29 aprile 2015 – Forse un passo avanti nella consapevolezza

Il 27 aprile ho presentato nella sede della Casa delle donne di Udine una relazione sul problema dei ‘bambini invisibili’, i figli dei sans papier per cui la legge italiana vuole che l’acquisizione del certificato di nascita conosca gravissimi ostacoli.
Per la prima volta, da che ho iniziato ad impegnarmi in proposito sei anni fa, sono riuscita a proporre un intervento organico a un pubblico diverso da quello già  incontrato in qualche sede ‘specialistica’ e così attento e reattivo da costringermi a una felice modificazione del testo della relazione che pubblicherò quanto prima integrata da alcuni commenti raccolti.
Ho poi voluto rivisitare ancora il passato e ho trovato questo vecchio, ma sempre attuale documento che propongo immediatamente segnalando che alcune affermazioni sono state superate da interventi vari (anche della Corte Costituzionale).

12 luglio 2009 – Immigrati. La nuova legge sulla sicurezza è ingiusta, dannosa e pericolosa

Inserito da Redazione SI on 12 luglio 2009 – logo gris

di Salvatore Geraci

Il reato di ingresso e soggiorno irregolare crea una condizione di ambiguità estremamente pericolosa anche in sanità: nella nuova legge non è prevista alcuna abrogazione del “divieto di segnalazione” ma, a fronte di un reato perseguibile d’ufficio come è quello introdotto, l’operatore (medico, infermiere, amministrativo,…) in qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio, è tenuto alla denuncia dello straniero della cui condizione di irregolarità venga a conoscenza nell’esercizio della propria funzione.

“Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate.” [1]

don Lorenzo Milani (1965)

Il 2 luglio 2009 il Senato Italiano ha approvato, dopo tre voti di fiducia, con 157 sì (Pdl e Lega), 3 astenuti e 124 no (Pd, Idv, Udc), il disegno di legge 773-B, il cosiddetto “pacchetto sicurezza”. [2] Si avvia così alla conclusione (si aspetta ancora la firma del Presidente della Repubblica), l’ultimo dei provvedimenti in materia di sicurezza pubblica varati dal Governo nella seduta straordinaria del Consiglio dei Ministri tenutosi a Napoli il 21 maggio 2008. Dopo il decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92, convertito con legge 24 luglio 2008, n. 125, recante “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”, dopo le ordinanze presidenziali sui campi nomadi, dopo i due correttivi ai decreti legislativi in materia di ricongiungimento familiare (d.lgs. 3 ottobre 2008, n. 160) e rifugiati (d.lgs. 3 ottobre 2008, n. 159), dopo il decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11, convertito con legge 23 aprile 2009, n. 3, recante “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori” (peraltro emendato della disposizione sul prolungamento del trattenimento nei CIE in sede di conversione, poi di nuovo reintrodotta nel decreto sicurezza), il Parlamento ha licenziato il pacchetto più complesso – ed anche il più controverso – recante “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” con numerose modifiche alla disciplina dell’immigrazione e della condizione dello straniero, nonché alcuni “correttivi” alla legge sulla cittadinanza ed alle disposizioni sulla protezione internazionale.

Una prima considerazione nel metodo: senza una nuova legge sull’immigrazione (l’ultima approvata, ed ancora in vigore, è la cosiddetta legge Bossi-Fini del 2002), si modificano sostanzialmente le politiche sull’immigrazione nel nostro paese, considerando anche le iniziative per il respingimento in mare, essenzialmente a “colpi decreti e di fiducia” e ciò, per la delicatezza del tema, ci sembra francamente inquietante.

Nel merito, l’ultimo provvedimento prevede una serie di atti, a nostro avviso inutili per aumentare sicurezza e dannosi per il convivere sociale, e che schematicamente riassumiamo:

  1. Introduzione del reato di ingresso e/o soggiorno illegale.
  2. Obbligo di dimostrazione della regolarità del soggiorno ai fini dell’accesso ai servizi (con esclusione di sanità e scuola dell’obbligo) e ai fini del perfezionamento degli atti di stato civile (matrimonio, registrazione della nascita – bambini invisibili, riconoscimento del figlio naturale – figli invisibili, registrazione della morte).
  3. Obbligo di dimostrazione della regolarità del soggiorno per la celebrazione del matrimonio in Italia.
  4. Obbligo di certificazione (da parte del Comune) dell’idoneità abitativa dell’alloggio ai fini del ricongiungimento.
  5. Introduzione del permesso a punti (“accordo di integrazione”).
  6. Condizionamento del rilascio del permesso CE per soggiornanti di lungo periodo al superamento di una prova di conoscenza della lingua italiana.
  7. Introduzione di un contributo (da determinare) tra 80 e 200 euro per ogni rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno.
  8. Condizionamento della conversione del permesso dei minori non accompagnati, al compimento della maggiore età, alla maturazione di un soggiorno pregresso triennale.
  9. Estensione da sei mesi a due anni del periodo di residenza in Italia richiesto ai fini dell’acquisto della cittadinanza per matrimonio.
  10. Abolizione del regime di silenzio-assenso ai fini del rilascio di nulla-osta per il ricongiungimento.
  11. Legalizzazione delle ronde.

Tutte queste norme avranno come unico effetto, come egregiamente spiegato da Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale e docente universitario, “… di fare terra bruciata attorno agli stranieri irregolari, impedendo loro od ostacolando l’accesso a prestazioni e servizi pubblici. Così però si rischia di attentare a diritti fondamentali della persona, e in ogni caso l’unico effetto pratico probabile di queste misure sarà far scomparire ancor più le persone nella clandestinità invece di farle emergere. … Si inseguono e si alimentano paure quotidiane di cittadini indotti a considerare l’immigrazione come una sorta di flagello da cui difendersi solo con misure di ordine pubblico, invece che avere il coraggio di affermare come necessarie, e di cominciare a praticare, politiche di lungo periodo che mirino alle radici del problema …”.[3]

Come operatori sanitari siamo stati coinvolti in prima persona, tra ottobre 2008 ed aprile 2009, per la proposta emendativa al “pacchetto sicurezza” di 5 senatori leghisti che volevano abrogare il divieto di segnalazione nei confronti di immigrati privi di permesso di soggiorno che si rivolgono alle strutture sanitarie (comma 5, art. 35 del D.ivo 286 del 1998). Da quel giorno un impegno costante per contrastare una simile iniziativa ha aggregato nel tempo gruppi, associazioni, sindacati, ordini professionali … parlamentari di tutti gli schieramenti. Quell’articolo specifico, dopo una prima approvazione in Senato il 5 febbraio 2009, a seguito anche di una forte mobilitazione di piazza, anzi di piazze (era il 17 marzo 2009 e si è manifestato contemporaneamente in quasi 50 città italiane – “noi non segnaliamo day”, nell’ambito della campagna nazionale, promossa anche da OISG, “Divieto di segnalazione”), è stato stralciato dal disegno di legge il 27 aprile 2009. Vedi post Il diritto alla salute non ha bisogno di documenti a cura di Di Thiene del 26 gennaio 2009; e il post Noi non segnaliamo: la posizione ufficiale dei medici di Di Thiene e Marceca del 24 febbraio 2009.

Tra gli operatori socio-sanitari un successo forse, ma amaro: non si è riusciti ad opporsi con eguale efficacia alla proposta di fare della presenza irregolare nel nostro paese un reato, punibile amministrativamente ma pur sempre un reato. E così il “pacchetto sicurezza” regala una società più “cattiva”, inutilmente cattiva perchè non se la prende con i delinquenti, ma crea un reato per colpire chi è in cerca di un futuro, di una vita dignitosa, di una speranza. L’irregolarità giuridica è spesso l’anticamera forzata per futuri e possibili percorsi regolari (le nostre leggi rendono quasi impossibile un ingresso regolare, di fatto per chiamata nominativa: ma chi affiderebbe i propri figli o i genitori a persone non conosciute?) o è la caduta accidentale, il ritornare indietro rispetto alla regolarità, per strozzature delle norme o delle amministrazioni (overstayers). La stragrande maggioranza delle centinaia di migliaia di pazienti visitati nelle strutture per gli immigrati irregolari in questi anni, oggi vivono regolarmente nel nostro paese, sono inseriti nella vita produttiva, sociale e culturale accanto ed insieme a noi.

Ma il reato di ingresso e soggiorno irregolare, anche in sanità, crea una condizione di ambiguità estremamente pericolosa: come detto nella nuova legge non è prevista alcuna abrogazione del “divieto di segnalazione” ma, a fronte di un reato perseguibile d’ufficio come è quello introdotto, l’operatore (medico, infermiere, amministrativo,…) in qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio, è tenuto alla denuncia dello straniero della cui condizione di irregolarità venga a conoscenza nell’esercizio della propria funzione (artt. 361 e 362 codice penale). Due norme contrastanti – divieto di segnalazione e obbligo di denuncia – che creano confusione, ambiguità e discrezionalità. In questo senso è da leggere la presa di posizione della FNOMCeO che ha ipotizzato una eventuale “disobbedienza civile” da parte dei medici ed ha esplicitato una azione di sostegno per i medici denunciati perché ‘non denuncianti’.

Noi siamo convinti che la permanenza del divieto di segnalazione della norma del 1998 sia sufficiente per tutelare gli immigrati (e gli operatori) nel settore sanitario (a conforto di ciò ci sono i pareri di illustri costituzionalisti), ma in attesa di una consolidata giurisprudenza in materia il rischio di discrezionalità e, soprattutto, il diffuso timore da parte degli immigrati, ridurrà significativamente l’accesso ai servizi con rischio di danno per la salute sia individuale che collettiva.

Comunque, a sostegno del “divieto di segnalazione” nelle strutture sanitarie, anche in presenza del “reato di clandestinità”, è da ricordare che:

  1. a) il diritto ai trattamenti sanitari è tutelato come diritto fondamentale nel suo “nucleo irrinunciabile del diritto alla salute, protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana, il quale impone di impedire la costituzione di situazioni prive di tutela, che possano appunto pregiudicare l’attuazione di quel diritto” (sentenze n. 432 del 2005, n. 233 del 2003, n. 252 del 2001, n. 509 del 2000, n. 309 del 1999, n. 267 del 1998);
  2. b) l’articolo 6, comma 2, del testo unico sull’immigrazione – come modificato dall’articolo 1, comma 22, lettera g), del disegno di legge sulla sicurezza – prevede una espressa esenzione dall’obbligo dello straniero presente di esibire il permesso di soggiorno per l’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 del testo unico sull’immigrazione;
  3. c) nell’ambito dell’accesso e fruizione dei servizi sanitari, la perdurante disposizione di cui all’art. 35 comma 5 del Testo Unico opera, secondo il principio di specialità, quale norma di esenzione dell’obbligo di denuncia dello straniero irregolare da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio.

Partendo da queste sollecitazioni ci auguriamo (in attesa di un radicale ripensamento delle politiche) che a livello statale (già su vari punti del pacchetto sicurezza si prevedono aggiustamenti o chiarimenti politico-amministrativi) o a livello locale (note, circolari o leggi regionali), si possa chiaramente fornire una chiave di lettura univoca ed inclusiva. Inclusivo come è stato fino ad oggi il nostro sistema sanitario nei confronti degli immigrati a qualsiasi condizione giuridica appartenessero, e che ha fatto dell’Italia, in questo specifico ambito, esempio e riferimento in Europa. [4]

Bibliografia

  1. L’obbedienza non è più una virtù. Documenti del processo di Don Milani, Firenze: Libreria Editrice Fiorentina, 1965.
  2. Disegno di legge 773-B – pacchetto sicurezza [PDF: 408 Kb]
  3. Valerio Onida. Le vie del mare e le vie della legge. Il Sole24Ore 19.05.2009
  4. Cure agli irregolari, Italia da imitare Intervista a Heiko Waller. Metropoli di La repubblica 28.06.2009

E più tardi
successivamente al lontano testo di Salvatore Geraci, la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni presentò la richiesta di esenzione dalla presentazione del permesso di soggiorno per registrare la nascita dei propri figli

RACCOMANDAZIONI FINALI DEL XIII CONGRESSO SIMM (Agrigento, 14–‐17 maggio 2014)
 – approvare una legge che garantisca il diritto alla registrazione anagrafica per tutti i figli indipendentemente dalla situazione giuridico–‐amministrativa dei genitori, senza la necessità di esibire documenti inerenti al soggiorno, in modo da evitare che ci siano “nati invisibili” con conseguenze aberranti di ordine sociale e sanitario;

 Inoltre ho trascritto in questo blog, non appena ne ho avuto il testo il 13 novembre 2014, l’intervento del Gruppo Immigrazione e Salute del Friuli Venezia Giulia. Penso sia stato determinante per la formulazione della raccomandazione che ho trascritto sopra. Si puo leggere anche da qui

http://diariealtro.it/?p=3437

29 Aprile 2015Permalink

14 aprile 2015 – Cronache dalla Gran Bretagna

Max Mauro

In più occasioni ho citato lo scrittore e giornalista Max Mauro che racconta e si racconta in un blog che ha chiamato «My home is where I am happy parafrasando la canzone di Charles Manson che ha ispirato il titolo del mio libro La mia casa è dove sono felice. “Cronache sincere da un cortile di passaggio” è il motto che l’accompagna»

Nel blog (raggiungibile anche da qui) Max si presenta:

«Max Mauro è nato a Frauenfeld (Svizzera) nel 1967, figlio di emigranti friulani. Scrittore, giornalista, ricercatore dell’umano paese ed ex cantante punk, si interessa di migrazioni, culture di confine, culture giovanili, sport critico, viaggi (preferibilmente in bicicletta). Ha lavorato come giornalista in Venezuela e raccolto storie di migranti in Sud Africa e Germania. Nel 2013 ha completato un dottorato di ricerca presso il Centre for Transcultural Research and Media Practice di Dublino, Irlanda, con uno studio etnografico sullo sport e i giovani di origine immigrata. Da ottobre 2013 lavora come Associate Lecturer presso la School of Communications and Writing, Southampton Solent University. A febbraio 2014 ha ricevuto una borsa di ricerca della FIFA per condurre uno studio su giovani calciatori di origine immigrata e senso di appartenenza in Italia»

Aggiungo, perché in più occasioni l’ho citata in questo blog, la postfazione al libro di Marina Frigerio Martina, Bambini proibiti. Voglio far riferimento anche al mio post del 21 dicembre 2014, “Frottole tosco-francescane per discriminare le bambine di Betlemme”, dove cito un intervento di Max.   Ieri comunque il nostro ha pubblicato (e ricopio)

Compiti a casa

Una mia studentessa mi propone come argomento per una tesina i compiti a casa nella prima infanzia. Ora, la prima infanzia è, generalmente, quella fase dell’infanzia che va dai 2 ai 6 anni. La mia studentessa è una educatrice, brava e diligente negli studi, quindi prendo con fiduciosa cautela quello che mi dice. Per di più che nella precedente tesina aveva condotto un censimento della letteratura sul contributo dei familiari nei compiti a casa e qualcosa ha dimostrato di saperne. In questo paese l’obbligo scolastico comincia a cinque anni ma l’irregimentazione infantile è prassi da ben prima. Tutto un prontuario di regolette, premi, adesivi (sticker!) per esaltare il più ubbidiente mirano a trasformare il bambino in un oggettino disciplinato e, portare pazienza, in un adulto dormiente. Però i compiti a casa. Sarà possibile? Mi è forse sfuggito qualcosa? Chiedo alla studentessa se è possibile che a bambini di 4/5 anni vengano affibbiati dei compiti per casa. Aggiungo anche, in confidenza, che mi parrebbe una cosa eccessiva e che i bambini a quell’età dovrebbero solo pensare a giocare giocare giocare. Per i compiti c’è sempre tempo. La sua candida risposta mi spiazza e, al contempo, mi conferma l’inamovibile struttura di classe della società britannica. Mi dice che lei è assolutamente d’accordo con me ma lavora in una scuola situata in una zona molto ricca (a very affluent area) dove i genitori hanno aspettative estremamente alte (extremely high) e per questo fanno continue richieste ai docenti di sostenere l’apprendimento dei loro piccoli anche quando non sono a scuola. Insomma, dategli dei compiti per casa che vogliamo che imparino ‘tutto’ prima possibile. Bravi. Viva la società competitiva. Nel frattempo le affollate scuole pubbliche faticano a seguire i bambini affidatigli e molti stranieri si rivolgono alle scuole cattoliche, private ma meno costose, per un’auspicata ma irrealizzabile ‘via di mezzo’. Meno male che esiste l’home schooling

14 Aprile 2015Permalink

8 aprile 2015 – Un mare tanto grande quanto le loro paure

Un luccichio di speranza: registrare i figli dei clandestini

Rimane di un verde color
Bottiglia, barca in fuga
Da un mare di mille foglie
Che si agitano.

Difficile distinguere
Un puntino diverso, dissonante
Un luccichio improvviso dovuto
Ai tremori di non farcela.

Dentro un barcone che sta
sospeso dentro un mare mai
Tanto grande quanto le loro
Paure la voglia è di guardate
Oltre, di arrivare col pensiero,
e mettere in salvo i figli, la moglie

Da questa parte del mare, sulla terraferma
neanche i figli dei clandestini
si vogliono certificare
come se non fossero mai nati
come se non avessero, i genitori
osato l’indicibile:

rischiare il bene più prezioso
per dar loro un futuro.

(lino di gianni)  7/4/2015

Il 7 marzo avevo pubblicato, sempre di Lino Di Gianni, “Il mondo te ne chiede conto”

8 Aprile 2015Permalink

8 marzo 2015 – Maternità ineguali per legge

 

Chissà se si può dire! ma visto che la legge italiana impone maternità ineguali, proviamoci.

2009 pacchetto sicurezza (della paura).
Il punto di partenza è sempre lo stesso: la richiesta del permesso di soggiorno da esibire per registrare la nascita dei figli.

Il timore, quindi, di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori. Pur non esistendo dati certi sull’entità del fenomeno, le ultime stime evidenziano la presenza di 544 mila migranti privi di permesso di soggiorno. Questo può far supporre che vi sia un numero significativo di gestanti in situazione irregolare”.

Ce lo dice – nel suo rapporto del 2011 e nei successivi – il gruppo Convention on the Rights of the Child (CRC) un insieme di 87 soggetti del Terzo Settore, coordinati da Save the Children Italia, che hanno dato vita ad un sistema di monitoraggio permanente, indipendente e condiviso sull’attuazione della CRC in Italia.

Anche l’ONU si preoccupa

Il settimo rapporto  CRC (2013-2014) comunica  anche la reazione del Comitato ONU alla situazione italiana.
Il Comitato, evidentemente preoccupato per le restrizioni legali e pratiche al diritto dei minorenni di origine straniera di essere registrati alla nascita, raccomanda “una  riforma legislativa che garantisca il diritto alla registrazione per tutti i minorenni nati in Italia, indipendentemente dalla situazione amministrativa dei genitori”. L’accoglienza di tale indicazione sarebbe anche garanzia di uguaglianza e tutela per le partorienti oggi discriminate nonostante le leggi che assicurano la tutela della maternità.

8 marzo – giornata universale della donna ma non troppo

Riesce difficile da accettare, ma è così. C’è chi partorisce di nascosto, fuori dalle strutture sanitarie, senza che vi sia una significativa pronuncia di preoccupazione espressa anche dalle associazioni finalizzate a promuovere i diritti delle donne.
Di recente, in un suo convegno nazionale, il Gruppo di Lavoro del Bambino Immigrato (Società Italiana di Pediatria – Sezione Regionale FVG, convegno patrocinato anche dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni) ha voluto esporre un poster che descrive la situazione del bambino che nasce ‘inesistente’ a causa della situazione burocratica dei suoi genitori.
OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Due parrocchie di Udine, venute in possesso di quel poster, lo hanno esposto nelle bacheche all’ingresso delle loro chiese. Curiosamente questo è accaduto l’8 marzo. Che sia un buon segno? Che serva di stimolo per l’approvazione della proposta di legge che rimedierebbe alla ferita di civiltà che subiamo da quasi OLYMPUS DIGITAL CAMERAsei anni?

 

8 Marzo 2015Permalink

7 marzo 2015 – Il mondo te ne chiede conto

Con fatica, ma ormai è diventato un modo di iniziare la giornata, leggo facebook e oggi ho trovato una riflessione-poesia di Lino Di Gianni che ricordo sempre con gratitudine perché nel lontano 2003, quando ero in Palestina e eravamo a contatto (non ricordo come fosse successo), mi costruì a distanza il primo sito su cui diffondere le informazioni che proponevo. Un nuovo grazie per il suo pedigree.

Pedigree

Un bebè che nasce
È il mondo che ti
Chiede conto…

È una bocca urlante
Che guarda e parla
A modo suo

È mamma latte
Pappa e cacca

Un bebè fortunato
Galleggia tra profumi
musiche e attenzioni

Un bebè senza permessi di soggiorno
affonda nel nero
dell’ Universo

(lino di gianni)

Un altro grazie

Insieme al contributo di Lino ricordo anche quello di Anna Luce penny 1Lenzi che, mentre lo scorso anno raccoglievo le firme per una povera petizione (finita senza esito), volle darmi un contributo per il lancio di quella iniziativa.

Le immagini di Anna Luce (predisposte da una sua sorella pittrice) diedero una significativa spinta alle adesioni per la petizione che comunque fu chiusa dopo un anno perché senza esito.

7 Marzo 2015Permalink

23 febbraio 2015 – Il Presidente risponde

Il 15 febbraio avevo scritto al presidente Mattarella la lettera che trascrivo.
Oggi ho ricevuto la risposta che allego

Lettera al Presidente.

Egregio Presidente,

Chi le scrive è una anziana cittadina italiana che si rivolge a Lei per porre alla Sua attenzione un fatto di cui non si parla mai e che le è causa di grave turbamento. Dal 2009 ai figli degli immigrati privi di permesso di soggiorno che nascono in Italia è negato per legge il certificato di nascita con tutto quello che questo comporta. L’obliqua misura discriminatoria è prevista dal comma 2 dell’art. 6 D.lgs 25 luglio 1998, n. 286 come modificato dalla lettera g, comma 22, art. 1 della  legge 94/2009, il cd ‘pacchetto sicurezza’. Eppure la registrazione alla nascita, diritto del bambino come persona, riguarda il modo in cui la società ne riconosce l’identità e l’esistenza. La registrazione alla nascita è fondamentale per garantire che i bambini non vengano dimenticati, che non vedano negati i loro diritti e che i loro genitori siano riconosciuti tali e possano esercitare sui loro piccoli la protezione di cui quelle creature necessitano. Per evitare penalizzazioni internazionali il governo italiano nel 2009, appena approvata la legge 94, fece immediato ricorso a una circolare che, affermando il contrario della legge, dovrebbe farsi garanzia della regolare concessione del certificato di nascita. Ma il diritto di un minore deve essere assicurato a norma di legge e non affidato alla labilità di una circolare. Oggi la paura dei migranti di esporsi a un espulsione dimostrandosi privi del permesso di soggiorno (quale che sia la causa di tale mancanza) ha determinato la situazione di cui fanno cenno i rapporti del gruppo CRC (Convention on the Rights of the Child): «… Il timore […] di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità […], nonché […] contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori». Di recente un gruppo di senatori ha presentato una proposta di legge (n. 1562) che se approvata (senza che ciò comporti conseguenze di spesa) rimedierebbe alla specifica situazione. Già nel 2013 un gruppo di deputati aveva presentato una proposta di legge (n. 740) – cui la proposta senatoriale è perfettamente conforme – ed entrambe sono assegnate alle rispettive commissioni Affari Costituzionali. Nulla viene fatto però perché siano dibattute e approvate. Di tanto si era occupato anche l’on Leoluca Orlando quando era deputato. Presentò una proposta di legge che decadde con la fine della legislatura, il cui testo venne poi ripreso nella pdl 740 (ancora all’attenzione della Camera dei deputati).. In precedenza lo stesso Orlando aveva presentato una interrogazione cui rispose l’allora sottosegretario Davico affermando che la legge 94, pur riguardando anche i nuovi nati,  era «volta a consentire la verifica della regolarità del soggiorno dello straniero che intende sposarsi e ad arginare il noto fenomeno dei matrimoni “fittizi” o di “comodo”». Per quell’ironia con cui a volte la realtà ci mette di fronte alle nostre contraddizioni, a seguito della precisa istanza di una coppia cui era stata negata la possibilità di contrarre matrimonio, essendo lo sposo privo di permesso di soggiorno, la Corte Costituzionale (con sentenza n. 245/2011) sanò la situazione non solo nel caso specifico ma in termini generali, rimodificando il codice civile già modificato due anni prima a seguito della approvazione della legge 94. Nulla di efficace si è fatto invece per i neonati.
Personalmente non Le chiedo nulla ma desidero che Lei sappia che lo stato di cui è Presidente condanna (a causa della situazione burocratica dei genitori) alcuni bambini a non avere la possibilità di una vita di relazione giuridicamente riconosciuta e ad essere apolidi. Finora ho fatto quello che ritengo un dovere di cittadinanza cercando di sollecitare interventi istituzionali e diffondendo informazione nel mondo associativo, ma senza risultato alcuno. La ringrazio per l’attenzione  e Le auguro buon lavoro. Con rispetto e stima

Augusta De Piero
Presidente_Scan0005

Il Presidente risponde

 

 

 

 

 

 

23 Febbraio 2015Permalink

22 febbraio 2015 – Un altro ‘no’ a possibilità di educazione alla pace.

E’ una storia triste, un altro indice dell’indifferenza cara a quell’attività che viene chiamata politica, una storia di rifiuto di ciò che non rende vantaggi in immagine. Poteva essere una storia di educazione alla pace e alla conoscenza reciproca ma si è detto no.
In calce i link alle informazioni precedenti che il mensile udinese Ho un sogno aveva seguito passo passo e questo blog riportato.

PULFERO: NULLA DI FATTO PER IL NIDO TRANSFRONTALIERO

Dal 2012 abbiamo seguito con estremo interesse lo svolgersi di una scelta dei sindaci di Pulfero e Caporetto che avevano congiuntamente proposto la “realizzazione, in Comune di Pulfero, di un asilo nido che possa costituire punto di riferimento sia per le famiglie delle Valli del Natisone che dei territori contermini oltreconfine”. Si erano perciò impegnati “ad attuare una collaborazione istituzionale per il raggiungimento dell’obiettivo della indicata proposta progettuale, qualora la stessa venga ammessa a finanziamento”. Il finanziamento non era particolarmente impegnativo dato che si trattava di realizzare piccole modifiche in un edificio ancora in buono stato, una delle numerose strutture finalizzate ad accogliere i bambini nell’età della scuola per l’infanzia ed elementare ma ormai vuote per la mancanza dei piccoli valligiani. Nel 2013 avevamo salutato con gioia la disponibilità di un finanziamento regionale perché pensavamo a quel nido come ad uno strumento per aiutare i bambini a crescere insieme da cittadini europei di fatto, residenti in due comuni che, per essere collocati ormai nell’area Schengen, non conoscono più i controlli confinari. Purtroppo il rigore intervenuto nel processo di razionalizzazione della spesa pubblica ha allungato i tempi utili per la realizzazione del progetto fino a vanificarlo a seguito delle elezioni locali che hanno assicurato altre presenze alla conduzione del comune di Pulfero. Sappiamo bene che le sbarre abbattute resistono nella mente di troppe persone e ci auguriamo che vi sia interesse a riprendere con rispetto intelligente e attenzione senza pregiudizi l’iniziativa che al momento sembra essersi  conclusa senza esito.

gennaio 2013 – Condividere da buoni vicini E’ il titolo dell’articolo pubblicato su Ho un sogno
29 ottobre 2012    https://diariealtro.it/?p=1875
18 settembre 2010   https://diariealtro.it/?p=556

 

 

22 Febbraio 2015Permalink

25 gennaio 2015 – Documento GrIS-SIMM.

logo grisSono 107.917 i cittadini stranieri residenti in regione di cui 56.532 donne, secondo i dati Istat 2014: anche nella nostra regione, le dinamiche della immigrazione sono venute modificandosi in questi ultimi anni: rispetto al periodo antecedente la crisi,  i flussi d’ingresso di nuovi lavoratori  sono diminuiti e la  crescita della popolazione straniera è legata principalmente ai ricongiungimenti familiari e alle nuove nascite: i nuovi nati, che conservano la  cittadinanza straniera dei loro genitori, negli ultimi anni sono oltre 1500 ogni anno. E’ in questo contesto che il costante arrivo di stranieri richiedenti protezione internazionale è stato descritto come “emergenza profughi”  soprattutto in alcuni momenti che apparivano di maggior criticità sociale, anche se in realtà la nostra regione fin dai tempi delle guerre balcaniche non è nuova a questi fenomeni.

E’ ben noto che nella nostra regione sono due le vie di ingresso da parte dei richiedenti una protezione internazionale:

  1. Richiedenti asilo arrivati in Italia attraverso il Mediterraneo (operazione Mare Nostrum, poi Triton) e sbarcati sulle coste siciliane, quindi trasferiti nelle varie regioni italiane tra cui anche il FVG, secondo indicazioni ministeriali;
  2. Richiedenti asilo che fanno ingresso in Italia via terra, provenienti principalmente dall’Afganistan e in minor misura dal Pakistan, dopo viaggi altrettanto lunghi e pericolosi; in questi casi l’ingresso in area Shengen avviene evidentemente in altro paese europeo e spesso la situazione giuridica può essere più complessa.

Il GrIS Fvg non può non evidenziare come le modalità di accoglienza per richiedenti asilo differiscano secondo le porte di ingresso:

  1. I primi vengono giustamente soccorsi già in mare e qui ricevono una prima assistenza sanitaria a cui fa seguito un successivo controllo all’arrivo sulla terra ferma e un altro ancora all’arrivo in regione (area di emergenza dell’ospedale di Palmanova); infine, all’interno dei progetti di accoglienza e con la  collaborazione degli operatori degli enti gestori, nelle provincie di Udine e Trieste, i Dipartimenti di Prevenzione si fanno carico degli accertamenti e dei percorsi sanitari, secondo protocolli condivisi e collaudati  da molti anni che comprendono l’affidamento ai medici di medicina generale.
  2. I secondi entrano in regione  solitamente dall’Austria, singolarmente o a piccoli gruppi; e non possono usufruire di nessun percorso predefinito e così ripetutamente si ricade nella logica dell’emergenza.  Dalle zone di confine (dove magari, se individuati,  ricevono un foglio di via) raggiungono comunque in breve tempo le città  capoluogo sede di questura e quindi luogo di potenziale avvio della procedura di riconoscimento, probabilmente richiamati dal passaparola. A Trieste esiste  un percorso  accettabile di primissima accoglienza: non così  a Gorizia, a Udine  e a Pordenone, dove con l’arrivo in città inizia un periodo di durata indeterminata (dalle settimane, al mese o più) di sopravvivenza con mezzi di fortuna, in luoghi assolutamente inidonei ad accogliere chichessia (fabbriche o case abbandonate, improbabili tende o baracche, pensiline o stazioni), privi di servizi igienici, con sovraffollamento e condizioni di vita inaccettabili e che inevitabilmente possono favorire anche l’insorgere e il diffondersi di malattie sociali. Quando i numeri e la conseguente visibilità  fanno scattare l’allarme sociale allora viene attivato un piano di emergenza per trovare collocazione più adeguata a queste persone, che fino a quel momento hanno potuto contare solo sul sostegno spontaneo dei cittadini.

Il GrIS Fvg sottolinea che queste situazioni sono inaccettabili e insostenibili anche dal punto di vista sanitario:  è fondamentale  ridurre al minimo la fase del disagio sociale, quella più a rischio anche per la salute; è indispensabile che le persone possano accedere da subito, senza pregiudiziali,  ad un’accoglienza minima ma dignitosa, che fornisca loro un letto e servizi igienici , in attesa di un’accoglienza più strutturata.

Il GrIS Fvg ribadisce che questa primissima accoglienza  richiede logisticamente di individuare per ogni area territoriale (ad esempio per ogni azienda sanitaria) un luogo spartano ma dignitoso: un tetto, un letto, una doccia, un pasto sono prerequisiti irrinunciabili per la tutela della salute dei “profughi” e la sicurezza di tutta la popolazione. Gli operatori addetti a questa primissima accoglienza valuteranno la eventuale necessità di un intervento infermieristico e/o medico:  è fondamentale che  sia garantito e facilitato  l’accesso ai servizi sanitari, superando anche le barriere burocratiche e amministrative sia attraverso l’assegnazione in prima istanza del codice STP sia accelerando i tempi per il rilascio della documentazione necessaria per  l’iscrizione al Servizio Sanitario Regionale così come previsto dalle normative vigenti.

I problemi  più frequenti (come dimostrano i dati derivanti dall’esperienza locale ma non solo),  strettamente dipendenti dalle condizioni di vita, sono rappresentati da infezioni respiratorie intercorrenti, dolori osteoarticolari, disturbi psicosomatici. Poi c’è la scabbia:  patologia  dovuta proprio alle cattive condizioni igieniche che si evita avendo a disposizione una doccia, vestiti e letto puliti.   Durante questa fase transitoria che non dovrebbe superare un paio di settimane, l’assistenza sanitaria potrebbe essere garantita dalla disponibilità di un supporto infermieristico territoriale e/o  da un medico convenzionato con l’ASS territorialmente competente (un medico di medicina generale o di continuità assistenziale) oppure  da un infermiere o un medico volontario di  una associazione coinvolta nei programmi di accoglienza, che garantiscano la reperibilità diurna/notturna con visite all’interno del centro, in analogia con quanto già avviene, ad esempio, nei centri di accoglienza per minori non accompagnati.
Secondo il GrIS Fvg è opportuna una adeguata attività di informazione e formazione sulle questioni sanitarie ed è necessario definire percorsi chiari e condivisi qualora sia necessario ricorrere alle strutture sanitarie per una valutazione  dello stato di salute in presenza di segni o sintomi di malattie acute o di situazioni di rischio per gli operatori o per l’immigrato stesso: tempi, modi, orari, accessi, operatori di riferimento dei centri di accoglienza e delle strutture sanitarie sia ospedaliere per il pronto soccorso sia territoriali per successive prese in carico ma anche per una valutazione di eventuali misure preventive o  solo di una rapida consulenza telefonica.

Superata questa fase transitoria di primissima accoglienza, il GrIS Fvg condivide le proposte di una accoglienza diffusa secondo il modello dello SPRAR che coinvolga enti e comunità locali e che permetta attività di inclusione sociale, civile e culturale. Con l’ingresso nei programmi di accoglienza  strutturati è possibile realizzare appropriati  percorsi di  accoglienza sanitaria  con una gestione ordinaria e non emergenziale, in un’ottica multidisciplinare, in rete con il territorio, con interventi di prevenzione secondaria e con azioni finalizzate a “prendersi cura” della salute dei migranti, degli operatori e della collettività.
Grazie anche al lavoro del GrIS Fvg, degli enti dello SPRAR della rete “voikrucigo/crocicchio”, delle Caritas diocesane,  e dei Centri di accoglienza, coinvolgendo Dipartimenti di Prevenzione e Distretti Sanitari  e MMG, da molti anni questi percorsi sono concretamente realizzatti nei diversi contesti territoriali, contribuendo prevenire accessi inappropriati ai Pronto Soccorso, a evitare allarmismi, incomprensioni ed eccesso di prestazioni, migliorando serenità e sicurezza delle comunità, capacità relazionali degli operatori, appropriatezza delle scelte cliniche e modalità di accesso ai servizi sanitari, superando  barriere burocratiche e culturali, stereotipi, paure e pregiudizi.

Il GrIS Fvg ha deciso di  indirizzare  alle autorità competenti proposte concrete e  formali  richieste di intervento affinché:.

  • in ogni area territoriale dei cinque enti del servizio sanitario regionale, sia previsto l’allestimento in tempi brevi di  una idonea struttura deputata alla “primissima accoglienza”, dotata di servizi igienici e gestita da operatori in grado di riconoscere i bisogni primari e di lavorare in rete, come prerequisito essenziale per la tutela della salute e della sicurezza
  • sia garantito un costante coinvolgimento degli enti locali per una accoglienza diffusa e inclusiva, condivisa con le comunità ampliando i posti disponibili nel modello SPRAR
  • la  Direzione centrale Salute della Regione  emani  direttive chiare per le modalità di fruizione del diritto alla salute, previsto dalle normative in vigore, dei richiedenti protezione internazionale, onde evitare disomogeneità territoriali e  difficoltà per gli operatori
  • l’Assessorato regionale alla Salute ribadisca l’opportunità di applicare diffusamente e omogeneamente, seppur con modalità operative differenti a seconda delle diverse organizzazioni territoriali, i  protocolli regionali per  percorsi sanitari di screening e di accoglienza sanitaria, a tutela della salute del singolo e della comunità, sperimentati fin dall’avvio del progetto Codroipolis  e ulteriormente   condivisi e consolidati nelle circolari regionali nel 2011 in occasione della cosiddetta emergenza nord-Africa
  • venga riattivato quanto prima presso la Direzione centrale Salute e Protezione sociale un Gruppo di Lavoro Tecnico per la salute dei migranti  a cui partecipino operatori socio-sanitari che in questi anni hanno maturato esperienza sul campo, designati da ciascun ente del Servizio sanitario regionale  e che rilevi e analizzi le diverse problematiche proponendo soluzioni pratiche derivanti anche dalle buone pratiche già in atto, ascoltando anche associazioni ed enti competenti sulla tutela e la promozione della salute dei migranti.
  • in attesa  di conoscere i tempi dell’iter della nuova legge regionale sull’immigrazione, presso l’Assessorato regionale competente  venga comunque attivato subito, senza indugi un tavolo permanente sulla Protezione internazionale e umanitaria   costituito dai rappresentanti degli Enti Locali, delle Prefetture, delle Questure,  delle Aziende Sanitarie, degli enti gestori del Sistema SPRAR e delle associazioni aventi pluriennale e comprovata esperienza nella gestione dei servizi di tutela, accoglienza e mediazione culturale  dei richiedenti asilo e  dei rifugiati.

Il Consiglio Direttivo del Gruppo Immigrazione Salute della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni  –  Friuli Venezia Giulia

Zugliano di Pozzuolo del Friuli, 22 gennaio 2015

 

25 Gennaio 2015Permalink

19 gennaio 2015 – Da Joseph Heller al pacchetto sicurezza, immortalità del paradosso del comma 22

Mostrami il documento che non  hai e, se non ci riesci, tuo figlio non esiste,

Mentre vedo sconsolatamente che si allontana la possibilità di far modificare la norma che – inserita nel ‘pacchetto sicurezza’ – impone la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione delle nascite, sento la necessità di tornate alle fonti.
2009-2015 – sono sei anni che mi misuro con la norma che ha imposto agli immigrati che non hanno il permesso di soggiorno di presentarlo per poter registrare la nascita dei figli (ovviamente quando avvenga in Italia).
Da qualche anno ho anche la certezza che mi è stata assicurata dal gruppo Convention on the Rights of the Child (si veda la descrizione più recente del gruppo nel mio blog in data 7 dicembre 2014 ) che ci sono donne che partoriscono di nascosto e bambini conseguentemente nascosti per ‘sicurezza’ (movimenti di donne, organizzazioni finalizzate alla tutela dell’infanzia, se ci siete battete un colpettino). Non voglio elencare le decine e decine di citazioni che ne ho proposto, mi limito a suggerire (a chi le voglia leggere) la citazione che ne ho fatto alla Garante Regionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

E torno alle prime fonti

Poco dopo l’approvazione del pacchetto sicurezza i portatori della cultura razzista si sentirono rassicurati e alzarono la testa. Alcuni episodi furono segnalati anche dalla stampa nazionale e ne identificai due in particolare, riportandoli nel mio blog.

san martinoNel primo (22 novembre 2009), il comune di Coccaglio (BS) apriva una campagna  all’insegna del ‘bianco Natale’, trasformato in Natale per bianchi, invitando la popolazione a farsi parte attiva nella cacciata dei clandestini.

L’altro – San Martino dall’argine (Mn) – rafforzava l’idea con un manifesto che ho conservato -e ricopio -ad almeno mia futura memoria (nascere ogni mattina è faticoso, meglio una solida continuità.

 

 

Fra beneficenza e legalità

Nella mia fissazione che le realtà debba essere osservata – e conoscendo i limiti della mia sfera d’osservazione ( non sono una funzionaria delle Nazioni Unite) – ho cominciato a guardarmi attorno e ho via via constatato e riconstatato che

  • l’aspetto legale delle registrazione di nascita non interessa quasi a nessuno salvo a singole persone che, pur appartenendo ad organizzazioni varie, non riescono a coinvolgerle. Per correttezza segnalo come eccezioni le raccomandazioni della SIMM a conclusione dell’ultimo congresso e le considerazioni che si trovano nel sito della Associazioni Studi Giuridici Immigrazione in data 26 agosto 2014. Aggiungo che l’unico organo di stampa che ha riportato a livello locale le relative informazioni è il mensile Ho un sogno. C’è stato poi un articolo nel sito del CIDI e del MoVi e in precedenza un intervento dei giornalisti Canetta e  Pruneddu (tutto in rete) I materiali si trovano – e sono reperibili – nel blog.
  • molte persone (anche con responsabilità politiche e nell’amministrazione locale) confondono la certificazione anagrafica con la cittadinanza e quindi ritengono che, quando passeremo dallo ius sanguinis allo ius soli (cosa che guardano con serena faciloneria) la questione sarà risolta. La mia sconcertata domanda: “Ma dove scrivere e scriverete la cittadinanza, quale che sia e sarà?”, non ha mai avuto risposta.
  • il richiamo alla legge dà fastidio e a quello viene contrapposta una beneficenza operante, spesso presentata come il ‘fare’ contro la mia chiacchiera. Indubbiamente ci sono iniziative positive e rispettabili (ma mi sforzo di non pensare all’uso che si può fare dei ‘senza diritti’ come hanno dimostrato recenti scandali relativi a cooperative) ma il diritto alla registrazione anagrafica appartiene alle persone non è la coloritura del buonismo di chi si chini pietosamente su coloro che ne sono stati  privati

Il punto di partenza -Un articolo di legge beffato  legge 176/1991 – art. 7

1. Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori ed a essere allevato da essi.

2. Gli Stati parti vigilano affinché questi diritti siano attuati in conformità con la loro legislazione nazionale e con gli obblighi che sono imposti loro dagli strumenti internazionali applicabili in materia, in particolare nei casi in cui se ciò non fosse fatto, il fanciullo verrebbe a trovarsi apolide.

Di recente a Milano c’è stato un convegno sulla famiglia (presente il governatore della regione che nel 2009 aveva voluto l’approvazione del ‘pacchetto sicurezza’). Cerchiamo almeno di essere consapevoli che quella ‘famiglia’ – pur nel sul falsificato modello a una sola tradizionale direzione – è per legge mutilata della presenza di nuovi nati cui l’esserne parte è negato.
E‘ molto significativo il titolo di quel convegno: «Difendere la famiglia per difendere la comunità» dove la difesa dell’istituzione va in parallelo con la negazione (ignorata ma reale) di alcuni figli della medesima famiglia, più soggetta a epurazione che a difesa..
Mi sembra perfettamente in linea con le origini della vicenda, quando il sindaco di un centro lombardo stravolgeva il bianco Natale in natale per bianchi con caccia all’uomo per strada.

Codicillo
Aggiungo il link a un articolo di Repubblica che dà una significativa immagine del clima culturale del convegno lombardo  http://milano.repubblica.it/cronaca/2015/01/19/news/prete_pedofilo_al_convegno_anti_gay_maroni_prende_le_distanze_presenza_inopportuna-105288666/?ref=HREC1-1

19 Gennaio 2015Permalink

6 gennaio 2015 – Un voce alla radio e una lettera

Devo rendere onore a una giornalista di Radio spazio, la radio della diocesi di
Udine che mi ha intervistato e inserito l’intervista anche su facebook.
Ci  tenevo anche perché era la prima volta che un’organizzazione – apertamente collegata alla chiesa cattolica – si occupava del problema del certificato di nascita negato ai figli dei sans papier esclusi con  la pratica del silenzio dalle varie tipologie di famiglie di cui pure il sinodo si è occupato.
Finora (al di là del coinvolgimento di singole persone) si è espresso pubblicamente solo un parroco totalmente inascoltato.
Poiché l’autorevolezza della chiesa è indubbia mi sembrava un passo avanti anche nei confronti di quei cattolici (e finora sono molti) che hanno rifiutato l’espressione di un qualsiasi interesse per questo problema.
Anche nella società civile la componente di chi si occupa dei diritti di chi non può costituire lobby è pure ridicolmente minoritaria.
Perciò ho tentato, per un po’ inutilmente di trasmettere il link che consentiva l’ascolto ad alcuni miei corrispondenti senza utili risultati.
Poi sono riuscita a scaricare l’intervista nell’archivio del mio PC arrivando così a disporre di un indirizzo da inserire nel blog.
Ci sono riuscita.


Forse qualche persona in  più potrà essere informata sapendo che viene dai rispettabili spazi della radio della diocesi.
Servirà? Non so, ma di più non posso fare

Ecumenismo?

Aggiungo che nel suo numero 48, datato 24 dicembre 2014, Riforma, il settimanale delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi, ha pubblicato la mia lettera che trascrivo, non dimenticando che un amico pastore aveva scritto sull’argomento nella sua lettera circolare alla comunità di Como.

Gentile direttore pur non appartenendo ad alcuna chiesa protestante sono una dei molti che destinano l’8 per mille alla chiesa valdese conoscendone i criteri di attenzione solidale ai soggetti deboli. Per questo mi permetto di segnalare un problema normalmente ignorato. Ferma restando l’importanza essenziale degli aspetti materiali e culturali collegati all’attenzione operativa ai migranti e ai minori comunque in situazioni di privazione, da cinque anni (e precisamente dalla approvazione della legge 94/2009, il cd pacchetti sicurezza fortemente voluto dall’allora ministro Maroni operante nel quarto governo Berlusconi) ad alcuni nuovi nati in Italia viene ostacolata la garanzia loro dovuta del certificato di nascita. Si tratta di bambini, figli di migranti ‘irregolari’, condannati a non avere famiglia, protezione genitoriale, esistenza giuridicamente riconosciuta – e conseguente vita di relazione –perché la legge impone ai loro genitori al momento della registrazione della nascita la presentazione del permesso di soggiorno che ovviamente in quanto ‘irregolari’ non possiedono. Sebbene una circolare – precipitosamente emanata a pochi giorni dall’approvazione della legge allo scopo di evitare penalizzazioni internazionali – affermi possibile ciò che la legge nega, la paura induce molti genitori a non registrare i nuovi nati e quindi a privarli del certificato di nascita. Così ne scrive nel suo Quinto rapporto il gruppo Convention on the Rights of the Child che ha il compito di monitorare la Convenzione ONU sui diritti dei minori: “Il timore di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori.  Pur non esistendo dati certi sull’entità del fenomeno, le ultime stime evidenziano la presenza di 544 mila migranti privi di permesso di soggiorno. Questo può far supporre che vi sia un numero significativo di gestanti in situazione irregolare”. Inoltre, nel suo settimo – e più recente– rapporto, lo stesso gruppo ci informa – e ne dà notizia anche l’Associazione studi Giuridici Immigrazione nel proprio sito in data 19 giugno 2014- l’ONU ci chiede esplicitamente di  assicurare con legge la registrazione alla nascita di tutti i bambini nati e cresciuti in Italia. Per eliminare questa ferita di civiltà introdotta nel nostro ordinamento nel 2009 sarebbe sufficiente dar corso all’approvazione delle proposte di legge già presentate e convergenti nell’obiettivo e nelle modalità previste (n. 740 alla Camera e n. 1562 al Senato) che non prevedono onere alcuno di spesa. Purtroppo, ancorché affidate alle rispettive commissioni Affari Costituzionali, non sono calendarizzate. Sperando in una sollecitazione da parte del settimanale da lei diretto che possa essere segno efficace di solidarietà nei confronti di soggetti indifesi, porgo cordiali saluti.

 

6 Gennaio 2015Permalink