8 maggio 2014 – In conclusione il nemico è svelato [Seconda puntata]

Riprendo le considerazioni conclusive del sei maggio, riportando anche il testo che allora avevo trascritto. .

Un pezzo, datato 5 maggio che ricopio per intero,  dimostra l’attenzione civile e professionale che  l’Associazione Studi Giuridici Immigrazione riserva all’attualità.
E’ chiaro che con legalitaria diligenza l’Asgi si occupa di minori che esistono, la cui esistenza è comprovata da un certificato di nascita, concesso da una pietosa circolare non dalla legge,  ma non possono realizzare il loro desiderio di prendere a calci un pallone all’interno delle organizzazioni a quegli specifici calci deputate  perché, pur se sono nati e risiedono in Italia, sono stati caricati del peccato dei loro genitori di essere privi del permesso di soggiorno.

-5 maggio  Calcio negato ai minori stranieri se i genitori non hanno il permesso

Sono ragazzini e vorrebbero giocare a calcio. Vorrebbero partecipare ai tornei ufficiali in cui gareggiano molti loro coetanei. Ma devono rinunciare perché la legge del calcio lo vieta. Sono i tantissimi adolescenti tagliati fuori dalle competizioni della Figc (Federazione italiana gioco calcio) perché i loro genitori non hanno il permesso di soggiorno 
1 Centinaia in tutta Italia, alcuni nati nel nostro Paese.
. Il permesso di soggiorno a cui si fa riferimento è quello dei genitori, visto che la regolarità in suolo italiano del minore straniero dipende dalla posizione giuridica della madre e del padre
. 2
Una norma che ricalca il regolamento internazionale della Fifa eimmigrazione irregolare, ma che spesso finisce per condannare i bambini, tutti quei bambini che avrebbero diritto allo sport ma che non possono giocare a causa della situazione legale dei genitori. Una norma che è finita al centro del mirino di numerose società calcistiche, spesso costrette a rifiutare tesseramenti di adolescenti stranieri ma perfettamente integrati in Italia, e di varie associazioni tra cui l’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione), la quale parla esplicitamente di “discriminazione”.
Secondo Alberto Guariso dell’Asgi, “la Figc nega il diritto allo sport dei minori, violando la Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo, secondo la quale nessun minore può essere trattato diversamente in relazione allo status giuridico dei genitori”  2.
Secondo Guariso “la Figc dovrebbe adeguarsi agli altri settori della società italiana come la scuola e la sanità, dove qualsiasi minore ha diritto allo studio e alle cure mediche, indipendentemente dalla regolarità dei genitori in territorio italiano”  3.

Tanto più che, aggiunge Guariso, “i minorenni non possono essere espulsi dall’Italia in base all’articolo 19 del Testo Unico. Un paradosso – precisa l’avvocato – visto che il minore può restare in Italia ma contestualmente non può praticare sport”.
Un principio su cui sostanzialmente si è espressa anche la magistratura. Nello specifico il altro affermato come il diritto alla pratica sportiva costituisca un diritto fondamentale perché attraverso di essa trova espressione la personalità dell’individuo e l’attività sportiva costituisce certamente uno strumento di integrazione sociale così come una possibilità di fonte di reddito e di accesso al lavoro.
E proprio in base a questi principi, risulterebbero esclusi dai tornei ufficiali anche i minori non accompagnati, quelli cioè presenti in Italia senza genitori e non ancora adottati 2. Anche in questo caso, esiste una sentenza del tribunale di Pescara datata giugno 2011 che giudica discriminatorio il rifiuto del tesseramento a una società calcistica del minore straniero non accompagnato affidato in Italia. In questo caso si trattava di un minore senegalese in affido ad una coppia di italiani in attesa di regolarizzarsi. (js)

A seguito di alcuni dei tratti in rosso ho scritto dei numerini cui corrispondono i tre passi che seguono con cui propongo le citazioni di norme corrispondenti ai tratti evidenziati/colorati  sopra.

1.F.I.G.C. – Settore Giovanile e Scolastico -Carta dei diritti dei bambini e dei doveri degli adulti                                           http://www.figc.it/other/Carta_diritti_06.pdf
La Carta della FIGC si giova del marchio del Ministero del lavoro e Politiche sociali e dell’UNICEF, allineati in questo contesto alle formulazioni della F.I.G.C. e meno interessati al diritto di garantire ai nuovi nati un’esistenza giuridicamente riconosciuta quale è assicurata dalla registrazione anagrafica di cui non sembrano occuparsi. Proclamano invece ‘diritti’ la cui formulazione non si trova nella Legge 27 maggio 1991, n. 176  (si veda il punto successivo) ma interessano evidentemente l’organizzazione calcistica limitatamente ai ragazzini che, per il fatto di essere riconosciuti giuridicamente esistenti, hanno chi assicura loro voce e possono quindi essere utilmente allevati per le funzioni attinenti il calcio.
Se parla anche, nello stesso quadro di indifferenza per chi è privato della registrazione anagrafica, in un articolo reperibile in rete  

2.  Legge 27 maggio 1991, n. 176  Ratifica ed esecuzione della convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989

Art. 7  – Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi.
– Gli Stati parti vigilano affinché questi diritti siano attuati in conformità con la loro legislazione nazionale e con gli obblighi che sono imposti loro dagli strumenti internazionali applicabili in materia, in particolare nei casi in cui se ciò non fosse fatto, il fanciullo verrebbe a trovarsi apolide.

Art. 8 –. Gli Stati parti si impegnano a rispettare il diritto del fanciullo a preservare la propria identità, ivi compresa la sua nazionalità, il suo nome e le sue relazioni familiari, così come riconosciute dalla legge, senza ingerenze illegali.
-. Se un fanciullo è illegalmente privato degli elementi costitutivi della sua identità o di alcuni di essi, gli Stati parti devono concedergli adeguata assistenza e protezione affinché la sua identità sia ristabilita il più rapidamente possibile.

Art. 31 –. Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica.
-. Gli Stati parti rispettano e favoriscono il diritto del fanciullo di partecipare pienamente alla vita culturale e artistica e incoraggiano l’organizzazione, in condizioni di uguaglianza, di mezzi appropriati di divertimento e di attività ricreative, artistiche e culturali.

3. Leggo nella comunicazione dell’ASGI: “la Figc dovrebbe adeguarsi agli altri settori della società italiana come la scuola e la sanità, dove qualsiasi minore ha diritto allo studio e alle cure mediche, indipendentemente dalla regolarità dei genitori in territorio italiano”.
Qui segnalo due punti che non posso condividere:
–  lo studio – nel pacchetto sicurezza per i minori figli di persone senza permesso di soggiorno lo studio è assicurato solo per le ‘prestazioni scolastiche obbligatorie’, quindi per far assicurare al  proprio figlio la possibilità di frequenza della scuola per l’infanzia e del percorso scolastico successivo alla scuola dell’obbligo occorre il permesso di soggiorno. E tale permesso occorre anche per l’iscrizione al nido così importante per l’apprendimento della lingua italiana che in chiacchiere diffuse viene beffardamente dichiarato fondamentale strumento di integrazione.
– cure mediche. “Sono assicurate, nei presidi pubblici ed accreditati, le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o comunque essenziali, ancorché continuative, per malattia ed infortunio […]. Sono, in particolare, garantiti: a) la tutela sociale della gravidanza e della maternità, […] b)la tutela della salute del minore in esecuzione della Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva ai sensi della legge 27 maggio 1991, n. 176;  c)  le vaccinazioni secondo la normativa e nell’ambito di interventi di campagne di prevenzione collettiva autorizzati dalle regioni” (legge 94/2009 art. 1 comma 22 lettera g)”.
(Si veda Legge 6 marzo 1998, n. 40, art. 33)
Per altre modalità di cura, assicurate ai minori, si vedano i riferimenti all’accordo stato-regioni nel sito della Società di Medicina delle Migrazioni (www.simmweb.it )

CONCLUDO PER ORA:
Nei documenti che ho citato il diritto dei bambini al gioco  come affermato dalla Convenzione di New York  viene intrappolato dentro le maglie dei regolamenti FIGC che a me non sembrano del tutto conformi alla Convenzione stessa
Ripeto il testo dell’art. 31 della Convenzione di New York:
Art. 31 1. Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica.
2. Gli Stati parti rispettano e favoriscono il diritto del fanciullo di partecipare pienamente alla vita culturale e artistica e incoraggiano l’organizzazione, in condizioni di uguaglianza, di mezzi appropriati di divertimento e di attività ricreative, artistiche e culturali.

L’Italia è stato parte o no?

Ma soprattutto non voglio dimenticare che i bambini senza certificato di nascita in ogni caso sono tagliati fuori dall’esistenza giuridicamente riconosciuta assicurando così alla società (in)civile il loro ruolo di capro espiatorio.

2 continua

NOTA: Oggi 7 maggio il sito dell’Asgi riporta nella colonna di sinistra il testo che ho trascritto e a destra, nella colonna notizie, si ferma al 29 aprile                            http://www.asgi.it/home_asgi.php?n=3228&l=it


 

8 Maggio 2014Permalink

6 maggio 2014 – Piano piano il nemico si svela [Prima puntata]

Una storia fastidiosa per molti

Il 30 aprile scorso pubblicavo una petizione destinata alla presidente Boldrini con cui le chiedevo di adoperarsi per promuovere il dibattito sulla proposta di legge 740 che si giace in parlamento da più di un anno, affidata alla Commissione Affari Costituzionali dallo scorso mese di giugno  (pure silente). Ne ho trascritto l’iter lo scorso 21 dicembre.
Quella petizione – a riprova del successo della cultura ampiamente diffusa oltre i propri limiti dalla Lega Nord – ha meritato meno di 400 firme e perciò ho inserito nello spazio concesso da  change un aggiornamento, di nuovo riferendomi alla presidente Boldrini.
Eccone il testo:

Gentile Presidente Boldrini
se la mia conoscenza del funzionamento del sito  change.org è corretta dovrebbe  esserle arrivato il testo di una petizione, pubblicata in quel sito nel mese di novembre 2013 (e di cui le allego la trascrizione, mentre le invierò per posta l’elenco delle firme raccolte dal 19 novembre 2013 e il 30 aprile 2014).
Con quella petizione Le viene chiesto di fare quanto nelle sue possibilità personali e competenze istituzionali per promuovere il dibattito in merito alla proposta di legge 740 (presentata il 13 aprile 2013 e assegnata alla I Commissione Affari Costituzionali in sede Referente il 21 giugno 2013), finalizzata alla modifica dell’articolo 6 del Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, per il punto che impone la presentazione del permesso di soggiorno per registrare gli atti di nascita,  come stabilito dall’art 1, comma 22, lettera g  della legge 94/2009.
Sebbene a pochi giorni dall’approvazione della legge 94  sia stata emanata la circolare 19 che afferma essere possibile la registrazione delle nascite dei propri figli anche per i migranti irregolari (e perciò privi di documento di soggiorno) il gruppo Convention on the Rights of the Child, che ha il compito di monitorare la Convenzione di New York sui diritti del minore (ratificata con legge 176/1991), ci informa, nella sua relazione 2012, che “Il timore di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori”.

A conoscenza del fatto che le norme sulla tutela della maternità consentono alle partorienti una protezione di sei mesi che si estende anche al loro bambino, sembrava che negare a un padre – o alla madre eventualmente sola – il diritto di dichiarare in comune la nascita del proprio figlio fosse l’aspetto dirimente della vicenda che poteva essere sanata con una corretta informazione fino alla approvazione della proposta di legge 740 che tutti i firmatari della petizione auspicano.
Ora sappiamo che non è così.
Il 23 aprile, nel corso della trasmissione RAI  ‘Tutta la città ne parla’ (ore 10, Radio3, trasmissione ascoltabile in podcast), un avvocato che ha declinato le proprie generalità e si è dichiarato membro dell’Associazione Studi Giuridici Immigrazione (associazione che gode di ottima fama) ha affermato, tra l’altro, quanto letteralmente trascrivo:

“C’è un problema relativo a una questione  molto più grave (ndr: della registrazione anagrafica).  Cioè la possibilità da parte di due persone che senza permesso di soggiorno, ma anche senza un documento di identità (la donna che è priva di un passaporto) di poter riconoscere il proprio figlio. Nel senso che sicuramente la normativa nazionale e internazionale le  riconosce questo diritto. Però questo diritto è stato posto in discussione più volte. […] Per cui non è raro – purtroppo non è raro – il fatto che al momento del parto venga negata alla donna che ha partorito in ospedale, la possibilità di riconoscere il figlio senza documento di identità, per cui una serie di strutture mediche trovano escamotage tipo per esempio la richiesta di testimoni che possano testimoniare che quella donna ha partorito quel figlio o anche altri stratagemmi assolutamente stravaganti”.

Apprendiamo così che ci sono in Italia ospedali del sistema sanitario pubblico dove una donna non può riconoscere come suo (con un atto che precede la registrazione anagrafica che si fa in comune) il suo bambino e sarebbe quindi costretta a ridurlo in uno stato di abbandono che può renderlo adottabile o, peggio, vittima dei mercati più turpi che sappiamo esistere ed essere operanti.

La verità è che la normativa non è chiarissima”, ha aggiunto l’avvocato intervistato, sottolineando conseguentemente la necessità di approvare una norma che faccia chiarezza – e di cui sia data adeguata informazione – quale è la proposta 740 citata sopra.
Come cittadina europea, italiana e come donna e madre conto sul contributo che Le sarà possibile assicurare per modificare una situazione che giudico sconvolgente e umiliante per tutti noi nel momento in cui esclude alcuni neonati dalla possibilità di un’esistenza giuridicamente riconosciuta, e nega loro il certificato di nascita che assicurerebbe la tutela dei genitori, rischiando di arrecare contemporaneamente anche un grave danno alla salute della madre.
Ringrazio per l’attenzione e porgo distinti saluti.
Augusta De Piero

Inviato questo testo alla Presidente il primo maggio ricevevo il 5 la risposta che trascrivo.

La Presidenza della Camera dei deputati ha ricevuto la sua e-mail.
Al riguardo, desideriamo comunicarle che è stato disposto che anche copia della sua nuova nota sia trasmessa alla Commissione parlamentare competente, affinché i deputati che ne fanno parte possano prenderne visione.
Cordiali saluti.
La Segreteria della Presidente della Camera dei deputati

Chi ha paura dei neonati?

Sono andata subito nel sito dell’Asgi (Associazione Studi Giuridici immigrazione) ritenendo di poter trovare qualche cosa sulla terribile rivelazione fatta da un avvocato loro associato sulla impossibilità per madri prive di documento di identità di riconoscere il proprio nato (ho riportato il passaggio dell’intervista in questione nella lettera di aggiornamento inviata alla presidente Boldrini e pubblicata su change – si veda passaggio in grassetto) e nulla ho trovato in proposito.
Un pezzo, datato 5 maggio che riporto per intero,  dimostra l’attenzione civile e professionale dell’associazione in questione all’attualità.
E’ chiaro che con legalitaria diligenza l’Asgi si occupa di minori che esistono, la cui esistenza è comprovata da un certificato di nascita, concesso da una pietosa circolare non garantito dalla legge,  ma non possono realizzare il loro desiderio di prendere a calci un pallone all’interno delle organizzazioni a quegli specifici calci deputate  perché, pur se sono nati e risiedono in Italia, sono stati caricati del peccato dei loro genitori di essere privi del permesso si soggiorno..

05.05.2014  – Calcio negato ai minori stranieri se i genitori non hanno il permesso

Sono ragazzini e vorrebbero giocare a calcio. Vorrebbero partecipare ai tornei ufficiali in cui gareggiano molti loro coetanei. Ma devono rinunciare perché la legge del calcio lo vieta. Sono i tantissimi adolescenti tagliati fuori dalle competizioni della Figc (Federazione italiana gioco calcio) perché i loro genitori non hanno il permesso di soggiorno. Centinaia in tutta Italia, alcuni nati nel nostro Paese. Su questo punto le regole della Federcalcio sono chiare: i calciatori stranieri minorenni che richiedono il tesseramento per una società della Lega Nazionale Dilettanti, devono presentare “il certificato di residenza anagrafica attestante la residenza in Italia e il permesso di soggiorno che dovrà avere scadenza non anteriore al 31 gennaio dell’anno in cui termina la stagione sportiva per la quale il calciatore richiede il tesseramento”. Il permesso di soggiorno a cui si fa riferimento è quello dei genitori, visto che la regolarità in suolo italiano del minore straniero dipende dalla posizione giuridica della madre e del padre.

Una norma che ricalca il regolamento internazionale della Fifa e che intende essere fedele alle leggi statali sull’immigrazione irregolare, ma che spesso finisce per condannare i bambini, tutti quei bambini che avrebbero diritto allo sport ma che non possono giocare a causa della situazione legale dei genitori. Una norma che è finita al centro del mirino di numerose società calcistiche, spesso costrette a rifiutare tesseramenti di adolescenti stranieri ma perfettamente integrati in Italia, e di varie associazioni tra cui l’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione), la quale parla esplicitamente di “discriminazione”.

Secondo Alberto Guariso dell’Asgi, “la Figc nega il diritto allo sport dei minori, violando la Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo, secondo la quale nessun minore può essere trattato diversamente in relazione allo status giuridico dei genitori”. Secondo Guariso “la Figc dovrebbe adeguarsi agli altri settori della società italiana come la scuola e la sanità, dove qualsiasi minore ha diritto allo studio e alle cure mediche, indipendentemente dalla regolarità dei genitori in territorio italiano”. Tanto più che, aggiunge Guariso, “i minorenni non possono essere espulsi dall’Italia in base all’articolo 19 del Testo Unico. Un paradosso – precisa l’avvocato – visto che il minore può restare in Italia ma contestualmente non può praticare sport”.

Un principio su cui sostanzialmente si è espressa anche la magistratura. Nello specifico il tribunale di Lodi, che nel 2010 aveva accolto il ricorso presentato da un calciatore togolese richiedente asilo in Italia. In questo caso la magistratura ha dichiarato discriminatorie le norme della Figc che impongono ai cittadini stranieri che richiedono il tesseramento il possesso di un permesso di soggiorno valido fino al termine della stagione sportiva corrente. Il tribunale di Lodi aveva tra l’altro affermato come il diritto alla pratica sportiva costituisca un diritto fondamentale perché attraverso di essa trova espressione la personalità dell’individuo e l’attività sportiva costituisce certamente uno strumento di integrazione sociale così come una possibilità di fonte di reddito e di accesso al lavoro.

E proprio in base a questi principi, risulterebbero esclusi dai tornei ufficiali anche i minori non accompagnati, quelli cioè presenti in Italia senza genitori e non ancora adottati. Anche in questo caso, esiste una sentenza del tribunale di Pescara datata giugno 2011 che giudica discriminatorio il rifiuto del tesseramento a una società calcistica del minore straniero non accompagnato affidato in Italia. In questo caso si trattava di un minore senegalese in affido ad una coppia di italiani in attesa di regolarizzarsi. (js)
Fonte : Redattore Sociale
1 continua

 NOTA: Oggi 6 maggio la trasmissione Tutta la città ne parla del 23 aprile  (di cui ho scaricato la registrazione) è sempre presente nel podcast
Il sito dell’Asgi riporta nella colonna di sinistra il testo che ho trascritto e, a destra nella colonna notizie, si ferma al 29 aprile

Rinvio i miei commenti alla prossima puntata

6 Maggio 2014Permalink

14 aprile 2014 – Da Ovasta (frazione di Ovaro) alla Casa Bianca.

Una lettera al presidente degli Stati Uniti

La ragione per cui trascrivo questa lettera  – che ho ricopiato dal Messaggero Veneto del 14 aprile – si evince dalla lettera stessa.
Cercherò di saperne di più
Per ora mi limito a sottolineare un fatto importante: è stata inviata a Barack Obama con le firme direttamente apposte dai cittadini di Ovasta di Ovaro

Caro Signor Presidente

La popolazione di Ovasta – paese di 130 abitanti sito nelle Alpi Carniche, Regione Friuli Venezia Giulia – ha ricevuto i cittadini americani professor Charles Bryan e signora Donna Hennessee Bryan, per ricordare e onorare il loro parente capitano Roderick Steve Hall.

Il Capitano Hall, nell’agosto del 1944, è stato paracadutato con la Missione OSS “Mercury Eagle” sulle nostre montagne con altri giovani soldati americani per collaborare – supportandoli – con i patrioti italiani nella guerra di Liberazione dal nazifascismo. Catturato, torturato e ucciso dalle S.S. germaniche, ha sacrificato la sua giovinezza per la libertà e la pace.

Al Popolo americano e a Lei l’augurio di pace, giustizia sociale e prosperità nel rispetto dei valori di libertà e democrazia che devono, ancora e sempre, unire l’umanità.

Sinceramente

La popolazione di Ovasta

 

14 Aprile 2014Permalink

31 marzo 2014 – Suore Usa e salute sessuale a carico del sistema sanitario

Ho trovato la notizia che ricopio su La Stampa.  L’avevo letta su Adista Notizia n. 12 ma da lì non era trasferibile. Così l’ho cercata e la inserisco pro memoria.

La Ncan, che sostiene di rappresentare circa 2mila religiose, ha annunciato il suo appoggio all’”Affordable Care Act”, che prevede l’obbligo per le istituzioni di garantire procedure di contraccezione                             Marco Tosatti

È in pieno svolgimento la battaglia legale che oppone numerose istituzioni cattoliche degli Stati Uniti all’amministrazione Obama, in tema di aborto e contraccezione. E ancora una volta un gruppo particolarmente agguerrito di religiose statunitensi non manca di schierarsi contro la posizione adottata dalla Chiesa del Paese. La “National Coalition of American Nuns” (Ncan) che sostiene di rappresentare circa duemila religiose americane ha annunciato il suo appoggio all’”Affordable Care Act”, un provvedimento che fra l’altro prevede l’obbligo per le diverse istituzioni, anche religiose, di garantire  procedure di contraccezione, sterilizzazione e distribuzione di medicinali abortivi.

Nei prossimi giorni la Corte suprema dovrà decidere se ha ragione il governo, o due organizzazioni, la “Hobby Lobby” e la “Conestoga”, rispettivamente mennonita e cristiano-evangelica, che si oppongono a questa imposizione motivandola su base religiosa. La battaglia legale in questo senso è condivisa e alimentata da molti vescovi e diocesi cattoliche. Parecchie organizzazioni non-profit cattoliche hanno fatto ricorso a vari livelli di giudizio (fra di esse le Piccole Sorelle dei Poveri) e sicuramente anche i loro ricorsi giungeranno nel corso del tempo alla Suprema Corte.

Le religiose della National Coalition hanno pubblicato una lettera aperta. “La Ncan – scrivono – è costernata perché le Piccole Sorelle dei Poveri, l’Università di Notre Dame e altre organizzazioni cattoliche stanno battendosi contro l’Affordable Care Act. Queste organizzazioni, spronate dalla Conferenza episcopale statunitense stanno cercando di prendere in ostaggio tutte le donne rifiutando di garantire loro i contraccettivi”.

È opportuno ricordare che la Chiesa, dal tempo di Paolo VI, con la sua enciclica “Humanae Vitae”, accetta solo i metodi naturali per regolare la fecondità, escludendo quelli meccanici o chimici. Donna Quinn, leader della Ncan ha protestato contro la posizione assunta dalla Chiesa americana. “Ora abbiamo anche altre confessioni Cristiane che vedono quello che stanno facendo i vescovi cattolici e dicono: facciamo anche noi così. Non c’è libertà quando una donna può essere presa in ostaggio dal padrone di un’impresa”. Donna Quinn è una suora di Chicago che partecipa alle manifestazioni con una felpa bianca che ha la scritta “Suore pro-Choice”, ha accompagnato donne ad abortire ed è stata molto critica con l’investigazione sulle religiose Usa iniziata nel 2012. Durante il Sinodo dei Vescovi sulla “Vita Religiosa” del 1994 la Ncan partecipò a una sorta di “Contro Sinodo” al femminile.

Queste suore hanno trovato l’appoggio di Debra Haffner, una sessuologa e pastora della Chiesa unitaria universalista, presidente e fondatrice di un ente il “Religious Institute” specializzato nei rapporti fra fede e sessualità. Haffner ha lanciato una campagna sui social media per sostenere l’iniziativa della National Coalition.

Nel frattempo è ancora in corso la visita apostolica avviata dalla Congregazione per i Religiosi e la Vita consacrata, per  studiare la situazione degli istituti religiosi femminili degli Stati Uniti, che nel corso degli anni hanno creato non pochi problemi di dottrina e di disciplina. Il segretario della Congregazione, l’arcivescovo José Rodrigio Carballo, una delle prime nomine di papa Francesco, ha dichiarato recentemente che la visita apostolica terminerà prima dell’inizio dell’Anno dedicato alla Vita consacrata e che avrà inizio nell’ottobre 2014, senza sovrapporsi al Sinodo sulla Famiglia.

 

 

31 Marzo 2014Permalink

21 marzo 2014 – Una data che non avevo dimenticato.

Nell’elenco delle date che scrivo all’inizio di ogni mese – e poi completo se altre me ne vengono alla memoria – avevo annotato: 20 marzo 1994 –  Omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

Ora a quel mio appunto posso aggiungere la nota dell’Associazione Ilaria Alpi   

Il governo ha annunciato oggi in Aula alla Camera di aver avviato le procedure per la desecretazione dei documenti che riguardano il caso di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin. Lo ha annunciato il sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento Sesa Amici facendo riferimento alle richieste che ci sono state in questo senso nei giorni scorsi.

“Credo sia arrivato il momento dopo 20 anni di togliere la secretazione sul caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin”, ha affermto il sottosegretario Sesa Amici. “Il governo è molto impegnato ad attivare le procedure su questo fronte. Crediamo che lo si debba alla loro memoria e alla richiesta giustizia che deve tutelare sempre i propri cittadini. Abbiamo il dovere morale e politico -ha concluso – di corrispondere alla richiesta di verità e giustizia”.

Ancora non è chiaro quanti e quali documenti siano oggetto della richiesta di desecretazione. I dossier classificati sono migliaia: 1500 della commissione Alpi- Hrovatin, 750 solo dell’ultima commissione d’inchiesta sui rifiuti, cui vanno aggiunti i documenti delle commissioni ecomafia dalla XII alla XV legislatura. Martedì 19 marzo Greenpeace ha pubblicato la lista dei documenti segreti della Commissione Pecorella: tra i tanti dossier, ve ne sono alcuni che hanno riferimenti diretti alla Somalia, al caso Alpi-Hrovatin, alle navi affondate e a Giorgio Comerio, l’ingegnere che progettava di affondare le scorie radioattive con siluri penetratori. Non ci sono solo i documenti riversati negli archivi della Camera: in una audizione al processo per calunnia nei confronti di Ahmed Alì Rage “Gelle”, l’ex direttore del Sismi Sergio Siracusa ha dichiarato di aver mostrato alla Commissione Alpi-Hrovatin ottomila documenti prodotti dal servizio segreto militare attinenti al caso Alpi.

… e un mio commento
A quanto ho capito da vent’anni la madre di Ilaria Alpi, in accordo con la famiglia Hrovatin, tiene viva la memoria della figlia non nella dimensione del dolore personale ma nella memoria rispettosa della sua professionalità. La Presidente della Camera ha capito ed è stata determinante nello stimolare la decisione che ha portato il governo a decidere la desecretazione del fascicolo Alpi-Hrovatin.
Ci saranno parlamentari in grado di vigilare efficacemente perché ciò avvenga oltre l’emozione del ventesimo anniversario della morte di due professionisti coraggiosi? O ‘la ragion di stato’ sarà più forte  delle ragioni della democrazia? E ci saranno giornalisti capaci di informare con costanza un’opinione pubblica spesso scoraggiante perché dopo un po’ si annoia delle storie che non abbiano un aspetto sanguinolento o sessualmente stuzzicante?

21 Marzo 2014Permalink

18 marzo 2014 – “Quello che le donne non dicono”.

 

Alcune sere fa in un circolo culturale alla periferia di Udine si è parlato del tema della violenza  sulle donne (e, conseguentemente, sui minori che della violenza in ambiente familiare sono spettatori e spesso anche vittime). Erano impegnati alcuni gruppi particolarmente attenti a questa tematica ed era presente anche il Vicequestore di Udine Massimiliano Ortolan. Titolo dell’incontro “Quello che le donne non dicono”.
Paola Schiratti, presidente del gruppo Le donne resistenti che aveva organizzato la serata insieme al circolo Nuovi orizzonti, ha illustrato i dati elaborati dal servizio “Zero Tolerance” del Comune e il protocollo antiviolenza della Provincia.
A suo tempo Paola Schiratti si è molto spesa per la  predisposizione e per l’approvazione di quel protocollo finalizzato a prevenire e reprimere la violenza domestica e sostenere le vittime in modo coerente fra i vari soggetti che possono intervenire.
Il testo del protocollo si può leggere nel blog di Paola  e anche da qui
La stessa Paola, in un suo commento su facebook ha scritto “fa molto piacere, ascoltando il Vicequestore, cogliere molte considerazioni pienamente condivisibili, capire quanto la Polizia sia preparata e interessata ad affrontare queste situazioni, sentite come un problema culturale e sociale imprescindibile”.

Tutto vero ma io non sono soddisfatta

Infatti quando ho fatto funzionare la mia cartina al tornasole, i problemi dei minori, il Vicequestore non mi è apparso così limpido e lineare né completamente convincente l’impostazione della serata. E’ vero che, sperando di semplificare perché non volevo intervenire nel dibattito in maniera troppo invadente,  ho fatto una domanda relativa alla prostituzione minorile, e il Vicequestore ha colto abilmente l’opportunità per parlare di prostituzione e non di minori.
Stupida io che gli ho offerto la via di fuga?

L’onore
Per spiegarmi devo fare una piccola rivisitazione storica.
E’ stato sottolineato positivamente (questo sì lo riconosco) che la legge sulla violenza sessuale segna una trasformazione culturale di rilievo enorme: la violenza passa da reato contro la morale a reato contro la persona.
Non va certo ad onore dei legislatori italiani e della cultura italiana in generale se solo nel 1996 (e dopo un iter quanto mai tormentato) venne approvata la legge 66, Norme contro la violenza sessuale.
Chi aveva scosso una cultura immobile era stata Franca Viola, una ragazza intelligente,  coraggiosa, consapevole della propria dignità di persona. Fu violentata nel 1965 ma solo nel 1981 l’infamia del ‘matrimonio riparatore’ che le era stato proposto, fu cancellata dalla legge italiana (legge 442 “Abrogazione della rilevanza penale della causa d’onore”).
Eliminato il concetto di ‘matrimonio riparatore’ ne conseguì, almeno nella formalità legislativa, il punto fermo che l’onore della donna non risiede nella verginità biologica.

E’ bene rilevare, data l’importanza nella realtà italiana della tradizione cattolica, che nel 1950 papa Pio XII aveva fatto un gesto forte per pietrificare la dignità della donna nella presunta inflessibilità della biologia; aveva infatti santificato una povera bambina che, per essersi difesa da un’aggressione sessuale, era stata ammazzata.
Ero una ragazzina ma ricordo ancora la violenza petulante con cui quell’immagine ci fu cinicamente propinata.
Concentrato sull’imene il papa non si rendeva conto (o forse sì) che, mentre negava la dignità della persona donna, consolidava l’onore del maschio proprietario di una cosa senza parola.
Poiché si voleva la donna senza parola si manteneva inamovibile anche il significato letterale della espressione paolina: ‘le donne tacciano nell’assemblea’ (1 Cor 14, 34-35) e quindi si avviliva  con una sola mossa la dignità femminile e quella degli studi biblici che solo il Concilio Vaticano II avrebbe successivamente liberato anche nel mondo cattolico.
Senza parola la donna doveva essere  non solo nello spazio religioso ma anche in quello laico. Così voleva la tradizione per le brave ragazze da marito.

La parola e il cambiamento

Passando lentamente dallo stato di oggetti ad uso dell’onore padronale a quello di soggetti, la cui dignità è riconosciuta e affermata, anche le donne possono dire e dirsi.
I cambiamenti che derivarono da questa modifica segnarono un cambiamento epocale e incompiuto. Ma segnarono anche il riconoscimento che l’affermazione di un diritto fondamentale non appartiene alla forza del soggetto che si può imporre ma al riconoscimento sociale e alla solidarietà che si fonda sulla responsabilità collettiva per cui la Repubblica “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2 Cost.).
Ricordo quanto si venne a conoscere del dibattito al processo di Franca Viola e l’evidenza che mi colpì di due situazioni inversamente proporzionali: la dignità di Franca e l’abiezione delle argomentazioni degli avvocati che difendevano lo stupratore, l’assoluta mancanza di forza della ragazza che si tentava di ribaltarle contro e l’assoluta bestialità della forza fisica legittimata dalla tradizione, componente dell’onore maschio-padrone.

Le parole che ancora non  si vogliono dire

E qui si pone il problema dei diritti dei bambini e dei minori in genere che non sono emersi con chiarezza, anzi non sono emersi affatto nella serata da cui ho preso le mosse.
Infatti la violenza contro i bambini è apparsa solo in relazione alla loro presenza nella vita familiare e non come offesa alla loro persona perché questa è violenza che i bambini non possono dire se non con i segni di una sofferenza che li accompagnerà per tutta la vita.
Certamente altri possono dire – e penso alle donne come altre che della negazione di parola per essere state considerate oggetti hanno avuto e hanno un’esperienza che potrebbero trasferire nella solidarietà politica e sociale di cui dice la Costituzione – ma ci  sono casi in cui non lo fanno.
Certamente provano – e manifestano – pietà per il bambino sofferente e violato ma arretrano quando si tratta di riconoscergli i diritti di persona, quelli che Franca Viola, nel silenzio imposto dalla tradizione come un macigno, aveva affermato  per sé e per tutte le donne.
Solo così io riesco a spiegare l’indifferenza diffusa alla violazione del principio di uguaglianza che imporrebbe il certificato di nascita a tutti i minori, a prescindere dallo status dei loro genitori.

Il cerchio si chiude sempre lì.
Se le donne rivisitassero un po’ la loro cultura di genere potrebbero riaprirlo, non perché madri ma forti della loro memoria storica se mai volessero averne

18 Marzo 2014Permalink

18 marzo 2014 – La Crimea, Putin e l’Europa che non c’è

Un amico mi ha segnalato l’articolo di Tommaso Di Francesco pubblicato ne Il Manifesto il 15 marzo.
L’ho letto con emozione perché mi ha riportato alla memoria molte riflessioni degli anni ’90. Ponevano questioni irrisolte che oggi di nuovo si manifestano nella crisi ucraina. Lo riporto e lo collego con un il link che ho finalmente trovato.

Crimea: il delitto internazionale.

Ci sono due sta­tue nei Bal­cani che, se potes­sero par­lare, rac­con­te­reb­bero che cos’è dav­vero il diritto inter­na­zio­nale. Le sta­tue erette a furor di popolo sono, in Croa­zia, quella del fu mini­stro degli esteri della Ger­ma­nia Die­trich Gen­sher, del quale tro­neg­gia dal 1994 un busto sull’isola di Brac, e a Pri­stina in Kosovo quella in bronzo dell’ex pre­si­dente sta­tu­ni­tense Bill Clin­ton. Il primo, Gen­sher, in aperta vio­la­zione del diritto inter­na­zio­nale, fomentò, sostenne e finan­ziò la nascita del nuovo Stato croato che, come la Slo­ve­nia, dopo refe­ren­dum si era auto­pro­cla­mato indi­pen­dente su base etnica, (la Slo­ve­nia era «la patria degli slo­veni» e la Croa­zia quella «dei croati», in poche parole, l’inizio della puli­zia etnica).

La Ger­ma­nia e con lei, subito, il Vati­cano non si cura­rono del fatto che esi­steva ancora la Fede­ra­zione jugo­slava, con seg­gio all’Onu, con un governo e la pre­si­denza Mar­ko­vic che inu­til­mente cor­reva nelle capi­tali euro­pee per farsi soste­nere nel ten­ta­tivo di sal­vare l’istituzione fede­rale men­tre la guerra era già scop­piata. Non solo, la Ger­ma­nia sostenne le nuove pic­cole patrie e le mili­zie nazio­na­li­ste, incu­rante della vora­gine san­gui­nosa che si sarebbe aperta nella Bosnia Erze­go­vina dove tutte le etnie, reli­gioni e lin­gue erano rap­pre­sen­tate. Certo, la Jugo­sla­via si distrusse in gran parte da sé gra­zie ai suoi nazio­na­li­smi armati, ma non senza il fat­tivo «con­tri­buto» dell’Occidente (allora gli Usa erano restii, ma la pre­oc­cu­pa­zione durò poco e pre­valse la real­po­li­tik e la rin­corsa alla diplo­ma­zia cri­mi­nale della nascente Unione euro­pea che pure aveva deciso che, dopo l’89, non si sareb­bero dovuti rico­no­scere stati pro­cla­mati con l’uso della vio­lenza, in modo anti­de­mo­cra­tico e con l’esclusione delle mino­ranze). Così L’Europa legit­ti­mando i nuovi stati etnici, aprì il vaso di Pan­dora della tra­sfor­ma­zione dei vec­chi con­fini ammi­ni­stra­tivi jugo­slavi in nuovi con­fini nazionali.

Fu la prima mano­mis­sione delle fron­tiere nel Vec­chio con­ti­nente dalla fine della Seconda guerra mon­diale e dopo il crollo del Muro di Ber­lino. Poi c’è il monu­mento bron­zeo di quasi tre metri ad un ridente Bill Clin­ton che tro­neg­gia nel cen­tro della capi­tale della nuova nazione del Kosovo, da lui stesso inau­gu­rato nel 2009. Una nazione auto­pro­cla­mata nel 2008 e subito soste­nuta e appog­giata dagli Stati uniti e dalla Nato.

L’Alleanza atlan­tica è stata pro­ta­go­ni­sta nel 1999 di una guerra di bom­bar­da­menti aerei «a scopo uma­ni­ta­rio» che dura­rono 78 giorni e pro­vo­ca­rono 3.500 vit­time civili tra i koso­vari i serbi. Fu una guerra senza alcuna appro­va­zione dell’Onu, in aperto disprezzo del diritto inter­na­zio­nale. Lo Stato del Kosovo, il cui rico­no­sci­mento ancora divide l’Onu e l’Ue, è soste­nuto a spada tratta da Washing­ton e gra­zie alla guerra atlan­tica non esi­ste­rebbe. Dov’è il diritto inter­na­zio­nale? È strac­ciato, cal­pe­stato mac­chiato di san­gue: è diven­tato un delitto inter­na­zio­nale. Allora, com’è pos­si­bile che l’opinione pub­blica e la stampa libera (ma esi­ste ancora?) non resti alli­bita dalle dichia­ra­zioni indi­gnate ame­ri­cane sul fatto che il refe­ren­dum in Cri­mea vio­le­rebbe «il diritto internazionale»?

Gli Usa hanno sca­te­nato guerre inva­dendo l’Iraq e l’Afghanistan che sono a decine di migliaia di chi­lo­me­tri dalle fron­tiere ame­ri­cane. Men­tre la «per­fida» Rus­sia, alla quale pro­ba­bil­mente si rim­pro­vera di non essere morta dopo l’implosione dell’Urss e di essersi in qual­che modo rico­struita come potenza eco­no­mica, difende la sua sicu­rezza ai pro­pri con­fini e le popo­la­zioni a tutti gli effetti russe, di fronte anche alla peri­co­losa stra­te­gia dell’allargamento della Nato a Est che già ha cono­sciuto nella crisi in Geor­gia del 2008. Putin non è un modello per nes­suno, omo­fobo e impe­gnato a negare diritti, demo­cra­zia e libera infor­ma­zione e que­sto arroc­ca­mento anti­de­mo­cra­tico nel per­du­rare della crisi ucraina è desti­nato a peg­gio­rare. Ma sono forse un modello gli Usa, anche quelli di Obama, che hanno truppe che occu­pano altri paesi (ancora in Iraq e sem­pre in Afgha­ni­stan), che non chiu­dono Guan­ta­namo, che hanno com­messo cri­mini di guerra e mas­sa­cri per i quali appro­fit­tano di una glo­bale impu­nità oltre che dei silenzi di una infor­ma­zione main­stream. Men­tre Washing­ton dichiara la ridu­zione delle spese uffi­ciali mili­tari ma aumenta l’impegno finan­zia­rio per le «guerre coperte», vale a dire le tante desta­bi­liz­za­zioni in corso nel mondo e delle quali hanno tanto par­lato Sno­w­den e Assange (vedi il Venezuela).

Oggi la Cri­mea, a stra­grande mag­gio­ranza russa, vota il refe­ren­dum per l’indipendenza e/o l’adesione alla Rus­sia. L’indignazione sul pro­nun­cia­mento non può non tenere conto del fatto che que­sto accade dopo la rivolta vio­lenta di Maj­dan che si è carat­te­riz­zata pro­prio per l’ultranazionalismo ucraino con­trap­po­sto alla Rus­sia e anche per la gestione interna, vio­lenta e a volte anche armata, di forze d’estrema destra neo­fa­sci­sta. Una rivolta che ha rea­liz­zato la sua prova di forza con la cac­ciata del cor­rotto pre­mier Yanu­ko­vich, che però era stato eletto demo­cra­ti­ca­mente nel 2010 secondo Ue, Onu e Osce, votato soprat­tutto dalle regioni ucraine dell’est che, ora, per tutto que­sto non si rico­no­scono nel nuovo potere auto­pro­cla­mato a Kiev.

Ma chi ha eletto il neo-premier Yatse­nyuk che viene rice­vuto e legit­ti­mato nella Sala ovale della Casa bianca da Obama? E soprat­tutto chi rap­pre­senta? Non certo le regioni dell’est ucraino. Allora che dovreb­bero fare in Cri­mea, in assenza di media­zioni inter­na­zio­nali che impe­di­scano que­sta rot­tura inne­scata a Kiev, se non riven­di­care la loro «alte­rità»? Manca in asso­luto il ruolo dell’Ue, la cui inca­pa­cità a rispon­dere con­cre­ta­mente con finan­zia­menti alle prime richie­ste di ade­sione di Yanu­ko­vich è all’origine della pre­ci­pi­ta­zione degli eventi, con la scelta dell’ex pre­si­dente ucraino di rivol­gersi allora a Mosca, subito pronta ad un masto­don­tico soste­gno cash e per una cifra che solo ora pro­mette quel Fmi che ha già deva­stato l’Ucraina con i suoi dik­tat sociali.

Col­piva in que­sti giorni nel disac­cordo espresso a Lon­dra tra Lavrov e Kerry una grande cau­tela ame­ri­cana, dimo­strata anche di fronte alla irre­spon­sa­bile richie­sta di «aiuto mili­tare» venuto pro­prio da Yatse­nyuk, con l’insistenza, «per ora», sulla solu­zione diplo­ma­tica. È ancora così, c’è ancora spa­zio. Il refe­ren­dum di oggi infatti non è l’ultima spiag­gia, non siamo ancora ai fuo­chi accesi di «Guerra e pace» di Tol­stoi che nel 1854 fu testi­mone della guerra in Cri­mea. C’è ancora la pos­si­bi­lità per una solu­zione diplo­ma­tica, per­ché il risul­tato scon­tato del refe­ren­dum possa venire usato, in una trat­ta­tiva che sal­va­guardi l’integrità ter­ri­to­riale dell’Ucraina e sia solo una sua nuova rap­pre­sen­ta­zione fede­rale, per un’Ucraina neu­trale e fuori dalla Nato. Altri­menti la fredda guerra diven­terà calda, subito con embar­ghi e san­zioni eco­no­mi­che con­trap­po­ste sul ter­reno deci­sivo delle for­ni­ture d’energia. E allora addio anche alla nostrana sedi­cente «svolta buona».

18 Marzo 2014Permalink

26 febbraio 2014 – Ancora la memoria del 27 gennaio

Una memoria che non è celebrazione

                        “Disumanizzare l’altro significa inevitabilmente disumanizzare se stessi”  (Nelson Mandela)

Quest’anno il ricordo del 27 gennaio è stato assicurato da un maggior numero di celebrazioni che negli scorsi anni. Forse comincia a radicarsi il riconoscimento di quella giornata voluta nel 2000, in cui però sembra essere ancora significativa la cultura della celebrazione piuttosto che quella della memoria, di quella memoria che può farsi analoga al monumento di cui Primo Levi scrisse (e lo abbiamo citato nell’editoriale del numero scorso)  “Deve essere un monumento-ammonimento che l’umanità dedica a se stessa, perché porti testimonianza, perché ripeta un messaggio non nuovo nella storia ma troppo spesso dimenticato: che l’uomo è, deve essere, sacro all’uomo, dovunque e sempre”.
Fra le storie raccontate, fra gli avvenimenti ricordati, due ci sono sembrati particolarmente significativi.
Il primo è il racconto che il giornalista Massimo Gramellini ha proposto parlando dai sotterranei della stazione centrale di Milano, vicino all’Ufficio postale, prossimo al binario 21 su cui passavano i treni per il trasporto della posta. Da lì durante gli anni della Repubblica di Salò partirono 600 persone e ne tornarono 23.
Era un luogo nascosto al pubblico che affollava la stazione per altri viaggi, testimonianza della banalità del male che non solo trasforma un meschino burocrate come Eichmann in un protagonista, ma può servirsi, per il suo esercizio, dei più quotidiani degli oggetti il cui uso viene distorto fino a fare di uno strumento di trasporto e comunicazione uno strumento di distruzione.
Il secondo è il racconto di  una vecchia signora, Vera Vigevani Jarach. Nel 1938, dopo che  era stata cacciata da scuola perché ebrea, i suoi genitori erano fuggiti con lei in Argentina. Il nonno no. Non credeva sarebbe potuto accadere ‘qualche cosa’. Morì ad Auschswitz. Anni dopo, durante la dittatura di Videla (e la signora precisa: ‘dittatura civico/militare, non solo militare’), sua figlia Franca (18 anni) fu gettata da un aereo nell’oceano dopo un mese di prigione e torture. Era una ragazzina dall’intelligenza vivace che partecipava a manifestazioni studentesche.
La mamma conobbe la fine della figlia dopo 20 anni (nel frattempo il papà era morto).
Durante il mese in carcere certamente nulla le fu risparmiato ma la brevità del tempo le risparmiò almeno quello che tante altre donne conobbero: il parto di chi avevano concepito in carcere o prima di entrarvi, la sottrazione del neonato che –senza nome – veniva assegnato a coppie che avevano fatto domanda di adozione ed erano gradite al regime.
Nei lager tedeschi le donne erano sottoposte alla sterilizzazione forzate e i bambini erano loro strappati anche per essere adoperati in esperimenti che qualcuno osa ancora definire scientifici.
Dovette cadere Videla perché le ‘nonne di piazza di maggio’ (le loro figlie, le mamme, non c’erano più) potessero porre la questione delle adozioni conseguenti i rapimenti fino ad allora indiscusse nella loro ‘regolarità’.
Se il razzismo, collegato alla violenza militare, è un elemento abbastanza noto che ci permette di entrare nei sotterranei di ogni sterminio, dovremmo cominciare a considerare con più attenzione  lo strumento della burocrazia, utile per costruire la quotidianità che distrugge in una apparenza di ordine e tranquillità (che qualcuno forse riesce a chiamare pace).
(dal n.225 di Ho un sogno  – febbraio 2014)

26 Febbraio 2014Permalink

22 febbraio 2014 – Due donne: una viene e una va. E poi?

Probabilmente stanno andando al Quirinale

Il neo governo Renzi giurerà più tardi. Al Quirinale non ci saranno sorprese: la cerimonia si svolgerà in tutta la sua solennità un po’ cordiale un po’ da routine. Io posso sperare che, se la prossima settimana avranno la fiducia in parlamento, siano all’altezza della Costituzione su cui hanno giurato. Non mi verranno certo a dire con sincerità se risponderanno a un serio convincimento o se sarà una furbata.
Per ora mi impongo una difficile speranza e spero che il disprezzo per l’art. 67 della Costituzione appartenga solo alla confusa corte del sovrano extraparlamentare che dispone di una corona a cinque stelle.
Dice l’articolo: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
C’è stata, in una attribuzione di vincolo di proprietà interno a correnti (Civati vs Renzi), una critica all’attribuzione di un Ministero alla dr. Lanzetta. Mi si dice che all’interno del Pd avrebbe votato contro l’ipotesi di governo Renzi, conformemente alle indicazioni di Civati.
Poi ha accettato l’incarico che deve ancora formalizzarsi.
Provo a chiedermi: quando le è stato proposto quell’incarico ha pensato al contributo che poteva dare, considerata la sua esperienza di sindaco antimafia, in obbedienza all’art. 67 che ho trascritto prima? O è stata solleticata da un impulso di potere?
Io non lo so. Quello che so è che l’art. 67 non prevede i vincoli correntizi tanto cari, nella forma del movimento di cui è/si considera carismatico leader , al capo dei pentastellati.
E purtroppo non solo a costui.
Personalmente spero che la dr. Lanzetta, e non soltanto lei, assuma la responsabilità imposta dall’art. 67 anche se non è deputata.
Mi è capitato di ascoltarla e l’ho trovata consapevole e capace di parole di responsabilità. Vedremo

Un saluto alla ministra Kyenge
Mi stupisce (ma temo sia per una mia irredimibile ingenuità) il silenzio dei movimenti delle donne per l’accantonamento della ministra Kyenge.
E’ stata insultata con blasfemie razziste e perché donna (non a caso i due ostacoli sono appaiati nell’art. 3 della Costituzione: eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, ecc. ecc.). A Udine, quando ha partecipato ufficialmente a un convegno dimostrando quella attenzione e diligenza che viene dall’assunzione di consapevole responsabilità, presidente della regione, sindaco con fascia tricolore a tracolla, prefetto e questore se ne sono andati dopo i saluti di rito. E’ stato brutto e poco civile. e spero che l’inciviltà non si estenda alle politiche che la Kyenge sosteneva lasciando all’ampia misura femminile nel prossimo governo Renzi la sola qualità della quantità.

Chissà perché mi ricordo di Lidia
Non voglio trascurare il ricordo dei modi in cui da ‘amici’ e avversari fu accantonata la senatrice Menapace.
Si veda il mio diario del 9 febbraio

22 Febbraio 2014Permalink