21 dicembre 2013 – Figlio di clandestini!

Non mi sento di rinunciare a un impegno che probabilmente mi ha reso ridicola agli occhi di molti ma, dopo cinque anni di inutili insistenze, raccolte di informazioni, chiarimenti … la situazione comincia a farsi pesante.

Per fortuna con la mediazione intelligente ed efficiente di un’amica milanese – e come me socia di Biblia – ho incontrato un giornalista che (miracolo, visti altri risultati!) ha capito il significato della questione e, insieme a un collega, ha pubblicato su Linkiesta l’articolo che trascrivo e che si può leggere anche da qui.
Linkiesta così si definisce: Quotidiano web based che costituisce una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano nel 2010.
Ho già inviato il testo dell’articolo a tutti i deputati firmatari della proposta di legge 740 che, se approvata, risolverebbe il problema, almeno a livello legislativo che è però essenziale.

20 dicembre 2013

I genitori spesso non si fidano
Neonati “clandestini” invisibili per lo Stato
Complice una normativa contraddittoria, gli immigrati irregolari non registrano i figli all’anagrafe          Tommaso Canetta e Pietro Pruneddu

“Figlio di clandestini”. Un’etichetta che in Italia può significare una sorte identica dal genitore al neonato. Di padre in figlio, di madre in figlia: la clandestinità come condanna genetica. O peggio. Capitando nell’ufficio dell’anagrafe sbagliato si rischia di essere del tutto inesistenti per lo Stato: niente certificato di nascita, niente potestà dei genitori, cittadinanza apolide, niente diritto allo studio. Tra le maglie del “pacchetto sicurezza”, introdotto nel 2009 dall’allora governo Berlusconi e voluto dall’ex ministro degli Interni Roberto Maroni, esiste una norma che obbliga gli uffici della pubblica amministrazione a chiedere l’esibizione del permesso di soggiorno a un genitore immigrato che voglia registrare il proprio neonato all’anagrafe. Niente documento, niente pratica, niente figlio riconosciuto. E se l’impiegato è zelante, si rischia la denuncia per il reato, ancora esistente, di clandestinità.

L’ambiguità della legge 94, che apriva prospettive considerate incivili e pericolose da diverse organizzazioni internazionali quali l’Unicef, ha costretto il Ministero a pubblicare in fretta e furia una circolare (datata 7 agosto 2009) che stabiliva l’esatto contrario di quanto scritto nella legge, cioè che non va richiesto il permesso di soggiorno all’immigrato irregolare che si reca negli uffici dell’anagrafe a registrare il figlio. Nel tentativo di chiarire il provvedimento è riuscito, se possibile, a renderlo ancora più contradditorio. Il risultato è che molti stranieri senza documenti ancora non registrano i propri figli per paura di essere denunciati. E, in alcune realtà, i dipendenti degli sportelli comunali continuano a chiedere ai genitori di esibire il permesso di soggiorno

In Italia, in base al Rapporto nazionale sulle migrazioni pubblicato di recente dall’Ismu (Istituto per lo studio delle multietnicità), al primo gennaio 2013 erano presenti circa 295mila stranieri senza il permesso di soggiorno. «Ma questa cifra», spiega Alessio Menonna dell’Orim lombardo (Osservatorio regionale per l’Integrazione e la Multietnicità), «tiene conto solo degli “espellibili”, cioè dei maggiorenni. Vanno quindi aggiunti circa 50mila minorenni irregolari». Non pochi tra questi, alcune migliaia si stima, non sono mai stati registrati all’anagrafe italiana.

Il fenomeno è per sua natura difficilmente misurabile – all’anagrafe di Milano ad esempio non sanno dell’esistenza di casi di questo genere – ma è sicuramente più diffuso nelle grandi aree metropolitane del Nord Italia, dove è meno gestibile l’informazione. Bisogna anche considerare che non tutti i bambini nascono nelle strutture ospedaliere. In comunità chiuse, come quella cinese o quella rom, ci sono molti casi di parti in ambito domestico a cui spesso non segue alcuna registrazione. In Lombardia si stima ci siano 15mila bambini irregolari e una buona percentuale delle loro nascite potrebbe non essere mai passata dagli uffici dell’anagrafe. Un sommerso demografico non quantificabile causato da una legge scritta male. Ma non solo.

«L’obiettivo di quella norma era far paura, far respirare all’immigrato di turno un’atmosfera di disagio, farlo sentire in colpa», spiega il dottor Guglielmo Pitzalis, medico friulano del GrIS, una rete di cittadini che si occupano di salute e immigrazione. «Molti immigrati, anche se consapevoli dei propri diritti, preferiscono vivere nascosti e non rischiare piuttosto che alzare la voce e magari farsi espellere». La legge italiana, spiega Pitzalis, permette ad esempio alle donne in stato di gravidanza di aver un permesso di soggiorno temporaneo che dura fino a sei mesi dopo il parto. «Ma molte scelgono consapevolmente di evitarlo perché si sentono in qualche modo controllate dallo Stato italiano e quindi vulnerabili alla scadenza di quel periodo». Nel 2009 la Lega Nord provò anche a introdurre l’obbligo di denuncia da parte di operatori sanitari e sociali che avessero avuto a che fare con irregolari. «Ci fu una ribellione totale da parte dell’intero settore. La salute e i diritti degli immigrati vengono prima di qualsiasi direttiva burocratica».

Contro questa legge confusionaria è nata la battaglia di Augusta de Piero, ex consigliere regionale del Partito comunista italiano in Friuli Venezia Giulia, che da privata cittadina ha tenuto sotto costante pressione il sistema politico per avere risposte. «Subito dopo il varo della legge ho cominciato ad interessarmi al problema ma nessuno mi ha dato ascolto», racconta. «L’unico che si è mostrato coinvolto è stato Bachelet (Giovanni, ex deputato del Pd nella scorsa legislatura, ndr) che mi ha molto aiutato. Grazie a lui ho avuto le prime informazioni. Poi, tramite una consigliera provinciale di Udine, Paola Schiratti, ex Italia dei valori e ora Pd, sono riuscita a contattare Leoluca Orlando (all’epoca portavoce nazionale del partito di Di Pietro). Con lui abbiamo scritto una proposta di legge che, a costo zero, consentisse di risolvere il problema dei documenti per i figli degli immigrati. Poi, terminata la legislatura senza che se ne fosse fatto nulla, quella proposta è decaduta e in questa legislatura è stata ripresa ad aprile dall’onorevole Ettore Rosato, a cui ho scritto non so quante mail al suo indirizzo pubblico per sollecitare la soluzione della questione». La mobilitazione, ora confluita anche in una petizione spedita alla presidente della Camera Laura Boldrini, si è trasformata nella proposta di legge 740 del 13 aprile 2013, di cui il deputato triestino del Pd è il primo firmatario. Si tratta di una semplice modifica del testo esistente per eliminare la contraddizione tra legge e circolare. Poche righe chiarire ogni dubbio: i genitori immigrati che registrano un figlio all’anagrafe non devono esibire alcun documento di soggiorno.

«La proposta non è ancora stata calendarizzata», ammette l’onorevole Rosato al telefono. «Ho provato a inserirla in qualche provvedimento tramite emendamento, ma senza fortuna. Gli emendamenti infatti devono essere attinenti alla materia trattata e finora non abbiamo avuto occasioni adeguate. Non posso onestamente fare previsioni su quando questo accadrà ma noi speriamo il prima possibile, si tratta di una norma di civiltà. L’occasione forse – conclude Rosato – potrebbe essere la nostra proposta sul diritto di asilo che abbiamo chiesto di calendarizzare». Una speranza che sarebbe più solida se il governo avesse mostrato un maggior interesse per la vicenda. Invece, rispondendo lo scorso agosto proprio a un’interrogazione dell’onorevole Rosato, ha liquidato la questione con poche parole. In sintesi: “C’è la circolare e tanto basta”. Ma del resto, i “clandestini” alle urne non ci vanno.

21 Dicembre 2013Permalink

18 dicembre 2013 – Indifferenza o assenza di ogni etica?

Nel 1924, dopo aver concluso la sua esperienza di diplomatico in Vaticano (e la vita a Roma lo indusse ad approfondire la conoscenza della letteratura e della realtà italiana) lo scrittore bosniaco Ivo Andrić pubblicò in un periodico jugoslavo un articolo sul caso Matteotti  . «Incredibile e terribile  è che in Europa … nel centro di Roma a mezzogiorno sei mercenari possano rapire un deputato popolare inerme, segretario di un partito, portarlo fuori città e ucciderlo … Ma per chi vive in Italia è un fatto semplice e banale che una decina di giovani in camicie nere si ponga davanti a un deputato nazionale  … e lo picchi selvaggiamente».
Ho visto quanto ci è stato trasmesso (necessario ma troppo per essere sopportabile) sulle umiliazioni inflitte nel centro di Lampedusa ai migranti, ho constatato l’indifferenza generale e ho ripensato alla indifferenza constatata da Andrić che continuamente si ripropone.
Così ho scritto una delle mie inutili lettere , questa volta al neopresidente del Pd.

Se non resta altro che  dire ‘l’avevo detto’ … diciamolo

Egregio onorevole e presidente del Pd

Ho sentito in dichiarazioni che le sono state attribuite la parole importanti ‘dignità e umanità’ espresse nel contesto delle riflessioni su ciò che è accaduto a Lampedusa.
So che il Pd, il partito che da pochi giorni presiede, è impegnato per il problema della cittadinanza jus soli a chi nasca in Italia.

Voglio però ricordarle che oggi  chi nasce in Italia da genitori stranieri ne assume la cittadinanza (con la speranza che – a legge cambiata- possa essergli assicurata anche la cittadinanza italiana) purché non sia figlio di immigrati irregolari cui la legge (non la Bossi Fini ma la legge 94/20009, il cd pacchetto sicurezza) nega questo diritto con la misura, obliqua e beffarda, di chiedere ai genitori il permesso di soggiorno di cui – per contradizion che non consente – in quanto irregolari non dispongono.  Di conseguenza è loro impedito di registrare la nascita dei figli, assicurando ai nuovi nati quel certificato su cui ogni dato anagrafico, cittadinanza compresa,  assume rilevanza giuridica
Quindi ci sono in Italia bambini che la legge condanna ad essere di fatto inesistenti   con una misura che li umilia,  li danneggia e li danneggerà per tutta la vita, umiliando contemporaneamente tutti noi in quanto cittadini responsabili , attenti al rispetto dell’umanità e della dignità in ogni decisione della vita propria e di quelle che vengono prese nello stato in cui vivono, evidentemente.

Poco importa che una circolare  (Ministero Interno n. 19/2009) affermi burocraticamente possibile ciò che la legge nega, non solo per una questione di principio ma anche  perché , come testimonia il quinto rapporto del gruppo CRC (Convention on the Rights of the Child, il gruppo che monitora l’attuazione della Convenzione di New York l.176/1991)  esistono persone che  si sono trovate nell’oggettiva impossibilità di assicurare al proprio figlio il certificato di nascita.
Così il gruppo CRC ne parla:  “Il timore   di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori.   Pur non esistendo dati certi sull’entità del fenomeno, le ultime stime evidenziano la presenza di 544 mila migranti privi di permesso di soggiorno. Questo può far supporre che vi sia un numero significativo di gestanti in situazione irregolare.”.

Di recente anche l’Unicef si è occupata del problema del riconoscimento anagrafico dei neonati – sottolineando il diritto al certificato di nascita  ma, nei limiti del suo compito di agenzia delle Nazioni Unite – solo in relazione a paesi africani e asiatici cui ricorda che: «La registrazione alla nascita è più di un semplice diritto. Riguarda il modo in cui la società riconosce l’identità e l’esistenza di un bambino»… «La registrazione alla nascita è fondamentale per garantire che i bambini non vengano dimenticati, che non vedano negati i propri diritti o che siano esclusi dai progressi della propria nazione».

«I bambini non registrati alla nascita o privi di documenti di identificazione sono spesso esclusi dall’accesso alla scuola, all’assistenza sanitaria e alla sicurezza sociale. Se un bambino viene separato dalla sua famiglia durante un disastro naturale, un conflitto o a causa di qualche forma di sfruttamento, la riunificazione diventa assai più difficile a causa della mancanza di documentazione ufficiale».

«Per l’UNICEF, la mancata registrazione di un bambino alla nascita è sintomo di disuguaglianze e disparità sociali. I bambini più frequentemente colpiti da questa disuguaglianze sono queli che appartengono a determinati gruppi etnici e religiosi, quelli che abitano in aree rurali o remote, i figli di famiglie povere o di madri analfabete»

In Italia avremmo lo strumento per rimediare alla umiliazione introdotta dal pacchetto sicurezza nella proposta di legge n. 740 presentata da un deputato del suo partito, l’on. Rosato.

Pur essendo firmata da più di cento deputati (alcuni non appartenetti al PD e precisamente Serena Pellegrino, Gigli e Sberna)  l’impegno per farla approvare non sembra così attento e a tanto la prego di provvedere sollecitando il Pd a un operativo interesse nel merito.

18 Dicembre 2013Permalink

15 dicembre 2013 – Una piovra dai lunghi tentacoli?

 

Vicino alla mia abitazione, in piazzale Osoppo, c’è una tenda dove da giorni stanno i cd ‘forconi’, espressioni di una protesta disperata di cui è impossibile non capire le ragioni.
Ma da domenica (forse c’erano anche prima e io non li avevo visti) ai pali della luce sono appesi fantocci, immagini di impiccati con cartelli che ne indicano l’identità: stato, equitalia, banche, precario, flessibile, morto ecc. ecc.
E’ un luogo in cui fermano autobus anche scolastici.
E’ tollerabile in una città esibire le immagini di incitamento al linciaggio?
Ho telefonato in questura e scritto un messaggio al sindaco. Ieri sera i fantocci erano ancora lì.
Mi si dice che è meglio non eccitare persone che praticano quel tipo di protesta.
Così ho ripescato miei appunti di qualche anno fa da cui, per brevità ho tagliato qualche considerazione.
Aggiungo solo che ieri ho sentito una persona con responsabilità nel campo dell’associazionismo di cultura cattolica dichiarare la ‘scientificità’ delle norme emanate dal nazismo. Bontà sua ha aggiunto ‘senza valori’.
Sconvolta e allibita ho sperimentato il silenzio dei presenti (mi sono guardata in giro: per fortuna tutti vecchi e vecchie). Non ho resistito al bisogno (dovere?) di dire.
A quell’incontro ero stata invitata.  Forse sono stata villana. Ma che fare?

martedì, 27 gennaio 2009 – Bambini: molti i possibili abusi

 Girando per Udine il sabato mattina
In un luogo molto affollato della mia città (piazzale Osoppo – Udine), vicino ad un negozio che, per essere centro di distribuzione di filmati é molto praticato da giovani, sabato scorso mi é capitato di vedere tre copie di un manifesto, privo di qualsiasi firma e recapito.
Provo a descriverlo, rifiutandomi di pubblicarne l’immagine (che ho ripreso) e di farla in qualsiasi modo girare perché la considero oscena.
Nella parte superiore del manifesto c’é una fotografia a formato rettangolare, rappresentante bambini, dichiarati israeliani, che mettevano la propria firma su bombe destinate a colpire Gaza (da tempo l’immagine circola su internet).
Poco sotto ci sono due fotografie che evidentemente raffigurano situazioni riprese a Gaza: in una si vede un uomo che regge un cadaverino e, accanto, c’é il corpo di un bimbo massacrato, abbandonato a terra.
Fra le due foto una scritta che recita “Il regalo dai bambini israeliani ai bambini palestinesi”. Al termine ancora una scritta “Fermate Erode” e infine il simbolo del mirino di un fucile (un cerchio contenente due segmenti a forma di croce).
Ho avvisato i vigili urbani e poi segnalato il fatto in questura. A tarda sera i tre manifesti erano stati raschiati.
Se a questo si pensa come soluzione sufficiente, dissento.
Ne avevo scritto a due assessori del comune di Udine, sperando in un loro intervento di cui non ho trovato traccia, pur avendone cercato notizie direttamente fra i comunicati stampa del comune.

Le immagini e le informazioni
Non é un caso che sui muri delle città ci siano le più svariate forma di propaganda: chi é attento alla comunicazione sa che quell’esposizione è oggetto efficace di lettura e attenzione e, proprio per questo, accanto ai tre manifesti di cui ho detto, si potevano leggere inviti a spettacoli, concerti ecc. ecc. e altre notizie chiaramente orientate ad un pubblico giovane.
Quale il messaggio delle immagini che è inevitabile contestualizzare nella tragedia di Gaza?
Lasciamo perdere l’orrore dell’invito finale (a cosa può essere associato il simbolo di un mirino?) restano i bambini raffigurati come mittenti della distruzione dei piccoli palestinesi.
Credo possa affermare che l’immagine dei firmatari non ha nulla di spontaneo; non si entra in un deposito di bombe, pronte ad essere caricate sugli aerei, durante un’allegra passeggiata campestre. Qualcuno ha aperto ai bambini le porte di quel deposito.
Già ai bambini, per aderire ad un loro desiderio di associarsi ad un bombardamento o erano stati umiliati a comparse per facilitare la trasmissione di un messaggio subliminale?
Chi avesse voluto o usato quel messaggio non fa differenza.
Quello che é certo che sia l’Italia che lo stato di Israele sono firmatari della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo (orribile traduzione di children che, in questo caso, indica convenzionalmente i minori)

Le Nazioni Unite e i minorenni
La Convenzione di New York (in Italia ratificata con legge 176/1991) riconosce certamente la libertà di espressione anche ai bambini, ma
”Gli Stati parti adottano ogni misura legislativa, amministrativa, sociale ed educativa per tutelare il fanciullo contro ogni forma di violenza, di oltraggio o di brutalità fisiche o mentali…” (art. 19) e convengono che “l’educazione del fanciullo … deve avere come finalità: b) sviluppare nel fanciullo il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dei principi consacrati nella Carta delle Nazioni Unite;
d) preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi e delle persone di origine autoctona”. (art. 29).
[ometto i miei commenti di allora]

Il comune di Udine e la pace.
Io mi aspettavo, di fronte a quel manifesto che non possono dire di non conoscere, una reazione pubblica dei responsabili nella struttura politica del comune.
In questo caso si sarebbe potuta manifestare con un’attenzione rispettosa alle vittime di un conflitto di cui le non ragioni che lo animano sembrano oscurare ogni speranza di conclusione, ai bambini definiti israeliani e infangati in un’immagine impropria, ai bambini e ai giovani (io non so più che pensare della coscienza corazzata di molti adulti e vecchi che spesso la sofferenza trascorsa sembra aver trasformato in durezza e in indifferenza) che quel manifesto hanno visto e che nessuno ha –pubblicamente- aiutato a leggere, a chi quel manifesto ha pensato ed è stato indotto a costruirlo forse dalla ignoranza della storia del razzismo in Italia che ha il suo momento fondante dall’antisemitismo.
E’ qui il caso di ricordare che l’antisemitismo é stato reso trasferibile alle coscienze di molti dall’antigiudaismo, ben diffuso dalla chiesa cattolica e non solo da quella fra le chiese cristiane (é una cultura che spiega certe recenti decisioni papali? Penso che ci ritornerò)?
Solo chi conosce quella storia può capire la dimensione devastante della riscoperta dell’argomento da parte di gruppi neonazisti, nello stile oggi antisemiti domani anti….un qualche altro e via via devastando nella catena delle diversità.
Che effetto possono aver avuto per gli ebrei romani i blocchi alle serrature che hanno impedito di sollevare le loro saracinesche? Qualcuno saprebbe spiegargli una impossibile diversità dagli effetti mortali delle leggi razziali del 1938?

Il comune di Udine ha creato un Tavolo della pace, formato da varie associazioni con cui ha stipulato un protocollo che in pratica è una delega per politiche di pace (quali sono evidentemente possibili ad un comune) a una serie di pur rispettabili privati.
Nel riconoscere le attività che le associazioni svolgono il protocollo afferma
C’è bisogno di progetti concreti a favore delle persone e delle comunità disagiate, ma anche di lavorare sulla ricerca”, collocandosi così fra accademia e beneficenza, a meno che non prenda in considerazione anche il disagio della privazione di conoscenza e le modalità per superarlo. Ma questo può avvenire là dove le persone vivono, non in pur prestigiose sedi associative che si rivolgono, giustamente, ai propri iscritti e simpatizzanti.

Pochi giorni dopo (gennaio 2009):. Bambini: molti i possibili abusi

Tornando a quanto ho scritto il 27 gennaio sono casualmente venuta a sapere che il sindaco di Udine, in una conferenza stampa nella giornata delle memoria, ha riferito che l’assessore alla cultura si é imbattuto, alla fermata di un autobus, nella scritta ‘Juden Raus’ e che una signora aveva fatto una segnalazione su altro caso di antisemitismo. Ero io che avevo passato l’informazione ma, correttamente, il sindaco che non mi aveva interpellato, non ha fatto il mio nome.
La scritta Juden Raus, nella stessa zona della città in cui avevo visto il manifesto descritto nel diario del 27, conferma la fondatezza della mia paura di un razzismo dilagante che il risveglio dell’antisemitismo rafforza. Non a caso é la radice storica della violenza anche normativa, esercitata anche in Italia.       [ometto i miei commenti di allora]

17 Dicembre 2013Permalink

11 dicembre 2013 – Migranti: Rapporto ISMU

E’ stato pubblicato il rapporto sull’immigrazione della fondazione ISMU (Iniziative e Studi sulla Multietnicità – indirizzo del sito http://www.ismu.org/).
Ne ho trovato una telegrafica sintesi in un articolo di La Repubblica che riporto con il link alla fonte
http://www.repubblica.it/solidarieta/immigrazione/2013/12/10/news/ismu-73201172/?ref=search

Immigrati, ne arrivano sempre meno, se ne vanno sempre di più e 300 mila sono senza documenti  di Vladimiro Polchi

10 dicembre 2013

MA – Ne arrivano sempre meno, ne vanno via sempre più. Sono cinque milioni. Quelli senza documenti sono sotto quota 300mila: il 6% del totale. È il popolo dei migranti. A fotografarli è il XIX Rapporto nazionale della Fondazione Ismu.

Quanti sono?
Al 1° gennaio 2013 la popolazione straniera in Italia è stimata dall’Ismu in 4 milioni 900mila (regolari e non), con un aumento di 275mila unità rispetto all’anno precedente. Un incremento che, a prima vista, può sembrare consistente, ma che è dovuto per più della metà a fattori interni che non dipendono dalla mobilità, quali il saldo naturale (80mila nascite) e i recuperi censuari (72mila stranieri che non erano stati contabilizzati dal censimento 2011). Non a caso i nuovi permessi di soggiorno rilasciati per motivi di lavoro a soggetti extra-Ue sono stati 67mila nel 2012, quasi dimezzati rispetto al 2011 e meno di un quinto rispetto al 2010. Soltanto gli ingressi per ricongiungimento familiare (120mila durante il 2012) non subiscono flessioni, a testimonianza del fatto che il fenomeno migratorio in Italia è sempre più stabile.

Gli invisibili. Al 1° gennaio 2013, l’Ismu stima che non hanno un valido titolo di soggiorno 294mila stranieri. La componente irregolare rappresenta quindi il 6% del totale delle presenze, a conferma del livello quasi “fisiologico” assunto da un fenomeno che i venti di crisi hanno fortemente ridimensionato.

Flussi in entrata e in uscita. Anche nel 2012 quindi si registra un ulteriore ribasso degli ingressi per lavoro. Sempre più stranieri lasciano invece l’Italia. In base alle revisioni censuarie dell’Istat, l’Ismu calcola che nel 2011 siano circa 200mila gli immigrati che hanno spostato la loro residenza all’estero e stima che anche nel 2012 il numero dei trasferimenti sia stato altrettanto consistente. In aumento pure gli italiani in “viaggio”: il numero dei nostri connazionali emigrati verso l’estero è risultato pari a 68mila unità, mentre nel 2011 se ne contavano 50mila (e 40mila nel 2010). Nel 2012 le destinazioni preferite dagli italiani sono state la Germania (oltre 7mila), la Svizzera (oltre 6mila), il Regno Unito (quasi 6mila), la Francia (più di 5mila).

Scenari futuri. L’Ismu stima che nel 2020 gli immigrati residenti saranno oltre 7 milioni, mentre nel 2035 poco meno di 10. Inoltre nel prossimo ventennio la composizione dello stock di presenze straniere subirà una forte variazione. La componente romena scenderà infatti dal 21% nel 2011 al 15,8% nel 2035, mentre si rafforzeranno le presenze provenienti dal Marocco, che passeranno dal 9,9% nel 2011 al 12,5% nel 2035, e dall’India (dal 2,6% al 5,2% nello stesso lasso di tempo).

Il mercato del lavoro. Nel primo semestre del 2013 i senza lavoro stranieri sono 511mila, mentre nel 2012 erano 380mila: 72mila in più (+25%) rispetto al 2011. Il più drastico calo di occupati stranieri si registra nell’industria e nell’edilizia: le assunzioni programmate nel 2012 si sono ridotte a un quarto rispetto a quelle del 2007, passando da 227.580 a 60.570, per oltre due terzi concentrate nei servizi e nel turismo. “Detto ciò, un temporaneo azzeramento degli ingressi non stagionali sarebbe un’opzione coerente col quadro macroeconomico attuale”.

Cosa pensano gli italiani. Da una recentissima ricerca dell’Ipsos e della Fondazione Ismu è emerso che tra gli intervistati prevale l’impressione che gli immigrati rappresentino una quota eccessiva della popolazione e che il numero degli irregolari sia uguale o addirittura superiore a quello dei regolari. Ma dall’indagine emerge anche che il 61% degli intervistati considera gli immigrati una risorsa vitale. Il 79% è d’accordo a estendere la cittadinanza italiana ai figli di immigrati nati in Italia. Per il 50% degli intervistati l’Italia deve mantenere il reato di clandestinità.

 

 

11 Dicembre 2013Permalink

7 dicembre 2013 – Commissione per la Verità e la Riconciliazione

Frugando fra i miei vecchi appunti

 La Commissione per la Verità e la Riconciliazione (TRC, Truth and Reconciliation Commission) voluta da Mandela e diretta dal vescovo anglicano  Desmond Tutu rappresenta il passaggio fondamentale nella creazione del nuovo Sudafrica. Venne divisa in 3 sottocommissioni, il Comitato per la violazione dei diritti umani, il Comitato dell’amnistia e il Comitato per il risarcimento e la riabilitazione a cui si aggiungeva una sezione investigativa. La Commissione era composta da 17 membri di cui 5 donne, 3 uomini di chiesa, 2 avvocati e 3 giuristi. 2 erano “meticci”, 2 indiani, 2 afrikaner, 4 inglesi, 7 neri di cui 1 zulu. 

L’11 febbraio del 1990 Nelson Mandela fu liberato dopo 27 anni di dura prigionia, nella carceri della Repubblica del Sud Africa nata dal disfacimento del dominion del Commenwealth, e governata per molti anni attraverso gli strumenti più feroci della repressione razzista.
Dal carcere Mandela contribuì a dare consapevolezza di dignità politica a un popolo devastato dall’apartheid e frantumato nei bantustan.
Ma questa società che nasceva doveva far i conti con il proprio passato.
Secondo il Nelson Mandela la giustizia penale nella storia del secondo dopoguerra si era dimostrata essenzialmente una “giustizia dei vincitori” con la sua inevitabile selettività e opportunismo politico, lasciando le vittime in una posizione di profonda frustrazione e trasformando i pochi colpevoli puniti in capri espiatori della sofferenza collettiva. Inoltre la scelta giudiziaria rendeva protagonisti prevalentemente i criminali e i giudici, relegando ancora una volta al margine proprio chi più ha bisogno di raccontare e di essere ascoltato: la vittima
Fu così creata la Commissione per la verità e la Riconciliazione (CVT o  TRC, Truth and Reconciliation Commission) diretta dal vescovo anglicano Desmond Tutu.
Compito della Commissione era quello di portare alla luce i crimini commessi facendo in modo che i responsabili si presentassero al fine di confessare di fronte alle vittime riconoscendo i loro delitti. Ciò permetteva una presa di coscienza collettiva dei fatti e un lavoro di rielaborazione e di analisi collettiva lasciando spazio al dolore e alla rielaborazione e in alcuni casi anche al pentimento.
Successivamente la TRC avrebbe deciso se concedere o meno l’amnistia. Le udienze raccolsero tutte le testimonianze e le prove di cui c’era bisogno, avvolgendo la società in una tensione morale e politica di forte intensità capace di far emergere il dramma vissuto. L’amnistia non era però automatica, infatti non sempre fu concessa.
Aver scelto di lavorare sulla verità piuttosto che sulla giustizia come elemento centrale dell’analisi del passato ha voluto dire imporre un lavoro di ripensamento collettivo che ha visto entrambe le parti in lotta ammettere abusi e violenze (senza mai mettere sullo stesso piano i gli oppressori e gli oppressi) stimolando la riconciliazione e la ricostruzione su basi il più autentiche possibili la collettività ferita.

Nel 2002 (a lavori conclusi: la commissione operò dal 1995 al 1998)
Desmond Tutu dichiarò tra l’altro:

La Commissione per la Verità e la Riconciliazione fu istituita per superare uno stallo politico, a partire dalla constatazione che, se non si fosse approntato un meccanismo per gestire le ingiustizie del passato, quelle stesse ingiustizie avrebbero continuato ad affliggere il nuovo governo e a minacciare le fragili strutture della giovane democrazia. Non c’era nessuna richiesta nell’Atto costitutivo che le persone perdonassero o fossero perdonate. Le occasioni in cui i persecutori hanno chiesto il perdono alle proprie vittime sono state il frutto di un’esigenza umana individuale. La Commissione per la Verità e la Riconciliazione è stata un forum sensibile nel quale sia le vittime che i carnefici hanno avuto la possibilità di confrontarsi come esseri umani. Alcuni hanno avuto il merito di riconoscere la nostra comune vulnerabilità come creature umane, e in quel contesto di dare e ricevere perdono.
I passi da compiere per il perdono e per la ricomposizione di un rapporto spezzato sono chiari. In primo piano stanno il riconoscimento di un comportamento sbagliato, l’ammissione e le scuse a coloro che sono stati colpiti da questo comportamento sbagliato. Le scuse potranno essere accettate, si potrà essere perdonati, ma la genuinità del pentimento deve essere dimostrata dalla forma della riparazione. Se io ho rubato la tua penna e me ne scuso e tu mi dici che mi perdoni per la mia mancanza, le mie scuse non avranno valore finché non ti rendo la penna o non attuo qualche altra forma di riparazione.
La Commissione per la Verità e la Riconciliazione non ha operato per punire gli errori del passato perché questo sarebbe stato un obiettivo impossibile. Ha operato per creare un clima che incoraggiasse la riconciliazione e in questo senso credo che sia stata ampiamente efficace. La Commissione ha dato voce e riconoscimento a chi era ferito ed è stato ferito per anni. Per esempio, una delle vittime, che ha perso la vista dopo essere stato ferito dalla polizia, ha ringraziato la giuria dei commissari per avergli concesso l’opportunità di raccontare la sua storia e ha concluso: “Oggi mi avete restituito i miei occhi”.
Dopo la Commissione, nessun sudafricano potrà dire “Io non lo sapevo”. Una grande quantità di nuove informazioni è venuta alla luce. Abbiamo conosciuto la verità su molti incidenti di cui prima non si sapeva nulla. Persone che erano “scomparse” sono state dissepolte dalle fosse comuni e i loro cari hanno potuto celebrare i funerali e seppellire di nuovo i loro morti dignitosamente. Sono convinto che l’operato della Commissione abbia fortemente contenuto il pericolo del ripetersi della spirale di violenza.

http://www.centraldocinema.it/Recensioni/Mar04/country_of_my_skull.htm

L’arcivescovo presiede la prima udienza

Il primo giorno,
dopo poche ore di testimonianze,
l’arcivescovo ha pianto.
Ha appoggiato il capo grigio
sul lungo tavolo
di carte e protocolli
e ha pianto.

Cameramen nazionali
e internazionali
hanno ripreso il suo pianto,
le lenti appannate,
le spalle singhiozzanti,
la richiesta di aggiornamento.

Non importa quello che pensavate
-prima o dopo- dell’arcivescovo,
dell’accordo, della commissione,
o quello che gli antropologi accorsi
da crimini e dolori meno studiati,
hanno detto del suo discorso,
ne quante tesi di dottorato,
libri, e istallazioni ne siano derivate
e neppure se pensate che questa poesia
semplifichi, celebri
romanticizzi, mistifichi.

C’era il lungo tavolo, abiti porpora inamidati
e dopo poche ore di testimonianze
l’arcivescovo, presidente della commissione,
ha appoggiato il capo sul tavolo e ha pianto.

È così che è cominciato.

http://www.centraldocinema.it/Recensioni/Mar04/country_of_my_skull.htm

La pace siamo noi a cura di Laura Barbieri
Il Nuovo Rinascimento n.317 1 dicembre 2004

. Mi riferisco all’opera della Commissione per la verità e la riconciliazione sudafricana, che ha cercato di sanare le ferite di una nazione nella quale oppressori e oppressi dovevano imparare a convivere pacificamente dopo decenni di violenza inaudita. Il principio-cardine del lavoro della Commissione, evidentemente largamente condiviso dalla popolazione, è quello dell’/ubuntu/. Desmond Tutu, che ha presieduto quella Commissione, cerca di spiegarlo con queste parole: «/Ubuntu/ è molto difficile da rendere in lingua occidentale. È una parola che riguarda l’intima essenza dell’uomo. È come dire: “La mia umanità è inestricabilmente collegata, esiste di pari passo con la tua”. Facciamo parte dello stesso fascio di vita» (Desmond Tutu, /Non c’è futuro senza perdono/, Milano, Feltrinelli, 2001, pag. 32). Allora intervenire in maniera non rispettosa, violenta, nei confronti dell’altro significa provocare una lacerazione in questo tessuto che è la vita, e dunque provocare una ferita, un trauma che colpisce noi e l’altro con la stessa intensità. /Ubuntu/, in termini buddisti, significa che la compassione nasce da /engi/, cioè dalla consapevolezza di essere forme diverse di una stessa vita comune. Sono come le due facce di una medaglia: più mi stanno a cuore le vicende degli altri, più percepisco il legame che unisce ogni esistenza in un’unica vita; e viceversa, più mi sento parte di tutto ciò che vive, più sono coinvolto dalla vita altrui. Il continuo approfondimento di questo processo conduce a comportamenti sempre più rispettosi dell’altro e genera azioni di pace. Per questo i costruttori di pace come Ikeda e Tutu dichiarano in ogni occasione che la realizzazione della pace dipende dall’impegno in questa direzione da parte di ognuno di noi. Entrambi nutrono una fiducia ferma e profonda nelle potenzialità costruttive di ogni essere umano. Tanto che Ikeda indirizza la sua proposta di pace alle persone comuni, alla ricerca di un terreno concreto d’azione, nella convinzione che reagendo al sentimento di estraneità e di impotenza e attivando invece la partecipazione si possa invertire la rotta attuale verso il conflitto, la disarmonia e l’ostilità fra esseri umani. Per dirlo con parole sue: «Qualunque tentativo di affrontare i problemi globali senza prendere pienamente in considerazione la nostra realtà immediata non costituirà mai una soluzione definitiva. In quest’ottica, credo fortemente nel valore delle azioni intraprese da ognuno di noi per fare il primo passo dal punto in cui ci troviamo proprio ora» (/Buddismo e Società/, n. 103, pag. 18).
http://www.sgi-italia.org/riviste/nr/InternaTesto.php?A=824&R=0

7 Dicembre 2013Permalink

28 novembre 20013 – Un decaduto fra decadenti?

Leggo vari blog e trovoPieter_Bruegel_d-_A-_025-094f9 espressioni di gioia per la dichiarata decadenza del Berlusconi. Non capisco.
La forza dell’anziano satrapo erano i berlusconiani che sono lì squittenti e impuniti.
Certamente è doveroso che un condannato se ne vada dal senato ma non è un garanzia per il domani.
Riporto un articolo di Barbara Spinelli che  condivido pienamente e che potete leggere anche da qui  (La Repubblica   27/11)

Quel che resta del Ventennio

LA TENTAZIONE sarà grande, dopo il voto sulla decadenza di Berlusconi al Senato, di chiudere il ventennio mettendolo tra parentesi. È una tentazione che conosciamo bene: immaginando d’aver cancellato l’anomalia, si torna alla normalità come se mai l’anomalia – non fu che momentanea digressione – ci avesse abitati.

Nel 1944, non fu un italiano ma un giornalista americano, Herbert Matthews, a dire sulla rivista Mercurio di Alba de Céspedes: «Non l’avete ucciso!» Tutt’altro che morto, il fascismo avrebbe continuato a vivere dentro gli italiani. Non certo nelle forme di ieri ma in tanti modi di pensare, di agire. L’infezione, «nostro mal du siècle », sarebbe durata a lungo: a c i a s c u n o t o c c a v a «combatterlo per tutta la vita», dentro di sé. Lo stesso vale per la cosiddetta caduta di Berlusconi. È un sollievo sapere che non sarà più decisivo, in Parlamento e nel governo, ma il berlusconismo è sempre lì, e non sarà semplice disabituarsi a una droga che ha cattivato non solo politici e partiti, ma la società. Sylos Labini lo aveva detto, nell’ottobre 2004: «Non c’è un potere politico corrotto e una società civile sana». Fosse stata sana, la società avrebbe resistito subito all’ascesa del capopopolo, che fu invece irresistibile: «Siamo tutti immersi nella corruzione», avvertì Sylos. La servitù volontariaa dominatori stranieri e predatori ce l’abbiamo nel sangue dal Medioevo, anche se riscattata da Risorgimento e Resistenza. La stessa fine della guerra, l’8 settembre’43, fu disastrosamente ambigua: «Tutti a casa», disse Badoglio, ma senza rompere con Hitler, permettendogli di occupare mezza Italia. Tutte le nostre transizioni sono fangose doppiezze. Dico cosiddetta caduta perché il berlusconismo continua, dopo la decadenza. Il che vuol dire: continua pure la battaglia di chi aspira a ricostruire, non solo stabilizzare la democrazia. Il ventennio dovrà essere finalmente giudicato: per come è nato, come ha potuto attecchire. Al pari di Mussolini non cadde dal cielo, non creò ma aggravò la crisi italiana. Nel ’94 irruppe per corazzare la cultura di illegalità e corruzione della Dc, di Craxi, della P2, e debellare non già la Prima repubblica ma la rigenerazione (una sorta di Risorgimento, anche se trascurò la dipendenza del Pci dall’oro di Mosca) avviata a Milano da Mani Pulite, e poco prima a Palermo da Falcone e Borsellino.

Il berlusconismo resta innanzitutto come dispositivo del presente. Anche decaduto, assegnato ai servizi sociali, il leader di Forza Italia disporrà di due armi insalubri e temibili: un apparato mediatico immutato, e gli enormi (Sylos li definiva mostruosi) mezzi finanziari.

Tanto più mostruosi in tempi di magra. Assente in Senato, parlerà con video trasmessi a reti unificate.

E in campagna elettorale avrà a fianco la destra di Alfano: nessuno da quelle parti ha i suoi mezzi, la sua maestria. Monti contava su 1516 punti, prima del voto a febbraio.

Alfano solo su 8-9 punti. La scissione potrebbe favorire Berlusconi, e farlo vincere contro ogni nuova gioiosa macchina di guerra.

Ma ancora più fondamentale è l’eredità culturale e politica del ventennio: i suoi modi di pensare, d’agire, il mal du siècle che perdura. Senza uno spietato esame di coscienza non cesseranno d’intossicare l’Italia.

Il conflitto d’interessi in primis, e l’ibrido politica-affarismo: ambedue persistono, come modus vivendi della politica. La decadenza non li delegittima affatto. La famosa legge del ’57 dichiara ineleggibili i titolari di importanti concessioni pubbliche (la Tv per esempio): marchiata di obsolescenza, cade nell’oblio. Sylos Labini sostenne che fu l’opposizione a inventare il trucco per aggirarla. Non fu smentito. L’onta non è lavata né pianta.

Altro lascito: la politica non distinta ma separata dalla morale, anzi contrapposta. È un’abitudine mentale ormai, un credo epidemico. Già Leopardi dice che gli italiani sono cinici proprio perché più astuti, smagati, meno romantici dei nordici. Non sono cambiati. Ci si aggrappa a Machiavelli, che disgiunse politica e morale. Ci si serve di lui, per dire che il fine giustifica i mezzi. Ma è un abuso che autorizza i peggiori nostri vizi: i mezzi divengono il fine (il potere per il potere) e lo storcono. Il falso machiavellismo vive a destra, a sinistra, al Quirinale. La questione morale, poco pragmatica, soffre spregio.

Berlinguer la pose nel ’77: nel Pd vien chiamata una sua devianza fuorviante.

Anche il mito della società civile è retaggio del ventennio: il popolo è meglio dei leader, i suoi responsi sovrastano legalmente i tribunali.

Democraticamente sovrano, esso incarna la volontà generale, che non erra. Salvatore Settis critica l’ambiguità di questa formulapasse-partout: è un’«etichetta legittimante, che designa portatori di interessi il cui peso è proporzionale alla potenza economica, e non alla cura del bene comune; tipicamente, imprenditori e banchieri che per difendere interessi propri e altrui si degnano di scendere in politica», ritenendo inabili politici e partiti. Non solo: la società civile «viene spesso intesa non solo come diversa dallo Stato, ma come sua avversaria; quasi che lo Stato (identificato con i governi pro tempore) debba essere per sua natura il nemico del bene comune». ( Azione popolare, Einaudi 2012, pp. 207, 212). Così deturpata, la formula ha fatto proseliti: grazie all’uso oligarchico della società civile (o dei tecnici), la politica è vieppiù screditata, la cultura dell’amoralitào illegalità vieppiù accreditata. Il caso Cancellieri è emblematico: la mala educazione diventa attributo di un’élite invogliata per istinto a maneggiare la politica come forza, contro le regole. A creare artificiosi stati di eccezione permanente, coincidenze perfette fra necessità, assenza di alternative, stabilità.

Simile destino tocca alla laicità, non più tenuta a bada ma aborrita nel ventennio. Il pontificato di Francesco non aiuta, perché la Chiesa gode di un pregiudizio favorevole mai tanto diffuso, perfino su temi estranei alla promessa «conversione del papato». Difficilmente si faranno battaglie laiche, in un’Italia politica che mena vanto della dipendenza dal Vaticano. La nuova destra di Alfano è dominata da Comunione e Liberazione. Dai tempi di Prodi, i democratici evitano di smarcarsi sulla laicità. Tutti i leader del momento (Letta, Alfano, Renzi) vengono dalla Dc o dal Partito popolare. Diretto com’è da Napolitano, il Pd non ha modo di liberarsi del ventennio (a che pro le primarie quando è stato il Colle a dettare la linea sul caso Cancellieri?).

Permane la vergogna d’esser stati anticapitalisti, antiamericani, anticlericali (l’ultima accusaè falsa da sessantasei anni: fu Togliatti ad accettare l’innesto nella Costituzione dei Patti Lateranensi di Mussolini).

Infine l’Europa. Nel discorso ai giovani di Forza Italia, Berlusconi ha cominciato la sua campagna antieuropea, deciso a svuotare Cinque Stelle. La ricostruzione della sua caduta nel 2011 è un concentrato di scaltrezza: sotto accusa l’Unione, la Germania, la Francia. Ancora una volta, con maestria demagogica, ha puntato il dito sul principale difetto italiano: la Serva Italia smascherata da Dante.

No, Berlusconi non l’abbiamo cancellato. Perché la società è guasta: «Siamo tutti immersi nella corruzione». Da un ventennio amorale, immorale, illegale, usciremo solo se guardando nello specchio vedremo noi stessi dietro il mostro.

Altrimenti dovremo dire, parafrasando Remarque: niente di nuovo sul fronte italiano. La guerra civile ed emergenziale narrata da Berlusconi ha bloccato la nostra crescita civile oltre che economica, e perpetuato la «putrefazione morale» svelata da Piero Calamandrei.

Un’intera generazione è stata immolata a finte stabilità. La decadenza di Berlusconi, se verrà, è un primo atto. Sarà vana, se non decadrà anche l’atroce giudizio di Calamandrei.

BARBARA SPINELLI

28 Novembre 2013Permalink

26 novembre 2013 – Un promemoria per il certificato di nascita a tutti i neonati

Dal numero di novembre del mensile Ho un sogno

Nel corso degli ultimi quindici anni in Italia il diritto alla registrazione anagrafica per i bambini nati da genitori cittadini stranieri ha conosciuto un’evoluzione pericolosa. Cerchiamo di riassumerla in modo semplice, chiarendo prima di tutto una questione essenziale: se la nascita non viene registrata, un bambino è privo di esistenza giuridicamente riconosciuta e conseguentemente apolide, senza cittadinanza e senza i diritti fondamentali che questa garantisce. Non ha diritto ad avere dei genitori che possano esercitare su di lui una tutela, perché non è riconosciuto alcun legame giuridicamente fondato con mamma e papà, non può essere iscritto al nido e alla scuola dell’infanzia, né ad alcuna scuola che non sia quella dell’obbligo. Al compimento del diciottesimo anno non potrà giovarsi della misura che consente a chi sia nato e abbia vissuto sempre nel nostro paese di chiedere la cittadinanza italiana. Privo di codice fiscale, avrà accesso agli elementari diritti alle cure solo attraverso misure di sapore assistenziale. È banale, ma non potrà unirsi ai compagni di scuola in una gita e sarà più esposto, per la vita nascosta e non protetta cui è costretto, a rischi di abusi ben noti. Quel bambino semplicemente non esiste. Ecco perché richiedere a un genitore burocraticamente irregolare il permesso di soggiorno per registrare la nascita del figlio – ma anche diffondere una comunicazione confusa o scorretta sul tema, come racconta su questo numero di Ho un sogno Augusta De Piero – espone il nuovo nato a rischi concreti e gravi. E contemporaneamente crea una situazione sociale e sanitaria rischiosa per la collettività.

Ecco, in sintesi, come è evoluta la questione in Italia.

                    1998-2009 La legge Turco-Napolitano (40/1998) non prevede la presentazione del permesso di soggiorno per gli atti di stato civile: dichiarazioni di nascita, morte e matrimonio.

                    2002 La Legge Bossi-Fini (189/2002) non introduce modifiche in proposito.

                    2009 Il pacchetto sicurezza (legge 94/2009) a firma del ministro Maroni include gli atti di stato civile fra quelli per cui è necessario il permesso di soggiorno.

                    2009 A pochi giorni dall’approvazione della legge il ministero emana una circolare (n. 19/7 agosto 2009) che esclude il permesso di soggiorno dai documenti necessari per la registrazione anagrafica. Ma una circolare non è una legge: può essere cancellata senza interpellare il parlamento e i sindaci, responsabili dell’anagrafe, possono provare ad aggirarla appellandosi direttamente alla legge. Non devono essere dimenticati su questo fronte i medici, che nel 2008 si mobilitano contro l’abrogazione del segreto sanitario prevista dalla proposta di legge: i medici – dichiara l’Ordine – non sono disponibili alla delazione e non denunceranno situazioni di irregolarità. La richiesta va contro il loro dovere deontologico alla riservatezza e contraddice un principio fondante della professione medica ribadito dalla nostra Costituzione: l’universalità delle cure. Ecco perché oggi le prestazioni sanitarie sono erogate senza richiedere il permesso di soggiorno e qualunque paziente è protetto dal segreto sanitario, comprese quelle mamme “irregolari” che partoriscano nonostante tutto in ospedale.

                    Aprile 2013 Il deputato Ettore Rosato presenta la proposta di legge 740 per modificare il pacchetto sicurezza in materia di atti civili. È solo l’ultimo atto di una vicenda iniziata nel 2011 con la prima proposta di modifica presentata da Leoluca Orlando. Vicenda che finora non ha avuto esiti concreti.

                    Ottobre 2013 E qui da noi, che cosa succede? Di recente uno schieramento trasversale di consiglieri regionali ha presentato una mozione (mozione 21, 23 ottobre 2013) per richiedere che la Regione garantisca in tutte le anagrafi del territorio l’applicazione della circolare ministeriale e il diritto alla registrazione dei nuovi nati, che si impegni perché i deputati eletti in Friuli Venezia Giulia sostengano la proposta di legge 740 e perché sia lanciata una campagna di sensibilizzazione sul diritto di tutti i bambini a essere registrati

NOTA: Il mensile Ho un sogno si trova alla libreria CLUF di via Gemona 22 a Udine

 

26 Novembre 2013Permalink

15 novembre 2013 – Spigolando nella vita della ministra Cancellieri

Poiché la ministra Cancellieri in questi giorni è piuttosto chiacchierata riporto, con qualche giorno di anticipo sull’uscita di Ho un Sogno del mese di novembre, un mio articoletto.
Ricorda un intervento della signora prefetto che ha coinvolto anche il CIE di Gradisca

Chiuso il CIE di Gradisca. Questione risolta?

Il 7 novembre l’agenzia ASCA pubblicava la dichiarazione che integralmente riportiamo:
Roma, 7 nov – ”Finalmente il Cie di Gradisca d’Isonzo è stato chiuso come più volte richiesto dalla Commissione diritti umani in questi mesi, evitando così il riprodursi di una grave situazione di ingiustizia e di disumanità”. Lo dichiara il Presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, Luigi Manconi. ”Il provvedimento di chiusura temporanea diventi presto di chiusura definitiva – continua – e quegli spazi vengano utilizzati, una volta adeguatamente ristrutturati, per ampliare il centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara-Cda) situato a pochi metri. In questo modo si verrebbe incontro alle richieste di posti e di spazi per una migliore gestione del Cara e una più adeguata accoglienza per gli ospiti. Inoltre – conclude Manconi – essendo stati chiusi ormai metà dei centri esistenti è evidente la necessità di ripensare radicalmente l’intero sistema dei Cie nel nostro Paese”.
Il senatore, quale Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, aveva presentato una interpellanza urgente, documentando lo stato intollerabile dei CIE, sia dal punto di vista materiale che per la durata e le caratteristiche del trattenimento degli ‘ospiti’. Da parte sua la deputata Serena Pellegrino, che è stata la prima parlamentare ad entrare al CIE di Gradisca durante la rivolta dello scorso agosto, ha ricordato anche i lavoratori della cooperativa che gestisce i servizi al CIE, privi di stipendio dal mese di maggio.
I Cie come luogo che rifiuta ogni dimensione di civiltà rispettosa dei diritti di chi vi è trattenuto e di chi vi lavora?
La Rete FVG contro i CIE ha previsto una mobilitazione per il 16 novembre proponendo un appello cui aderiscono anche Luigi Ciotti e il Gruppo Abele. Non è certamente una situazione che possa considerarsi chiusa: sarà necessario seguire quello che accadrà e forse ci può essere utile qualche traccia delle vicende precedenti. 

Anni fa  la ministra
La ministra Cancellieri nella sua funzione del Ministro dell’Interno (governo Monti) aveva emanato nel 2011 ben tre direttive concernenti i CIE, ripristinando alla fine la direttiva Amato del 27 aprile 2007 (governo Prodi) in cui, si prevedevano ulteriori decisioni poi ampiamente disattese e si affermava: “Sarà consentito l´accesso in tutti i Centri di accoglienza, identificazione e permanenza temporanea ai rappresentanti delle organizzazioni umanitarie internazionali e nazionali, come l´Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), l´Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e la Croce Rossa Italiana. Saranno anche accolte le richieste di accesso provenienti da Sindaci, Presidenti di Provincia e Presidenti di Giunta e di Consiglio Regionale. I soggetti del privato sociale, in relazione alle proprie finalità, saranno ammessi a svolgere specifiche attività di assistenza sulla base di convenzioni con gli enti locali o con i Prefetti”. La ministra però nel 2011, riferendosi ai prefetti, precisava “le SS,LL., oltre che per motivi di ordine pubblico, potranno differire l’accesso nei centri anche per ragioni di sicurezza nei casi in cui la struttura sia interessata a lavori di ristrutturazione o comunque dalla esecuzione di rilevanti lavori di manutenzione straordinaria”.
Paradossalmente proprio ragioni di ordine pubblico resero necessario in agosto l’ingresso di parlamentari e rappresentanti del consiglio regionale e del comune che erano riusciti ad attivare quella garanzia indispensabile di sicurezza che è l’informazione della società civile..
Sappiamo che a fine luglio erano entrati alcuni consiglieri regionali che avevano segnalato in una interpellanza gravissime situazioni anche dal punto di vista igienico-sanitario (ne abbiamo parlato nei numeri di settembre e ottobre di Ho un sogno). Ora ci chiediamo perché negli anni precedenti non si era manifestata un’attenzione dovuta della Regione a un disagio così clamorosamente presente sul territorio.

15 Novembre 2013Permalink

5 novembre 2013 – Cie di Gradisca finalmente vuoto. Lo vorremmo chiuso per sempre. 9

CIE GRADISCA!  –  scrive Serena Pellegrino

 È finito un ciclo d’emergenza.  Domani gli ultimi trasferimenti.

 Dopo quasi tre mesi in cui mi sono battuta con tutta me stessa, il CIE più “scandaloso” d’Italia, quello di Gradisca, chiude i battenti.

 Non è stata un’operazione facile ma il risultato mi toglie tutta la fatica di questi mesi.

 Si è conclusa una fase d’emergenza, comincia oggi la fase più importante perché dobbiamo intervenire su tutti gli altri CIE ma soprattutto sulla normativa che li regola.

 Per Sel oggi è una conquista importante.

________________

Stamattina 36 persone che ancora stanotte hanno tentato con fatica di sentirsi esseri umani al CIE di Gradisca d’Isonzo si imbarcano su un aereo alla volta del Centro di Trapani. Notizia che per me e molti altri, pur attenuando parzialmente il senso di vergogna provato finora nei confronti di una situazione incivile, non rappresenta il punto d’arrivo ma il punto di partenza. Vorremmo il Centro chiuso per sempre, ma non è oggi realistico immaginare che ciò avvenga immediatamente e in via definitiva. Quindi la discussione sull’esistenza dei CIE non può fermarsi qui, deve anzi sostenere il percorso parlamentare di revisione delle norme sull’immigrazione, ribadendo in ogni modo il concetto che i fenomeni migratori dei popoli e le situazioni di clandestinità stanno dentro, e non fuori, il sistema di garanzia dei diritti fondamentali dell’uomo.

 Dietro le mura dell’ex caserma Polonio è probabile si avvieranno una serie di lavori di ristrutturazione: evitiamo assolutamente di ripristinare tal quali le strutture esistenti, rimettendo a nuovo una prigione, ma realizziamo un progetto completamente diverso, fuori dalla illegittima concezione carceraria del trattenimento, destinato come i CARA ad accogliere persone per tempi molto brevi , in condizioni abitative ed igieniche che tutelino i loro diritti e rispettino la loro dignità, e consentano agli operatori e alle forze dell’ordine di gestire la struttura e affrontare le problematiche in maniera efficace e sicura.

Nota mia

La numerazione che ho aggiunto al titolo collega questo articolo alla serie che avevo scritto fra agosto e settembre sul CIE di Gradisca, l’ultimo – che si può leggere anche da qui – il 15 settembre.
E’ un punto importante, una conquista per tutti, non solo per SEL che – attraverso Serena – ne è stato strumento per realizzarla..
Serena capirà e mi perdonerà la precisazione.
Io spero di poter – e vorrei fosse presto – ricollegarmi anche alla serie che ho intitolato CIE di carne per sottolineare l’attribuzione ai neonati figli di sans papier.,
L’ultimo risaleall’8 ottobre scorso – e si può leggere anche da qui – ma molto in  proposito si trova con il tag anagrafe e, per quella strada, si arriva al 2009

5 Novembre 2013Permalink

29 ottobre 2013 – Picchiano disabile e lo filmano

 Il preside li denuncia

(da Repubblica.it)  Per quattro tredicenni scatta la “rieducazione” attraverso colloqui settimanali con assistenti sociali e psicologi. Ma il padre di uno dei aggressori inoltra una sorta di controquerela al presidente del Tribunale dei Minori convinto che la decisione della scuola sia sproporzionata 
di GIUSEPPE FILETTO

Picchiano disabile e lo filmano Il preside li denuncia. Il tablet, che la scuola affida agli alunni per studiare, è servito per riprendere la scena: un ragazzo, disabile mentale, aggredito da due studenti, finito a terra, che si contorce come un animale ferito ed indifeso. Il filmato sarebbe finito su YouTube o su altri social network, se una professoressa non fosse intervenuta energicamente, sequestrando iPad e smartphone.
Una vicenda ritenuta grave dal preside della scuola media di Mele, la prima in Italia che dal 2011, attraverso una convenzione tra il Comune, la Regione e il Ministero dell’Istruzione, ad ogni inizio di anno scolastico concede in comodato d’uso a ciascun alunno il tablet come strumento di studio, in grado di “dialogare” con le lavagne digitati attraverso un software didattico.

Un episodio considerato di bullismo dal preside e dall’insegnante di sostegno (una ex professoressa di Educazione Fisica), tanto da avere segnalato i quattro allievi, tutti tredicenni, ai carabinieri della stazione di Voltri. Anche se i genitori del disabile non hanno presentato alcun esposto. La denuncia, dall’Arma è stata trasmessa al Tribunale dei Minori. Una “ragazzata” per il papà di uno degli studenti, un assistente tecnico che lavora in un altro istituto superiore. Che dice: “Anch’io opero dentro una scuola e la vicenda poteva essere risolta con una tirata d’orecchie o al massimo con un provvedimento disciplinare”.

Così non è stato. Nessuna sospensione dalle lezioni. La vicenda si è svolta nel cortile e non dentro la scuola. Quel pomeriggio del 23 maggio scorso, per ragioni sconosciute, due studenti aggrediscono e spintonano il disabile, un diciottenne non più iscritto, ma rimasto legato alla scuola, che tutti i giorni aspetta nel cortile quelli che lui ritiene gli ex compagni, conosciuto da tutti gli 850 allievi dell’Istituto Comprensivo.

“Adesso, quattro famiglie si ritrovano in un girone infernale, con i figli che devono seguire un corso di recupero  –  ripete M. P.  –  anche se il mio non ha partecipato all’aggressione, ma ha solamente assistito.
Il Tribunale dei Minori non distingue gli aggressori da chi ha assistito alla scena”. Per la professoressa che ha visto, due degli studenti avrebbero materialmente spintonato e picchiato il disabile, gli altri due erano tra quei tanti che con l’Ipad ed i telefonini hanno ripreso lo “spettacolo”.
La Procura della Repubblica ha sentito ragazzi, genitori, professori e preside, poi ha stabilito cosa fare. I giudici dei minori hanno deciso un percorso rieducativo per tutti e quattro, attraverso colloqui settimanali con assistenti sociali e psicologi. Fino al prossimo gennaio, anche se due dei quattro studenti sono passati alla scuola superiore. Una punizione che vuole essere esemplare: visto che siete bravi e solerti a riprendere le scene di violenza, invece che impedire che questa si sviluppi, vi “condanniamo” a produrre un video sul bullismo ed a diffonderlo in alcune scuole liguri, attraverso incontri con altri studenti. Espiazione comunque grave per i genitori: “Soprattutto perché viviamo in un piccolo paese dove ci si conosce tutti e tutti i pomeriggi i nostri figli giocano tranquillamente insieme a quel ragazzo disabile”.

Il fatto, accaduto negli ultimi giorni di scuola, si è saputo solo ieri, quando M. P. ha inoltrato una sorta di controquerela al presidente del Tribunale dei Minori, Adriano Sansa, per conoscenza al direttore scolastico regionale, Giuliana Pupazzoni, ed al Ministero dell’Istruzione. “Premesso che quel disabile non doveva essere toccato con un dito e ritenendo  grave quanto è successo, soprattutto il filmato delle scene  –  ammette il papà  –  mi sembra sproporzionata la decisione del preside, che non ha preavvisato le famiglie ed ha ritenuto opportuno rivolgersi ai carabinieri, scatenando seri danni psicologici ai ragazzi”. “Non è vero  –  ribatte Marzio Angiolani, preside al suo primo anno di incarico  –  I genitori sono stati contattati lo stesso giorno dell’accaduto”.

Mio commento

Se avessi modo di esprimere al Preside tutta la mia solidarietà lo farei.
Aggiungo a questo episodio quello dei genitori che a seguito della partita di calcio di non so quale squadretta hanno picchiato un bambino che non aveva passato la palla al loro figlio.
Penso che dove ci sia come a Mele complicità dei genitori in una cultura a sfondo razzista o comunque violenta i Tribunali dovrebbero estendere la indicazioni di intervento per la rieducazione degli adulti asociali che danneggiano i loro figli e gli altri minori che si trovano ad avvicinare.

29 Ottobre 2013Permalink