già il 7 giugno (Cfr. La Repubblica) con un comunicato in contraddizione con quello del giorno successivo tratto dalla rassegna stampa del ministero: “Non c’è nessun motivo di legge per cui la ragazza di Napoli non possa affrontare l’esame di maturità. Ogni altra indiscrezione su questa vicenda è priva di qualsiasi fondamento giuridico”.
Si parla quindi di un errore di interpretazione da parte del dirigente scolastico, che però è sicuro: la circolare era tassativa, senza inserire i dati completi dello studente (e quindi anche il codice fiscale) sul sito del ministero, l’esame non si può fare”.
Anche un’agenzia dell’Associated Press precisa che “una circolare del 22 maggio 2009 della Gelmini vuole che senza codice fiscale non si possa sostenere l’esame”.

Il codice fiscale e il diritto allo studio.

Mi scuso a priori perché voglio contestualizzare questa notizia e darle un senso oltre l’occasionalità e perciò sarò particolarmente lunga ma sono stanca e irritata dalla confusione che regna sotto il nostro povero cielo e provo a fare un po’ d’ordine a modo mio.
Se non piace a chi legge c’é lo spazio dei commenti per farcelo sapere, per chi ne avesse voglia.

La legge ancora in vigore (Decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”) all’art. 6 comma 2 afferma che “Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo e per quelli inerenti agli atti di stato civile o all’accesso a pubblici servizi, i documenti inerenti al soggiorno , devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati.”.
Lo scorso mese di febbraio il senato, riformando questa norma all’interno del non ancora approvato ‘pacchetto sicurezza’, eliminava (con la lettera f del comma 1 dell’art. 45) il riferimento agli atti di stato civile che si sarebbero quindi potuti registrare tutti solo presentando il permesso di soggiorno.
I medici avevano già protestato perché tale misura li avrebbe fatti spie e. a questo punto, alcuni presidi facevano lo stesso (ma non é stato chiarito se li dominasse la paura di perdere allievi o il rispetto del diritto allo studio degli stessi).
Interveniva allora il Presidente della Camera, proponendo due deroghe alla presentazione del permesso di soggiorno: l’accesso alle prestazioni sanitarie, previste anche per i sans papier dal citato testo unico 286, e l’accesso alle ‘prestazioni scolastiche obbligatorie’ per cui non sarebbe stato richiesto il permesso di soggiorno.
Oggi il Senato é chiamato a discutere ancora il pacchetto sicurezza e si trova, tra l’altro, davanti al comma 22 dell’art. 1 (ex lettera f del comma uno dell’art. 45) che, modificato dagli emendamenti approvati alla camera, potrebbe in futuro suonare così: “Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo e per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie, i documenti inerenti al soggiorno , devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati.”.
Precisando che (salvo pochissimi casi che, per quelli a me noti, io ho citato e illustrato) i sindaci sono rimasti indifferenti al fatto che fra qualche tempo si potrebbero trovare a non registrare alcuni nati nel loro territorio a seguito di un discrimine razzista (e ricordo anche la mostruosa impossibilità per alcuni genitori di riconoscere i figli) torniamo al caso Daria, vittima eroina di questa vicenda che ha avuto il coraggio di denunciare, trovando ascolto e voci dignitose a suo sostegno.

Nuove leggi e legali omissioni

Già in maggio l’Asgi segnalava che alcuni presidi avevano scritto sulla lavagna i nomi degli studenti stranieri che avrebbero dovuto esibire il permesso di soggiorno.
Chi distrattamente li sosteneva parlava di minorenni senza rendersi conto che il problema riguardava anche gli ultradiciottenni.
Comunque la faccenda restava ignorata fino al caso Daria e soprattutto nessun sindaco né alcun assessore delegato ai servizi anagrafici parlava della registrazione dei minori alla nascita. Preciso che, per il caso di Daria, non ho trovato nessuna parola di solidarietà da parte della signora Jervolino, la città dove Daria studia e lavora e dove i suoi genitori lavorano. Ma neppure il sindaco della città dove vivo si é preoccupato del fatto che forse in futuro non potrà registrare alcuni neonati all’anagrafe.
I Sindaci sembrano essere diventati – nella loro maggioranza- una categoria un po’ arcaica nella concezione delle relazioni sociali e piuttosto distratta per ciò che riguarda loro compiti primari.

Contestualizzata la storia la conclusione é facile.

Oggi la graziosa ministra ha messo Daria in condizioni di ringraziarla, offrendo al buon popolo plaudente un’immagine di sé buona e pietosa caso per caso, in quell’intima relazione umana che é al di sopra di ogni legge e che di ogni contratto sociale può infischiarsi.
Domani ci sarà il comma 22 dell’art. 1 del pacchetto sicurezza a togliere all’on. Gelmini anche il fastidio di un’operante pietà.
I neonati figli di irregolari non saranno registrati (e se entreranno in Italia gia cresciuti é facile prevedere misure tali da impedire loro il godimento di diritti essenziali) e quindi le varie Darie faranno le badanti (perché a quella clandestinità nessuno farà opposizione) senza titolo di studio.
Sarà loro concessa la lettura se potranno permettersi l’acquisto dei libri.

10 giugno. L’Asgi segnala una nota legislativa sul problema degli studenti maggiorenni, permesso di soggiorno e/o codice fiscale

9 Giugno 2009Permalink

06 giugno 2009 – Bambini fantasma fra Obama e il sindaco di Udine.

Nel suo straordinario discorso all’Università del Cairo (uno dei più prestigiosi, forse il più prestigioso, centro culturale islamico) il presidente degli USA non ha dimenticato la parola dream, evocativa del grande sogno di Martin Luther King, quel sogno che ha consentito a uomo, il cui padre non poteva entrare in ristorante a causa del colore della pelle, di diventare Presidente degli Stati Uniti d’America.
Nel suo discorso Barak Obama, rivendicando l’arabicità del suo nome, ha ricordato molte volte i diritti dei bambini.
In Italia un diritto fondamentale, fonte di ogni altro, rischia di essere cancellato per i neonati figli di immigrati irregolari: il diritto ad avere un nome, insieme al diritto delle loro mamme e dei loro papà di essere riconosciuti genitori del loro figlio.
La realizzazione di quel diritto, minacciata dal disegno di legge in discussione in senato, non é competenza del presidente degli USA, ma dei nostri comuni.
In Friuli finora tre soltanto si sono dichiarati responsabili verso i nuovi nati; spero che preso altri se ne aggiungano.
Mentre il presidente degli USA lavora per superare le meschinità della politica della paura e in Olanda si segnala l’affermazione elettorale di un partito xenofobo, l’ASL udinese assicura agli stranieri privi di permesso di soggiorno – come previsto dal Decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” “le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o comunque essenziali”, “la tutela sociale della gravidanza e della maternità, … la tutela della salute del minore, … le vaccinazioni secondo la normativa e nell’ambito di interventi di campagne di prevenzione collettiva autorizzati dalle regioni,…gli interventi di profilassi internazionale,.. la profilassi, la diagnosi e la cura delle malattie infettive ed eventuale bonifica dei relativi focolai”.
A livello locale non consta (ancora?) alcun caso di spionaggio medico che il decreto 286 – ancora in vigore- vieta.
Inoltre presso un ospedale cittadino é stato messo a disposizione un ambulatorio dove operano medici volontari che offrono servizi analoghi a quelli prestati dai medici di base.
La Lega Nord, evidentemente a caccia di qualche voto da conquistarsi con la politica della paura artatamente e abilmente costruita, chiede che l’ambulatorio venga chiuso, in attesa che il pacchetto sicurezza crei negli immigrati privi di permesso di soggiorno la paura che impedirà loro di far ricorso ai sevizi sanitari.
A Pordenone la chiusura di un simile ambulatorio é già stata attuata a quanto ne so con la complicità di disposizioni regionali.
Il sindaco di Udine dichiara che l’ambulatorio presso l’ospedale “svolge un sevizio prezioso perché filtra le richieste che finirebbero al pronto soccorso. Chiuderlo significherebbe trovarsi con un pronto soccorso intasato e con maggiori spese.” (5 giugno – Messaggero di Udine pag. 2).
Da parte mia chiedo al sindaco di Udine: che intende fare qualora in senato passi il pacchetto sicurezza come votato alla camera e gli fosse impedito di registrare i neonati figli di immigrati privi di permesso di soggiorno?
Chiedo ai responsabili dell’ASL: quali misure intendono prendere per il certificato che deve essere obbligatoriamente compilato dopo ogni parto, sempre nell’ipotesi che passi il pacchetto sicurezza come votato alla camera?

Sono domande retoriche, dato che l’esperienza mi insegna che i signori interpellati non rispondono a una singola cittadina ma qualcuno che leggesse, avesse la grazia di essere interlocutore ascoltato, potrebbe porgliele e renderne nota la risposta.

E chiedo soprattutto agli anziani assistiti da badanti e ai loro familiari: come intendono comportarsi se la badante priva di permesso di soggiorno necessita di cure e di controlli medici, che possono essere garanzia anche per la salute degli assistiti?
Preciso che la badante priva di permesso di soggiorno difficilmente é il frutto di uno sbarco da gommoni: può essere una persona fatta entrare dagli stessi assistiti con permesso turistico (e poi trattenuta per uno stato di necessità) o una persona in origine regolarmente assunta, ‘ereditata’ da un precedente anziano la cui morte avrebbe privato la donna di lavoro e, conseguentemente, di permesso di soggiorno.
Probabilmente é tempo perso ma io invito le persone a non lasciarsi abbindolare dalla politica della paura.
Oltre ad essere indecente, non é conveniente.

NOTA:
Chi volesse leggere il testo completo della traduzione del discorso di Obama può farlo da qui.

6 Giugno 2009Permalink