23 giugno 2012 – Il cammino di Santiago 3

2 giugno, secondo giorno (b) – San Sebastian (in basco Donostia)– Pamplona (in basco Iruña)

In prossimità dell’oceano un po’ alto sulla costa si vede un palazzo, incongruo per il nostro gusto così com’è goticheggiante e oscuro dove oggi apriremmo spazi alla luce. Fu fatto costruire  da Isabella II regina di Spagna (1833–1868) , o meglio da sua madre, la reggente Maria Cristina, dato che Isabella abbisognava di cure di acqua di mare. L’origine reale e la moda della talassoterapia resero San Sebastian un luogo di villeggiatura già famoso nella belle époque.

 

 

 

 

Dopo la telegrafica esperienza marina (o meglio oceanica anche se su una deliziosa baia interna) arriviamo a Pamplona, il che ci rimette sulla via del Cammino di Santiago.
Io però non sono ancora in sintonia con un pellegrinaggio. Sono ancora disorientata a parte la mia prevenzione nei confronti dei pellegrinaggi, non più antiche avventure sia pure con un sostrato religioso ma percorsi oscillanti fra pietà religiosa e turismo che spesso se ne approfitta. Non mi libererò mai dell’orribile immagine dei pellegrinaggi organizzati in Israele e soprattutto nei Territori Occupati.
A Pamplona, sede dell’Università dell’Opus Dei (brr), sfioriamo antiche mura che mi sembrano interessanti … ma non c’è tempo di occuparsene.
Naturalmente non mancano una grande chiesa, un enorme convento ma per ora la mia attenzione è attratta da quello che manca e che mi interrogherà per buona parte del viaggio: la presenza di strutture che siano testimonianza di vita civile organizzata.
Che faceva la borghesia in Spagna, se c’era?
Continua – precedenti puntate 18 e 21 giugno

23 Giugno 2012Permalink

22 giugno 2012 – Banalità del male in provincia

Ho inviato questa lettera al direttore del Messaggero Veneto e al sindaco di Udine.
Le probabilità che non ci sia un seguito seno alte.

Egregio direttore
leggo – in data 20 giugno 2012 – sul giornale da lei diretto l’articolo «Dordolo vuole ‘adottare’ una bimba indiana orfana». La proposta (e sono lieta che il redattore del suo giornale abbia virgolettato – con una chiara manifestazione di perplessità – il termine adottare) fa seguito alla dichiarazione del medesimo sig. Dordolo, consigliere comunale a Udine, eletto nella lista della Lega Nord, che così il Messaggero Veneto riportava il primo giugno: «La donna indiana gettata nel Po ha inquinato il nostro fiume sacro. Cosa direbbero se andassimo a fare lo stesso nel Gange?».
Quindi un individuo che ritiene inquinante (e lasciamo perdere il ridicolo del termine ‘sacro’, forse riferito a reinventate leggende pseudo celtiche care alla Lega Nord) la salma di una vittima di uxoricidio chiede, con procedura bizzarra e non prevista, di poter praticare l’adozione di una bambina proveniente dallo stesso paese di quella rimasta sola per la morte della madre e per il carcere comminato al padre.
Spero che, trattandosi di dichiarazioni di un consigliere comunale che possono indurre a una falsa opinione in materia di adozioni, il sindaco stesso ne prenda le distanze e voglia informare i cittadini udinesi che l’adozione nulla ha a che fare con beneficenza, attività penitenzial-riparatorie e neppure con pur autentiche esigenze affettive di chi esprima la volontà di praticarla ma è la risposta al diritto di ogni bambino ad avere una famiglia quando ne sia rimasto privo.
Se il sindaco non rispondesse a questo mio appello, che direttamente gli invierò, prego il suo giornale di dare corrette informazioni che collochino la richiesta Dordolo al posto che merita.
Augusta De Piero
augusta.depiero@tin.it
Udine – Via Caccia 33

Aggiungo un messaggio ricevuto.
Un amico ha pensato di dar seguito alla mia lettera inviandone al Messaggero Veneto una sua che mi ha girato e trascrivo

Circa il desiderio di adozione di un’orfana indiana da parte del sig. Luca Dordolo…Una bimba indiana orfana è già molto digraziata, perchè infierire contro la poveretta affidandola a Dordolo?
Fabiano Zaina
22 Giugno 2012Permalink

21 giugno 2012 – Il cammino di Santiago 2

Premessa. Poiché la presidente di Biblia, rivolgendosi ai partecipanti al viaggio in Spagna, ha segnalato il mio blog ripeto qualche nota che forse sarà utile 
                            a
i miei compagni di viaggio che volessero leggere diariealtro
Sarei molto lieta se aggiungeste le vostre note alle mie, approfittando dello spazio per i commenti che si trova alla fine di ogni pezzo.
Purtroppo il mio non è un sito ma un blog dove ogni testo che venga pubblicato seppellisce il precedente.
Per chi volesse seguire il percorso della mia memoria (e, spero, della vostra) senza prendere visione  di altri argomenti – di cui diariealtro si occupa da anni- identificherò le tappe del Cammino di Santiago nelle categorie Biblia, viaggi e nel tag viaggio Spagna 2012.
Al termine del diario del Cammino di Santiago (1-11 giugno) darò notizia dei i miei due giorni a Madrid.

2 giugno, secondo giorno (a) – Bilbao (in basco Bilbo)– Loyola (comune di Azpeitia)–

Si inizia con una visita veloce a Bilbao dopo una notte trascorsa in un albergo dal nome inusuale, Seminario. Penso che prima di essere albergo fosse proprio seminario. Enorme.
Ma quanti preti c’erano in Spagna?
In una piazza di Bilbao, mentre la guida ci illustra le caratteristiche della città, scopro in cima a un palazzo una grande scritta: Caja Laboral Popular. Non resisto al desiderio di fotografarla e ci riesco. Sono attratta dal richiamo al lavoro nel cui ambito molti in Europa cercano di realizzare di nuovo una dignità negata finché non mi rendo conto che Caja significa Cassa e che deve trattarsi di una specie di banca cooperativa. Poco so delle banche come istituiti finanziari in Italia e non mi azzardo oltre nel considerarne il significato in Spagna, anzi nei Paesi Baschi.
Silvano mi dice di aver scoperto (o forse è stato Francesco?) una scritta Abbasso il re.
Non l’ho vista ma la segnalo perché mi sembra la giusta risposta di chi lavora (o vorrebbe poter lavorare) a un sovrano impegnato – in un momento di crisi – a cacciare elefanti intrecciati con avventure erotico-senili. Mah!
Girando per la città scopro strutture che ero abituata a chiamare bovindo (bay window ossia finestre a golfo) finché non ho scoperto che in Alto Adige vengono chiamate ercher (trovo anche la grafia erker) e ora so che qui sono miradores. Il nome ‘miradores’ mi richiama gli spazi delle deliziose finestre che ho conosciuto in Palestina dove ci si può sedere su comodi davanzali trasformati in divanetti, per guardare ciò che accade all’esterno. Sembra che il desiderio di case luminose e nello stesso tempo protette dalla riservatezza sia stato comune a molti popoli.
Niente da dire sulla seconda tappa, Loyola, che propone la radicale modifica nella vita di Sant’Ignazio, fondatore della compagnia di Gesù. Mi riesce difficile collocare Loyola (che risale a un evento del XVI secolo) nel percorso di quella straordinaria avventura medievale che fu – e che ancora è- il pellegrinaggio a Santiago.
Scaccio dalla mente i frammenti di notizie che ancora vi si trovano relative alle Reducciones dell’America latina e penso Matteo Ricci, il gesuita mandarino che nulla ha a che fare con la presentazione retorica e un po’ melensa che l’edificio dove nacque Ignazio offre. In ogni caso mi sembra che il Sant’Ignazio che viene proposto a Loyola poco dica della complessità, delle contraddizioni, del bene e del male della Compagnia di Gesù.
E al di là della ovvia segnalazione del gesuita card Martini mi viene in mente  padre Dall’Oglio e il suo straordinario monastero di Mar Musa (Siria) che resta uno dei ricordi più alti di un mio viaggio in Siria di qualche anno fa. Non solo aveva curato il restauro dello splendido antico edificio ma ne aveva rinnovato il significato di luogo d’incontro delle popolazioni della zona creando uno spazio vivo  per il dialogo intereligioso. Pochi giorni fa p. Dall’Oglio è stato espulso dalla Siria pare in seguito a un appello da lui rivolto a Kofi Annan in occasione della sua visita nel paese.
Chi volesse saperne di più può navigare su internet usando il nome di Dall’Oglio e del suo monastero. Si trova anche la lettera aperta a Kofi Annan.        A fianco: Deir mar Musa

La presidente di Biblia manda un messaggio al pullman uno

Agnese, che viaggia sul pullman 2, ci regala un testo di Miguel de Unamuno che trascrivo.
Per me, che spesso mi sentirò soffocare dalla sacralità pesante delle immagini dorate, è un momento di respiro, come il ricordo di padre dall’Oglio. Ci sono situazioni in cui per dure che siano le scelte di libertà danno la sensazione della leggerezza e l’espressione del dubbio rassicura.

“LA PREGHIERA DI UN ATEO” [Bilbao, 2 giugno 2012]

Ascolta il mio pregare Tu, Dio che non esisti,
raccogli nel tuo nulla queste mie doglianze.
Tu che ai poveri uomini nulla consenti
senza consolazione di inganno. Non resisti
alla nostra supplica e di nostra brama ti adorni.
Quando più dalla mia mente ti allontani
più ricordo i placidi racconti
con cui mi addolcì le tristi notti l’amor mio.
Quanto sei grande mio Dio! Sei tanto grande
che non sei neppure Idea, e molto angusta
è la realtà per quanto a contenerti
la si espanda. Io soffro nel tuo costato
Dio inesistente, poiché se Tu esistessi
davvero esisterei pur io.

                                   Miguel de Unamuno y Jugo

Continua – precedente puntata 18 giugno

21 Giugno 2012Permalink

20 giugno 2012 – Ancora sulla registrazione anagrafica: informazioni, ipocrisie, doppiezze

Volevo continuare senza interruzioni il mio diario di viaggio a Santiago ma una serie di notizie la cui prima segnalazione mi è venuta dal dott. Pitzalis (responsabile del GrIS del Friuli Venezia Giulia che ringrazio) mi costringono ad inserire un lungo nuovo testo che è frutto di una estrapolazione da un ampio documento del Gruppo CRC e di un inserimento di previe note esplicative.
I miei commenti – che nulla aggiungono all’intelligenza del testo stesso, ma sono un mio pro memoria- alla fine.

Nota esplicativa sul gruppo CRC

CRC Acronimo di Convention on the Rights of the Child la cui traduzione ufficiale in italiano e ≪Convenzione sui diritti del fanciullo≫, ma nel testo si preferisce utilizzare la denominazione di uso corrente ≪Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza≫.
Il Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Gruppo CRC) è un network aperto a tutti i soggetti del Terzo Settore che da tempo si occupano attivamente della promozione e tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
Il Gruppo CRC si è costituito nel dicembre 2000 con l’obiettivo prioritario di preparare il Rapporto sull’attuazione della Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Convention on the Rights of the Child – CRC) in Italia, supplementare a quello presentato dal Governo italiano, da sottoporre al Comitato ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.
FINALITA’ DEL GRUPPO CRC Ottenere una maggiore ed effettiva applicazione in Italia della CRC e dei suoi Protocolli Opzionali.

Per ulteriori ricerche
http://www.gruppocrc.net/IMG/pdf/5o_Rapporto_di_aggiornamento__Gruppo_CRC-2.pdfhttp://www.senato.it/commissioni/161968/172620/278003/genpaginavetrinaspalla.htm

Testo estrapolato dal documento CRC pag. 36

Capitolo III Diritti Civili e libertà Diritto registrazione e cittadinanza

29. Il Comitato, alla luce dell’accettazione delle Stato italiano della Raccomandazione n.40 della Universal Periodic Review di implementare la legge 91/1992 sulla cittadinanza italiana in modo da tutelare i diritti di tutti i minori che vivono in Italia , raccomanda che l’Italia
(a) garantisca per legge l’obbligo e agevoli nella pratica la registrazione alla nascita di tutti i bambini che nascono e vivono in Italia
(b) intraprenda campagne per accrescere la consapevolezza sul diritto di tutti i bambini di essere registrati alla nascita, indipendentemente dall’origine sociale ed etnica e dallo stato di residenza dei genitori;
(c) agevoli l’accesso alla cittadinaza per i minori che diversamente ne sarebbero privi.

Come indicato già nel 2° Rapporto supplementare, l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale [1] previsto dalla Legge 94/2009, con il conseguente obbligo di denuncia da parte dei pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che vengano a conoscenza della situazione di irregolarità di un migrante[2], comporta il rischio che i genitori presenti in Italia privi di permesso di soggiorno possano non accedere ai pubblici servizi, compresi quelli anagrafici per la registrazione del figlio appena nato.
La Legge, infatti, stabilisce anche per gli atti di stato civile quali la dichiarazione di nascita e il riconoscimento del figlio naturale, l’obbligo di presentare il permesso di soggiorno[3].
La Circolare del 7 agosto 2009 del Ministero dell’Interno ha cercato di porre rimedio a questa situazione, chiarendo che non e necessario esibire documenti inerenti al soggiorno per attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile).

Tuttavia la scarsa conoscenza dei contenuti di questa circolare, in primo luogo tra le donne immigrate prive di permesso di soggiorno, rende necessario [4] promuovere una reale e diffusa campagna di sensibilizzazione sul diritto di tutti i bambini ad essere registrati alla nascita senza che questo comporti alcun rischio per le loro famiglie[5]. Si deve comunque sottolineare come la Circolare Ministeriale non sia una fonte primaria del diritto e di conseguenza sia suscettibile di essere modificata o revocata dal potere esecutivo senza bisogno di alcun passaggio parlamentare.

Il timore, quindi, di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori.

Pur non esistendo dati certi sull’entità del fenomeno, le ultime stime evidenziano la presenza di 544 mila migranti privi di permesso di soggiorno [6]6. Questo può far supporre che vi sia un numero significativo di gestanti in situazione irregolare.

Il secondo aspetto considerato dal Comitato ONU che risulta poi essere strettamente legato al tema della registrazione anagrafica, e quello dell’accesso alla cittadinanza per i minori di origine straniera. La registrazione anagrafica al momento della nascita, assieme alla presenza legale della famiglia sul territorio senza alcuna interruzione di residenza legale sono, infatti, i due punti cardine su cui si basa il procedimento di acquisizione della cittadinanza per i minori di origine straniera nati in Italia. In estrema sintesi, l’attuale Legge sulla cittadinanza (L. 91/1992) prevede l’acquisizione automatica della cittadinanza se il padre o la madre sono cittadini (art.1 lett.a) in base al principio dello jus sanguinis e limita l’acquisizione in base al principio della nascita sul territorio, lo ius soli, solo al bambino figlio di ignoti o apolidi o nel caso in cui i genitori non trasmettano, secondo la legge del paese di provenienza, la propria cittadinanza al figlio (art. 1 lett.b).

[1] Art. 1 comma 16 Legge 94/2009.
[2] Codice penale art. 361 e art. 362
[3] Art. 1 comma 22 lett. g Legge 94/2009
[4] Si vedano le raccomandazioni del Comitato ONU sui diritti dell’infanzia nelle ultime Osservazioni conclusive rivolte all’Italia. Committee on the Rights of the Child, 58th Session, 19 September-7 October 2011 CRC/C/ITA/CO/3-4 «Considerations of Reports submitted by States parties under article 44 of the Convention. Concluding Observations: Italy», 31 October 2011.
[5] Occorre infatti ricordare come spesso la paura dettata da un clima generale di timore e di criminalizzazione nei confronti dell’irregolarita del soggiorno porti le famiglie a nascondersi evitando qualsiasi contatto con le strutture pubbliche, anche quelle sanitarie. Cfr. Bicocchi L., Undocumented Children in Europe: Invisible Victims of Immigration Restrictions, PICUM 2008.
[6] Fonte: Dossier Statistico immigrazione 2011Caritas/Migrantes.
 

I miei commenti pro (mia) memoria

Dopo aver letto e riletto la pagina che ho trascritto sono andata a controllare i nomi dei firmatari del Rapporto CRC e ho trovato nomi di chiara fama in  Friuli Venezia Giulia (cerco di circoscrivere il mio profondo sconcerto al luogo in cui tristemente vivo).
Comincio dall’eccezione positiva nell’ambito delle realtà associative . Il GrIS del Friuli Venezia Giulia, che è componente operativo della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, il 24 ottobre 2011 pubblicò un documento con cui chiedeva la cancellazione della norma che obbliga a presentare il permesso di soggiorno per la registrazione delle nascite. Il 24 ottobre 2011 trascrissi  integralmente il documento, reperibile anche da qui.  
Trasecolo invece di fronte alla firma della Caritas Italiana: so per sconsolata esperienza che nulla di questo problema è emerso nelle locali attività ispirate alla Caritas: parrocchie, comunità, associazioni negano pervicacemente il problema, aggrappate a una concezione che con la caritas (in questo caso mi riferisco al significato della parola e non all’organizzazione che lo ha fatto proprio) nulla ha a che fare.
Sintetizzo: beneficenza, anche nobilmente esercitata  sì, riconoscimento dei diritti del beneficato non sempre.
E passo alla società civile. In un recente incontro sul tema della cittadinanza riconosciuta ai bambini che nascono in Italia il segretario regionale della CGI, a cui avevo chiesto di esprimersi sul tema del riconoscimento anagrafico, ha mantenuto un silenzio che non posso indicare come dignitoso … ma almeno la CGIL non è fra i firmatari del rapporto. Una ipocrisia in meno … è già qualche cosa.
E non sono – giustamente – fra i firmatari  i partiti politici di cui segnalo il sinistro silenzio in merito.
Unica eccezione: una consigliera provinciale di Udine che ha avvicinato l’on. Orlando ottenendone una precisa proposta di legge che ho riportato in questo blog il 5 dicembre 2011 (testo reperibile anche da qui)..
Poi l’on. Orlando si è occupato della sua candidatura a sindaco di Palermo e gli altri due firmatari (di cui uno eletto nella circoscrizione del FVG) nulla hanno fatto e nulla fanno in merito alla promozione della proposta anche da loro firmata. Ho scritto ad entrambi nella casella postale on line di cui dispongono come parlamentari – e non ho ottenuto risposta.
Nessuna risposta da rappresentanti di altri partiti sinistramente collocati a sinistra.
Anche coloro che operano in un gruppo di associazioni che qui si identifica con il nome di ‘rete diritti’ tacciono, impegnatissimi a criticare il governo regionale che gliene offre ampie e facili opportunità.
Rappresentanti assortiti di istituzioni locali tacciono pure loro compresi i sindaci che dovrebbero essersi resi conto che la sciagurata norma che prevede la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione anagrafica ha prodotto un vulnus nella funzione di garanti del territorio che rappresentano.
Temo che il successo della Lega Nord  – successo che, pur conoscendo un momento di oscuramento politico, permane nella cultura ormai diffusa – susciti in loro un senso di invidia e di voglia di imitazione.
Conclusione personalissima: ho buttato via tre anni di impegno sul problema della registrazione anagrafica. Solo Kant mi conforta

20 Giugno 2012Permalink

18 Giugno 2012 – Il cammino di Santiago 1

Proverò a descrive il viaggio promosso da Biblia (www.biblia.org) dove avranno uno spazio privilegiato le mie considerazioni: anche se in gruppo il viaggio l’ho fatto io e se non c’è viaggio che non sia un percorso, non c’è un percorso che non costringa a leggersi dentro, facilitati dagli stimoli che vengono dalle novità che si incontrano. Se poi i miei simpatici compagni di viaggio vorranno approfittare dello spazio dei commenti … il discorso sarà più completo e intrigante.
Distribuiti in due pullman eravamo ottantatré e sono certa che altrettanti sono i nostri viaggi.

1 giugno, primo giorno – arrivo a Bilbao – il museo Guggenheim

Purtroppo il tempo limitato, intrecciato con la perversità degli orari spagnoli che ci vorrebbe fermi fino alle dieci del mattino per iniziare le visite, ci impone una corsa serale dall’aeroporto a uno spazio che meriterebbe ben di più. Bilbao mi ha affascinato, forse per me è il ricordo più coinvolgente.
Non proporrò descrizioni del museo (in viaggio ci è stato fornito un libretto edito da Biblia, integrazione delle guide che –sfidando i limiti di peso concessi in aereo- avevamo portato con noi) e inoltre le informazioni fornite dai motori di ricerca sono ampie (purtroppo in buona parte in inglese ma se ne trovano anche in italiano. E’ sufficiente scrivere Guggenheim museum Bilbao e procedere fra i materiali che ci vengono offerti).
Per chi sia sul posto la prima fantastica offerta è l’edificio stesso, integrato in maniera che mi affascina con il territorio in cui è collocato. Ci propone materiali inusuali (il titanio) e soprattutto forme diverse da quelle ovvie; le disparità del territorio non sono appiattite secondo l’uniformità che vuole i palazzi emergenti ma ‘rispettate’ per cui -ad esempio- nel museo si entra scendendo e non salendo .

Attorno al museo

Bilbao è una grossa città (400.000 abitanti) e, come in tutta Europa, ha risentito delle modifiche del mercato del lavoro e dei conseguenti cambiamenti nella produzione (o è l’inverso?).
La zona in cui sorge il museo era un’area industriale abbandonata e perciò degradata (se non mi bastassero quelle di Udine … ricordo il lunghissimo tragitto compiuto fra abbandono e degrado in Armenia, una delle situazioni che, da questo punto di vista, mi ha più impressionato).
La costruzione del museo è frutto di una intelligente e lungimirante scelta dell’amministrazione locale (Giancarla C., con cui spesso mi capita di ritrovarmi in non previamente concordata sintonia, ce lo ha ricordato più volte)

che ha voluto la ristrutturazione di tutta l’area. Oggi canali, strade, edifici, alcuni dei quali caratterizzati da ‘gigantismo’, circondano la splendida piazza che affianca il museo .
Dal selciato, nella zona più bassa, si alzano schizzi d’acqua che vanno e vengono per la gioia di bambine e bambini, ma anche adolescenti che, più o meno vestiti, si impegnano nell’eterno gioco dell’acqua. Strillano e nessuno protesta. Mi vengono in mente gli anziani che dalle mie parti usano il mugugno – lamentoso o astioso che sia – come il più normale mezzo di comunicazione. Più in là vedo un papà che gioca a palla con un figlio piccolissimo. C’è gente che va e viene … non sembra avere, almeno per il momento, altro scopo che quello di star bene in compagnia. Trasmettono una gioia coinvolgente, del tutto estranea alle volgarità che in Italia ci sono state propinate dall’alto. Ho l’impressione di trovarmi dentro un’illustrazione un po’ didattica della decrescita felice di Latouche.
Eppure sono nella ‘capitale’ dei Paesi Baschi (la terra dell’ETA –Euskadi Ta Askatasuna, in basco.  Tradotto fa ‘paese basco e libertà’). L’ultimo giorno della coda del mio viaggio spagnolo a Madrid  tenterò una visita al monumento delle vittime di Atocha (non ci riuscirò: gli orari spagnoli!).  Non posso e non devo dimenticare gli attentati ma devo constatare che c’è molto altro.
In particolare mi colpisce la gioia di vivere che ritrovo persino nella pomposa Madrid nei giorni del codicillo aggiunto al mio Biblia viaggio in un campetto per il gioco delle bocce  non lontano dal monumento a Cervantes.

 

 

 

Il mio pellegrinaggio

Ricordo a me stessa che partecipo a un viaggio che ripercorre l’itinerario dello storico pellegrinaggio a Santiago di Compostela. Che senso ha per me che cerco di capire mentre mi si propone prepotente alla mente la penna dell’agnolo Gabriello immortalata da Boccaccio? Certamente è importante rivisitare l’avventura medievale (e ne avremo occasione!) ma al presente, oggi, cosa mi dice?
La chiave della mia ricerca sta proprio in quel ‘presente’, nel tentativo di identificare su una strada antica quei segni dei tempi che un papa indimenticabile citò nella Pacem in terris e che ritroviamo anche nei testi del Vaticano II (e perché – a questo punto – mi vengono in mente il degrado e la rinascita di Bilbao?).

Nota  Fare clic sopra l’immagine per ingrandirla.

18 Giugno 2012Permalink

16 giugno 2012 – Nuovo Corso 6

 2 giugno – festa della  Repubblica. (nota mia: rileggere l’art. 11 della Costituzione)
 3 giugno 1963  – morte del papa Giovanni XXIII
 4 giugno 1989  – strage di piazza Tien An Men
 7 giugno 1989 –  la città del Vaticano diventa uno stato sovrano
 8 giugno 570 – alla Mecca nasce l’Islam
10 giugno 1924 – assassinio di Giacomo Matteotti
10 giugno 1940 – Mussolini annuncia l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale
                                 (iniziata il primo settembre 1939 con l’invasione della Polonia)
12 giugno 1964– Nelson Mandela è viene condannato all’ergastolo
17 giugno 1991 – fine dell’apartheid in Sudafrica
19 giugno 1945 –nascita di Aug San Suu Kyi
22 giugno 1633 – Galileo Galilei è costretto all’abiura
23 giugno 1858 – papa Pio IX fa rapire il bambino ebreo Edgardo Mortara
25 giugno 1946 – inizio dei lavori dell’Assemblea Costituente
26 giugno 1967 – morte di don Lorenza Milani a Firenze
27 giugno 1980 – strage di Ustica
28 giugno 1919 – trattato di Versailles – fine della prima guerra mondiale
29 giugno 1934 – Germania – notte dei lunghi coltelli
30 giugno 2005 – il parlamento spagnolo ammette i matrimoni gay

Ai miei compagni di viaggio in Spagna

Quanto prima inizierò il mio diario di viaggio (1-11 giugno, cui aggiungerò i miei due giorni a Madrid).
Sarei molto lieta se aggiungeste le vostre note alle mie, approfittando dello spazio per i commenti che si trova alla fine di ogni pezzo pubblicato.
Inserirò il percorso della mia memoria (e, spero, della vostra) nelle categorie Biblia, viaggi e nel tag viaggio Spagna 2012.

16 Giugno 2012Permalink

30 maggio 2012 – Da cingali a medam

Riprendo un articolo da Ho un sogno di maggio, come faccio ogni mese.
Da più di un anno Ho un sogno si occupa di storie di immigrati per scoprire le analogie che legano queste vicende a quelle degli emigranti. Lo scorso mese ce ne ha parlato lo scrittore Max Mauro, ora una voce di donna ci ricorda quanto la discriminazione sia crudele e mutevole.

SENZA COLPE, NE’ MERITI. Da cincali a medam.

Emigrata in Svizzera giovanissima ho scoperto di essere una “cincali”.
Così venivano chiamati gli emigranti italiani, una strana parola che, secondo alcuni sarebbe derivata dal suono “cinq”, ripetuto nel gioco della morra, secondo altri da “zingari”.
Comunque era un termine spregiativo, la sintesi di tutti gli stereotipi presenti nell’immaginario che ha accompagnato le nostre storie di emigrazione.
”Cincali” significava strimpellatori di mandolino, divoratori di pane e pomodoro, individui ignoranti che non amavano acqua e sapone e molto altro ancora. Persone di pelo e pelle scuri, pertanto di dubbia origine e natura. Ai “cincali” venivano riservati i lavori rifiutati dagli svizzeri, l’unica ragione che rendeva tollerabile la loro presenza. Bastava quella parola a creare una netta distinzione fra “noi” e “loro”. Era un ostacolo insuperabile al desiderio di vivere in armonia. In quanto a me, il solo fatto di essere italiana non mi consentiva vie di scampo, né io, del resto, avrei voluto rinunciare alla mia “italianità” per compiacere una falsa opinione. Mi rammaricavo, questo sì, di non poter frequentare giovani. Fra i miei coetanei svizzeri non c’era posto per noi “cincali”; anche i sogni erano diversi! E costretta in un mondo di soli adulti ho perso una piccola parte della mia giovinezza.
In breve tempo la vita mi ha portato all’altro capo del mondo, precipitandomi in una situazione completamente diversa. A Città del Capo, una città bellissima situata nella punta estrema dell’Africa e affacciata sullo stesso oceano che allora imprigionava Mandela, vigeva il regime di ”apartheid”.
La società era divisa in rigide classi sociali identificabili esclusivamente per il colore della pelle: nell’ordine: bianchi, gialli, meticci, colorati del Capo e nativi.
Una comunità minoritaria di individui dalla pelle bianca costringeva connazionali e immigrati di colore ad abbandonare la loro identità dotandosi di un nome facilmente pronunciabile dai bianchi e non permetteva loro di rivolgersi a me, giovane donna bianca, chiamandomi per nome.
Io per loro ero “medam” oppure “madame”.
Di nuovo una parola diventava strumento per impormi un’identità non mia, introducendomi nello schema del distacco, dell’ubbidienza dovutami da altri costretti ad accettare una condizione di sudditanza..
Avevo lasciato la Svizzera da pochi mesi ed ero precipitata di nuovo nella gabbia del ‘noi’ e del ‘loro’, nella crudeltà di una distanza costruita fra me e le persone di colore per renderci nemici.
Vittima anch’io dello schema della differenza, sono rimasta me stessa convinta che, se le geometrie della vita segnano i nostri limiti, la stupidità di chi vuole imporre il pregiudizio che umilia non può che essere causa di immenso dolore.              
Mary Silva Remonato

 

30 Maggio 2012Permalink

29 maggio 2012 – Un’intrigante citazione e un profetico racconto di Italo Calvino

Il discepolo aveva peccato gravemente e pubblicamente. Il maestro non lo punì. Un altro discepolo protestò: non si può ignorare la colpa. Dio ci ha dato gli occhi! Il maestro replicò: si, ma anche le palpebre!

L’intrigante citazione che un’amica mi ha inviato è tratta da un articolo del card. Ravasi. Purtroppo sua eminenza non ha citato la fonte.
Quale che sia l’origine della fulminante storiella mi permetto una chiosa: adoperare le palpebre ragionevolmente è saggezza purché ci si ricordi che si possono sollevare e abbassare secondo opportunità. Solo il sonno e la morte le rendono immobili. 

Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti          di Italo Calvino
C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita. 

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo ( e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza ( così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta. 

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere. Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri. 

Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche ( e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita. 

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.

Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti. 

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione ( non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile. 

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società , ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé ( almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità , di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

Tratto da Romanzi e racconti – volume 3°, Racconti e apologhi sparsi, i Meridiani, Arnoldo Mondadori editore. Uscito su la Repubblica, 15 marzo 1980, col titolo “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”.

29 Maggio 2012Permalink

24 maggio 2012 – ALBA 5 (e forse conclusione di questo tentativo di dialogo)

Il 10 maggio avevo trascritto un passo del documento fondativo di A.L.B.A. che ora riprendo. Diceva; “Un soggetto politico nuovo dovrebbe impegnarsi su tanti terreni, sia dentro le istituzioni che fuori, cercando sempre di coniugare fra di loro livelli diversi della democrazia: quella rappresentativa, quella partecipativa e quella di prossimità. In prima istanza esso dovrebbe interagire con le forze e movimenti della società civile”:
Allora, ragionandoci su,  mi ero soffermata sul alcuni aspetti dell’istituzione comune che solleticano in particolare la mia riflessione, e avevo tralasciato, non per trascuratezza ma pensando a un altro scritto, una riflessione sui soggetti della società civile prossimi alle istituzioni.
Il richiamo fatto non solo a me dall’amico che, proponendo il documento di ALBA (poi commentato – 14 maggio, Alba 4), aveva scritto ‘parliamone’, mi era sembrato esemplare.
Infatti l’interlocutore primo e il minuscolo gruppo di interpellati non erano in grado di parlarne tutti assieme a voce perché vivono in località distanti fra loro, esiste – e tutti i componenti di quel piccolo gruppo ne dispongono – la possibilità di scrivere a tutti e per tutti di leggere senza rincorrerci con spedizioni di lettere da singola persona a singola persona mentre gli impegni di ognuno sconsigliano una comunicazione verbale collettiva (pur possibile: skype?).
Così mi era sembrato che uno spazio potenzialmente comune di scrittura e lettura fosse un’opportunità che luoghi un tempo deputati all’incontro non offrono più e men che meno in situazioni di distanza, qualora non si voglia ricorrere ai volatili percorsi a battute di facebook.
Non è andata così e qui mi limito a sottolineare una discrasia fra i mezzi che ci sono offerti per realizzare una comunicazione come quella che sopra ho descritto e i nostri desideri (che so sinceri).
Peccato. Avevo tentato e registro un mio ulteriore fallimento: sono fuggita –per senso di impotente decenza- dalle realtà politiche e associative degradate (i grillici vincenti, che reputo espressione di una cultura diffusa, ne sono un esempio che mi esime da qualsiasi altro commento).
Però a me resta il bisogno della comunicazione e non vorrei che questo blog diventasse la connessione di un corto circuito per cui parlo con me stessa. Meglio che niente perché almeno, trasferendo i miei pensieri in parola scritta, mi consento il farmaco del pensare ordinato.

L’immagine come risposta
Un amico del nostro informale gruppetto per la verità mi ha risposto, inviandomi immagini di sua creazione di cui lo ringrazio (una ne ho pubblicata in Alba 3 l’11 maggio) ma poiché le accompagna solo occasionalmente con scritti esplicativi – che pur estremamente sintetici – possono suggerire una potenziale connessione con i temi di ALBA in possibile dialogo, mi crea la difficoltà di sovrapporre impropriamente il mio pensiero al suo, si cui non ho sufficiente conoscenza per farmene interprete.
Di una in particolare mi spiace rinunciare alla pubblicazione ma purtroppo, quando ho espresso le mie perplessità sul titolo che a quell’immagine l’autore aveva attribuito, non ne ho avuto un titolo alternativo e perciò, per non prevaricare, rinuncio: il mio blog non è una galleria d’arte ma un tentativo di comunicazione.
Ne pubblico invece una, che ritengo perfettamente congrua alla ricerca di un’alternativa ai modi del vivere proposti o imposti che siano a tutti noi, e che si arricchisce del commento dell’autore. Aggiungo anche il testo inserito perché non vorrei che i caratteri minuscoli ne impedissero la lettura:  
   
“mòderati dicono in moderàti
la moderazione è il loro dogma
la loro imposizione.

a viva voce e in pienezza di cuore
mai moderato fu inchiodato in croce.

Penso che Alba 5 sarà la conclusione della serie.

(Se continua 5, ma probabile fine– precedenti puntate 5, 10, 11, 14 maggio)

25 Maggio 2012Permalink

22 maggio 2012 – Da Stalingrado a Berlino

Quando scrivo di Grillo preferisco assicurarmi le opportune citazioni che, in questo caso, potete verificare integralmente da qui. La fonte è Il sole 24 ore:.
“ROMA …. Beppe Grillo usa twitter e Skype per far sapere ai suoi sostenitori e agli italiani che dopo la conquista di «Stalingrado», ovvero di Parma, «siamo sulla strada di Berlino», di Roma, l’ingresso in Parlamento alle prossime politiche. È quello l’obiettivo e non lo nasconde”.
Da Stalingrado a Berlino, il percorso  di Grillo si snoda lungo una strada molto trafficata e praticata che, purtroppo, è impossibile evitare. Infatti a me riesce difficile capire come un essere umano che non può ignorare la storia europea essendo sufficientemente alfabetizzato, possa riconoscersi prima nei miasmi di un luogo vittima di un assedio (morti insepolti, feriti terribilmente sofferenti per cui mancava tutto a partire da ogni anestetico, fame … tutti gli elementi di una disperazione uguale per assediati e assedianti) per trasferirsi nel bunker delle orge e dei riti di morte che caratterizzarono le ultime ore di Hitler e seguaci.
E a Berlino con chi si identifica? Con i reclusi o con l’armata rossa liberatrice?
Ieri sera ho visto la faccia pulita del nuovo sindaco di Parma a 5 stelle. Forse per ingenuità, forse per ignoranza, ha detto una cosa terribile, pur distinguendosi dal capo. Grillo sarebbe colui che ara e i suoi seguaci quelli che seminano: ma è possibile seminare in un terreno più avvelenato che inquinato?

Barchette di carta
Mentre  guardavo la trasmissione condotta da Lilli Gruber, dove appunto ho ascoltato il neosindaco Pizzarotti che poi ho rivisto e risentito  a L’infedele, prendevo nota della inopportuna gestualità della Bindi. Gentile onorevole a me non importa nulla dei sui irritati sentimenti di fronte alla vittoria 5 stelle a Parma, di cui non gioisco, tutt’altro. Mi irrita l’ostentazione della sua irritazione e mi irrita ancor più il cantar vittoria del segretario del Pd, Bersani.
I vincenti Pd (non per proprio merito ma perché sopravvissuti al crollo altrui) mi sembrano barchette di carta robusta, ma pur sempre carta, che un gruppo di bambini abbia costruito per giocare e poi sia passato, annoiato, a nuovo gioco più attraente. Erano barchette di carta robusta che ancora per un po’ resiste, ma poi inevitabilmente si scioglierà.
Robusta però non era la carta della barchetta Gorizia, un significativo capoluogo di provincia del Friuli Venezia Giulia, dove il già sindaco Pdl, appoggiato da tutto il centro destra, ha vinto al primo turno.
In realtà non poteva essere che così in una regione in cui il Pd è impegnato in giochi esclusivi al proprio interno per stabilire quale debba essere il candidato per le regionali del 2013. A me la situazione sembra molto buffa: questi signori si comportano come se votassero solo loro e non avessero anche bisogno dei voti se non di estimatori (mi guardo in giro e trovo la parola un po’ forte) almeno di persone rassegnate a quello che ancora ritiene il meno peggio.
Anche la sinistra che non è Pd non ha tempo di collegarsi a un elettorato potenziale (o almeno a chi vorrebbe capire se costoro hanno progetti, proposte .. se sono in grado di pronunciare una parola che richiami un pur minimale linguaggio politico) perché sembra occupata esclusivamente a urlare quanto sono inetti, incapaci, cattivi sia il governo regionale (operazione di una assoluta ovvietà sia per la maggioranza che, ecumenicamente, per l’opposizione) che quello nazionale (che forse richiederebbe un minimo di maggior articolata attenzione).
Purtroppo i loro incontri si svolgono anche in luoghi nati come riferimento della società civile che ormai si mettono a disposizione di costoro in forma un po’ impudica tanto assomiglia a una scelta di campo.
Sarà un caso che mentre si maturavano le decisioni di voto degli elettori in parlamento si discuteva di cani, gatti e forse canarini? (si veda il mio scritto del 18 maggio, raggiungibile anche da qui).

22 Maggio 2012Permalink