9 febbraio 2014 – Quando una donna pensa fra troppi irresponsabili

A proposito della decisione del Presidente del Senato per cui il Senato stesso di costituisca parte civile contro Berlusconi nel processo per la presunta compravendita di senatori riporto tratti di un passo dal pezzo che avevo scritto nel mio diariealtro il 3 marzo 2012
«Il sen. Sergio De Gregorio ha confessato di aver ricevuto nel 2006 dall’on. Berlusconi tre milioni di euro per far cadere il governo Prodi, passando dall’Italia dei Valori al partito di Berlusconi che allora si chiamava ancora Casa delle Libertà.                    […]
Era appena nato il governo Prodi (maggio 2006) e dovevano essere eletti, dopo i presidenti di camera e senato, i presidenti delle commissioni che, secondo prassi, sono distribuiti fra i partiti in campo ad assicurare una corresponsabilità (che è anche fonte di trasparenza) nella conduzione dell’attività parlamentare che precede l’aula.
Per gli accordi intercorsi sarebbe dovuta essere Presidente della Commissione difesa la senatrice Lidia Menapace, rappresentante del Partito della Rifondazione Comunista, una signora con un passato politico e professionale di tutto rispetto.
Proprio il De Gregorio, con una manovra tanto scorretta quanto abile, le sottrasse la Presidenza, dimostrandosi così oggetto sicuro di futuro acquisto.
Occorre però precisare che – a memoria di chi scrive – la senatrice Menapace non fu adeguatamente sostenuta né dal suo partito, né dalle forze di maggioranza, né dai movimenti delle donne che pur si battevano per le donne in politica ai livelli decisionali, né dall’associazionismo pacifista.
Evidentemente tutti costoro non avevano saputo leggere il significato di un gesto che, riguardando una donna, probabilmente giudicarono non degno di attenzione.
La senatrice continuò ad esercitare con intelligente dignità il suo ruolo di componente la commissione, ormai presieduta dal De Gregorio, fino al mese di maggio del 2008 quando il governo Prodi cadde. E oggi sappiamo come e perché»
La notizia fu integralmente riportata da Repubblica e si può leggere integralmente anche da qui.

9 Febbraio 2014Permalink

26/01/2014 – Protagonismo infantile 1

Riporto integralmente due interventi di Massimo Gramellini, uno si riferisce a un fatto recente, l’altro è meno vicino nel tempo ma altrettanto significativo.

24 gennaio  –   Il ministro che non c’é

Ma l’Italia ce l’ha un ministro dell’Interno?, si chiede Antonio Barone nel suo blog sull’Huffington Post. A scandalizzarlo, a scandalizzarci, è il silenzio di Alfano intorno al rogo di Cocò, il bambino di tre anni ucciso e bruciato dalla ’ndrangheta. Quel gesto disumano, che ha cancellato definitivamente l’epica dei cosiddetti «uomini d’onore», scosso le coscienze e ispirato parole infuocate a Claudio Magris, è planato sulle spalle larghe del ministro senza lasciare traccia. In cinque giorni neppure una dichiarazione o un gesto che dessero la sensazione di uno Stato presente e, se non responsabile, almeno consapevole. Evidentemente Alfano considera ordinaria amministrazione che sul territorio italiano si consumino non solo i rapimenti dei familiari di un oppositore kazako, ma anche le mattanze infantili.

La storia di Cocò è ancora più complessa e avvilente per le strutture dello Stato: c’è di mezzo una mamma in galera con cui il piccolo ha convissuto dietro le sbarre, prima di essere affidato da una decisione demenziale al nonno pregiudicato. Ma neanche su questo Alfano ha trovato il tempo di dire qualcosa. Comprendiamo che i tormenti della legge elettorale ingombrino una parte imponente della sua pur vasta intelligenza. E siamo certi che abbia presieduto vertici su vertici per mettere nel sacco gli assassini di Cocò. Ma la politica è comunicazione. Un ministro che parla di listini bloccati e non di un fatto di sangue che ha sconvolto il mondo intero farebbe meglio a presentare le dimissioni. Pubblicamente, però. Altrimenti non se ne accorgerebbe nessuno.

 18 ottobre  –  Funerali di non è Stato.

Come può prendersi cura dei vivi un Paese che non riesce a decidere nemmeno sui morti? La bara di Priebke gira l’Italia da una settimana, strattonata e presa a calci appena si affaccia per strada, senza trovare una buca dove andare a nascondersi. Intanto ci siamo dimenticati di fare i funerali alle vittime di Lampedusa. Proprio così: dimenticati. Ministri, primi ministri e affettate figure istituzionali hanno sfilato con sguardi dolenti sul molo e davanti alle salme della tragedia. C’è stato cordoglio, c’è stato sdegno, c’è stato lo sciame sismico di dichiarazioni scontate. Quel che non c’è stato, come sempre, è lo Stato. Qualcuno che, tra un cordoglio e uno sdegno, trovasse il tempo per allestire una cerimonia solenne di congedo per quei poveri cristi.

A chiunque di noi si rechi in visita a una camera ardente viene spontaneo chiedere il giorno e il luogo dei funerali. Invece a Lampedusa i nostri globetrotter della lacrima non si sono neppure domandati se fossero previsti, dei funerali. Colpisce la loro ostinazione nel rifiutarsi di sfogliare almeno le figure del manuale del buonsenso. Dopo avere riunito su una zattera centinaia di disgraziati, il destino li ha infine dispersi tra vari cimiteri siciliani, tumulati in silenzio dentro tombe anonime. Ma lo scrupolo di coscienza, che è il nome con cui dalle nostre parti si chiama la coda di paglia, ha suggerito allo Stato di correre ai ripari. Lunedì prossimo, a cadaveri ampiamente sepolti, si terrà una commemorazione ad Agrigento, città nota per avere dato i natali al filosofo Empedocle e poi, per compensare, ad Alfano.

I protagonisti sono bambini.

In entrambi i casi i protagonisti sono bambini. Nel primo la presa in carico degli assassini è diretta: un piccolo di tre anni ammazzato e bruciato, nell’altro c’erano bambini, ospiti di piccole bare senza nome.
In ogni modo sono vittime dei disastri italiani: connivenze con  una criminalità organizzata e consolidata (fino ad affidare il piccolo figlio di carcerati a un nonno  ‘ndranghetista), incapacità di assicurare una accoglienza  che  sia almeno certezza di sopravvivenza

26 Gennaio 2014Permalink

18 gennaio 2014 – Una ragazza non-nata per tre anni

Avevo raccontato il 22 marzo …

…  scorso la storia della ragazza figlia di cittadini albanesi che, nata in Italia, vissuta costantemente in Italia, al compimento del 18mo anno si era vista negare la cittadinanza italiana perché, a casa di un  errore del comune di residenza, era stata iscritta all’anagrafe con tre anni di ritardo.
Ha resistito, è ricorda al Tribunale e infine è stato riconosciuto il suo diritto ad avere la cittadinanza italiana.

La giusta, inutilmente tormentata, conclusione

Da il Corriere della sera del 18 gennaio  –  Stefano Pasta

Le è arrivato un sms mentre era a sciare con gli amici: «Monnalisa è italiana!». Il mittente era il suo avvocato. Sì, perché che Monnalisa dovesse essere italiana ha dovuto dirlo un giudice del Tribunale di Siena. Avevamo raccontato la sua storia: non bastava essere nata in Italia, averci vissuto per tutta la vita (19 anni) e aver frequentato asilo, elementari, medie e superiori. No, il Ministero dell’Interno ha scritto al sindaco di Monteriggioni, il suo Comune di residenza, che, per la legge, Monnalisa restava «una cittadina albanese per diritto di sangue». Anche se in Albania ci era andata una sola volta in tutta la sua vita, in vacanza. Il Ministero contestava infatti a Monnalisa di essersi iscritta all’anagrafe solamente all’età di tre anni (per un errore dell’impiegato dell’anagrafe di allora, peraltro).

Lei non si è arresa: insieme alla sua famiglia e agli avvocati Giulia Perin e Carla Guerrini ha fatto causa in Tribunale, portando, come già aveva fatto con il Ministero, le prove della sua presenza continuativa in Italia (certificato di nascita, attestati di vaccinazioni, esami medici) anche prima dell’ottenimento della residenza. Il giudice le ha dato ragione, mettendo nero su bianco che Monnalisa «è in possesso dei requisiti per conseguire la cittadinanza italiana». Con un’aggiunta: il Comune di Monteriggioni, per avere seguito le indicazioni del Ministero, è stato condannato a pagare 2.332,91 euro più iva di spese processuali.

«La vittoria era facilmente prevedibile – spiega l’avvocato Giulia Perin dell’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) – perché già in passato c’erano state sentenze simili e la giurisprudenza aveva già aperto questa via. La novità è invece la condanna alle spese legali. Finché l’unico rischio per l’Amministrazione che sbaglia è l’adozione del provvedimento dovuto, il cittadino e lo straniero sono privi di tutela effettiva. L’applicazione del principio “chi sbaglia paga” ha, nella nostra esperienza, una grande forza dissuasiva. In questo caso, peraltro, abbiamo deciso di non chiedere al Comune di Monteriggioni di corrisponderci le spese legali, perché proprio l’ente locale ha più volte interpellato il Ministero dell’Interno per verificare se ci fosse la possibilità di riconoscere la cittadinanza italiana a Monnalisa. Non riteniamo dunque giusto che il Comune sia tenuto a pagare per un’inadempienza imputabile allo Stato; il principio affermato nella sentenza però resta: anche l’Amministrazione deve pagare per i propri errori».

Senza il bel gesto degli avvocati, sarebbero stati soldi pubblici sprecati per la testardaggine del Ministero. E ora? Se seguissero una pioggia di ricorsi di ragazzi nella stessa situazione di Monnalisa – e di conseguenti condanne economiche ai Comuni per aver fatto quello che dice il Ministero –, come farebbero le casse già stremate degli enti locali?

Lei, intanto, si gode la vittoria e dice con accento toscano: «Sono felice, si è realizzato un sogno. Da una parte, non cambia quasi niente; dall’altra, è ufficiale: sono cittadina anch’io, posso votare, esprimere il mio pensiero politico, non devo più fare la fila per rinnovare il permesso di soggiorno». Quando l’ha saputo, era in seggiovia con gli amici: «Anche loro erano contenti, ma mi consideravano italiana già da un pezzo».

La mamma Eliana, accanto alla gioia, sottolinea invece un po’ di amarezza per essere dovuta ricorrere al Tribunale: «È una legge paradossale e assurda: io, mio marito, e di conseguenza la nostra figlia più piccola, avevamo già avuto la cittadinanza italiana un anno fa, mentre Monnalisa era rimasta l’unica straniera di famiglia, proprio lei che è la più italiana di tutti noi!». Ecco, forse andrebbe spiegato questo al ministro Alfano, preoccupato che lo ius soli trasformi l’Italia «in una sala parto per ottenere la cittadinanza», che la legge attuale va riformata perché nega la cittadinanza a ragazze come Monnalisa, che nelle sale parto italiane ci sono nate 19 anni fa, si chiamano come il ritratto italiano più famoso al mondo e parlano con lo stesso accento di Dante Alighieri

La mia conclusione

E’ evidente la correlazione fra il certificato di nascita e la cittadinanza che, su quel certificato viene registrata.
Perché ci si ostina a negarlo per legge ai figli degli immigrati non regolari costruendo situazioni che impegnano i tribunali a un lavoro evidentemente inutile?

18 Gennaio 2014Permalink

5 gennaio 2014 – Una storia forse squallida, forse grottesca

Segue uno schema di racconto con il collegamento ai link che consentono a chi voglia saperne di più la lettura dei vari pezzi nel mio blog che, volta per volta, saranno raggiungibili facendo clic sulla parola [qui]
Il tentativo di inserire le immagini del dépliant non è ben riuscito. Correggerò appena possibile

Il 24 gennaio ho aggiungo come mio commento un articolo uscito sul n. 224 di Ho un sogno

La storia nel mio blog comincia il 26 luglio 2013 quando scopro e segnalo che su un dépliant che informa gli utenti dell’azienda ospedaliera in merito ai vari servizi compare la seguente disinformazione:

Denuncia  di nascita
COSA SERVE: documento di identità valido di entrambi i genitori, se stranieri non residenti passaporto o permesso di soggiorno valido
    
[qui]     guida rapida1

E’ evidente che, a norma della  Circolare del Ministero dell’interno n. 19 del 7 Agosto 2009, la dizione scelta dall’azienda ospedaliera è improponibile  (ma, trattandosi di denunce di nascita agisce su delega del sindaco che di tali atti è responsabile: sciatteria su tutti i fronti!)

Il 28 luglio riporto qualche notizia  sulle mie immediate segnalazioni ad esponenti del comune di Udine (sia a livello di giunta che di consiglio)
[qui]
e presento una segnalazione all’azienda ospedaliera il cui testo trascrivo il 4 settembre
[qui]

Il 28 settembre trascrivo la risposta dell’ospedale che si impegna alla correzione del dépliant
[qui]

Il 4 ottobre due amiche scrivono al sindaco e ottengono risposta
[qui]

Da parte mia visito regolarmente la bacheca nell’atrio dell’ospedale, accanto all’ufficio informazioni,  per vedere se l’impegno preso dalla Direzione il 28 settembre 2013 viene rispettato o disatteso.
Ieri, 4 gennaio 2014, trovo il dépliant corretto dove la dizione relativa alle denunce di nascita è così modificata:

Denuncia  di nascita
COSA SERVE: documento di identità valido di entrambi i genitori
Il nuovo dépliant è datato dicembre 2013.    guida rapida2.pdf

Un piccolo passo avanti ma non è l’ultima puntata di questa squallida storia: da cinque anni mi impegno per la modifica della norma modificata dall’ineffabile allora ministro Maroni, uno dei coraggiosi lottatori che hanno identificato in alcuni  neonati  il n emico da combattere e vincere ‘ad maiorem Bossi gloriam’.
Naturalmente, se vengono –come vengono – lasciati fare, prevarranno come prevalgono.
Diceva Nelson Mandela:  “Disumanizzare l’altro significa inevitabilmente disumanizzare se stessi”.

5 Gennaio 2014Permalink

5 gennaio 2014 – Per una storia del cristianesimo europeo meno cattocentrica

 

Kaj Munk (1898-1944), martire della resistenza danese

da: http://www.voceevangelica.ch/miscellanea/miscellanea.cfm?item=1097

(Paolo Tognina) La sera del 4 gennaio 1944 membri del “gruppo Skorzeny“, il commando autore della spettacolare liberazione di Mussolini sul Gran Sasso d’Italia, inviati da Berlino, su ordine di Himmler, rapiscono il pastore luterano danese Kaj Munk. Il mattino dopo, sulla strada di Hörbylunde Bakke, nei pressi di Silkeborg, viene ritrovato il suo corpo, crivellato di colpi. L’8 gennaio 1944 una grande folla assiste ai funerali del pastore, drammaturgo e giornalista, che viene sepolto nel piccolo cimitero di Vedersoe, sulla costa occidentale dello Jütland.

“Si dice che il cristianesimo non debba occuparsi di questioni politiche e che la chiesa debba occuparsi soltanto della salvezza delle anime“, aveva detto Munk, nel novembre del 1941, in una predica. “È una gran bella religione, che piace all’imperatore e alla quale sua maestà concederà certamente la propria protezione. Una simile religione non gli darà mai fastidio. Ma è una religione che merita il nome di bestemmia. La verità non è tranquilla e piena di dignità e ossequiosa; al contrario, la verità morde e urta e colpisce. La verità non fa per i timorosi e per i prudenti; questi non hanno bisogno della verità, bensì di un divano. Che insulsa richiesta è mai quella che pretende dalla chiesa un atteggiamento prudente? I martiri erano forse prudenti?. Il popolo danese deve smettere di avere paura se non vuole correre il pericolo di morire per eccesso di prudenza“.

Kaj Munk è nato nel 1898 a Maribo, sull’isola di Lolland. I suoi genitori morirono quando era ancora ragazzino e fu perciò adottato da una coppia di parenti. Crebbe in un ambiente contadino, impregnato dagli insegnamenti del pietismo danese di Grundtvig.
Da adolescente cominciò a scrivere ballate, poesie e drammi. E negli anni trascorsi a Copenhagen come studente in teologia accarezzò l’idea di abbandonare l’università per dedicarsi completamente alla letteratura. Ma i genitori adottivi, che avevano fatto non pochi sacrifici per mantenerlo agli studi, glielo impedirono.

Dal 1924 fino alla morte, Munk visse e lavorò come pastore a Vedersoe, sulla costa atlantica dello Jütland. Sposato, padre di cinque figli, curatore d’anime e predicatore, appassionato cacciatore, non smise mai di scrivere. Nel 1928 il suo dramma “En Idealist“ fu messo in scena al Teatro Reale di Copenhagen, con scarso successo. La sua popolarità quale autore drammatico fu decretata dal dramma “Cant”, messo in scena quattro anni dopo. La sua fama si consolidò con i drammi “La Parola“ (da cui il regista Theodor Dreyer ricavò, nel 1955, il celebre film “Ordet“) ed “Egli siede al crogiuolo“. Il primo si basa su una vicenda realmente accaduta a Vedersoe: la morte di una giovane donna, deceduta, insieme al figlio, durante il parto. Il secondo, scritto nel gennaio 1938, è un atto di accusa nei confronti della persecuzione degli ebrei in Germania.

Nel corso degli anni ’30 Kaj Munk si dedica a una intensa attività giornalistica pubblicando, sui maggiori quotidiani danesi, articoli e commenti non solo su temi ecclesiastici, ma anche culturali e politici. Le sue posizioni sono spesso criticate. Giudicando il parlamentarismo poco adatto allo sviluppo di un popolo, Munk asprime più volte ammirazione per il fascismo italiano e per il suo duce e vede nella ripresa economica tedesca sotto Hitler la conferma del carattere positivo della dittatura nazionalsocialista. Munk ritiene che il carisma del dittatore possa imprimere nuovo slancio al popolo tedesco.
Le sue posizioni nei confronti dell’Italia cambiano quando Roma decide di invadere l’Abissinia (il dramma “La vittoria“, del gennaio 1936, è una dura critica a quell’avventura bellica del fascismo). E la brutalità del regime nazista nei confronti degli ebrei lo porta a distanziarsi dall’hitlerismo. Il 17 novembre 1938 pubblica, nel quotidiano Jyllands Posten, una lettera aperta al duce del fascismo nella quale chiede a Mussolini di convincere Hitler ad abbandonare la politica di persecuzione degli ebrei. Il vero destinatario della lettera è tuttavia il pubblico danese che cinque anni dopo, mettendo in salvo la quasi totalità degli ebrei residenti nel regno, traghettandoli sull’Öresund verso la libera Svezia, dimostrerà di condividere appieno il suo appello.

Dopo l’invasione tedesca della Danimarca, nell’aprile 1940, Kaj Munk diventa il simbolo della resistenza nazionale. Il suo dramma storico “Niels Ebbesen“, l’epopea di una sorta di Guglielmo Tell danese che si batte per l’indipendenza dello Jütland contro il tedesco conte Gert di Hollstein, e la raccolta di prediche “Presso i fiumi di Babilonia“ (evidente richiamo alla situazione di cattività del popolo danese, paragonata a quella di Israele dopo l’invasione babilonese) circolano clandestinamente in decine di migliaia di copie contrabbandate anche nella Norvegia occupata.
Nel 1943 Munk entra a far parte del partito d’opposizione “Dansk Samling“ e protesta contro la decisione del ministero danese per gli affari ecclesiastici di vietare ai pastori di parlare pubblicamente della resistenza della chiesa norvegese. La censura controlla la sua produzione letteraria e le librerie non possono più esporre le sue opere.
“Amare il tuo nemico non significa accettare le sue opinioni e dargli ragione. Al contrario, significa essere disposti a sputargli in faccia piuttosto che lasciargli credere, mentendogli, che tu accetti i suoi metodi. La bontà di Dio è dolce e paziente, ma non scende mai a compromessi con il male“. Kaj Munk pagò con la vita la propria fedeltà a questo insegnamento di Cristo. (fonti: “Der Märtyrer Kaj Munk, Pastor, Poet und Feind der Nazis”, Publik Forum, nr. 13, 12 luglio 1996; Paul Gerhard Schoenborn, “Vor 60 Jahren – Zur Erinnerung an die Ermordung Kaj Munks” e Paul Gerhard Schoenborn, “Der Däne Kaj Munk – Pastor, Poet, Gegner Hitlers, Märtyrer”, entrambi in www.kajmunk.dk)

NOTA: Mi fa piacere che comincino a girare notizie sulla storia d’Europa anche relative alle chiese protestanti spesso ignorate in Italia.

4 Gennaio 2014Permalink

29 dicembre 2013 – NEMMENO A NATALE di Giancarla Codrignani

Una interessante riflessione di Giancarla Codrignani

Davvero alle donne non è consentito di fruire dei comuni diritti nemmeno per Natale. si sono dovute inquietare (e addolorare) mentre preparavano i regali per i bimbi e pensavano a come rimediare il bilancio di fine anno. Il governo Rajoy, a cui supponiamo che dell’aborto non importi assolutamente nulla, per consolidare ulteriormente il consenso della destra cattolica in Spagna, ha approvato proprio in questi giorni una legge che limita l’aborto al pericolo di morte per la donna e ai casi di stupro (ovviamente non da parte del marito). Papa Francesco, che tempo fa ha espresso la carità del cristiano nel rifiutarsi di giudicare il dolore di una donna che ha abortito, non ha espresso nessun giudizio sulla decisione spagnola, ma, da uomo di chiesa che crede nel diritto “naturale”, non potrà certo sostenere l’aborto come diritto.

Comunque, non inquieta solo la Spagna. Nel Parlamento europeo è stato bocciato per una manciata di voti il riconoscimento in tutti i paesi dell’Unione del diritto di aborto. C’è da temere che qualcosa contro le donne si possa mettere in moto da parte del mondo cattolico reazionario che non ama Papa Francesco e che ha portato in Europa la richiesta di riconoscimento dello “status di persona” per l’embrione. Il Movimento per la vita ha raccolto quasi due milioni di firme e il 2 febbraio celebrerà la giornata dedicata alla “vita nascente”, che sarebbe appunto quell’embrione chiamato “uno di noi” che così frequentemente scivola giù in bagno senza che neppure la donna, che pensa a un ritardo del ciclo, se ne accorga.

Per chi fosse cattolica, basterebbe pensare al riguardo che Dio usò, secondo la tradizione, nei confronti di Maria, a cui inviò un messaggero per chiederle se consentiva al progetto e alla successiva reazione del patriarcato – antico e moderno – di giudicare impuro il sangue mestruale  e di tenere la donna fuori dal tempio per quaranta giorni dopo il parto. Sempre difficile accettare che la donna abbia “propri” diritti di libertà…

Penso tuttavia che noi donne dovremmo discuterne. Abortire è un diritto? Se nessuno va volentieri dal chirurgo, ormai la società è convinta che sia diminuito il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza, mentre è vero solamente che sono finiti i ferri da calza e il prezzemolo. Si sospetta che sia grande e silenzioso il ricorso al privato (chi porterebbe una bambina di quindici anni in consultorio?), dal momento che 500/1.000 euro costituiscono una cifra non impossibile. Inoltre, anche se non ancora da noi, in tutto il mondo aumenta la vendita dei farmaci on-line anche per le pillole abortive: semplice “libertà”, autodeterminazione?. Infatti è già violenza restare incinte senza averlo voluto, violenza quanto meno dell’ignoranza (non si fa educazione di genere nelle scuole). Ma è anche violenza sociale, se la persona, maschio o femmina, ignora il senso della propria sessualità, se la coppia non parla di sé e del suo futuro, se la pratica contraccettiva resta limitata, ma soprattutto se l’uomo non attende il consenso e non rispetta il volere della partner. Ancor oggi il maggior numero di ricorso alla 194 è delle coniugate. In Italia sappiamo che la contraccezione è limitata e anche la pillola del giorno dopo, che non è abortiva, è contestata da medici e farmacisti. Soprattutto, la legge italiana prevede l’obiezione di coscienza per i medici (assolutamente no per i farmacisti che vi si appellano); che è uno strano principio, inventato contro le donne. Infatti chi obiettava al servizio militare obbligatorio – la sola obiezione prevista dal codice – obiettava contro un principio costituzionale. Secondo una corretta giurisprudenza, le leggi si riformano, non si obiettano. Ne deriverebbe che chi fa il medico, vigente la 194, non dovrebbe essere obbligato a lavorare nel servizio pubblico; non è andata così e così resta. Tuttavia le ideologie continuano la loro violenza: è del 21 novembre 2013 in Usa la decisione della Corte della Pennsylvania di disapplicare le multe erogate alle organizzazioni cattoliche che – per convincimenti religiosi – non intendono applicare la legge federale del sistema sanitario che chiede ai datori di lavoro la copertura assicurativa comprensiva di contraccezione e aborto.

Sarebbe dunque il caso di riprendere a ragionare per chiederci se riteniamo di avere “diritto” di abortire perché la gravidanza è un incidente o un destino, o se intendiamo provvedere per non “dovere” continuare ad abortire dal momento che qualunque rapporto sessuale si deve fondare sul consenso e sul rispetto. Il dato di realtà della pillola abortiva è l’ultima chance per ragionare del problema, prima di seppellirlo nei casi di sanità o di moralità privata.

Nel mondo esistono anche le mutilazioni genitali femminili: la ministra Bonino ha da poco chiuso una conferenza a Roma esercitando sull’argomento la responsabilità dell’Italia. In genere non ne parliamo molto. Nemmeno gli uomini, a cui dovrebbe apparire una loro follia. Eppure è un altro problema di violenza sul corpo femminile. Nel 2014 dovremmo pensare anche a donne che stanno peggio di noi in ragione della comune dignità.

E una citazione-regalo sempre di Giancarla

DICEVA EMILY DICKINSON

La speranza è quella cosa piumata
che si viene a posare sull’anima.
Canta melodie senza parole
e non smette mai.

29 Dicembre 2013Permalink

15 dicembre 2013 – Una piovra dai lunghi tentacoli?

 

Vicino alla mia abitazione, in piazzale Osoppo, c’è una tenda dove da giorni stanno i cd ‘forconi’, espressioni di una protesta disperata di cui è impossibile non capire le ragioni.
Ma da domenica (forse c’erano anche prima e io non li avevo visti) ai pali della luce sono appesi fantocci, immagini di impiccati con cartelli che ne indicano l’identità: stato, equitalia, banche, precario, flessibile, morto ecc. ecc.
E’ un luogo in cui fermano autobus anche scolastici.
E’ tollerabile in una città esibire le immagini di incitamento al linciaggio?
Ho telefonato in questura e scritto un messaggio al sindaco. Ieri sera i fantocci erano ancora lì.
Mi si dice che è meglio non eccitare persone che praticano quel tipo di protesta.
Così ho ripescato miei appunti di qualche anno fa da cui, per brevità ho tagliato qualche considerazione.
Aggiungo solo che ieri ho sentito una persona con responsabilità nel campo dell’associazionismo di cultura cattolica dichiarare la ‘scientificità’ delle norme emanate dal nazismo. Bontà sua ha aggiunto ‘senza valori’.
Sconvolta e allibita ho sperimentato il silenzio dei presenti (mi sono guardata in giro: per fortuna tutti vecchi e vecchie). Non ho resistito al bisogno (dovere?) di dire.
A quell’incontro ero stata invitata.  Forse sono stata villana. Ma che fare?

martedì, 27 gennaio 2009 – Bambini: molti i possibili abusi

 Girando per Udine il sabato mattina
In un luogo molto affollato della mia città (piazzale Osoppo – Udine), vicino ad un negozio che, per essere centro di distribuzione di filmati é molto praticato da giovani, sabato scorso mi é capitato di vedere tre copie di un manifesto, privo di qualsiasi firma e recapito.
Provo a descriverlo, rifiutandomi di pubblicarne l’immagine (che ho ripreso) e di farla in qualsiasi modo girare perché la considero oscena.
Nella parte superiore del manifesto c’é una fotografia a formato rettangolare, rappresentante bambini, dichiarati israeliani, che mettevano la propria firma su bombe destinate a colpire Gaza (da tempo l’immagine circola su internet).
Poco sotto ci sono due fotografie che evidentemente raffigurano situazioni riprese a Gaza: in una si vede un uomo che regge un cadaverino e, accanto, c’é il corpo di un bimbo massacrato, abbandonato a terra.
Fra le due foto una scritta che recita “Il regalo dai bambini israeliani ai bambini palestinesi”. Al termine ancora una scritta “Fermate Erode” e infine il simbolo del mirino di un fucile (un cerchio contenente due segmenti a forma di croce).
Ho avvisato i vigili urbani e poi segnalato il fatto in questura. A tarda sera i tre manifesti erano stati raschiati.
Se a questo si pensa come soluzione sufficiente, dissento.
Ne avevo scritto a due assessori del comune di Udine, sperando in un loro intervento di cui non ho trovato traccia, pur avendone cercato notizie direttamente fra i comunicati stampa del comune.

Le immagini e le informazioni
Non é un caso che sui muri delle città ci siano le più svariate forma di propaganda: chi é attento alla comunicazione sa che quell’esposizione è oggetto efficace di lettura e attenzione e, proprio per questo, accanto ai tre manifesti di cui ho detto, si potevano leggere inviti a spettacoli, concerti ecc. ecc. e altre notizie chiaramente orientate ad un pubblico giovane.
Quale il messaggio delle immagini che è inevitabile contestualizzare nella tragedia di Gaza?
Lasciamo perdere l’orrore dell’invito finale (a cosa può essere associato il simbolo di un mirino?) restano i bambini raffigurati come mittenti della distruzione dei piccoli palestinesi.
Credo possa affermare che l’immagine dei firmatari non ha nulla di spontaneo; non si entra in un deposito di bombe, pronte ad essere caricate sugli aerei, durante un’allegra passeggiata campestre. Qualcuno ha aperto ai bambini le porte di quel deposito.
Già ai bambini, per aderire ad un loro desiderio di associarsi ad un bombardamento o erano stati umiliati a comparse per facilitare la trasmissione di un messaggio subliminale?
Chi avesse voluto o usato quel messaggio non fa differenza.
Quello che é certo che sia l’Italia che lo stato di Israele sono firmatari della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo (orribile traduzione di children che, in questo caso, indica convenzionalmente i minori)

Le Nazioni Unite e i minorenni
La Convenzione di New York (in Italia ratificata con legge 176/1991) riconosce certamente la libertà di espressione anche ai bambini, ma
”Gli Stati parti adottano ogni misura legislativa, amministrativa, sociale ed educativa per tutelare il fanciullo contro ogni forma di violenza, di oltraggio o di brutalità fisiche o mentali…” (art. 19) e convengono che “l’educazione del fanciullo … deve avere come finalità: b) sviluppare nel fanciullo il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dei principi consacrati nella Carta delle Nazioni Unite;
d) preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi e delle persone di origine autoctona”. (art. 29).
[ometto i miei commenti di allora]

Il comune di Udine e la pace.
Io mi aspettavo, di fronte a quel manifesto che non possono dire di non conoscere, una reazione pubblica dei responsabili nella struttura politica del comune.
In questo caso si sarebbe potuta manifestare con un’attenzione rispettosa alle vittime di un conflitto di cui le non ragioni che lo animano sembrano oscurare ogni speranza di conclusione, ai bambini definiti israeliani e infangati in un’immagine impropria, ai bambini e ai giovani (io non so più che pensare della coscienza corazzata di molti adulti e vecchi che spesso la sofferenza trascorsa sembra aver trasformato in durezza e in indifferenza) che quel manifesto hanno visto e che nessuno ha –pubblicamente- aiutato a leggere, a chi quel manifesto ha pensato ed è stato indotto a costruirlo forse dalla ignoranza della storia del razzismo in Italia che ha il suo momento fondante dall’antisemitismo.
E’ qui il caso di ricordare che l’antisemitismo é stato reso trasferibile alle coscienze di molti dall’antigiudaismo, ben diffuso dalla chiesa cattolica e non solo da quella fra le chiese cristiane (é una cultura che spiega certe recenti decisioni papali? Penso che ci ritornerò)?
Solo chi conosce quella storia può capire la dimensione devastante della riscoperta dell’argomento da parte di gruppi neonazisti, nello stile oggi antisemiti domani anti….un qualche altro e via via devastando nella catena delle diversità.
Che effetto possono aver avuto per gli ebrei romani i blocchi alle serrature che hanno impedito di sollevare le loro saracinesche? Qualcuno saprebbe spiegargli una impossibile diversità dagli effetti mortali delle leggi razziali del 1938?

Il comune di Udine ha creato un Tavolo della pace, formato da varie associazioni con cui ha stipulato un protocollo che in pratica è una delega per politiche di pace (quali sono evidentemente possibili ad un comune) a una serie di pur rispettabili privati.
Nel riconoscere le attività che le associazioni svolgono il protocollo afferma
“C’è bisogno di progetti concreti a favore delle persone e delle comunità disagiate, ma anche di lavorare sulla ricerca”, collocandosi così fra accademia e beneficenza, a meno che non prenda in considerazione anche il disagio della privazione di conoscenza e le modalità per superarlo. Ma questo può avvenire là dove le persone vivono, non in pur prestigiose sedi associative che si rivolgono, giustamente, ai propri iscritti e simpatizzanti.

Pochi giorni dopo (gennaio 2009):. Bambini: molti i possibili abusi

Tornando a quanto ho scritto il 27 gennaio sono casualmente venuta a sapere che il sindaco di Udine, in una conferenza stampa nella giornata delle memoria, ha riferito che l’assessore alla cultura si é imbattuto, alla fermata di un autobus, nella scritta ‘Juden Raus’ e che una signora aveva fatto una segnalazione su altro caso di antisemitismo. Ero io che avevo passato l’informazione ma, correttamente, il sindaco che non mi aveva interpellato, non ha fatto il mio nome.
La scritta Juden Raus, nella stessa zona della città in cui avevo visto il manifesto descritto nel diario del 27, conferma la fondatezza della mia paura di un razzismo dilagante che il risveglio dell’antisemitismo rafforza. Non a caso é la radice storica della violenza anche normativa, esercitata anche in Italia.       [ometto i miei commenti di allora]

17 Dicembre 2013Permalink

7 dicembre 2013 – Commissione per la Verità e la Riconciliazione

Frugando fra i miei vecchi appunti

 La Commissione per la Verità e la Riconciliazione (TRC, Truth and Reconciliation Commission) voluta da Mandela e diretta dal vescovo anglicano  Desmond Tutu rappresenta il passaggio fondamentale nella creazione del nuovo Sudafrica. Venne divisa in 3 sottocommissioni, il Comitato per la violazione dei diritti umani, il Comitato dell’amnistia e il Comitato per il risarcimento e la riabilitazione a cui si aggiungeva una sezione investigativa. La Commissione era composta da 17 membri di cui 5 donne, 3 uomini di chiesa, 2 avvocati e 3 giuristi. 2 erano “meticci”, 2 indiani, 2 afrikaner, 4 inglesi, 7 neri di cui 1 zulu. 

L’11 febbraio del 1990 Nelson Mandela fu liberato dopo 27 anni di dura prigionia, nella carceri della Repubblica del Sud Africa nata dal disfacimento del dominion del Commenwealth, e governata per molti anni attraverso gli strumenti più feroci della repressione razzista.
Dal carcere Mandela contribuì a dare consapevolezza di dignità politica a un popolo devastato dall’apartheid e frantumato nei bantustan.
Ma questa società che nasceva doveva far i conti con il proprio passato.
Secondo il Nelson Mandela la giustizia penale nella storia del secondo dopoguerra si era dimostrata essenzialmente una “giustizia dei vincitori” con la sua inevitabile selettività e opportunismo politico, lasciando le vittime in una posizione di profonda frustrazione e trasformando i pochi colpevoli puniti in capri espiatori della sofferenza collettiva. Inoltre la scelta giudiziaria rendeva protagonisti prevalentemente i criminali e i giudici, relegando ancora una volta al margine proprio chi più ha bisogno di raccontare e di essere ascoltato: la vittima
Fu così creata la Commissione per la verità e la Riconciliazione (CVT o  TRC, Truth and Reconciliation Commission) diretta dal vescovo anglicano Desmond Tutu.
Compito della Commissione era quello di portare alla luce i crimini commessi facendo in modo che i responsabili si presentassero al fine di confessare di fronte alle vittime riconoscendo i loro delitti. Ciò permetteva una presa di coscienza collettiva dei fatti e un lavoro di rielaborazione e di analisi collettiva lasciando spazio al dolore e alla rielaborazione e in alcuni casi anche al pentimento.
Successivamente la TRC avrebbe deciso se concedere o meno l’amnistia. Le udienze raccolsero tutte le testimonianze e le prove di cui c’era bisogno, avvolgendo la società in una tensione morale e politica di forte intensità capace di far emergere il dramma vissuto. L’amnistia non era però automatica, infatti non sempre fu concessa.
Aver scelto di lavorare sulla verità piuttosto che sulla giustizia come elemento centrale dell’analisi del passato ha voluto dire imporre un lavoro di ripensamento collettivo che ha visto entrambe le parti in lotta ammettere abusi e violenze (senza mai mettere sullo stesso piano i gli oppressori e gli oppressi) stimolando la riconciliazione e la ricostruzione su basi il più autentiche possibili la collettività ferita.

Nel 2002 (a lavori conclusi: la commissione operò dal 1995 al 1998)
Desmond Tutu dichiarò tra l’altro:

La Commissione per la Verità e la Riconciliazione fu istituita per superare uno stallo politico, a partire dalla constatazione che, se non si fosse approntato un meccanismo per gestire le ingiustizie del passato, quelle stesse ingiustizie avrebbero continuato ad affliggere il nuovo governo e a minacciare le fragili strutture della giovane democrazia. Non c’era nessuna richiesta nell’Atto costitutivo che le persone perdonassero o fossero perdonate. Le occasioni in cui i persecutori hanno chiesto il perdono alle proprie vittime sono state il frutto di un’esigenza umana individuale. La Commissione per la Verità e la Riconciliazione è stata un forum sensibile nel quale sia le vittime che i carnefici hanno avuto la possibilità di confrontarsi come esseri umani. Alcuni hanno avuto il merito di riconoscere la nostra comune vulnerabilità come creature umane, e in quel contesto di dare e ricevere perdono.
I passi da compiere per il perdono e per la ricomposizione di un rapporto spezzato sono chiari. In primo piano stanno il riconoscimento di un comportamento sbagliato, l’ammissione e le scuse a coloro che sono stati colpiti da questo comportamento sbagliato. Le scuse potranno essere accettate, si potrà essere perdonati, ma la genuinità del pentimento deve essere dimostrata dalla forma della riparazione. Se io ho rubato la tua penna e me ne scuso e tu mi dici che mi perdoni per la mia mancanza, le mie scuse non avranno valore finché non ti rendo la penna o non attuo qualche altra forma di riparazione.
La Commissione per la Verità e la Riconciliazione non ha operato per punire gli errori del passato perché questo sarebbe stato un obiettivo impossibile. Ha operato per creare un clima che incoraggiasse la riconciliazione e in questo senso credo che sia stata ampiamente efficace. La Commissione ha dato voce e riconoscimento a chi era ferito ed è stato ferito per anni. Per esempio, una delle vittime, che ha perso la vista dopo essere stato ferito dalla polizia, ha ringraziato la giuria dei commissari per avergli concesso l’opportunità di raccontare la sua storia e ha concluso: “Oggi mi avete restituito i miei occhi”.
Dopo la Commissione, nessun sudafricano potrà dire “Io non lo sapevo”. Una grande quantità di nuove informazioni è venuta alla luce. Abbiamo conosciuto la verità su molti incidenti di cui prima non si sapeva nulla. Persone che erano “scomparse” sono state dissepolte dalle fosse comuni e i loro cari hanno potuto celebrare i funerali e seppellire di nuovo i loro morti dignitosamente. Sono convinto che l’operato della Commissione abbia fortemente contenuto il pericolo del ripetersi della spirale di violenza.

http://www.centraldocinema.it/Recensioni/Mar04/country_of_my_skull.htm

L’arcivescovo presiede la prima udienza

Il primo giorno,
dopo poche ore di testimonianze,
l’arcivescovo ha pianto.
Ha appoggiato il capo grigio
sul lungo tavolo
di carte e protocolli
e ha pianto.

Cameramen nazionali
e internazionali
hanno ripreso il suo pianto,
le lenti appannate,
le spalle singhiozzanti,
la richiesta di aggiornamento.

Non importa quello che pensavate
-prima o dopo- dell’arcivescovo,
dell’accordo, della commissione,
o quello che gli antropologi accorsi
da crimini e dolori meno studiati,
hanno detto del suo discorso,
ne quante tesi di dottorato,
libri, e istallazioni ne siano derivate
e neppure se pensate che questa poesia
semplifichi, celebri
romanticizzi, mistifichi.

C’era il lungo tavolo, abiti porpora inamidati
e dopo poche ore di testimonianze
l’arcivescovo, presidente della commissione,
ha appoggiato il capo sul tavolo e ha pianto.

È così che è cominciato.

http://www.centraldocinema.it/Recensioni/Mar04/country_of_my_skull.htm

La pace siamo noi a cura di Laura Barbieri
Il Nuovo Rinascimento n.317 1 dicembre 2004

. Mi riferisco all’opera della Commissione per la verità e la riconciliazione sudafricana, che ha cercato di sanare le ferite di una nazione nella quale oppressori e oppressi dovevano imparare a convivere pacificamente dopo decenni di violenza inaudita. Il principio-cardine del lavoro della Commissione, evidentemente largamente condiviso dalla popolazione, è quello dell’/ubuntu/. Desmond Tutu, che ha presieduto quella Commissione, cerca di spiegarlo con queste parole: «/Ubuntu/ è molto difficile da rendere in lingua occidentale. È una parola che riguarda l’intima essenza dell’uomo. … È come dire: “La mia umanità è inestricabilmente collegata, esiste di pari passo con la tua”. Facciamo parte dello stesso fascio di vita» (Desmond Tutu, /Non c’è futuro senza perdono/, Milano, Feltrinelli, 2001, pag. 32). Allora intervenire in maniera non rispettosa, violenta, nei confronti dell’altro significa provocare una lacerazione in questo tessuto che è la vita, e dunque provocare una ferita, un trauma che colpisce noi e l’altro con la stessa intensità. /Ubuntu/, in termini buddisti, significa che la compassione nasce da /engi/, cioè dalla consapevolezza di essere forme diverse di una stessa vita comune. Sono come le due facce di una medaglia: più mi stanno a cuore le vicende degli altri, più percepisco il legame che unisce ogni esistenza in un’unica vita; e viceversa, più mi sento parte di tutto ciò che vive, più sono coinvolto dalla vita altrui. Il continuo approfondimento di questo processo conduce a comportamenti sempre più rispettosi dell’altro e genera azioni di pace. Per questo i costruttori di pace come Ikeda e Tutu dichiarano in ogni occasione che la realizzazione della pace dipende dall’impegno in questa direzione da parte di ognuno di noi. Entrambi nutrono una fiducia ferma e profonda nelle potenzialità costruttive di ogni essere umano. Tanto che Ikeda indirizza la sua proposta di pace alle persone comuni, alla ricerca di un terreno concreto d’azione, nella convinzione che reagendo al sentimento di estraneità e di impotenza e attivando invece la partecipazione si possa invertire la rotta attuale verso il conflitto, la disarmonia e l’ostilità fra esseri umani. Per dirlo con parole sue: «Qualunque tentativo di affrontare i problemi globali senza prendere pienamente in considerazione la nostra realtà immediata non costituirà mai una soluzione definitiva. In quest’ottica, credo fortemente nel valore delle azioni intraprese da ognuno di noi per fare il primo passo dal punto in cui ci troviamo proprio ora» (/Buddismo e Società/, n. 103, pag. 18).
http://www.sgi-italia.org/riviste/nr/InternaTesto.php?A=824&R=0

7 Dicembre 2013Permalink

6 dicembre 2013 – Ieri è morto Nelson Mandela

10 maggio 1994 – insediamento di Mandela come presidente del Sud Africa

“Dall’esperienza di uno straordinario disastro umano durato troppo a lungo, deve nascere una società di cui tutta l’umanità sarà fiera.”

1918 Born in the Eastern Cape
1943 Joined African National Congress
1956 Charged with high treason, but charges dropped after a four-year trial
1962 Arrested, convicted of incitement and leaving country without a passport, sentenced to five years in prison
1964 Charged with sabotage, sentenced to life
1990 Freed from prison
1993 Wins Nobel Peace Prize
1994 Elected first black president
1999 Steps down as leader
2001 Diagnosed with prostate cancer
2004 Retires from public life
2005 Announces his son has died of an HIV/Aids-related illness

Il discorso di insediamento
http://video.corriere.it/nelson-mandela-discorso-insediamento-1994/260b032a-5dfa-11e3-860b-0a0a3904cefc

qualche passo in traduzione  http://www.linkiesta.it/nelson-mandela

BBC
http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-22892784

http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-20735685

http://www.repubblica.it/esteri/2013/07/04/news/la_straordinaria_avventura_
di_mandela_il_guerrigliero_che_si_fece_icona_di_pace-55515413/?ref=HRER1-1

http://video.repubblica.it/dossier/addio-nelson-mandela/amnesty-mandela-una-leggenda-dei-diritti-umani/149140/147649?ref=HREA-1

http://www.repubblica.it/esteri/2013/12/06/news/morto_nelson_mandela_il_mondo_
piange_l_uomo_della_libert_il_dolore_di_obama-72814602/?ref=HREA-1

da La Stampa – Quirico

http://www.lastampa.it/2013/12/05/esteri/mandela-il-prigioniero-che-ha-insegnato-il-perdono-hsMWs9khaF5az4xyceQKDK/pagina.html?ult=1

da La Stampa – Nadine Gordimer

http://www.lastampa.it/2013/07/14/esteri/nadine-gordimer-il-sudafrica-ha-tradito-il-sogno-di-mandela-r0vSZnRQUHOfMYjgumDwIL/pagina.html

da Linkiesta

http://www.linkiesta.it/mandela-curiosita

6 Dicembre 2013Permalink

28 novembre 20013 – Un decaduto fra decadenti?

Leggo vari blog e trovoPieter_Bruegel_d-_A-_025-094f9 espressioni di gioia per la dichiarata decadenza del Berlusconi. Non capisco.
La forza dell’anziano satrapo erano i berlusconiani che sono lì squittenti e impuniti.
Certamente è doveroso che un condannato se ne vada dal senato ma non è un garanzia per il domani.
Riporto un articolo di Barbara Spinelli che  condivido pienamente e che potete leggere anche da qui  (La Repubblica   27/11)

Quel che resta del Ventennio

LA TENTAZIONE sarà grande, dopo il voto sulla decadenza di Berlusconi al Senato, di chiudere il ventennio mettendolo tra parentesi. È una tentazione che conosciamo bene: immaginando d’aver cancellato l’anomalia, si torna alla normalità come se mai l’anomalia – non fu che momentanea digressione – ci avesse abitati.

Nel 1944, non fu un italiano ma un giornalista americano, Herbert Matthews, a dire sulla rivista Mercurio di Alba de Céspedes: «Non l’avete ucciso!» Tutt’altro che morto, il fascismo avrebbe continuato a vivere dentro gli italiani. Non certo nelle forme di ieri ma in tanti modi di pensare, di agire. L’infezione, «nostro mal du siècle », sarebbe durata a lungo: a c i a s c u n o t o c c a v a «combatterlo per tutta la vita», dentro di sé. Lo stesso vale per la cosiddetta caduta di Berlusconi. È un sollievo sapere che non sarà più decisivo, in Parlamento e nel governo, ma il berlusconismo è sempre lì, e non sarà semplice disabituarsi a una droga che ha cattivato non solo politici e partiti, ma la società. Sylos Labini lo aveva detto, nell’ottobre 2004: «Non c’è un potere politico corrotto e una società civile sana». Fosse stata sana, la società avrebbe resistito subito all’ascesa del capopopolo, che fu invece irresistibile: «Siamo tutti immersi nella corruzione», avvertì Sylos. La servitù volontariaa dominatori stranieri e predatori ce l’abbiamo nel sangue dal Medioevo, anche se riscattata da Risorgimento e Resistenza. La stessa fine della guerra, l’8 settembre’43, fu disastrosamente ambigua: «Tutti a casa», disse Badoglio, ma senza rompere con Hitler, permettendogli di occupare mezza Italia. Tutte le nostre transizioni sono fangose doppiezze. Dico cosiddetta caduta perché il berlusconismo continua, dopo la decadenza. Il che vuol dire: continua pure la battaglia di chi aspira a ricostruire, non solo stabilizzare la democrazia. Il ventennio dovrà essere finalmente giudicato: per come è nato, come ha potuto attecchire. Al pari di Mussolini non cadde dal cielo, non creò ma aggravò la crisi italiana. Nel ’94 irruppe per corazzare la cultura di illegalità e corruzione della Dc, di Craxi, della P2, e debellare non già la Prima repubblica ma la rigenerazione (una sorta di Risorgimento, anche se trascurò la dipendenza del Pci dall’oro di Mosca) avviata a Milano da Mani Pulite, e poco prima a Palermo da Falcone e Borsellino.

Il berlusconismo resta innanzitutto come dispositivo del presente. Anche decaduto, assegnato ai servizi sociali, il leader di Forza Italia disporrà di due armi insalubri e temibili: un apparato mediatico immutato, e gli enormi (Sylos li definiva mostruosi) mezzi finanziari.

Tanto più mostruosi in tempi di magra. Assente in Senato, parlerà con video trasmessi a reti unificate.

E in campagna elettorale avrà a fianco la destra di Alfano: nessuno da quelle parti ha i suoi mezzi, la sua maestria. Monti contava su 1516 punti, prima del voto a febbraio.

Alfano solo su 8-9 punti. La scissione potrebbe favorire Berlusconi, e farlo vincere contro ogni nuova gioiosa macchina di guerra.

Ma ancora più fondamentale è l’eredità culturale e politica del ventennio: i suoi modi di pensare, d’agire, il mal du siècle che perdura. Senza uno spietato esame di coscienza non cesseranno d’intossicare l’Italia.

Il conflitto d’interessi in primis, e l’ibrido politica-affarismo: ambedue persistono, come modus vivendi della politica. La decadenza non li delegittima affatto. La famosa legge del ’57 dichiara ineleggibili i titolari di importanti concessioni pubbliche (la Tv per esempio): marchiata di obsolescenza, cade nell’oblio. Sylos Labini sostenne che fu l’opposizione a inventare il trucco per aggirarla. Non fu smentito. L’onta non è lavata né pianta.

Altro lascito: la politica non distinta ma separata dalla morale, anzi contrapposta. È un’abitudine mentale ormai, un credo epidemico. Già Leopardi dice che gli italiani sono cinici proprio perché più astuti, smagati, meno romantici dei nordici. Non sono cambiati. Ci si aggrappa a Machiavelli, che disgiunse politica e morale. Ci si serve di lui, per dire che il fine giustifica i mezzi. Ma è un abuso che autorizza i peggiori nostri vizi: i mezzi divengono il fine (il potere per il potere) e lo storcono. Il falso machiavellismo vive a destra, a sinistra, al Quirinale. La questione morale, poco pragmatica, soffre spregio.

Berlinguer la pose nel ’77: nel Pd vien chiamata una sua devianza fuorviante.

Anche il mito della società civile è retaggio del ventennio: il popolo è meglio dei leader, i suoi responsi sovrastano legalmente i tribunali.

Democraticamente sovrano, esso incarna la volontà generale, che non erra. Salvatore Settis critica l’ambiguità di questa formulapasse-partout: è un’«etichetta legittimante, che designa portatori di interessi il cui peso è proporzionale alla potenza economica, e non alla cura del bene comune; tipicamente, imprenditori e banchieri che per difendere interessi propri e altrui si degnano di scendere in politica», ritenendo inabili politici e partiti. Non solo: la società civile «viene spesso intesa non solo come diversa dallo Stato, ma come sua avversaria; quasi che lo Stato (identificato con i governi pro tempore) debba essere per sua natura il nemico del bene comune». ( Azione popolare, Einaudi 2012, pp. 207, 212). Così deturpata, la formula ha fatto proseliti: grazie all’uso oligarchico della società civile (o dei tecnici), la politica è vieppiù screditata, la cultura dell’amoralitào illegalità vieppiù accreditata. Il caso Cancellieri è emblematico: la mala educazione diventa attributo di un’élite invogliata per istinto a maneggiare la politica come forza, contro le regole. A creare artificiosi stati di eccezione permanente, coincidenze perfette fra necessità, assenza di alternative, stabilità.

Simile destino tocca alla laicità, non più tenuta a bada ma aborrita nel ventennio. Il pontificato di Francesco non aiuta, perché la Chiesa gode di un pregiudizio favorevole mai tanto diffuso, perfino su temi estranei alla promessa «conversione del papato». Difficilmente si faranno battaglie laiche, in un’Italia politica che mena vanto della dipendenza dal Vaticano. La nuova destra di Alfano è dominata da Comunione e Liberazione. Dai tempi di Prodi, i democratici evitano di smarcarsi sulla laicità. Tutti i leader del momento (Letta, Alfano, Renzi) vengono dalla Dc o dal Partito popolare. Diretto com’è da Napolitano, il Pd non ha modo di liberarsi del ventennio (a che pro le primarie quando è stato il Colle a dettare la linea sul caso Cancellieri?).

Permane la vergogna d’esser stati anticapitalisti, antiamericani, anticlericali (l’ultima accusaè falsa da sessantasei anni: fu Togliatti ad accettare l’innesto nella Costituzione dei Patti Lateranensi di Mussolini).

Infine l’Europa. Nel discorso ai giovani di Forza Italia, Berlusconi ha cominciato la sua campagna antieuropea, deciso a svuotare Cinque Stelle. La ricostruzione della sua caduta nel 2011 è un concentrato di scaltrezza: sotto accusa l’Unione, la Germania, la Francia. Ancora una volta, con maestria demagogica, ha puntato il dito sul principale difetto italiano: la Serva Italia smascherata da Dante.

No, Berlusconi non l’abbiamo cancellato. Perché la società è guasta: «Siamo tutti immersi nella corruzione». Da un ventennio amorale, immorale, illegale, usciremo solo se guardando nello specchio vedremo noi stessi dietro il mostro.

Altrimenti dovremo dire, parafrasando Remarque: niente di nuovo sul fronte italiano. La guerra civile ed emergenziale narrata da Berlusconi ha bloccato la nostra crescita civile oltre che economica, e perpetuato la «putrefazione morale» svelata da Piero Calamandrei.

Un’intera generazione è stata immolata a finte stabilità. La decadenza di Berlusconi, se verrà, è un primo atto. Sarà vana, se non decadrà anche l’atroce giudizio di Calamandrei.

BARBARA SPINELLI

28 Novembre 2013Permalink