2 febbraio – Donne responsabilmente pensanti

Due NO importanti all’indecenza

Riporto con piacere un’iniziativa della consigliera comunale di Udine, Chiara Gallo.
Chiara ha constatato che non è stata inserita nel calendario dei lavori parlamentari la proposta di legge 740, finalizzata a reintrodurre il riconoscimento anagrafico ai figli dei sans papier (di cui ho scritto innumerevoli volte in questo blog dove potete leggerne la trascrizione il 17 giugno).
Di conseguenza ha pensato di scrivere al capogruppo del Pd, alla presidente della Camera Boldrini, del Senato Grasso e al presidente della I commissione (affari costituzionali, della presidenza del consiglio e interni)  cui la proposta è stata assegnata. Ne ha dato informazione anche al primo firmatario della proposta stessa.
Così ha dato il secondo scossone a una proposta di legge che tenta di correggere la mostruosità introdotta nel 2009 nella legislazione italiana. Con quella norma si è negato il principio di uguaglianza per alcuni neonati cui è rifiutato il riconoscimento di un’esistenza giuridicamente riconosciuta.
Il primo scossone lo aveva dato – era il 2010 – l’allora consigliera provinciale Paola Schiratti che aveva convinto l’allora deputato Leoluca Orlando a presentare una proposta di legge che decadde nell’indifferenza anche dei tre firmatari con la fine della legislatura.
Ora i firmatari della proposta sono 104 (maggioranza Pd, una deputata SEL, due di ‘per l’Italia’).
C’è da sperare che lo scossone di Chiara solleciti il loro interesse ad assicurare la discussione della legge.
In calce alla lettera con cui Chiara si è rivolta ai suoi interlocutori ho lasciato le sigle di associazioni firmatarie e di persone presenti in istituzioni (consiglio regionale FVG e comunale di Udine) perché è giusto sapere di cosa si occupano le associazioni e cosa pensano i nostri rappresentanti, mentre non  pubblico i nomi delle singole persone che hanno voluto sostenere l’iniziativa (fra cui ci sono anch’io), non essendo questa una formale raccolta.
Cercherò di avvertire direttamente quelli che conosco.
Chi volesse ripercorrere la storia di questa vicenda potrà leggere l’articolo di Tommaso Canetta e Pietro Pruneddu  , riportato in questo blog il 21 dicembre 2013   

La lettera di Chiara

Gentilissimo On. Roberto Speranza

Associazioni, rappresentanti delle Istituzioni, cittadine e cittadini del Friuli Venezia Giulia (e non solo) intendono sottoporre alla Sua attenzione la problematica della registrazione anagrafica dei bambini nati in Italia da genitori stranieri “irregolari”, questione segnalata anche all’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza Vincenzo Spadafora nel corso dell’illustrazione della seconda relazione annuale presentata il 10 giugno 2013.

La Legge 94/2009 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica – art. 1, comma 22, lettera g) prevede che gli stranieri debbano esibire agli uffici della pubblica amministrazione “i documenti inerenti al soggiorno” per una serie di obiettivi fra cui la registrazione degli atti di stato civile.

E’ evidente che i cittadini extracomunitari in situazione di irregolarità non dispongono del permesso di soggiorno e se tale documento fosse loro richiesto, per evitare il rischio di espulsione, potrebbero privare il nuovo nato del certificato di nascita, un documento indispensabile per la vita e per la dignità di ogni persona.

Il Ministero dell’interno ha emanato a suo tempo la circolare del 7 agosto 2009, n.19 del Dipartimento per gli Affari interni eTerritoriali, nella quale si precisa che «per le attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti il soggiorno».

Sebbene la circolare ministeriale abbia contribuito a dirimere il dubbio iniziale circa l’interpretazione dell’articolo 6 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”, poi modificato dalla legge 94/ 2009, va considerato che la stessa potrebbe essere disapplicata essendo di rango inferiore alla legge per cui per evitare ciò sarebbe necessaria una modifica normativa.

In mancanza del certificato di nascita il bambino non risulta esistere quale persona e quale individuo destinatario delle regole dell’ordinamento giuridico. In mancanza del certificato di nascita, che testimonia l’identità della madre e del padre, al bambino non viene assicurata la tutela da parte dei genitori, è condannato ad essere un apolide ed è invisibile agli occhi dello Stato.

All’inizio della legislatura è stata presentata la proposta di legge n. 740, primo firmatario On. Rosato, sottoscritta da 104 deputati, per la quasi totalità del Partito Democratico, che purtroppo, ad oggi non è stata calendarizzata. E’ per questo che siamo a chiedere, nella sua funzione di capogruppo del PD alla Camera dei Deputati, un autorevole e risolutivo intervento perché la proposta di legge prosegua il suo iter.

Siamo certi del Suo impegno per una battaglia di civiltà che da troppo tempo stiamo portando avanti con l’esclusivo fine di riconoscere un diritto negato.

Alleghiamo la p.d.l. n. 740 e l’elenco dei firmatari della presente.

Auspicando un sollecito avvio dell’iter parlamentare della proposta restiamo in attesa di un cortese riscontro e la salutiamo cordialmente.

CHIARA GALLO

FIRMATARI

Associazione “Centro di accoglienza e di promozione culturale E. Balducci” (referente don Pierluigi Di Piazza)
Associazione “Vicini di Casa” Onlus (referente don Franco Saccavino)
Fondazione “Casa dell’Immacolata di don Emilio de Roja” (referente don Gianni Arduini)
Associazione Libertà e giustizia (referente Loredana Alajmo)
Associazione “Le donne resistenti” (referente Paola Schiratti)
Associazione “Nuovi Cittadini” Onlus  (referente Silvia De Lotto)
Associazione “SeNonOraQuando? comitato territoriale di Udine” (referente Andreina Baruffini)
Associazione “Centro Solidarietà Giovani Giovanni Micesio” Onlus (referente don Davide Larice)
GrIS del FVG (Gruppo Immigrazione e salute della Società Italiana Medicina delle Migrazioni – referente Guglielmo Pitzalis)
Nascente soc. coop. a r.l. (referente Flavio Sialino)

I e le consigliere regionali del Friuli Venezia Giulia Chiara Da Giau, Emiliano Edera, Pietro Paviotti,  Stefano Pustetto, Gino Gregoris, Silvana Cremaschi, Armando Zecchinon, Alessio Gratton
I e le consigliere comunali di Udine Chiara Gallo, Monica Paviotti, Eleonora Meloni, Marilena Motta, Claudio Freschi, Hosam Aziz, Federico Filauri
L’Assessora ai diritti di cittadinanza e all’inclusione sociale del Comune di Udine Antonella Nonino

 

2 Febbraio 2014Permalink

26/01/2014 – Protagonismo infantile 1

Riporto integralmente due interventi di Massimo Gramellini, uno si riferisce a un fatto recente, l’altro è meno vicino nel tempo ma altrettanto significativo.

24 gennaio  –   Il ministro che non c’é

Ma l’Italia ce l’ha un ministro dell’Interno?, si chiede Antonio Barone nel suo blog sull’Huffington Post. A scandalizzarlo, a scandalizzarci, è il silenzio di Alfano intorno al rogo di Cocò, il bambino di tre anni ucciso e bruciato dalla ’ndrangheta. Quel gesto disumano, che ha cancellato definitivamente l’epica dei cosiddetti «uomini d’onore», scosso le coscienze e ispirato parole infuocate a Claudio Magris, è planato sulle spalle larghe del ministro senza lasciare traccia. In cinque giorni neppure una dichiarazione o un gesto che dessero la sensazione di uno Stato presente e, se non responsabile, almeno consapevole. Evidentemente Alfano considera ordinaria amministrazione che sul territorio italiano si consumino non solo i rapimenti dei familiari di un oppositore kazako, ma anche le mattanze infantili.

La storia di Cocò è ancora più complessa e avvilente per le strutture dello Stato: c’è di mezzo una mamma in galera con cui il piccolo ha convissuto dietro le sbarre, prima di essere affidato da una decisione demenziale al nonno pregiudicato. Ma neanche su questo Alfano ha trovato il tempo di dire qualcosa. Comprendiamo che i tormenti della legge elettorale ingombrino una parte imponente della sua pur vasta intelligenza. E siamo certi che abbia presieduto vertici su vertici per mettere nel sacco gli assassini di Cocò. Ma la politica è comunicazione. Un ministro che parla di listini bloccati e non di un fatto di sangue che ha sconvolto il mondo intero farebbe meglio a presentare le dimissioni. Pubblicamente, però. Altrimenti non se ne accorgerebbe nessuno.

 18 ottobre  –  Funerali di non è Stato.

Come può prendersi cura dei vivi un Paese che non riesce a decidere nemmeno sui morti? La bara di Priebke gira l’Italia da una settimana, strattonata e presa a calci appena si affaccia per strada, senza trovare una buca dove andare a nascondersi. Intanto ci siamo dimenticati di fare i funerali alle vittime di Lampedusa. Proprio così: dimenticati. Ministri, primi ministri e affettate figure istituzionali hanno sfilato con sguardi dolenti sul molo e davanti alle salme della tragedia. C’è stato cordoglio, c’è stato sdegno, c’è stato lo sciame sismico di dichiarazioni scontate. Quel che non c’è stato, come sempre, è lo Stato. Qualcuno che, tra un cordoglio e uno sdegno, trovasse il tempo per allestire una cerimonia solenne di congedo per quei poveri cristi.

A chiunque di noi si rechi in visita a una camera ardente viene spontaneo chiedere il giorno e il luogo dei funerali. Invece a Lampedusa i nostri globetrotter della lacrima non si sono neppure domandati se fossero previsti, dei funerali. Colpisce la loro ostinazione nel rifiutarsi di sfogliare almeno le figure del manuale del buonsenso. Dopo avere riunito su una zattera centinaia di disgraziati, il destino li ha infine dispersi tra vari cimiteri siciliani, tumulati in silenzio dentro tombe anonime. Ma lo scrupolo di coscienza, che è il nome con cui dalle nostre parti si chiama la coda di paglia, ha suggerito allo Stato di correre ai ripari. Lunedì prossimo, a cadaveri ampiamente sepolti, si terrà una commemorazione ad Agrigento, città nota per avere dato i natali al filosofo Empedocle e poi, per compensare, ad Alfano.

I protagonisti sono bambini.

In entrambi i casi i protagonisti sono bambini. Nel primo la presa in carico degli assassini è diretta: un piccolo di tre anni ammazzato e bruciato, nell’altro c’erano bambini, ospiti di piccole bare senza nome.
In ogni modo sono vittime dei disastri italiani: connivenze con  una criminalità organizzata e consolidata (fino ad affidare il piccolo figlio di carcerati a un nonno  ‘ndranghetista), incapacità di assicurare una accoglienza  che  sia almeno certezza di sopravvivenza

26 Gennaio 2014Permalink

18 gennaio 2014 – Una ragazza non-nata per tre anni

Avevo raccontato il 22 marzo …

…  scorso la storia della ragazza figlia di cittadini albanesi che, nata in Italia, vissuta costantemente in Italia, al compimento del 18mo anno si era vista negare la cittadinanza italiana perché, a casa di un  errore del comune di residenza, era stata iscritta all’anagrafe con tre anni di ritardo.
Ha resistito, è ricorda al Tribunale e infine è stato riconosciuto il suo diritto ad avere la cittadinanza italiana.

La giusta, inutilmente tormentata, conclusione

Da il Corriere della sera del 18 gennaio  –  Stefano Pasta

Le è arrivato un sms mentre era a sciare con gli amici: «Monnalisa è italiana!». Il mittente era il suo avvocato. Sì, perché che Monnalisa dovesse essere italiana ha dovuto dirlo un giudice del Tribunale di Siena. Avevamo raccontato la sua storia: non bastava essere nata in Italia, averci vissuto per tutta la vita (19 anni) e aver frequentato asilo, elementari, medie e superiori. No, il Ministero dell’Interno ha scritto al sindaco di Monteriggioni, il suo Comune di residenza, che, per la legge, Monnalisa restava «una cittadina albanese per diritto di sangue». Anche se in Albania ci era andata una sola volta in tutta la sua vita, in vacanza. Il Ministero contestava infatti a Monnalisa di essersi iscritta all’anagrafe solamente all’età di tre anni (per un errore dell’impiegato dell’anagrafe di allora, peraltro).

Lei non si è arresa: insieme alla sua famiglia e agli avvocati Giulia Perin e Carla Guerrini ha fatto causa in Tribunale, portando, come già aveva fatto con il Ministero, le prove della sua presenza continuativa in Italia (certificato di nascita, attestati di vaccinazioni, esami medici) anche prima dell’ottenimento della residenza. Il giudice le ha dato ragione, mettendo nero su bianco che Monnalisa «è in possesso dei requisiti per conseguire la cittadinanza italiana». Con un’aggiunta: il Comune di Monteriggioni, per avere seguito le indicazioni del Ministero, è stato condannato a pagare 2.332,91 euro più iva di spese processuali.

«La vittoria era facilmente prevedibile – spiega l’avvocato Giulia Perin dell’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) – perché già in passato c’erano state sentenze simili e la giurisprudenza aveva già aperto questa via. La novità è invece la condanna alle spese legali. Finché l’unico rischio per l’Amministrazione che sbaglia è l’adozione del provvedimento dovuto, il cittadino e lo straniero sono privi di tutela effettiva. L’applicazione del principio “chi sbaglia paga” ha, nella nostra esperienza, una grande forza dissuasiva. In questo caso, peraltro, abbiamo deciso di non chiedere al Comune di Monteriggioni di corrisponderci le spese legali, perché proprio l’ente locale ha più volte interpellato il Ministero dell’Interno per verificare se ci fosse la possibilità di riconoscere la cittadinanza italiana a Monnalisa. Non riteniamo dunque giusto che il Comune sia tenuto a pagare per un’inadempienza imputabile allo Stato; il principio affermato nella sentenza però resta: anche l’Amministrazione deve pagare per i propri errori».

Senza il bel gesto degli avvocati, sarebbero stati soldi pubblici sprecati per la testardaggine del Ministero. E ora? Se seguissero una pioggia di ricorsi di ragazzi nella stessa situazione di Monnalisa – e di conseguenti condanne economiche ai Comuni per aver fatto quello che dice il Ministero –, come farebbero le casse già stremate degli enti locali?

Lei, intanto, si gode la vittoria e dice con accento toscano: «Sono felice, si è realizzato un sogno. Da una parte, non cambia quasi niente; dall’altra, è ufficiale: sono cittadina anch’io, posso votare, esprimere il mio pensiero politico, non devo più fare la fila per rinnovare il permesso di soggiorno». Quando l’ha saputo, era in seggiovia con gli amici: «Anche loro erano contenti, ma mi consideravano italiana già da un pezzo».

La mamma Eliana, accanto alla gioia, sottolinea invece un po’ di amarezza per essere dovuta ricorrere al Tribunale: «È una legge paradossale e assurda: io, mio marito, e di conseguenza la nostra figlia più piccola, avevamo già avuto la cittadinanza italiana un anno fa, mentre Monnalisa era rimasta l’unica straniera di famiglia, proprio lei che è la più italiana di tutti noi!». Ecco, forse andrebbe spiegato questo al ministro Alfano, preoccupato che lo ius soli trasformi l’Italia «in una sala parto per ottenere la cittadinanza», che la legge attuale va riformata perché nega la cittadinanza a ragazze come Monnalisa, che nelle sale parto italiane ci sono nate 19 anni fa, si chiamano come il ritratto italiano più famoso al mondo e parlano con lo stesso accento di Dante Alighieri

La mia conclusione

E’ evidente la correlazione fra il certificato di nascita e la cittadinanza che, su quel certificato viene registrata.
Perché ci si ostina a negarlo per legge ai figli degli immigrati non regolari costruendo situazioni che impegnano i tribunali a un lavoro evidentemente inutile?

18 Gennaio 2014Permalink

16 gennaio 2014 – Ricevo da Giancarla Codrignani

Pubblico volentieri questo scritto di Giancarla Codrignani, che altre volte ho citato, che ritengo possa aprire la strada un dialogo informato e razionale.
Non conoscevo Marea – termine che ho ritrovato nella data dell’articolo – e ne ho recuperato il link.
http://www.women.it/cms/

ABORTION IS (NOT) A RIGHT                             Marea, n.1 – gennaio 2014

Giancarla Codrignani

Sarebbe una gran bella cosa se riuscissimo a realizzare un coordinamento europeo di donne per i diritti di genere.

Ci aveva provato in Francia Choisir, che un paio di anni fa aveva promosso una campagna per l’estensione a tutta l’Unione delle migliori leggi dei diversi paesi su determinati temi. Anche Snoq aveva portato avanti l’idea di leggi comuni “di genere”, prontamente contestata – come già in Francia Choisir – perché le donne non sono “una specie protetta”. Peccato che la realtà sorpassi sempre l’immaginazione.

Almeno da quando perfino in Italia lo scandalo della clandestinità degli aborti ha prodotto una legge “per la maternità libera e responsabile” convalidata da due terzi del paese chiamato a referendum abrogativo, le donne europee si sentivano abbastanza al sicuro. Ovvero, noi italiane ci tenevamo la questione dell’obiezione di coscienza e anche alle altre non mancavano problemi che abbiamo sempre sbagliato a ritenere “piccoli”; ma a tutte bastava l’accesso legale all’aborto. Anzi,  ormai molte – come me – si erano messe a pensare a nuove questioni antropologiche: se la RU486, la pillola del giorno dopo e quella abortiva privatizzeranno la decisione abortiva, di fatto, si autorizzerà la disponibilità del nostro corpo a rapporti irresponsabili e senza consenso?

Invece la doccia fredda sia del governo Rajoy in Spagna di cancellare, in nome della difesa della vita, le norme Zapatero del 1985, sia del voto europeo che ha bocciato (anche per l’astensione di alcuni europarlamentari PD, mentre francesi e tedeschi hanno accusato un fuorviante errore di traduzione per giustificarsi) la relazione della portoghese Edite Estela sul diritti riproduttivi, tra cui “l’aborto sicuro e legale”,  da estendere all’intera UE.

Se diamo uno sguardo in giro, facciamo bene a non sentirci sicure e a prevenire altri guai. Infatti il panorama non è entusiasmante, a riprova del fatto che, sul piano dei diritti, la prima linea difensiva la facciamo noi. Prescindiamo dagli Usa, dove le donne non si sono mai riprese dal colpo mortale di non essere riuscite (mancò il voto di due stati) ad emendare in forma paritaria la Costituzione; tuttavia è assai grave che negli ultimi tre anni più della metà degli stati abbia modificato le disposizioni sull’interruzione di gravidanza e tra poco la stessa Corte Suprema si dovrà pronunciare in materia. Guardando all’Europa, sembrerebbe  che la Francia sia al sicuro con la legge Veil del 1975. Non è così : il 2 febbraio ci sarà “la Manif”, a Versailles contro la “morte prenatale dei bambini”, contro la cultura di genere, contro l’omosessualità e per la tutela della famiglia. La reazione ha usato furbescamente il termine Choisir, antica sigla femminista di Gisèle Halimi, per il proprio “choisir la vie”. Dice in un’intervista Cécile Edel del gruppo promotore: “affinché le donne possano veramente essere libere, è urgente riconoscere il dolore delle donne che hanno abortito, denunciare la sordida realtà dell’aborto, accompagnare le donne e informarle sulle alternative possibili”. Abbiamo già sentito queste parole e le risentiremo: Il Movimento per la vita si è mosso ovunque e ha ha raccolto due milioni di firme per portare all’attenzione del Parlamento europeo lo statuto dell’embrione come persona, “uno di noi”.

In Germania l’aborto è illegale perché vietato dalla Costituzione (ovviamente, dopo le leggi hitleriane sulla selezione), anche se la Corte costituzionale ha riconosciuto la non punibilità per quasi tutto: il pericolo di vita della donna, lo stupro, le malformazioni fetali e le condizioni economiche. Lo stesso in Austria, solo che il 9 febbraio gli austriaci sono chiamati ad una votazione popolare dalla campagna “il finanziamento dell’aborto è una questione privata”. Con la stessa motivazione che intacca la solidarietà sociale delle norme, anche in Svizzera si andrà ad un referendum (ahimè collegato ad altri due sull’immigrazione). In Belgio la questione si è complicata lo scorso anno perché la solita manifestazione “anti” era esasperata dalla proposta di estendere l’eutanasia ai bambini. In Inghilterra, dove si recano le donne di tutti i paesi che hanno leggi di divieto, si è verificato un paio di casi di medici che hanno accettato accordi con donne per aborti selettivi: di femmine…. Soddisfatti sembrano solo i portoghesi che sperano nell’emigrazione delle spagnole se Rajoy procederà ad annullare le leggi socialiste.

Si evidenzia, dunque, la potenziale efficacia di una solidarietà transnazionale anche se è ancora da inventare. Perfino in Polonia le femministe hanno diffuso un cartello My Choice con l’indicazione  dei voli scontati – 70 euro – per la Gran Bretagna.

Speriamo di farcela. Noi vecchia guardia ci siamo, credo, tutte. Dice bene – e colorito – Diana Lopez Varela che l’ha scritto al presidente Rajoy: mi cogno es mìo y yo decido lo que entra y lo que sale de el. La vecchia autodeterminazione.

In Italia dobbiamo tenere presenti due dati di realtà da cui partire: l’obiezione di coscienza e i dubbi sul numero degli aborti dati dal ministero della sanità. Sul primo punto ci si è battuti per il riconoscimento dell’odc. al servizio militare obbligatorio perché riguardava la disobbedienza ad un principio costituzionale. Le leggi, invece, sono solo riformabili, non obiettabili – provatevi a non pagare le tasse – e un medico non è obbligato ad esercitare nelle strutture pubbliche. Il negoziato per ottenere la legge 194 del 1978 è stato troppo oneroso e oggi ne sta boicottando  l’applicazione. Anche perché questa carenza contraddice le dichiarazioni circa la presunta diminuzione degli aborti in Italia. Proprio mentre sono in aumento in tutta Europa a causa soprattutto delle minori, non si vede come mai l’Italia registri riduzioni della pratica ormai adottata prevalentemente dalle immigrate. Proviamo a pensare che cosa farebbe la più restia ad accettare l’interruzione volontaria della propria gravidanza, diciamo la cattolica più osservante, se restasse incinta la sua bambina di quindici anni. Andrebbe al consultorio? ad un ospedale pubblico? Davvero sono finiti i ferri da calza e il prezzemolo, ma nessuno è privo di 500, 1000 euro per ricorrere all’ambulatorio privato. Abbiamo dunque un impegno preciso: sono prossime le elezioni europee e forse tocca a noi aiutare a salvare la democrazia dei diritti.

 

 

16 Gennaio 2014Permalink

5 gennaio 2014 – Una storia forse squallida, forse grottesca

Segue uno schema di racconto con il collegamento ai link che consentono a chi voglia saperne di più la lettura dei vari pezzi nel mio blog che, volta per volta, saranno raggiungibili facendo clic sulla parola [qui]
Il tentativo di inserire le immagini del dépliant non è ben riuscito. Correggerò appena possibile

Il 24 gennaio ho aggiungo come mio commento un articolo uscito sul n. 224 di Ho un sogno

La storia nel mio blog comincia il 26 luglio 2013 quando scopro e segnalo che su un dépliant che informa gli utenti dell’azienda ospedaliera in merito ai vari servizi compare la seguente disinformazione:

Denuncia  di nascita
COSA SERVE: documento di identità valido di entrambi i genitori, se stranieri non residenti passaporto o permesso di soggiorno valido
    
[qui]     guida rapida1

E’ evidente che, a norma della  Circolare del Ministero dell’interno n. 19 del 7 Agosto 2009, la dizione scelta dall’azienda ospedaliera è improponibile  (ma, trattandosi di denunce di nascita agisce su delega del sindaco che di tali atti è responsabile: sciatteria su tutti i fronti!)

Il 28 luglio riporto qualche notizia  sulle mie immediate segnalazioni ad esponenti del comune di Udine (sia a livello di giunta che di consiglio)
[qui]
e presento una segnalazione all’azienda ospedaliera il cui testo trascrivo il 4 settembre
[qui]

Il 28 settembre trascrivo la risposta dell’ospedale che si impegna alla correzione del dépliant
[qui]

Il 4 ottobre due amiche scrivono al sindaco e ottengono risposta
[qui]

Da parte mia visito regolarmente la bacheca nell’atrio dell’ospedale, accanto all’ufficio informazioni,  per vedere se l’impegno preso dalla Direzione il 28 settembre 2013 viene rispettato o disatteso.
Ieri, 4 gennaio 2014, trovo il dépliant corretto dove la dizione relativa alle denunce di nascita è così modificata:

Denuncia  di nascita
COSA SERVE: documento di identità valido di entrambi i genitori
Il nuovo dépliant è datato dicembre 2013.    guida rapida2.pdf

Un piccolo passo avanti ma non è l’ultima puntata di questa squallida storia: da cinque anni mi impegno per la modifica della norma modificata dall’ineffabile allora ministro Maroni, uno dei coraggiosi lottatori che hanno identificato in alcuni  neonati  il n emico da combattere e vincere ‘ad maiorem Bossi gloriam’.
Naturalmente, se vengono –come vengono – lasciati fare, prevarranno come prevalgono.
Diceva Nelson Mandela:  “Disumanizzare l’altro significa inevitabilmente disumanizzare se stessi”.

5 Gennaio 2014Permalink

5 gennaio 2014 – Per una storia del cristianesimo europeo meno cattocentrica

 

Kaj Munk (1898-1944), martire della resistenza danese

da: http://www.voceevangelica.ch/miscellanea/miscellanea.cfm?item=1097

(Paolo Tognina) La sera del 4 gennaio 1944 membri del “gruppo Skorzeny“, il commando autore della spettacolare liberazione di Mussolini sul Gran Sasso d’Italia, inviati da Berlino, su ordine di Himmler, rapiscono il pastore luterano danese Kaj Munk. Il mattino dopo, sulla strada di Hörbylunde Bakke, nei pressi di Silkeborg, viene ritrovato il suo corpo, crivellato di colpi. L’8 gennaio 1944 una grande folla assiste ai funerali del pastore, drammaturgo e giornalista, che viene sepolto nel piccolo cimitero di Vedersoe, sulla costa occidentale dello Jütland.

“Si dice che il cristianesimo non debba occuparsi di questioni politiche e che la chiesa debba occuparsi soltanto della salvezza delle anime“, aveva detto Munk, nel novembre del 1941, in una predica. “È una gran bella religione, che piace all’imperatore e alla quale sua maestà concederà certamente la propria protezione. Una simile religione non gli darà mai fastidio. Ma è una religione che merita il nome di bestemmia. La verità non è tranquilla e piena di dignità e ossequiosa; al contrario, la verità morde e urta e colpisce. La verità non fa per i timorosi e per i prudenti; questi non hanno bisogno della verità, bensì di un divano. Che insulsa richiesta è mai quella che pretende dalla chiesa un atteggiamento prudente? I martiri erano forse prudenti?. Il popolo danese deve smettere di avere paura se non vuole correre il pericolo di morire per eccesso di prudenza“.

Kaj Munk è nato nel 1898 a Maribo, sull’isola di Lolland. I suoi genitori morirono quando era ancora ragazzino e fu perciò adottato da una coppia di parenti. Crebbe in un ambiente contadino, impregnato dagli insegnamenti del pietismo danese di Grundtvig.
Da adolescente cominciò a scrivere ballate, poesie e drammi. E negli anni trascorsi a Copenhagen come studente in teologia accarezzò l’idea di abbandonare l’università per dedicarsi completamente alla letteratura. Ma i genitori adottivi, che avevano fatto non pochi sacrifici per mantenerlo agli studi, glielo impedirono.

Dal 1924 fino alla morte, Munk visse e lavorò come pastore a Vedersoe, sulla costa atlantica dello Jütland. Sposato, padre di cinque figli, curatore d’anime e predicatore, appassionato cacciatore, non smise mai di scrivere. Nel 1928 il suo dramma “En Idealist“ fu messo in scena al Teatro Reale di Copenhagen, con scarso successo. La sua popolarità quale autore drammatico fu decretata dal dramma “Cant”, messo in scena quattro anni dopo. La sua fama si consolidò con i drammi “La Parola“ (da cui il regista Theodor Dreyer ricavò, nel 1955, il celebre film “Ordet“) ed “Egli siede al crogiuolo“. Il primo si basa su una vicenda realmente accaduta a Vedersoe: la morte di una giovane donna, deceduta, insieme al figlio, durante il parto. Il secondo, scritto nel gennaio 1938, è un atto di accusa nei confronti della persecuzione degli ebrei in Germania.

Nel corso degli anni ’30 Kaj Munk si dedica a una intensa attività giornalistica pubblicando, sui maggiori quotidiani danesi, articoli e commenti non solo su temi ecclesiastici, ma anche culturali e politici. Le sue posizioni sono spesso criticate. Giudicando il parlamentarismo poco adatto allo sviluppo di un popolo, Munk asprime più volte ammirazione per il fascismo italiano e per il suo duce e vede nella ripresa economica tedesca sotto Hitler la conferma del carattere positivo della dittatura nazionalsocialista. Munk ritiene che il carisma del dittatore possa imprimere nuovo slancio al popolo tedesco.
Le sue posizioni nei confronti dell’Italia cambiano quando Roma decide di invadere l’Abissinia (il dramma “La vittoria“, del gennaio 1936, è una dura critica a quell’avventura bellica del fascismo). E la brutalità del regime nazista nei confronti degli ebrei lo porta a distanziarsi dall’hitlerismo. Il 17 novembre 1938 pubblica, nel quotidiano Jyllands Posten, una lettera aperta al duce del fascismo nella quale chiede a Mussolini di convincere Hitler ad abbandonare la politica di persecuzione degli ebrei. Il vero destinatario della lettera è tuttavia il pubblico danese che cinque anni dopo, mettendo in salvo la quasi totalità degli ebrei residenti nel regno, traghettandoli sull’Öresund verso la libera Svezia, dimostrerà di condividere appieno il suo appello.

Dopo l’invasione tedesca della Danimarca, nell’aprile 1940, Kaj Munk diventa il simbolo della resistenza nazionale. Il suo dramma storico “Niels Ebbesen“, l’epopea di una sorta di Guglielmo Tell danese che si batte per l’indipendenza dello Jütland contro il tedesco conte Gert di Hollstein, e la raccolta di prediche “Presso i fiumi di Babilonia“ (evidente richiamo alla situazione di cattività del popolo danese, paragonata a quella di Israele dopo l’invasione babilonese) circolano clandestinamente in decine di migliaia di copie contrabbandate anche nella Norvegia occupata.
Nel 1943 Munk entra a far parte del partito d’opposizione “Dansk Samling“ e protesta contro la decisione del ministero danese per gli affari ecclesiastici di vietare ai pastori di parlare pubblicamente della resistenza della chiesa norvegese. La censura controlla la sua produzione letteraria e le librerie non possono più esporre le sue opere.
“Amare il tuo nemico non significa accettare le sue opinioni e dargli ragione. Al contrario, significa essere disposti a sputargli in faccia piuttosto che lasciargli credere, mentendogli, che tu accetti i suoi metodi. La bontà di Dio è dolce e paziente, ma non scende mai a compromessi con il male“. Kaj Munk pagò con la vita la propria fedeltà a questo insegnamento di Cristo. (fonti: “Der Märtyrer Kaj Munk, Pastor, Poet und Feind der Nazis”, Publik Forum, nr. 13, 12 luglio 1996; Paul Gerhard Schoenborn, “Vor 60 Jahren – Zur Erinnerung an die Ermordung Kaj Munks” e Paul Gerhard Schoenborn, “Der Däne Kaj Munk – Pastor, Poet, Gegner Hitlers, Märtyrer”, entrambi in www.kajmunk.dk)

NOTA: Mi fa piacere che comincino a girare notizie sulla storia d’Europa anche relative alle chiese protestanti spesso ignorate in Italia.

4 Gennaio 2014Permalink

29 dicembre 2013 – NEMMENO A NATALE di Giancarla Codrignani

Una interessante riflessione di Giancarla Codrignani

Davvero alle donne non è consentito di fruire dei comuni diritti nemmeno per Natale. si sono dovute inquietare (e addolorare) mentre preparavano i regali per i bimbi e pensavano a come rimediare il bilancio di fine anno. Il governo Rajoy, a cui supponiamo che dell’aborto non importi assolutamente nulla, per consolidare ulteriormente il consenso della destra cattolica in Spagna, ha approvato proprio in questi giorni una legge che limita l’aborto al pericolo di morte per la donna e ai casi di stupro (ovviamente non da parte del marito). Papa Francesco, che tempo fa ha espresso la carità del cristiano nel rifiutarsi di giudicare il dolore di una donna che ha abortito, non ha espresso nessun giudizio sulla decisione spagnola, ma, da uomo di chiesa che crede nel diritto “naturale”, non potrà certo sostenere l’aborto come diritto.

Comunque, non inquieta solo la Spagna. Nel Parlamento europeo è stato bocciato per una manciata di voti il riconoscimento in tutti i paesi dell’Unione del diritto di aborto. C’è da temere che qualcosa contro le donne si possa mettere in moto da parte del mondo cattolico reazionario che non ama Papa Francesco e che ha portato in Europa la richiesta di riconoscimento dello “status di persona” per l’embrione. Il Movimento per la vita ha raccolto quasi due milioni di firme e il 2 febbraio celebrerà la giornata dedicata alla “vita nascente”, che sarebbe appunto quell’embrione chiamato “uno di noi” che così frequentemente scivola giù in bagno senza che neppure la donna, che pensa a un ritardo del ciclo, se ne accorga.

Per chi fosse cattolica, basterebbe pensare al riguardo che Dio usò, secondo la tradizione, nei confronti di Maria, a cui inviò un messaggero per chiederle se consentiva al progetto e alla successiva reazione del patriarcato – antico e moderno – di giudicare impuro il sangue mestruale  e di tenere la donna fuori dal tempio per quaranta giorni dopo il parto. Sempre difficile accettare che la donna abbia “propri” diritti di libertà…

Penso tuttavia che noi donne dovremmo discuterne. Abortire è un diritto? Se nessuno va volentieri dal chirurgo, ormai la società è convinta che sia diminuito il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza, mentre è vero solamente che sono finiti i ferri da calza e il prezzemolo. Si sospetta che sia grande e silenzioso il ricorso al privato (chi porterebbe una bambina di quindici anni in consultorio?), dal momento che 500/1.000 euro costituiscono una cifra non impossibile. Inoltre, anche se non ancora da noi, in tutto il mondo aumenta la vendita dei farmaci on-line anche per le pillole abortive: semplice “libertà”, autodeterminazione?. Infatti è già violenza restare incinte senza averlo voluto, violenza quanto meno dell’ignoranza (non si fa educazione di genere nelle scuole). Ma è anche violenza sociale, se la persona, maschio o femmina, ignora il senso della propria sessualità, se la coppia non parla di sé e del suo futuro, se la pratica contraccettiva resta limitata, ma soprattutto se l’uomo non attende il consenso e non rispetta il volere della partner. Ancor oggi il maggior numero di ricorso alla 194 è delle coniugate. In Italia sappiamo che la contraccezione è limitata e anche la pillola del giorno dopo, che non è abortiva, è contestata da medici e farmacisti. Soprattutto, la legge italiana prevede l’obiezione di coscienza per i medici (assolutamente no per i farmacisti che vi si appellano); che è uno strano principio, inventato contro le donne. Infatti chi obiettava al servizio militare obbligatorio – la sola obiezione prevista dal codice – obiettava contro un principio costituzionale. Secondo una corretta giurisprudenza, le leggi si riformano, non si obiettano. Ne deriverebbe che chi fa il medico, vigente la 194, non dovrebbe essere obbligato a lavorare nel servizio pubblico; non è andata così e così resta. Tuttavia le ideologie continuano la loro violenza: è del 21 novembre 2013 in Usa la decisione della Corte della Pennsylvania di disapplicare le multe erogate alle organizzazioni cattoliche che – per convincimenti religiosi – non intendono applicare la legge federale del sistema sanitario che chiede ai datori di lavoro la copertura assicurativa comprensiva di contraccezione e aborto.

Sarebbe dunque il caso di riprendere a ragionare per chiederci se riteniamo di avere “diritto” di abortire perché la gravidanza è un incidente o un destino, o se intendiamo provvedere per non “dovere” continuare ad abortire dal momento che qualunque rapporto sessuale si deve fondare sul consenso e sul rispetto. Il dato di realtà della pillola abortiva è l’ultima chance per ragionare del problema, prima di seppellirlo nei casi di sanità o di moralità privata.

Nel mondo esistono anche le mutilazioni genitali femminili: la ministra Bonino ha da poco chiuso una conferenza a Roma esercitando sull’argomento la responsabilità dell’Italia. In genere non ne parliamo molto. Nemmeno gli uomini, a cui dovrebbe apparire una loro follia. Eppure è un altro problema di violenza sul corpo femminile. Nel 2014 dovremmo pensare anche a donne che stanno peggio di noi in ragione della comune dignità.

E una citazione-regalo sempre di Giancarla

DICEVA EMILY DICKINSON

La speranza è quella cosa piumata
che si viene a posare sull’anima.
Canta melodie senza parole
e non smette mai.

29 Dicembre 2013Permalink

27 dicembre 2013 – La Repubblica intervista il ministro Alfano

Come il solito l’intervista (che in ogni caso tocca più temi) si gioca fra il pressapochismo, i luoghi comuni e sfugge ai problemi che non  fanno opinione, di cui non si fanno carico lobbies utili e anche opportunisticamente attive.
Così ho deciso di scrivere al ministro.
So che non serve ma è l’unico modo che ho per far conoscere (se qualcuno mi legge) ciò che penso.

Lettera aperta al ministro Alfano

Egregio Ministro Alfano
leggo su La Repubblica di oggi, 27 gennaio, la sua intervista e spero riconosca il diritto a una cittadina italiana di farle conoscere un parere su un paio di punti precisi in merito alle opinioni che ha espresso.
Su un punto sono perfettamente d’accordo, quando lei afferma che “La Bossi Fini non può essere liquidata con uno slogan”.
La Bossi Fini è espressione di una cultura che  va ben oltre quel testo e in molte altre norme si esprime e provoca i suoi effetti. Mi soffermerò su uno soltanto ma prima le ricordo un altro passo delle  sue dichiarazioni:  “
ma davvero con la crisi che attanaglia migliaia di famiglie, il Pd ritiene che la proprietà debba essere quella di dare la cittadinanza a chi semplicemente è nato in Italia oppure la cancellazione della Bossi Fini? Per noi invece la priorità è il lavoro”.
Non riesco a capire perché occuparsi della cittadinanza jus soli anziché jus sanguinis  ostacoli l’espressione del dovuto interesse del governo e del parlamento per il problema del lavoro.

Ma lascio perdere anche questo e vengo al punto.
Dopo la Bossi Fini fu approvata nel 2009 la legge 94 (il cd pacchetto sicurezza, fortemente voluto dall’allora ministro Maroni) che contiene altre norme anche indipendenti dalla Bossi Fini. Fra queste norme c’è la negazione della trascrizione degli atti di stato civile a chi non disponga del permesso di soggiorno. Per i matrimoni ha rimediato la Corte Costituzionale, modificando la legge con sentenza  245/2011.
Nessuno invece si però voluto occupare dei neonati, il cui diritto venne così descritto nel 2010 con la risposta dell’allora sottosegretario Davico ad una interrogazione dell’allora on Leoluca Orlando: “E’ stato chiarito che l’eventuale situazione di irregolarità riguarda il genitore e non può andare ad incidere sul minore, il quale ha diritto al riconoscimento del suo status di figlio, legittimo o naturale, indipendentemente dalla situazione di irregolarità di uno o di entrambi i genitori stessi. La mancata iscrizione nei registri dello stato civile, pertanto, andrebbe a ledere un diritto assoluto del figlio, che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità di colui che lo ha generato. Se dovesse mancare l’atto di nascita, infatti, il bambino non risulterebbe esistere quale persona destinataria delle regole dell’ordinamento giuridico”.
Senonché questo diritto, così accuratamente descritto anche nelle sue drammatiche  conseguenze, fu affidato a una circolare  (n.19/2009) emanata a pochi giorni dalla legge, una circolare che potreste rimuovere senza scomodare il Parlamento all’espressione di un parere.

Ora disponete di una proposta di legge (n.740, primo firmatario on. Rosato) che, se avesse il consenso del governo, potrebbe venir discussa e sperabilmente dar luogo per le nascita allo stesso rimedio assicurato dall’Alta Corte per i matrimoni senza imporre dibattiti troppo impegnativi.
Mentre mi piacerebbe capire perché costruire persone prive di ogni diritto ad avere dei diritti sia un sostegno alla sicurezza degli italiani e faciliti l’impegno sul problema del lavoro mancante, Le porgo distinti saluti.
Augusta De Piero

27 Dicembre 2013Permalink

26 dicembre 2013 – Una notizia biblicamente riletta

A seguito dell’articolo dei giornalisti Tommaso Canetta e Pietro Pruneddu, pubblicato dal periodico web linkiesta , che ho trascritto il 21 dicembre, una coppia di amici piemontesi -Ivana e Marco Tommasino -mi hanno inviato una loro lettura ‘biblica’ del testo che riporto in pdf e si può leggere facendo clic sui loro nomi.
Lettera di Natale 2013 – Ivana e Marco

26 Dicembre 2013Permalink

25 dicembre 2013 – Buon Natale dove tutto è cominciato

2013-Natale Palestina

E’ possibile dire Buon Natale ai bambini minacciati e devastati dalla guerra, dalla fame e anche a quelli che vogliamo per legge fantasmi, privi di qualsiasi protezione perché neghiastrage innocenti_sienamo loro il certificato di nascita, predisponendoli a una nuova strage degli innocenti, non necessariamente cruenta ma in tanti modi efficace?

 

La tarsia marmorea si trova nel pavimento del duomo di Siena.

25 Dicembre 2013Permalink