2 gennaio 2015 – Garanti, competenti e il rispetto di giovani studenti – 4

Speravo di concludere prima questa miniserie , ma quest’ultima puntata mi ha un po’ tormentato. Comunque le precedenti si trovano nelle tre giornate che collego con link:
15 dicembre  https://diariealtro.it/?p=3501
16 dicembre  https://diariealtro.it/?p=3510
18 dicembre  https://diariealtro.it/?p=3522

L’imperativo categorico (mutilato)

Finalmente sono arrivata a Kant, di cui il  relatore n. 1 nel suo intervento aveva  citato integralmente la seconda formula dell’imperativo categorico «agisci in modo tale da considerare  l’umanità  in te e negli altri, sempre anche come un fine, mai soltanto come mezzo». Non ho nulla da obiettare sull’insieme della relazione anche se non apprezzo le citazioni decontestualizzate che, prese in sé, scatenano di regola non tanto la riflessione quanto l’esplosione dei buoni sentimenti e le fibrillazioni del cosiddetto buon senso che trova belle parole cui aggrapparsi spesso falsificandone il significato. Il mio problema è sorto a relazione conclusa quando ho chiesto ai presenti (relatori e garanti) ragione della loro eventuale soddisfazione per la sottrazione alla legge e la riduzione ad esecuzione di una circolare di un principio fondante la nostra civiltà, la garanzia del certificato di nascita. Per chiarezza premetto, ricordando l’art. 7 della Convention  on the Rights of the Child (in Italia legge 176/1991) ciò che autorevolmente ne dice Geeta Rao Gupta, Vicedirettore dell’UNICEF.  «La registrazione alla nascita è più di un semplice diritto. Riguarda il modo in cui la società riconosce l’identità e l’esistenza di un bambino. La registrazione alla nascita è fondamentale per garantire che i bambini non vengano dimenticati, che non vedano negati i propri diritti o che siano esclusi dai progressi della propria nazione». Il relatore del 10 dicembre, riferendosi alla mia domanda, ha esordito così: «possiamo realizzare questo diritto e questo ideale che ci preme nel momento in cui troviamo una risposta anche a certe paure reali e irrazionali che le persone hanno rispetto alla loro sicurezza»  «Cioè a me interessa portare a casa il risultato». *
Poi, evidentemente per concentrare l’attenzione su un cammino storicamente almeno in parte realizzato, ha segnalato contraddizioni originaria fra i principi della Costituzione degli Stati Uniti e il trattamento di neri e donne. Molto disinvoltamente ha così trasferito il ragionamento dall’esistenza giuridica che il certificato di nascita garantisce a specifici diritti negati a particolari categoria di persone, di cui però non è messa in dubbio l’esistenza, negazioni cui via via la storia ha posto un almeno parziale rimedio promuovendo un cammino verso l’uguaglianza. Ma per iniziare quel cammino negli USA si è dovuta negare la liceità della schiavitù e per farlo si è combattuta una guerra (guerra di secessione 1861-1865).
Il relatore ha fatto però due affermazioni molto gravi e fra loro connesse, a mio parere pericolosamente. Infatti la ricerca del risultato nulla ha a che fare con l’imperativo categorico di Kant alla cui seconda formula ha fatto esplicito riferimento (e questo spero che gli insegnanti presenti lo abbiano chiarito agli studenti al ritorno in classe) e ha subordinato il rispetto di quel diritto alle ‘paure’ di una parte della popolazione.

Kant ci viene ancora in aiuto.

Il nostro, che aveva pubblicato nel 1788 la Critica della ragion Pratica (da cui è stata tratta la formula dell’imperativo categorico citata il 10 dicembre), nel 1793 precisava in un prezioso breve saggio: «Si chiama teoria un complesso di regole anche pratiche, quando queste regole sono pensate come principi generali e si fa, inoltre, astrazione da una quantità di condizioni che pure hanno necessaria influenza sulla loro applicazione. Inversamente non si chiama pratica qualsiasi atto, ma solo quello che attua uno scopo ed è pensato in rapporto a certi principi della condotta rappresentati nella loro generalità» E fra teoria e pratica «deve aggiungersi un atto del giudizio per il quale l’uomo pratico distingue se il caso cade o non sotto la regola». **
Secondo il nostro relatore 1 quindi quell’atto di giudizio per cui dovremmo chiederci se la teoria, quale espressa nella funzione che attribuiamo al certificato di nascita deve realizzarsi per tutti gli esseri umani o solo per una parte di loro (grande o piccola che sia), ha un limite quantitativo: «Allora se io sento che una fetta della popolazione è spaventata dall’immigrato io devo lottare per riconoscere il diritto di riconoscere il diritto dei suoi figli e creare le condizioni per cui si abbassi una tensione sociale che non ci consente di essere puri, trasparenti e vedere il problema per quello che è»

Strategie
Già perché  «Si pone il problema delle strategie. Allora le strategie richiedono di trovare modi di crescita culturale perché noi dobbiamo far sì che i principi e i diritti siano sentiti come significativi per tutta la popolazione. Faccio un esempio. Noi dobbiamo lottare perché indipendentemente da chi è tuo padre o da quelli che sono i […] di tuo padre  un bambino appena nato andrebbe riconosciuto. Ma possiamo realizzare questo diritto e questo ideale che ci preme nel momento in cui troviamo una risposta anche a certe paure reali e irrazionali che le persone hanno rispetto alla loro sicurezza. Cioè a me interessa portare a casa il risultato». Come volevasi dimostrare, mi avevano insegnato a scrivere a conclusione della dimostrazione di un teorema, solo che l’obiettivo di ‘portare a casa un risultato’ è estraneo alla pura formalità dell’imperativo categorico e va considerato su altro piano..

Restiamo quindi al rapporto teoria – pratica .
Teoria: l’art. 7 della Convention (e conseguentemente della legge 176)
Art. 7 . Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi.
Pratica:  la lettera g del comma 22 dell’art 1 della legge 94/2009 che contraddice la generalità dell’art. 7
Domanda per pronunciare un giudizio:  Cade o no la limitazione imposta nel 2009 sotto la regola della teoria come espressa nell’art. 7 della legge 176/1991?

Il prezzo delle strategie
Articolo meglio la domanda retorica scritta sopra: la strumentalizzazione che la pratica impone quando subordina il diritto di un soggetto debole alle paure di una parte ‘forte’ della popolazione cade sotto la regola della teoria affermata nell’art. 7? Sia chiaro che blandire questa parte (che si è imposta nel 2009) nel caso specifico significa negare il riconoscimento dell’identità e dell’esistenza di un bambino.
Evidentemente c’è chi se la sente.

NOTE *  Chi volesse leggere integralmente la risposta del relatore1 potrà trovarla nel mio post del 15 dicembre nel capitoletto ‘Illusa da giovane, scema da vecchia’
** Sopra il detto comune: «Questo può essere giustificato in teoria, ma non vale per la pratica».

2 Gennaio 2015Permalink

25 dicembre 2014 – Due notizie natalizie o forse no.

Prima notizia – E dopo il rinvio attendiamo il giudizio

http://milano.repubblica.it/cronaca/2014/12/24/news/insulti_razzisti_all_ex_ministro_kyenge_a_milano_chiesto_il_processo_per_i_leghisti_borghezio_e_boso-103666308/?ref=HREC1-11

da La Repubblica 24 dicembre

“Insulti razzisti all’ex ministro Kyenge”, chiesto il processo per i leghisti Borghezio e Boso

I due politici sotto inchiesta a Milano per aver propagandato “idee fondate sull’odio razziale ed etnico”. Fra le frasi incriminate; “Gli africani appartengono a un’etnia molto diversa dalla nostra”

Il procuratore aggiunto milanese Maurizio Romanelli ha chiesto il rinvio a giudizio per l’europarlamentare leghista Mario Borghezio e per Erminio Boso, ex senatore del Carroccio, indagati per aver propagandato “idee fondate sull’odio razziale ed etnico” in relazione ad alcune frasi pronunciate contro l’ex ministro dell’Integrazione Cecile Kyenge alla trasmissione di Radio24 La Zanzara. Borghezio, intervistato il 29 aprile 2013 sulla nomina di Kyenge, aveva detto fra le altre cose che “gli africani sono africani e appartengono a un’etnia molto diversa dalla nostra”. E ancora: “Non siamo congolesi, abbiamo un diritto ultramillenario” e “Kyenge fa il medico, gli abbiamo dato un posto in una Asl che è stato tolto a qualche medico italiano”. Frasi finite sotto la lente d’ingrandimento della Procura di Milano, così come quelle pronunciate da Boso, intervistato qualche giorno dopo. Sempre parlando di Kyenge, Boso aveva affermato che l’allora ministro doveva “rimanere a casa sua, in Congo”, definendola “un’estranea a casa mia”. Poi aveva ammesso di essere “razzista”. Nella richiesta di rinvio a giudizio depositata dal procuratore aggiunto Romanelli, che lo scorso 22 ottobre chiuso le indagini preliminari, vengono individuate come persone offese l’ex ministro e la presidenza del consiglio dei ministri. Borghezio e Boso sono accusati di discriminazione razziale in base alla legge 85 del 2006.

Seconda notizia – Gesù bambino come arma impropria

da www.ildialogo.org http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/scuola/notizie_1419426783.htm

ANPI Sicilia condanna il grave “connubio” tra strutture scolastiche in provincia di Ragusa e un’organizzazione politica dell’estrema destra di ANPI SICILIA

Gravissimo e fortemente inquietante l’evento che si è verificato pochi giorni addietro a Scicli e Modica.

Giorno 21 dicembre, come riportato da organi di informazione locali, “Presidi e dirigenti scolastici di alcune scuole dei due comuni hanno accolto rappresentanti di Forza Nuova per la consegna di 2500 “ bambin Gesù” da distribuire agli alunni”. Compreso l’Istituto comprensivo Poidomani di Modica. Un fatto incredibile che lede i principi fondamentali, normativi e regolamenti che disciplinano la missione, e i codici comportamentali di organismi pubblici. A maggior ragione se trattasi di strutture scolastiche che svolgono l’inderogabile ruolo di fondamentale formazione delle giovani coscienze in assoluto rispetto ed insegnamento dei valori civili e democratici comandati dalla Costituzione. Ancor più non si possono accettare regali da chi non ossequia nella propria pratica quotidiana i Valori costituzionali e il percorso di nascita della nostra Repubblica nata dalla lotta al nazi-fascismo, compreso in particolare il rispetto dei migranti, dei diseredati che sfuggendo a dittature e a guerre cercano solidarietà e diritto d’asilo. Così come categoricamente imposti dall’art. 10 e 3 della nostra Costituzione che proclamano accoglienza e rigettano qualsiasi forma di discriminazione e di razzismo. La succitata struttura politica, in molti casi verificatosi nell’ambito nazionale, compreso nell’area ragusana con la manifestazione organizzata a Pozzallo il 16 novembre dello scorso anno, ha assunto atti e proclami diametralmente divergenti. Si evidenzia, inoltre, che nella cultura della religione cattolica il “ bambin Gesù” è rappresentazione di fratellanza, solidarietà e rispetto per tutti gli esseri umani. Ben altro che la lotta ad altri, donne, bambini e uomini. L’ ANPI SICILIA con la massima urgenza opererà nei riguardi degli Organi scolastici ed istituzionali interessati tutti gli interventi necessari di chiarificazione e condanna.
Palermo, 23 dicembre 2014

Nota mia

Lo stile della comunicazione dell’ANPI Sicilia non mi piace. Avrei preferito ricordassero la Convenzione di New York sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza  che dal 1991 in Italia è legge (n.176). Però la notizia è importante. Probabilmente segna l’avvio della penetrazione della cultura della lega Nord nel Sud come voluto da M. Salvini.

 

25 Dicembre 2014Permalink

24 dicembre 2014 – Dopo la grotta la cella

Non volevo aprire ancora facebook ma una notizia ascoltata mi ha inorridito
Ai piccoli figli delle carcerate a Rebibbia (Roma) non sarà concesso il sabato al parco (la loro ora d’aria!) perché non ci sono finanziamenti per il pulmino che li trasportava per affidarli alle cure di una associazione che se ne faceva carico.
A questo punto non posso soffocare uno dei più orrendi ricordi della mia esperienza politica.
Seconda metà degli anni ’70. Ero consigliera comunale. La maggioranza politica e culturale era democristiana con qualche aggancio di partiti minori allora esistenti.
Con l’aiuto di un deputato che mi fece passare per sua segretaria riuscii a visitare il carcere.
La riforma Gozzini ancora non esisteva e l’esperienza per me fu di quelle che non si devono dimenticare.
Non ne parlo in generale: mi limito ai bambini piccoli che stavano con le loro madri (in maggioranza rom) in una stanza col pavimento di cemento e nessun arredo appropriato.
Cercai di intervenire per una proposta assolutamente rivoluzionaria:  chiesi che i bambini potessero avere una collocazione al nido e che il pavimento fosse coperto da un telo che consentisse loro di gattonare (altrimenti dovevano stare sempre in braccio alle madri) e una vaschetta di plastica per il bagnetto.
Le reazioni assolutamente negative vennero da chi avrebbe dovuto provvedere tecnicamente ad assicurare le modalità per la presenza al nido e del resto non si parlò.
Oggi ho un elemento in più per qualificare le radici dell’indifferenza politica e sociale alla garanzia del certificato di nascita a tutti i bambini che nascono in Italia.
La norma razzista della lettera g del comma 22 dell’art. 1 della legge 94/ 2009 appartiene a una cultura punitiva (pre Beccaria!) che quando non può distruggere i padri massacra i figli.
Infatti condanna bimbi ben identificati al nascondimento che è prigione, generata dall’incontro di una norma infame e della paura dei loro genitori che tali non si possono dichiarare,
Non è consolante ma mi offre un elemento in più per cercar di capire.
Buon Natale?

 

24 Dicembre 2014Permalink

21 dicembre 2014 – Frottole tosco-francescane per discriminare le bambine di Betlemme.

Si parla di francescani inguaiati per un affare finanziario ‘poco chiaro’ (diciamo così) Nel 2005 sono stata testimone di una affare a quanto ne so non  finanziario ma decisamente oscuro., Mi trovato a Betlemme per un periodo abbastanza lungo per consentirmi di guardare attorno e avevo avuto modo di visitare l’edificio della bellissima scuola dell’infanzia, costruita dall’Italia (e vedremo fra poco chi sostenne l’iniziativa) nel compound della Scuola di terra Santa dei Francescani. Sapevo con certezza che era frequentata solo da maschi ma mi turbava il vago ricordo di una campagna finalizzata alla raccolta di fondi finalizzati a un  regalo per “i bambini e le bambine di Betlemme”.

Rovistando nei miei appunti ho trovato il testo di un comunicato stampa d’epoca, di cui purtroppo non ho conservato il link. Lo ricopio lo stesso perché alla fine ci sarà la prova del fatto che segnalo da fonte diversa del mio diario 

2004 – Il vecchio comunicato  ”Giorgio La Pira”, una scuola per la pace

Domenica 24 ottobre, è stata inaugurata la scuola materna Giorgio La Pira del Terra Santa college di Betlemme.  Erano presenti Claudio Martini, presidente della Regione Toscana, mons. Luciano Giovannetti, vescovo di Fiesole, mons. Rodolfo Cetoloni, vescovo di Montepulciano, Chiusi e Pienza, Mario Primicerio, presidente Fondazione La Pira, Turiddo Campaini, presidente di Unicoop Firenze e alcuni primi cittadini della Toscana. Presente anche l’on. Rosi Bindi. La costruzione della Scuola materna del Terra Santa college di Betlemme è un progetto che ha visto la convergenza di tanti: da Unicoop Firenze, alle diocesi toscane, dall’Antoniano di Bologna, ai comuni gemellati con Betlemme e molte altre istituzioni. L’intento di tutti é quello di offrire ai bambini e alle bambine di Betlemme un ambiente accogliente per far crescere una speranza di pace e normalità. E’ stata chiamata Giorgio la Pira, in omaggio ad una grande personalità fiorentina, nel centenario della sua nascita. La scuola Terra Santa offre a oltre duemila alunni, maschi e femmine, sostegno materiale e possibilità di studiare: dalla materna alle superiori. E’ aperta a palestinesi cristiani e musulmani che fanno esperienza vera di convivenza e collaborazione, ed è una possibilità unica di aggregazione e vita civile. Essa rappresenta uno strumento fondamentale di qualificazione delle nuove generazioni: di formazione e di apertura alla speranza. Alla realizzazione della nuova scuola materna Unicoop Firenze ha destinato 100 mila euro

Dopo il 14 agosto 2005 (quando avevo registrato la prima notizia) scrissi più volte all’Ufficio stampa Unicoop (e ne ho dato resoconto nel mio blog) sempre senza risposta. Allora avevo questi riferimenti che non so se siano ancora validi ma li trascrivo nel caso incuriosissero qualcuno
Claudio Vanni – Ufficio stampa Unicoop Firenze Tel. 0554780316
E-mail: c.vanni@coopfirenze.it

20017  -Un amico giornalista ottiene risposta

Nel 2007 un amico giornalista (che collaborava alla rivista Diario) si occupò della questione e ne trasse l’articolo che riporto.

Da Diario nr. 1/2007   Un asilo a Betlemme: peccato sia solo per maschi

Dalla coop ai comuni in tanti avevano dato i soldi: ma le bambine nella scuola non possono entrare.  di Max Mauro

Una scuola materna per i bambini e le bambine di Betlemme. Per questo obiettivo nel Natale del 2002 venne avviata una raccolta di fondi con protagonisti Unicoop Firenze, le diocesi toscane, l’Antoniano di Bologna e vari comuni gemellati con la città. Venne reperita la somma di un milione e duecentomila dollari, necessaria alla costruzione dell’edificio all’interno del Terra Santa College, gestito da frati francescani. La scuola materna è stata inaugurata il 24 ottobre 2004 alla presenza del presidente della regione Toscana Claudio Martini e dell’allora deputata o oggi ministro Rosi Bindi. Un successo della solidarietà internazionale, quindi? Non proprio, perché in quella scuola ci vanno solo bambini, bambini maschi s’intende, in barba alla propagandata intenzione “di offrire ai bambini e alle bambine di Betlemme un ambiente accogliente per far crescere una speranza di pace e normalità”, come si può leggere in un comunicato di Unicoop.

A denunciare il fatto è Augusta De Piero, una pensionata che dopo una vita divisa tra la politica – è stata vicepresidente del consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, eletta col Pci – e l’insegnamento, ha deciso di dedicare parte del suo tempo al volontariato. Trascorre alcuni mesi all’anno in Palestina ed è durante uno di questi viaggi che ha avuto modo di visitare il Terra Santa College. “La realtà è ben diversa da come hanno voluto far credere i promotori”, dice. “Quella scuola è frequentata solo da maschi. All’interno del Terra Santa College non esiste un’esperienza di integrazione tra bambini e bambine, quale invece si può trovare alla scuola Dar Al Khalima, gestita da luterani”. La risposta di Unicoop cela qualche imbarazzo. “Noi siamo solo dei sostenitori del progetto”, dice Claudio Vanni dell’ufficio stampa, “abbiamo raccolto 100mila euro per acquistare gli arredi. E’ vero, là maschi e femmine sono separati,  una cosa che io personalmente non condivido, ma è la loro cultura e va rispettata”. Per avere maggiori informazioni Vanni ci rimanda a Angelo Rossi, collaboratore della Conferenza Episcopale Italiana e uno dei promotori del progetto. “Sappiamo di questo problema” dice, “ma i fondi sono stati indirizzati in quella struttura perché c’era il terreno disponibile e un progetto, ora si vorrebbe proseguire, magari aiutando una scuola materna dell’Autorità Palestinese. Farne una per le femmine? E’ difficile raccogliere di nuovo tutti quei soldi”.

Conclusione irrinunciabilmente mia

Io non posso mettere ostacoli ad alcuno che voglia costruire una scuola monosex. Che però lo faccia in ambiente dove la condizione della donna andrebbe sostenuta e promossa e racconti frottole ai sottoscrittori questo mi infastidisce. Io non ho contribuito a quel progetto ma se lo avessi fatto – per fare un regalo a bambini e bambine – e poi avessi scoperto che le bambine erano state usate come esca per essere poi cancellate – e di conseguenza io sarei stata presa in giro – non gliela avrei fatta passare liscia se mai fossi riuscita a disturbare quei muri silenti e impermeabili. Secondo il mio ordine di valori quello che esce da questa notizia segnala un fatto non meno grave di un ipotetico pastrocchio finanziario.

21 Dicembre 2014Permalink

18 dicembre 2014 – Garanti, competenti e il rispetto di giovani studenti – 3

 Prima di passare a Kant un po’ di storia.

Il parlamento italiano legiferava nella sua XVI legislatura.

Era precisamente il 2 agosto 2010, un anno dopo l’approvazione del pacchetto sicurezza e la notifica della circolare che precipitosamente, per la registrazione delle nascite, lo contraddiceva mantenendolo in vigore e un allora deputato interrogava: LEOLUCA ORLANDO. – Al Ministro dell’interno. – Per sapere – premesso che:

in data 8 agosto 2009 è entrata in vigore la legge 15 luglio 2009, n. 94 «Disposizioni in materia di sicurezza pubblica»;

alla lettera g del comma 22 dell’articolo 1 della predetta legge si modificava il comma 2 dell’articolo 6 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, sostituendone una parte, con la frase «, per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui ali ‘articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie, »;

questa modifica è stata di fondamentale importanza per la tutela della maternità, della salute e dell’istruzione di tutte le persone extracomunitarie che si trovano, anche illegalmente, nel nostro Paese,

in quanto non obbliga le persone in situazione di bisogno sanitario urgente alla presentazione del permesso di soggiorno per ottenere le giuste cure;

in data 7 agosto 2009 è stata emanata, dal dipartimento per gli affari interni e territoriali del Ministero dell’interno, una circolare (prot. 0008899) con oggetto: «Legge 15 luglio 2009, n. 94, recante »Disposizioni in materia di sicurezza pubblica«. Indicazioni in materia di anagrafe e stato civile», ed è stata inviata a tutti i prefetti della Repubblica italiana;

con questa circolare il Ministero dell’interno andava a sanare una situazione di interpretazione dubbia della suddetta legge, su alcuni temi, tra cui quello importantissimo delle dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione;

al punto 3 della predetta circolare si chiariva che «Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita-stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto. L’atto di stato civile ha natura diversa e non assimilabile a quella dei provvedimenti menzionati nel citato articolo 6»;

a parere dell’interrogante, molti punti della circolare stessa sono fondamentali per la struttura e per la funzionale applicazione della legge n. 94 del 2009, ma il metodo applicato dell’uso della circolare stessa appare di indicazione troppo lieve e sicuramente meno impegnativa dell’uso di una legge nell’applicazione della stessa -:

se il Ministro non ritenga opportuno assumere iniziative che attribuiscano valore normativo alla circolare del 7 agosto 2009 prot. 0008899 fornendo così strumenti sicuramente più incisivi a chi la stessa debba applicare.

Passavano altri sei mesi e l’interrogazione riceveva risposta

All’Interrogazione 4-08314 presentata da    LEOLUCA ORLANDO
Il ministero dell’interno, con la circolare n. 19 del 7 agosto 2009, ha inteso fornire indicazioni mirate a tutti gli operatori dello stato civile e di anagrafe, che quotidianamente si trovano a dover intervenire riguardo ai casi concreti, alla luce delle novità introdotte dalla legge n. 94 del 2009 (entrata in vigore in data 8 agosto 2009), volta a consentire la verifica della regolarità del soggiorno dello straniero che intende sposarsi e ad arginare il noto fenomeno dei matrimoni   «  fittizi  »   o di   «  comodo  »  .

È stato chiarito che l’eventuale situazione di irregolarità riguarda il genitore e non può andare ad incidere sul minore, il quale ha diritto al riconoscimento del suo status di figlio, legittimo o naturale, indipendentemente dalla situazione di irregolarità di uno o di entrambi i genitori stessi. La mancata iscrizione nei registri dello stato civile, pertanto, andrebbe a ledere un diritto assoluto del figlio, che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità di colui che lo ha generato. Se dovesse mancare l’atto di nascita, infatti, il bambino non risulterebbe esistere quale persona destinataria delle regole dell’ordinamento giuridico.

Il principio della inviolabilità del diritto del nato è coerente con i diritti garantiti dalla Costituzione italiana a tutti i soggetti, senza alcuna distinzione di sorta (articoli 2, 3, 30 eccetera), nonché con la tutela del minore sancita dalla convenzione di New York del 20 novembre 1989 (Legge di ratifica n. 176 del 27 maggio 1991), in particolare agli articoli 1 e 7 della stessa, e da diverse norme comunitarie.

Considerato che a un anno dall’entrata in vigore della legge n. 94 del 2009 non risultano essere pervenute segnalazioni e/o richieste di ulteriori chiarimenti, si ritiene che le deposizioni contenute nella predetta circolare siano state chiare ed esaustive, per cui non si è ravvisata sinora la necessità di prospettare interventi normativi in materia.

Il Sottosegretario di Stato per l’interno: Michelino Davico. (Risposta scritta pubblicata lunedì 31 gennaio 2011    nell’allegato B della seduta n. 426)

Da parte mia la riportavo integralmente nell’articolo pubblicato in data 15 marzo 2011 dal mensile ‘Il Gallo’. Si può leggere anche da qui 

Passavano altri nove mesi (una gravidanza!) e il 7 novembre 2011 l’allora deputato  Orlando presentava la proposta di legge n.4756 

Proposta di legge: LEOLUCA ORLANDO: “Modifica all’articolo 6 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno” (4756)

Non ne riporto il testo perché è identico a quello della pdl 740 che ho trascritto nel mio blog il 17 giugno 2013 e poi citato non so più quante volte.

Il parlamento italiano legifera anche nella XVII legislatura

La ripresentazione della pdl si era resa necessaria perché il 22 dicembre 2012 – a seguito delle dimissioni del governo Monti – il Presidente della Repubblica aveva sciolto le camere e si era andati a nuove elezioni. Iniziava così la XVII legislatura (15 marzo 2013). Durante il governo Letta (28 aprile 2013 – 22 febbraio 2014) veniva presentata la pdl 740.
Si può leggere anche da qui

Il 22 febbraio 2014 entrava in carica il governo Renzi (sessantatreesimo Governo della Repubblica Italiana
) e l’11 settembre veniva presentato in Senato il ddl 1562: “Modifiche al testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno e divieti di segnalazione”.
La bella relazione che ne spiega il contenuto si può leggere nel mio blog in data 24 ottobre 2014. In quella pagina si trova anche il link per il testo, identico nell’obiettivo alla pdl 740 ma più ampiamente articolato. 

Tutta questa spiegazione avrebbe un che di ridicolo se non fosse in atto una specie di damnatio memoriae per cui su questo argomento molti sembrano svegliarsi ogni mattina segnalandone la novità se non  l’azzardo di fronte a un’opinione pubblica culturalmente impreparata (come è accaduto nella sede degli uffici udinesi della regione il 10 dicembre). La vicenda però ha anche un altro significativo risvolto perché

Questo matrimonio non s’ha da fare
L’allora sottosegretario Davicoper spiegare una circolare che imponeva un comportamento contrario a quello previsto dalla legge – aveva precisato all’on Leoluca Orlando che ciò che si voleva impedire non era l’iscrizione dei nuovi nati nei registri dello stato civile, interdizione – diceva con indecente improntitudine –  che “andrebbe a ledere un diritto assoluto del figlio, che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità di colui che lo ha generato. Se dovesse mancare l’atto di nascita, infatti, il bambino non risulterebbe esistere quale persona destinataria delle regole dell’ordinamento giuridico”.
Si voleva bensì verificare la “regolarità del soggiorno dello straniero che intende sposarsi e ad arginare il noto fenomeno dei matrimoni   «fittizi» o di «comodo»  “.

A realizzare tale scopo provvedeva ormai il codice civile che, all’art 116 prescriveva: “Matrimonio dello straniero nello Stato Lo straniero che vuole contrarre matrimonio nello Stato deve presentare all’ufficiale dello stato civile una dichiarazione dell’autorità competente del proprio paese, dalla quale risulti che giusta le leggi a cui è sottoposto nulla osta al matrimonio. Anche lo straniero è tuttavia soggetto alle disposizioni contenute negli artt. 85, 86, 87, nn.1, 2 e 4, 88 e 89.)”. Inoltre, a seguito del comma 15 dell’art. 1 della legge 94/2009, aveva aggiunto il seguente comma: “All’articolo 116, primo comma, del codice civile, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «nonché un documento attestante la regolarità del soggiorno nel territorio italiano»”.

Per chiarezza e prudenza sono andata a verificare i contenuti deli articoli citati di cui riporto i titoli e il testo essenziale, facilmente verificabile
– Art. 85  Interdizione per infermità di mente Non può contrarre matrimonio l’interdetto per infermità di mente.
– Art. 86 Libertà di stato. Non può contrarre matrimonio chi è vincolato da un matrimonio precedente
– Art. 87.Parentela, affinità, adozione.
Non possono contrarre matrimonio fra loro: 1) gli ascendenti e i discendenti in linea retta; 2) i fratelli e le sorelle germani, consanguinei o uterini; 4) gli affini in linea retta; il divieto sussiste anche nel caso in cui l’affinità deriva da matrimonio dichiarato nullo o sciolto o per il quale è stata pronunziata la cessazione degli effetti civili;
– Art. 88. Delitto. Non possono contrarre matrimonio tra loro persone delle quali l’una è stata condannata per omicidio consumato o tentato sul coniuge dell’altra.
– Art. 89. Divieto temporaneo di nuove nozze. Non può contrarre matrimonio la donna, se non dopo trecento giorni dallo scioglimento, dall’annullamento o dalla cessazione degli effetti civili del precedente matrimonio

Correva l’anno 2009

e in Sicilia una coppia mista (lei italiana lui marocchino) aveva deciso di contrarre matrimonio. Ne riporto la storia dalla sentenza 245/2011della Corte Costituzionale, leggibile da qui.
Il giudice a quo di cui si legge nella sentenza è il magistrato che aveva bloccato il decreto di espulsione comminato al fidanzato marocchino che, per contrarre matrimonio, aveva scoperto l’irregolarità della sua presenza in Italia:

“Il 31 agosto 2009, l’ufficiale dello stato civile aveva motivato il diniego alla celebrazione del matrimonio per la mancanza di un «documento attestante la regolarità del permesso di soggiorno del cittadino marocchino», così come previsto dall’art. 116 cod. civ., come novellato dalla legge n. 94 del 2009, entrata in vigore nelle more.

1.2.— Tanto premesso in fatto, il giudice a quo prospetta l’illegittimità costituzionale della norma suddetta, giacché essa contrasterebbe:

con l’art. 2 Cost., che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo che nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità;

con l’art. 3 Cost., per violazione del principio di eguaglianza e di ragionevolezza;

con l’art. 29 Cost., per violazione del diritto fondamentale a contrarre liberamente matrimonio e di eguaglianza morale e giuridica dei coniugi sui quali è ordinato il sistema del matrimonio nel vigente ordinamento giuridico;

con l’art. 31 Cost., perché interpone un serio ostacolo alla realizzazione del diritto fondamentale a contrarre matrimonio;

con l’art. 117, primo comma, Cost., in relazione all’art. 12 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU)”.

 

La conclusione della sentenza dell’Alta Corte che si può leggere anche da qui: www.asgi.it/wp-content/uploads/public/corte_costituzionale_sentenza_245_2011.pdf

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 116, primo comma, del codice civile, come modificato dall’art. 1, comma 15, della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), limitatamente alle parole «nonché un documento attestante la regolarità del soggiorno nel territorio italiano».

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale Palazzo della Consulta, il 20 luglio 2011.

La mia conclusione è una domanda che articolo in tre punti

I signori che ho ascoltato il 10 dicembre mi hanno fatto sapere che“se io sento che una fetta della popolazione è spaventata dall’immigrato io devo lottare per riconoscere il diritto di riconoscere il diritto dei suoi figli e creare le condizioni per cui si abbassi una tensione sociale che non ci consente di essere puri, trasparenti e vedere il problema per quello che è”
E ancora: “se tu i diritti li imponi dall’alto e non c’è una comunità, un terreno che li riconosce e li implementa faremo un buco nell’acqua”. Si sentono codesti signori di dire all’Alta Corte che ha fatto un buco nell’acqua per non aver verificato la accettabilità della sua decisione con preventivo sondaggio? E se un sindaco di fede lego-razzista si rifiutasse di celebrare un matrimonio di cui uno dei due contraenti sia (come loro dicono) un clandestino – è già accaduto – che fare? Prevale la legge o la ‘sensibilità’ collettiva?

  1. Perché il Parlamento non approva le proposte di legge che consentirebbero il certificato di nascita ai nuovi nati in Italia (sia jus sanguinis o soli, la cittadinanza deve comunque essere registrata da qualche parte) facendo uso degli stessi argomenti con cui la Corte Costituzionale ha riscattato il diritto a sposarsi? Stiano tranquilli e continuino pure così: anche il Sinodo sulla famiglia dell’autorevole chiesa cattolica si è con paciosa autorevolezza disinteressato dei bambini cui è negato il certificato di nascita e non parliamo quindi delle aggregazioni politiche (si dicano partiti o movimenti) e delle associazioni che da anni ci raccontano di essere finalizzate a sostenere i diritti dei migranti, mentre non si accorgono di aver umiliato la propria dignità di cittadini proni a una norma razzista.
  2. Ho letto nei quotidiani del 1938 le cronache relative all’inizio dell’anno scolastico e –trovando descrizioni di insegnanti, direttori didattici, presidi e ispettori scolastici – che se ne stavano in piedi perché in ginocchio il saluto romano in cui si impegnavano sarebbe stato incongruo, ho sghignazzato. Elogiavano senza riserve la cacciata degli insegnanti e degli studenti dalla scuola, pronti ad affrontare gioiosamente le loro classi mutilate. Ho sghignazzato. Chi sghignazzerà di me fra 76 anni? e che ne sarà stato della vita di quei bambini cui dal 2009 neghiamo il diritto di esistere? 
18 Dicembre 2014Permalink

17 dicembre 2014 – Gruppo CRC: in Italia esiste una cultura dell’infanzia ma non una strategia

L’articolo che trascrivo (e che si può leggere anche da qui) è pubblicato nel sito della Associazione Studi Giuridici Immigrazione in data 20 novembre.

A 25 anni dall’approvazione della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza si afferma una cultura dell’infanzia ma non una strategia: ancora difficoltà nel mettere a sistema gli interventi e nel programmare risorse adeguate. Manca un Piano infanzia dal 2011; scarsi gli investimenti sulla prima infanzia: solo  il 13,5% dei bambini 0 – 3 anni ha accesso a nidi comunali  o servizi integrativi

In 25 anni dall’approvazione della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (CRC), avvenuta il 20 novembre 1989 si sta lentamente affermando in Italia una cultura dell’infanzia ma c’è ancora da fare in termini di programmazione e risorse dedicate ai bambini e agli adolescenti. La Convenzione ha compiuto una “rivoluzione culturale” , riconoscendo il minore non soltanto come oggetto di tutela e assistenza, ma anche come soggetto di diritto, e quindi titolare di diritti in prima persona.

In questi 25 anni in Italia sono stati adottati provvedimenti importanti, a partire dalla ratifica  della Convenzione (Legge 27 maggio 1991 n. 176), e dei suoi due Protocolli Opzionali1(con Legge 46/2002), alla Legge 285/97 che aveva creato un Fondo Nazionale per l’Infanzia e l’adolescenza (poi superato da un fondo unico indistinto per le politiche sociali), la Legge 451/97 che ho previsto organismi di coordinamento specifici dedicati all’infanzia quali: la Commissione parlamentare infanzia, l’Osservatorio nazionale infanzia, il Centro nazionale di documentazione e di analisi per l’infanzia, ed infine nel 2011 (Legge 112/2011) l’istituzione del Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza che affianca i Garanti regionali presenti in alcune Regioni.

Tuttavia il sistema così come pensato fatica ad andare a regime, e l’assenza di un Piano Nazionale infanzia dal 2011, peraltro senza copertura finanziaria, ben riflette il ritardo nella programmazione organica degli interventi per i minori e relativi investimenti.

Negli ultimi quattordici anni il Gruppo CRC, un network composto dalle principali associazioni che si occupano attivamente della tutela e promozione dei diritti dell’infanzia in Italia, ho monitorato l’attuazione della Convenzione in Italia, attraverso l’elaborazione di rapporti di aggiornamento e l’organizzazione di incontri istituzionali di confronto con le istituzioni competenti a livello centrale e locale.

Ancora oggi solo il 13,5% dei bambini 0 – 3 anni  ha accesso a nidi comunali  o servizi integrativi. A questa percentuale si stima vada aggiunto un ulteriore 4% di bambini accolti da servizi privati non sovvenzionati da fondi pubblici. Al Sud e nelle Isole la situazione è più difficile: solo il 2,5% di bambini in Calabria che ha accesso ai nidi, seguita dalla Campania con il 2,8%.

La difficoltà principale che emerge dall’ultimo Rapporto del Gruppo CRC è quella di “mettere a sistema” le politiche per l’infanzia e l’adolescenza nel nostro Paese. Si è infatti assistito a un decentramento delle politiche sociali verso le Regioni, senza la definizione dei Livelli Essenziali di Prestazioni concernenti i Diritti Civili e Sociali (LEP) e soprattutto con la progressiva e costante diminuzione delle risorse destinate alle politiche sociali nel corso degli anni.

Inoltre, non esiste un monitoraggio compiuto a livello istituzionale delle risorse dedicate all’infanzia e all’adolescenza e proprio dall’analisi realizzata dal Gruppo CRC risulta evidente che manca una strategia complessiva e una visione di lungo periodo.

Anche sul fronte raccolta dati sull’infanzia, si resta un passo indietro. Permane la carenza del sistema italiano di raccolta dati inerenti l’infanzia e l’adolescenza; lacuna che non permette di stimare l’incidenza di importanti fenomeni e costituisce un impedimento per la programmazione e la realizzazione di politiche ed interventi idonei e qualificati.

Il Gruppo CRC sollecita da anni il Governo a rendere operative la Banca Dati Nazionale dei Minori Adottabili e delle Coppie Disponibili all’Adozione e la banca dati in relazione al fenomeno dell’abuso sessuale dei minori. Rispetto alla prima infanzia inoltre, mancano dati sui bambini con disabilità nella fascia di età 0-5.

“Oggi in occasione dei 25 anni della CRC – dichiara Arianna Saulini coordinatrice del Gruppo CRC –  interveniamo al Convegno organizzato in Parlamento dalla Commissione Infanzia ed incontriamo i Presidenti di Camera e Senato chiedendo loro che lo stesso Parlamento s’impegni a portare a termine importanti provvedimenti a favore dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nel nostro Paese. Alla Camera ci sono proposte di legge importanti come quelle di riforma della legge sulla cittadinanza e la proposta per misure di protezione e accoglienza dei minori stranieri non accompagnati, così come altri provvedimenti urgenti al Senato, quali la Ratifica del Protocollo opzionale della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia sulle procedure di comunicazione o la proposta di legge per un Sistema integrato di educazione e istruzione 0 – 6 anni. Il nostro auspicio è che da questo 20 novembre in poi si faccia un salto di qualità e che si passi da un’affermata cultura dell’infanzia anche a politiche e provvedimenti lungimiranti”.

NOTA GRUPPO CRC

Il Gruppo CRC impegnato nella tutela e promozione dei diritti dell’infanzia, opera a partire dal 2000 è nato per preparare un Rapporto indipendente, supplementare a quello governativo, da sottoporre al Comitato ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. La CRC (Convention on the Rights of the Child) prevede un sistema di monitoraggio che si basa sulla presentazione di rapporti periodici al Comitato ONU da parte degli Stati che l’hanno ratificata, e da parte di coalizioni di ONG (organizzazioni non governative). Negli oltre dieci anni di lavoro il Gruppo di lavoro per la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Gruppo CRC2) ha pubblicato sette Rapporti di aggiornamento annuale e due Rapporti Supplementari  che sono stati inviati al Comitato ONU per contribuire, insieme al Rapporto governativo, all’analisi dello stato di attuazione della Convenzione in Italia.

Oggi il Gruppo CRC, coordinato da Save the Children Italia, è composto da 87 soggetti del Terzo Settore che hanno dato vita ad un sistema di monitoraggio permanente, indipendente e condiviso sull’attuazione della CRC in Italia.

Il Gruppo CRC è composto dalle seguenti 87 associazioni: Fondazione ABIO Italia onlus, ACP – Associazione Culturale Pediatri,Fondazione ACRA – CCS, AGBE, Agedo – Associazione di genitori, parenti e amici di omosessuali, AGESCI – Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani, AIAF – Associazione Italiana degli Avvocati per la Famiglia e per i Minori, Ai.Bi. – Associazione Amici dei Bambini, ALAMA – Associazione Laziale Asma e Malattie Allergiche, Ali per giocare – Associazione Italiana dei Ludobus e delle Ludoteche , AMANI – Associazione di volontariato, Anfaa – Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie, Anffas Onlus – Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale, ANPE – Associazione Nazionale dei Pedagogisti Italiani, ANPEF Associazione Nazionale dei Pedagogisti Familiari, Associazione Antigone, Associazione Bruno Trentin -ISF – IRES, Archè – Associazione di Volontariato Onlus, Archivio Disarmo – Istituto di Ricerche Internazionali, Arciragazzi, ASGI – Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, Associazione Bambinisenzasbarre, Batya – Associazione per l’accoglienza, l’affidamento e l’adozione, CAM – Centro Ausiliario per i problemi Minorili, Camina, Caritas Italiana, CbM –Centro per il bambino maltrattato e la cura della crisi famigliare, Centro per la Salute del Bambino onlus, Centro Studi Hansel e Gretel, Centro Studi Minori e Media, Centro Studi e Ricerche IDOS/Immigrazione Dossier Statistico, Cesvi Fondazione Onlus, CIAI – Centro Italiano Aiuti all’Infanzia, CIES – Centro Informazione e Educazione allo Sviluppo, CISMAI – Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso dell’Infanzia, Cittadinanzattiva, CNCA – Coordinamento Nazionale delle Comunità d’Accoglienza, CND – Consiglio Nazionale sulla Disabilità, Comitato Giù Le mani dai bambini onlus, Comitato italiano per l’Unicef Onlus, Coordinamento Genitori Democratici onlus, Coordinamento La Gabbianella onlus, CSI  – Centro Sportivo Italiano, CTM onlus Lecce, Dedalus Cooperativa Sociale, ECPAT Italia, FederASMA e ALLERGIE Onlus – Federazione Italiana Pazienti, FISH onlus – Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, Fondazione Fabiola De Clercq-ABA onlus, Associazione Figli Sottratti, Geordie Associazione onlus, Associazione Giovanna d’Arco Onlus, Associazione Gruppo Abele Onlus, Gruppo Nazionale nidi e infanzia, IBFAN Italia, Il Corpo va in città, Intervita onlus, IPDM – Istituto per la Prevenzione del Disagio Minorile,IRFMN – Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, Associazione L’abilità Onlus, Fondazione L’Albero della Vita onlus, L’Altro diritto onlus, La Gabbianella ed altri animali, La Leche League Italia Onlus, Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, M.A.I.S. – Movimento per l’Autosviluppo l’interscambio e la Solidarietà, MAMI – Movimento Allattamento Materno Italiano Onlus, On the Road Associazione onlus, Opera Nomadi Milano, OsservAzione – centro di ricerca azione contro la discriminazione di rom e sinti, OVCI la Nostra Famiglia, Fondazione PAIDEIA, Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori Onlus, Fondazione Roberto Franceschi onlus, Save the Children Italia, Saveria Antiochia Omicron, SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, SINPIA – Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, SIP – Società Italiana di Pediatria, SOS Villaggi dei Bambini onlus, Terre des Hommes, UNCM – Unione Nazionale Camere Minorile, UISP – Unione Italiana Sport Per tutti, Valeria Associazione Onlus, VIS – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, Fondazione Emanuela Zancan onlus, Associazione 21 Luglio

È possibile scaricare il 7°Rapporto CRC completo dal sito: www.gruppocrc.net

NOTE MIE
1.
Mentre mi predisponevo a organizzare il materiale che ho raccolto per una terza puntata della serie  “Garanti, competenti e il rispetto di giovani studenti” sono andata a dareun’occhiata al sito dell’ASGI e ho trovato quanto ho trascritto sopra. E’ un articolo importante perché dice con dovizia di particolari quello che è il Gruppo CRC che tanto spesso ho citato (e citerò). Noto però una mancanza: fra le associazioni che formano il gruppo CRC c’è la SIMM che, come ho scritto più volte nel mio blog, nel suo ultimo congresso ha approvato la seguente raccomandazione: «approvare una legge che garantisca il diritto alla registrazione anagrafica per tutti i figli indipendentemente dalla situazione giuridico–‐amministrativa dei genitori, senza la necessità di esibire documenti inerenti al soggiorno, in modo da evitare che ci siano “nati invisibili” con conseguenze aberranti di ordine sociale e sanitario» Non sono citate neppure le proposte di legge (740 Camera e 1562 senato) che rimedierebbero al vergognoso pasticcio relativo alla registrazione alla nascita che in Italia è norma di legge dal 2009. Contemporaneamente è segnalato (ed è scaricabile) il 7mo rapporto CRC che chiede quella specifica modifica. Ne ho scritto il 21 giugno  https://diariealtro.it/?p=3139

2. Faccio notare che, secondo il rapporto CRC in Italia mancano le strategie per l’infanzia cui invece è stato fatto positivo riferimento durante l’evento che è descritto ieri e l’altro ieri. In quel contesto le ‘strategie’ costituivano il ragionevole possibile avvio di un percorso verso principi troppo lontani per essere raggiungibili e comunque tali d risultare inaccettabili a una popolazione ‘spaventata dall’immigrato’.

17 Dicembre 2014Permalink

16 dicembre 2104 – Garanti, competenti e il rispetto di giovani studenti – 2

Il relatore di cui ho scritto ieri, parlando all’incontro del 10 dicembre ha citato esattamente la seconda formula dell’imperativo categorico kantiano che voglio trascrivere, coì come quel signore l’ha pronunciata: «Agisci in modo tale da considerare  l’umanità  in te e negli altri, sempre anche come un fine, mai soltanto come mezzo».
Forte delle argomentazioni che aveva offerto – e di quella citazione – più tardi ho illustrato brevemente il problema degli ostacoli frapposti alla registrazione alla nascita in Italia dei figli dei sans papier e ho chiesto ai presenti ragione della loro eventuale soddisfazione per un principio fondante di civiltà che, sottratto alla legge,  viene ridotto ad esecuzione di una circolare. E’ successo quello che ho già descritto e, in particolare, il fondamento etico di una relazione umana che provo ad esprimere così: “tu esisti come io esisto e come umano ti devo riconoscere” è stato strumentalizzato sotto il peso oscuro e fangoso del pregiudizio.

I neri non esistevano. Ma davvero?

‘Ni’ ha risposto il relatore che tanto ha affermato. Infatti così ha esordito: «possiamo realizzare questo diritto e questo ideale che ci preme nel momento in cui troviamo una risposta anche a certe paure reali e irrazionali che le persone hanno rispetto alla loro sicurezza». Mentre cercavo un orientamento mentale che mi consentisse di decodificare quella affermazione sono arrivati gli esempi purtroppo chiarificatori del significato. Anche nella Costituzione degli Stati Uniti: « si dice che sono [..]  nati uguali in dignità e diritti sono […] dal loro creatore di diritti inalienabili. Poi uno va a vedere: è scritto nella Costituzione e I neri non esistevano, le donne non esistevano…». I puntini fra parentesi quadre riguardano qualche parola mal registrata ma il senso è chiaro e proprio non ci siamo. A me consta che neppure i razzisti più feroci abbiano mai negato l’esistenza dei neri. Ciò che negavano era che i neri fossero esseri umani con una loro propri identità mentre li riconoscevano ‘cose’ animate e utili per determinati lavori, proprietà dei loro padroni. Tanto ne avevano chiara l’esistenza che per far uscire la popolazione di colore dallo stato di schiavitù negli Stati Uniti si combatté una guerra feroce e lacerante. E anche in seguito tanta era la certezza della loro esistenza che il Ku Klux Klan ne organizzava il linciaggio tramite rogo, operazione non fattibile se non fossero stati riconosciuti esistenti. Il problema non era il passaggio dall’inesistenza all’esistenza ma da ‘cosa’ a essere umano.      E quel passaggio non significava né significa la soluzione automatica dei problemi sociali ma il riconoscimento di relazioni fondamentali di identità personale e nazionale, paternità e maternità, di famiglia, di tutela affidata a soggetti riconosciuti come genitori, formalmente, su quel dannato pezzo di carta che chiamiamo certificato di nascita.

Dichiarazioni dell’Unicef e stampa vaticana

Nel giorno del 67° anniversario dell’UNICEF (la cui istituzione da parte dell’ONU risale all’11 dicembre 1946), l’organizzazione ha lanciato un nuovo Rapporto secondo il quale circa 230 milioni di bambinisotto i 5 anni non sono stati mai registrati alla nascita – circa 1 su 3, a livello globale. «La registrazione alla nascita è più di un semplice diritto. Riguarda il modo in cui la società riconosce l’identità e l’esistenza di un bambino» spiega Geeta Rao Gupta, Vicedirettore dell’UNICEF. «La registrazione alla nascita è fondamentale per garantire che i bambini non vengano dimenticati, che non vedano negati i propri diritti o che siano esclusi dai progressi della propria nazione».
Per approfondire: http://www.unicef.org/publications/index_71514.html

Il 5 dicembre ho riportato un interessante articolo de L’Osservatore Romano sulla tratta di minori e mi sembra che non sia il caso di rafforzare lo stravagante concetto per cui si nega il certificato di nascita – primo fondamento per la protezione di un’identità – anche nella consapevolezza dei rischi della tratta. Rinvio a quel testo e non ci torno su https://diariealtro.it/?p=3481

Non posso però fingere di non aver sentito (ma non potevo andare all’Ikea a comprare regali natalizi il 10 dicembre?) che  «le strategie richiedono di trovare modi di crescita culturale perché noi dobbiamo far sì che i principi e i diritti siano sentiti come significativi per tutta la popolazione».Quindi l’obiettivo sarebbe l’unanimità per poter riconoscere un diritto? Mi sembra un azzardo fuori della storia. Se quello fosse un obiettivo condivisibile per un impegno di civiltà non avremmo avuto per esempio la legge sulla violenza sessuale, che ha richiesto molti anni per essere approvata ma non è tata assicurata certamente dall’essere riconosciuta “significativa per tutta la popolazione”. Non lo è neppure oggi a 18 anni dall’approvazione di quella tardiva, fastidiosa legge. E così mi sono venute in mente le donne …

Nemmeno le donne esistevano, però

Già anche questo è stato detto anche se si intendeva che non votavano. Ma chi lo ha detto pensava davvero che nel giugno del 1946 l’Italia tutta fosse unanime nel riconoscere che un diritto era stato realizzato? Le donne esistevano eccome: si potevano violentare e poi sposare (matrimonio riparatore che, per essere celebrato, richiedeva anch’esso il certificato di nascita), era possibile licenziarle se restavano incinte, dovevano assolvere al ‘dovere coniugale’ con la consapevolezza di essere poco più di un’aspirina (remedium concupiscentiae nei confronti del vorace marito come l’aspirina nei confronti della febbre). Però esistevano, erano riconosciute esistenti senza bisogno di categorie e opportunistici distinguo. Nessuno mise in dubbio l’essitenza della compagna del corridore Coppi quando fu messa in prigione per adulterio. Come avrebbero potuto chiuderla in cella se non fosse stata esistente?

Ifigenia è sempre a disposizione.

Vorrei che quel 10 dicembre non fosse stato adoperato il verbo esistere per giocare con la pelle dei bambini, di alcuni bambini. Avrei preferito la lealtà sciagurata – ma almeno non travestita da realistica sensibilità – con cui fosse stato detto agli studenti che l’art. 3 della Costituzione è stato reso insignificante da un’abile campagna culturale che ha a suo promotore la Lega Nord (forte di tante complicità) e che l’opportunismo politico ha bisogno di vittime, meglio se deboli e indifese così non è faticoso mantenerle nella loro condizione appunto di utile bottino da esibire a un’opinione pubblica largamente forcaiola. Poi magari qualche insegnante poteva spiegare al ritorno in classe il mito di Ifigenia all’insegna del “è sempre stato così. E così è: il presidente del consiglio regionale ve lo ha fatto spiegare da esperti e politici tanto diligenti da trascorrere con voi un’intera mattina, cari figlioli”..

Non ho dimenticato Kant. Alla prossima terza puntata (continua)

Puntata precedente: https://diariealtro.it/?p=3501

 

 

 

16 Dicembre 2014Permalink

15 dicembre 2014 – Garanti, competenti e il rispetto di giovani studenti – 1

 Il 10 dicembre – per l’attenzione dovuta e condivisibile alla giornata in cui nel 1948 venne firmata la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo – i garanti della regione Friuli Venezia Giulia sono stati protagonisti di un incontro indetto dal presidente del consiglio regionale dal tema “Diritti umani e organismi di garanzia”.

Chi sono i garanti

Si tratta di tre persone esperte cui la regione affida con legge compiti precisi Trascrivo l’art. 1 della legge regionale  9/2014 “Istituzione del Garante regionale dei diritti della persona”: «La Regione autonoma Friuli Venezia Giulia considerando impegno prioritario la tutela dei diritti delle persone soprattutto di quelle che non sono in grado di difenderli in modo diretto e autonomo, concorre a garantirne il rispetto in particolare di quelli dei bambini e degli adolescenti e di coloro che sono privati della libertà personale o a rischio di discriminazione, in adempimento a quanto previsto dalla normativa internazionale, europea e statale»

E all’art. 8 così ne precisa alcuni compiti su cui intendo soffermarmi

«a) verifica e promuove il rispetto dei diritti dei bambini e degli adolescenti alla vita, alla salute, all’istruzione e alla famiglia, all’educazione, all’ascolto e partecipazione, alla pace e più in generale ai diritti sanciti dalla Convenzione di New York del 1989;

b)sollecita l’adozione di provvedimenti normativi a tutela dei diritti dei minori presenti sul territorio regionale, con particolare attenzione per bambini e adolescenti maggiormente svantaggiati e vulnerabili, quali i minori provenienti da Paesi terzi non accompagnati e richiedenti asilo, i minori vittime di tratta o figli di vittime di tratta, i soggetti con disabilità, i minori collocati al di fuori della famiglia di origine o situati negli istituti penali e verifica la corretta attuazione delle norme regionali attinenti»

Naturalmente i compiti dei garanti non sono solo questi. Chi volesse conoscere gli altri può farlo anche da qui

Il 10 dicembre,

nell’auditorium della regione, sono stati convocati i garanti (purtroppo uno, il garante per le persone private della libertà personale, era malato) insieme a due competenti evidentemente di fiducia di chi aveva indetto la riunione. Il pubblico era costituito soprattutto da studenti. Ottime le due relazioni (il cui testo spero verrà pubblicato), di cui prendo in considerazione la prima intitolata “Alla radice dei diritti umani: spunti in prospettiva filosofica e bioetica”. Mi affido ai miei appunti e trascrivo un passaggio e mi permetto le virgolette perché sono in grado di assicurarne l’esattezza: «I diritti umani sono un’invenzione giuridica che serve a proteggere qualche cosa di importante che non è giuridico. […] L’origine dell’etica interpersonale è il riconoscimento che ciascun essere umano ha un valore che lo stato non pone, ma riconosce e si impegna a tutelare». Sembra persino ovvio dire che il primo valore è l’esistenza riconosciuta in un contesto di relazioni che ne preveda l’accoglienza dal momento della nascita, quando il nuovo nato si pone come corpo (traggo la terminologia legata alla constatazione della corporeità dalle affermazioni del relatore), corpo libero, corpo in relazione e vulnerabile. Si suppone quindi che si possa considerare superato l’antico culto romano della dea Levana, quando il padre decideva se sollevare o no il figlio che la levatrice gli metteva davanti, con un gesto che ne implicava il riconoscimento o il rifiuto. Sappiamo che non è così: dal 2009 in Italia per una certa categoria ben definita di neonati lo stato si sostituisce all’antico padre-padrone e ne ostacola il riconoscimento che li renderebbe Centri di Identificazione ed Espulsione di carne. Per l’ennesima volta trascrivo una citazione dal rapporto del gruppo Convention on the Rights of the Child: «… Il timore […] di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità […], nonché […] contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori. Pur non esistendo dati certi sull’entità del fenomeno, le ultime stime evidenziano la presenza di 544 mila migranti privi di permesso di soggiorno. Questo può far supporre che vi sia un numero significativo di gestanti in situazione irregolare»..
Ho scelto il passo di riferimento alla madre tanto per dire che lo stato italiano, nuovo Levana, gode se non di ampi consensi almeno di rassicurante indifferenza, ivi compresa quella dei movimenti di donne che non riescono a pensarsi in un contesto universale neppure in quanto partorienti e quindi si disinteressano della discriminazione fondamentalmente razzista.

Illusa da giovane, scema da vecchia

Questa sono io. Infatti, forte delle belle espressioni dell’esperto cui era stata affidata la prima relazione, sono malauguratamente intervenuta per chiedere a lor signori se si ritengano soddisfatti del fatto che il riconoscimento del bambino alla nascita, che anche l’ONU (CRC) afferma essere universale, in Italia sia invece limitato da un’eccezione a norma di legge e un principio di universalità sia affidato ad una circolare.
A questo punto sono piombata in una condizione di avvilimento che non riesco a superare, soprattutto perché il relatore parlava di fronte a giovani di cui non conoscevo le capacità di difesa. Infatti mi ha spiegato che « …sempre nella storia dobbiamo sapere che c’è un gap tra l’ideale che noi ci poniamo e il reale e il compito nobile della politica, della polis è di colmare questo gap. Si pone il problema delle strategie. Allora le strategie richiedono di trovare modi di crescita culturale perché noi dobbiamo far sì che i principi e i diritti siano sentiti come significativi per tutta la popolazione. Faccio un esempio. Noi dobbiamo lottare perché indipendentemente da chi è tuo padre o da quelli che sono i […] di tuo padre  un bambino appena nato andrebbe riconosciuto. […] Allora se io sento che una fetta della popolazione è spaventata dall’immigrato io devo lottare per riconoscere il diritto di riconoscere il diritto dei suoi figli e creare le condizioni per cui si abbassi una tensione sociale che non ci consente di essere puri, trasparenti e ere il problema per quello che è».
La dott. Mellita Bares, presidente del piccolo comitato di garanti, nel far riferimento al mio intervento ha invece usato (e le sia reso onore) la parola ‘delitto’ in relazione al mancato riconoscimento anagrafico.
A questo punto, se ci sono strategie da identificare nel sistema di welfare che obbligano a considerare priorità in relazione alle risorse, come assicuriamo il valore del ‘corpo vulnerabile’ in una relazione che precede la legge (non l’ho detto io, l’ho ascoltato), nel riconoscimento dovuto ma molto discusso?

Immanuel Kant perdonaci

Su questo tornerò perché non è mancata la citazione dotta ed esatta della seconda formula del kantiano imperativo categorico ma, secondo un uso irritante e diffuso, non è stata contestualizzata, bensì proposta come un bell’aforisma piombato da chissà quale cielo remoto dove si ignorano le strategie. E meno male che nessuno si è ricordato di quel pazzerellone di Cesare Beccaria che 250 anni fa pubblicava “Dei delitti e delle pene” in cui si pronunciava contro la tortura e la pena di morte del tutto immemore (cito sempre dalla risposta che mi è stata data) delle “paure reali e irrazionali che le persone hanno rispetto alla loro sicurezza” che a quel tempo non dovevano mancare se non mancano neppure oggi. Mi dispiace per gli studenti: Kant non meritava di essere trattato, almeno davanti a loro,  con un’approssimazione che alla mia vecchia mente maligna fa venire in mente l’inesausta casalinga di Voghera, simbolo del buon senso comune.. Ma di questo scriverò ancora perché non è una modalità che io possa digerire in silenzio.
(1 continua).

15 Dicembre 2014Permalink

5 dicembre 2014 – Scrive L’Osservatore romano

27 novembre 2014
Sono minori un terzo delle vittime del traffico di esseri umani

La tratta dei bambini

Indetta per l’8 febbraio una giornata di preghiera

VIENNA, 26. Un terzo delle vittime della tratta di esseri umani è rappresentato da bambini. Lo rivela un rapporto pubblicato ieri a Vienna dall’Unodoc, l’agenzia dell’O nu contro la droga e il crimine e riferito al triennio 2010-2012, precisando che si tratta di una quota in aumento del cinque per cento rispetto al 2007-2009. Il rapporto sottolinea che questo aspetto è particolarmente accentuato in Africa e in Medio oriente dove i bambini sono il 62 per cento delle vittime della tratta. Ma nessun Paese è immune: sono almeno 152 quelli di origine e di destinazione del traffico di esseri umani.

La tratta si verifica soprattutto all’interno dei confini nazionali o della stessa regione, mentre il traffico transcontinentale si dirige soprattutto verso i Paesi ricchi. «Purtroppo, non c’è posto al mondo nel quale i bambini, le donne e gli uomini siano al sicuro da questo pericolo», ha detto il direttore esecutivo dell’Unodc, Yury Fedotov, presentando il rapporto. «I dati ufficiali riferiti dalle autorità nazionali rappresentano ciò che è rilevabile. Ma è chiaro che si tratta solo della parte emersa dell’iceberg», ha aggiunto. L’Unodoc parla di 21 milioni di vittime, che ogni anno aumentano di due milioni e mezzo. In più della metà dei casi, il 53 per cento, il traffico ha finalità di sfruttamento sessuale. Ciò accade specialmente nei Paesi di destinazione in Europa e in Asia centrale. In Asia orientale e nel Pacifico la destinazione delle vittime è invece soprattutto il mercato del lavoro forzato. A questa si aggiungono altre forme di sfruttamento, dalla servitù domestica, al matrimonio forzato, alle adozioni illegali, fino a quella atroce dell’espianto di organi per i trapianti. La stragrande maggioranza dei trafficanti condannati, il 72 per cento, sono maschi e cittadini del Paese in cui operano. Si tratta comunque di successi limitati contro un fenomeno che rappresenta, con un fatturato stimato a 32 miliardi di dollari l’anno, la terza voce dell’economia criminale, dopo il traffico d’armi e quello di droga. Il rapporto ricorda che l’impunità resta un problema grave: il 40 per cento dei Paesi ha registrato poche o nessuna condanna, e nel corso degli ultimi 10 anni non vi è stato alcun aumento percepibile delle pene contro questo crimine. Per sensibilizzare maggiormente le coscienze su questa drammatica realtà, il prossimo 8 febbraio si celebrerà la prima Giornata internazionale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. L’iniziativa è stata promossa dai Pontifici consigli della pastorale per i Migranti e gli itineranti e della Giustizia e della pace e dalle Unioni internazionali femminili e maschili dei superiori e superiore generali.

Vuole essere una risposta all’appello di Papa Francesco a combattere il fenomeno della tratta e a prendersi cura delle vittime. Fin dall’inizio del suo pontificato, il Papa ha più volte denunciato con forza questo traffico come un crimine contro l’umanità. La scelta della data è significativa: l’8 febbraio, infatti, è la memoria liturgica di santa Giuseppina Bakhita, schiava sudanese, liberata e divenuta religiosa canossiana, canonizzata nel 2000. La prima Giornata sarà celebrata in tutte le diocesi e le parrocchie del mondo, nei gruppi e nelle scuole e vedrà l’adesione di numerose associazioni e istituzioni, tra le quali: Pontificia accademia delle scienze sociali, Caritas internationalis, Talitha kum, Ufficio “Tratta donne e minori” Usmi, Slaves no more, Unione mondiale associazioni femminili cattoliche, Comunità Papa Giovanni XXIII, Jesuit refugee service (Jrs), International catholic migration commission, International forum catholic action, Congregazione figlie della carità canossiane.

La mia lettera al direttore de l’Osservatore romano

 Udine 27 novembre 2014
Al direttore de L’Osservatore Romano dr. Giovanni Maria Vian
Sua Sede

Ho letto sul giornale da lei diretto l’intervento a proposito della istituzione della giornata di preghiera contro la tratta e la sottolineatura della tratta dei bambini. Trovo però singolare che ci sia un  problema di cui non si parla mai: quello dei bambini condannati per legge dal 2009 a non avere una famiglia perché privati per legge del certificato di nascita e cui perciò è negata un’esistenza giuridicamente riconosciuta. Ne ho cercato traccia nel documento conclusivo del recente Sinodo e nella prolusione del card. Bagnasco all’Assemblea dei Vescovi italiani. Nulla Mi spiego: nel 2009 fu approvato con voto di fiducia il cd pacchetto sicurezza (legge 94) che alla lettera g del comma 22 dell’art. 1 richiede la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione degli atti di stato civile. E’ evidente che -‘per contraddizion che nol consente’ – gli immigrati irregolari non hanno il permesso di soggiorno altrimenti irregolari non sarebbero. Lo stesso governo di allora (quarto Berlusconi, ministro interno Maroni) realizzò l’enormità della cosa ed emanò nel giro di pochi giorni una circolare che dice il contrario della legge per ciò che concerne le nascite. Nel 2011 la Corte Costituzionale cancellò questa stortura legislativa (sentenza 245) per ciò che concerne i matrimoni. Nessuno si fece parte diligente per le nascite. Nel corso dell’attuale legislatura sono state presentate due proposte di legge (n. 740 alla camera, n.1562 al senato) che, se approvate, rimedierebbero al problema ma non vengono neppure calendarizzate. Il gruppo Convention on the Rights of the Child presenta annualmente un documento in cui reiteratamente richiama il problema nei termini che traggo dal Quinto rapporto (2011-2912): “Il timore di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori.

Pur non esistendo dati certi sull’entità del fenomeno, le ultime stime evidenziano la presenza di 544 mila migranti privi di permesso di soggiorno . Questo può far supporre che vi sia un numero significativo di gestanti in situazione irregolare”. Il rapporto è firmato anche dalla Caritas italiana *

Mi sembra che il rischio di facilitare l’esposizione di bambini nati in Italia alla tratta sia evidente: chi potrebbe denunciarne la scomparsa dato che giuridicamente non esistono e la loro reale famiglia non risulta esserlo? Mi occupo da cinque anni della questione senza risultato alcuno (sono praticamente sola e il mio impegno è dettato solo da una coscienza che pretende di essere vigile). C’è modo di fare qualche cosa perché la questione sia autorevolmente proposta nel mondo cattolico in modo da facilitare il percorso di una norma di legge che corregga questa ferita?
Grazie
Augusta De Piero

* Fonte: Dossier Statistico immigrazione 2011Caritas/Migrantes

continua  – i miei commenti ai prossimi post

Trovare il testo integrale dell’articolo non è stato facile ma – dato l’atteggiamento omertoso e irresponsabile del mondo cattolico, laico, clericale, anticlericale ecc. ecc. sul problema – non ho mollato finché ci sono riuscita e l’ho manualmente copiato.
Preciso che l’edizione a stampa, e quindi completa, dell’articolo non è possibile con il copia-incolla, le edicole di Udine non lo ricevono e la Biblioteca del Seminario Arcivescovile, pur essendo abbonata, lo riceve in ritardo (non so se dipenda dalle poste italiane o dalle poste vaticane).

 

 

 

5 Dicembre 2014Permalink

3 dicembre 2014 – Hanno bruciato un luogo in cui mi ero concessa una speranza

 

Un articolo di Sayed Kashua, scrittore arabo israeliano

Apro la Repubblica e trovo un articolo di Sayed Kashua. Parla di una scuola bruciata e scopro che è proprio quella in cui sono stata e di cui avevo scritto nel 2009. Ritrovo il mio vecchio post che si può leggere anche da qui e provo a scaricare l’articolo di Kashua.  Non si può. E allora decido di copiarlo perché è molto bello anche se tristissimo.

La scuola simbolo bruciata da fanatici contro la pace

Lo scorso sabato sera è andata a fuoco la scuola arabo ebraica “Mano nella Mano”, a Gerusalemme. Due aule di prima elementare sono state completamente distrutte. Ho visto scheletri di seggioline dove bambini ebrei e arabi stavano seduti l’uno accanto all’altro (e dove anche i miei figli erano stati seduti quando frequentavano quella scuola), cappotti semicarbonizzati lasciati in classe dai bambini e libri bruciati in arabo e in  ebraico. «Morte agli arabi» era scritto fra le altre cose sui muri della scuola, «Basta con l’assimilazione» e «Con un cancro non si convive». Chi ha appiccato il fuoco non riesce ad accettare l’idea che alunni arabi ed ebrei possano sedere gli uni di fianco agli altri nella stessa classe, senza distinzioni. Per la prima volta, da quando mi sono trasferito con la mia famiglia in Illinois per una anno sabbatico, mi sono rammaricato di non essere a Gerusalemme. Di non poter insistere, nonostante tutto (e forse proprio a causa di questo incendio) a mandare i miei figli a quella scuola insieme ad altri genitori. Mi sono rammaricato di non essere accanto agli insegnanti nell’accogliere i bambini con un rassicurante sorriso e la promessa che andrà tutto bene, che un giorno lo slogan appeso alle pareti delle aule dopo la guerra di Gaza – «Arabi ed ebrei rifiutano di essere nemici» – diventerà realtà e che, come viene insegnato loro, l’uguaglianza e la convivenza saranno possibili. Ma sarà davvero così? E’ moralmente giusto dare ai nostri figli l’illusione che arabi ed ebrei possano convivere su un piano di parità? Posso davvero guardare miei figli negli occhi e dire loro che un giorno saranno cittadini di Israele a pieno titolo? Era difficile, se non addirittura impossibile, garantire ai nostri figli l’uguaglianza a livello giuridico anche prima della proposta di legge del governo che decreta che Israele è lo Stato della nazione ebraica. Israele, sin dalla sua creazione, si è posto al servizio esclusivo degli ebrei che vi vivono e, di fatto, anche di quelli che non vi vivono. Viceversa lo Stato di Israele non  ha mai voluto essere il mio Paese, non è stato creato per me o per la mia famiglia né per i cittadini arabi che detengono il suo solo passaporto. Io e i miei figli facciamo parte dell’oltre milione e mezzo di cittadini arabi israeliani (da non confondere con i palestinesi di Gerusalemme, della Cisgiordania e della Striscia di Gaza occupate nel 1967) che vive entro la Linea Verde fin  dalla sua fondazione nel 1948, costituisce circa il 20 per cento della popolazione, è discriminato rispetto agli ebrei in tutti i settori della vita e deve sopportare enormi disparità. Nessun nuovo insediamento arabo è sorto dopo la creazione di Israele, a fronte di circa 700 ebraici, e l’area di competenza delle municipalità arabe rappresenta meno del tre per cento dell’intero territorio. L’attuale disegno di legge che stabilisce che “Israele è lo Stato della nazione ebraica” è diretto a garantire che, in caso di conflitto tra il carattere ebraico dello Stato e il principio di uguaglianza, il primo avrà la meglio sul secondo. Dio non voglia che la democrazia garantisca una qualche parità di diritti fra ebrei e non ebrei. «Ancorare per legge» è l’espressione usata dal governo israeliano in riferimento al decerato legge e sta a significare quanto segue: se le cose stanno in ogni caso così, perché non sancirle a livello giuridico? La discriminazione fra arabi ed ebrei in tutti i settori esiste comunque, tanto vale renderla legale. Molti palestinesi con cittadinanza israeliana sono felici di questa proposta di legge. Semplicemente perché, una volta che la legge sarà approvata, l’ineguaglianza non sarà celata dietro alla cortina di fumo di una cosiddetta “democrazia”. Molti pensano che questa legge metterà a nudo “l’etnocrazia” israeliana ( una democrazia solo se sei ebreo). E’ possibile che la fondazione di uno Stato ebraico fosse indispensabile considerata la terribile storia degli ebrei. Ma è davvero necessario che questo rifugio trasformi milioni di persone in rifugiati indifesi, ostaggi del governo israeliano? Che sia solo ed esclusivamente riservato agli ebrei? Che esseri umani vivano in esso separati a causa delle loro etnia? Che scuole che credono nella convivenza vengano bruciate? Avrei voluto moltissimo essere all’ingresso della scuola bilingue di Gerusalemme questa settimana, accanto ad altri genitori arabi ed ebrei che credono nell’uguaglianza. Avrei voluto moltissimo dire ai miei figli che gli autori di questo gesto sono solo un piccolo gruppo di stupidi criminali e che un giorno, vedrete, saremo un  popolo libero e voi potrete vivere e studiare dove vorrete. Ma non posso farlo. Il primo ministro e le sue leggi razziali mi negano la capacità di sognare un futuro migliore.
(traduzione di Alessandra Shomroni)

Nota aggiuntiva  – 5 dicembre

Appena pubblicato questo pezzo ho saputo delle modifiche imposte dal primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu alla composizione del proprio governo. Uno dei due ministri rimossi è Yair Lapid.
Di suo padre, fuggito dall’Europa razzista già prima dell’occupazione nazista avevo scritto il 3 settembre 2010 in un post che si può leggere da qui.
https://diariealtro.it/?p=3096

3 Dicembre 2014Permalink