6 giugno 2011 — Un’amica mi segnala quello che non vorrei pubblicare

  2 giugno 2011, festa della Repubblica. Sono a Roma con il mio compagno. Un amico della mia città che lavora a Roma ci ha lasciato la sua casa vicino al Campidoglio. Verso le 10 ci avviamo verso piazza Venezia. È tutto bloccato per la parata del primo maggio, riusciamo comunque ad arrivare alla scalinata dell’Ara Coeli mentre viene intonato l’Inno di Mameli. Mi emoziona particolarmente sentir cantare  g… l’Italia s’è destah sarà il clima post ballottaggio! 
        Il sole picchia forte, la sfilata tarda, raggiungiamo l’Ara Coeli e attendiamo ancora un poco in cima alla scalinata  all’ombra. Visto che i Musei Capitolini sono aperti decidiamo di approfittarne e, dall’uscita laterale della chiesa raggiungiamo la piazza del Campidoglio ed entriamo al Museo.         Un incanto, pochissimi visitatori, dalle finestre aperte si riesce anche a vedere la sfilata. 
Arrivo sino al terrazzo del bar, che da Monte Caprino ha una bella vista dell’ultimo tratto della sfilata, da lì guardo i diversi corpi che sfilano. Non ho mai amato molto le parate militari, ma questa volta sento una strana emozione, sarà il centocinquantenario, dell’unità, saranno le divise storiche presenti nel corteo … 
         Ad un tratto si sente un coro: “…  Se non ci conoscete guardateci sul viso / veniamo dall’inferno e andiamo in paradiso. / Bombe a mano e carezze col pugnal!”. Un po’ truce ma mi ricorda una canzone che si cantava quando ero bambino. 
         Improvvisamente l’incanto finisce con la strofa successiva, proprio sulla curva di Monte Caprino il plotone, che incede marziale, continua: “Se non ci conoscete guardateci negli occhi / noi siamo fucilieri non siamo dei finocchi. / Bombe a mano e carezze col pugnal!”. 
        Improvvisamente capisco perché la legge sull’omofobia si è arenata in parlamento: anche durante la sfilata per la Festa della Repubblica, festa di TUTTI GLI TALIANI, alla presenza delle più alte carico dello Stato, davanti a delegazioni di tutti i Paesi del mondo, c’è ancora qualcuno che, proprio sotto Monte Caprino – luogo di tante aggressioni omofobiche –, imbracciando strumenti di morte, vuole e può  cantare a squarciagola la propria malata virilità. 
        Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa la ministra Carfagna.

Rispondo: lo vorrei anch’io.
Trasmetterò il messaggio a persone che so interessate se lo vorranno diffondere.
Io non lo inserirò su facebook perché mi ripugnerebbe trovare la scritta predeterminata ‘mi piace’

Per favore guardate anche la segnalazione in data di oggi.

6 Giugno 2011Permalink

2 giugno 2011 – Un esempio di non dialogo e una precisazione del giorno dopo.

Il pezzo che ho pubblicato il 21 maggio conteneva alla fine una lettera aperta, destinata al Vescovo di Trieste, in risposta alla Sua scritta pochi giorni prima delle elezioni amministrative e, dato il ruolo di monsignore, ponevo alcune domande . L’ho spedita doverosamente al Vescovo, a un quotidiano locale che l’ha pubblicata il 22 maggio e al direttore del settimanale diocesano di Trieste, ‘Vita Nuova”, che l’ha pubblicata nel numero del 27 maggio 2011.
Al testo integrale della mia lettera ha fatto seguito una risposta che integralmente trascrivo: “Per evitare i suoi turbamenti chiederò al vescovo di emanare in vista del ballottaggio un nuovo Comunicato per dire che in politica tutti possono fare quello che vogliono e che non c’è questione di bene e di male.
Poi, però, non sarebbe né bene né male anche quello che lei denuncia:  impedire il ricongiungimento familiare, questione su cui in mille occasione la Chiesa è intervenuta per ricordare il diritto ad una famiglia unita anche per gli immigrati.  Quando si difende la vita e la famiglia si difendono anche le situazioni che lei segnala. Il vescovo non poteva fare l’inventario di tutti i problemi, ha indicato i criteri fondamentali. Spero che lei possa seguire anche Vita Nuova oltre ai Comunicati della Diocesi”.

Meravigliata dal sovvertimento di ruoli che il direttore sembra dichiarare nell’ultima riga (io pensavo che un comunicato firmato di un vescovo fosse più autorevole delle posizioni del settimanale diocesano) mi soffermo solo su due punti:

  1. L’oscurità dell’espressione ‘in politica tutti possono fare quello che vogliono e che non c’è questione di bene e di male’. Chi sono quei ‘tutti’?
    Io avevo scritto di libera coscienza cui, in politica, mi sembrava ovvio il riferimento alla Costituzione, il contratto che tutti ci lega, mentre così non è per l’espressione –pur autorevole – di un qualsiasi credo religioso.
  2. Il richiamo al ricongiungimento familiare in cui il direttore fa rientrare anche il riconoscimento delle registrazioni degli atti di stato civile.
    Non conosce l’argomento? Non ha capito? Tutto è possibile.

Non gli risponderò; se lo facessi rischierei, come è già avvenuto, di aprire uno di quei dialoghi surreali in cui ciò che lega i dialoganti è solo la contemporaneità delle battute sconnesse una dall’altra nel loro significato.
Ricordate la pubblicità del Parmacotto? Cliente: ‘Mi dia due etti di Parmacotto’.
Salumiere: ‘L’ho finito’. Cliente: ‘Allora me ne dia due etti’. Un dialogo così può proseguire all’infinito senza che domande e risposte si connettano

Se scrivessi al direttore

Se però scrivessi a quel direttore gli chiederei:
a) Come può esservi ricongiungimento familiare per una famiglia che non c’é perché le è negata esistenza a norma di legge (e delle conseguenze sul matrimonio concordatario di questa imposizione incivile ho scritto il 21 maggio, mentre per la negazione del matrimonio ai sans papier si possono vedere i miei pezzo del 15 marzo e del 21 maggio);
b) Come sia possibile tutelare tutti i diritti che si connettono alla vita di un bambino (a partire da quelli inerenti la salute) se quel bambino non esiste oltre la sua presenza fisica.
Ma queste domande se le dovrebbero porre anche le organizzazioni cattoliche e non solo (per restare a presenze cristiane, penso alle chiese protestanti, il cui silenzio può essere giustificato forse in Italia dalla loro debolezza numerica).
Però non lo fanno confortate forse dal silenzio della società civile, della politica e delle istituzioni..
Purtroppo su questi temi nulla hanno detto nemmeno gli eletti sindaci che, evidentemente, subiranno legalmente passivi l’imposizione a non celebrare matrimoni di sans papier.
Sindaci meritevoli di fiducia? Non della mia.

L’acqua secondo Vita Nuova

Ora, proprio l’editoriale del numero del settimanale diocesano in cui è stata pubblicata la mia lettera con la relativa non-risposta lascia prevedere un altro rischio: il suggerimento a disertare i referendum da parte di esponenti della gerarchia cattolica.
Si riconosce che ‘Uno dei temi del prossimo referendum del 12 giugno è quello dell’acqua’.
E si conclude ‘Ha un bel dire la Dottrina sociale della Chiesa che bisogna costruire un sistema a tre: privato, Stato e società civile.  Poi, invece, molti ancora pensano che il privato sia il babau e la municipalizzata sia il tutore del bene comune. Non riusciremo a garantire l’acqua ai nostri figli se non supereremo questi moralismi, che con «sor’Aqua, la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta» di San Francesco non hanno niente a che fare’.

Mi riservo di trascrivere l’intero editoriale più avanti e, mentre prevedo la condivisione dell’elegante riferimento a ‘molti che pensano che il privato sia il babau’ o il silenzio obbediente del mondo cattolico istituzionale (immemore del fatto che nel 2005 il card. Ruini riuscì a far mancare il quorum nel referendum di allora),   inserisco un logo   che ho scaricato da Repubblica.

3 giugno  – PRECISAZIONE

Mi sveglio e vado al sito del settimanale della diocesi di Trieste. So che oggi esce il nuovo numero e sono curiosa di vedere come procede la questione di cui mi sono occupata.
Non ne scriverei  se non fosse per un’intervista che trascrivo nel mio archivio. Un avvocato di Trieste parla del referendum sull’ acqua in termini abbastanza articolati e diversi da quelli dell’editoriale della settimana precedente.
E scopro anche un’altra faccenda: i vecchi articoli non sono visibili in rete. E’ inutile quindi che io pubblichi l’indirizzo dell’editoriale del 27 maggio. 
Si può leggere invece l’intervista all’avvocato triestino, al momento raggiungibile dall’indirizzo:  http://www.vitanuovatrieste.it/content/view/5582/1/.
Chi volesse il testo completo dell’editoriale del 27 maggio potrà scrivermi a augdep@alice.it fornendomi l’indirizzo cui spedire il testo richiesto.
Il mio blog è piccola cosa ma alla correttezza dell’informazione ci tengo 

2 Giugno 2011Permalink

31 maggio 2011 – Vite triturate, generazioni tradite e scuola massacrata

Lascio la data del 31 anche se pubblico a qualche giorno di distanza  per uno dei soliti episodi in cui una difficoltà creata dal computer mi blocca. Sono spaventata dall’entusiasmo con cui è stato accolto sia il risultato dei ballottaggi, e successivamente la decisione della Consulta in merito ai referendum. Infatti quell’entusiasmo spesso non entra nel merito: è semplicemente caratterizzato dal neo populismo antiberlusconiano.
Non è garanzia che assicuri la capacità dei vincitori di costruire una diversa politica e, quando l’ignoranza prevale fra vincitori e sostenitori e l’incompetenza caratterizza le decisioni politiche, non riesco a partecipare a un entusiasmo che forse è solo consolatorio. Abbiamo bisogno di consolazione ma non basta

Lunedì 30 Maggio 2011     Tristezza e rabbia fra gli insegnanti, ma ad avere più (amaro) entusiasmo sono i precari

Sono arrivata in tempo: ce l’ho fatta a consegnare la domanda di rinnovo iscrizione alle graduatorie ad esaurimento! Nel 2003, con due bambine (la più piccola aveva allora un anno) iniziai un corso abilitante pomeridiano di due anni, che sostituiva i concorsi precedentemente banditi. La classe di concorso in cui mi sarei abilitata era la A546 (tedesco alle superiori), poi fortunatamente mi ritrovai abilitata pure nella A545 (tedesco alle medie).

Quest’odissea di viaggi pomeridiani a Udine, studio, tesine e tirocini durata due anni, si concluse nel maggio 2005, dandomi 40 punti alle superiori e solo 15 alle medie. L’insegnamento alle superiori mi avrebbe dato più soddisfazioni, ma data la scarsa disponibilità di cattedre e spezzoni seguii il consiglio di una collega di prendere le supplenze annuali alle medie. Da allora ho lavorato presso le scuole secondarie di primo grado di Gemona, Tavagnacco, Tricesimo, Majano, Forgaria e Udine. Nel 2006/07 decisi di prendere, oltre a 15 ore settimanali a Tricesimo, 3 ore al liceo scientifico di Gemona, spinta dalla speranza che avrei potuto inserire 6 punti (la metà del punteggio che si acquisisce in un anno) anche nella graduatoria delle superiori.

Solo al rinnovo dell’iscrizione in graduatoria ad esaurimento (Gae) mi resi conto che la regola su cui avevo basato questa scelta era valida prima dell’abilitazione, ma non dopo, e che pertanto il punteggio lo potevo far valere solo sulla graduatoria delle medie. Per un anno ebbi un orario scomodo, spostandomi nella stessa mattinata da una sede scolastica all’altra, e alla fine dell’anno mi resi conto che le mie speranze venivano in parte disattese, perché non ero sufficientemente informata sulle regole. In parole più semplici, chi non è abilitato può insegnare la sua materia e poi usufruire sia del punteggio maturato in quella graduatoria, che del punteggio non specifico nelle altre graduatorie delle materie che potrebbe potenzialmente insegnare, mentre quando si acquisisce il prestigioso status di insegnante abilitato, questo privilegio viene meno.

Dal 2005 ad oggi ho sempre insegnato in due scuole contemporaneamente, con supplenze annuali, l’estate scorsa ero molto preoccupata a causa della riduzione del numero di ore di tedesco, ma poi ho avuto comunque 15 ore settimanali fra Tolmezzo e Forgaria. Ora, con l’apertura delle Gae, nuovamente sbloccate, anche ad insegnanti di altre province, temo che si vanifichino le mie speranze di tornare a Tolmezzo l’anno prossimo, ma potrebbero addirittura vanificarsi le mie speranze di lavorare! Ciò che mi sostiene è avere imparato, con gli anni, a vedere il bicchiere mezzo pieno, e ad attaccarmi alle piccole cose positive per non perdere la speranza. Non certo col mio magro stipendio sono riuscita ad acquistare una casa, ma vedo intorno a me molti altri colleghi precari meno fortunati, che magari il prossimo anno non sapranno come pagare il mutuo, o rimanderanno ancora una volta la decisione di avere dei figli.

Vedo molta tristezza, rabbia, depressione. Il rischio è che, se noi insegnanti ammettiamo di essere depressi, i genitori si preoccuperanno per la sorte dei loro figli, affidatici con fiducia. Eppure sappiatelo, genitori: il Ministero della Pubblica (D)Istruzione ci cambia le carte in tavola in continuo, ci dà speranze in base a certe normative che poi cambiano, ci ha fatto iperspecializzare per poi permetterci di insegnare una minima parte di tutto quel bagaglio faticosamente messo assieme.

Quando scendo da Tolmezzo in autostrada, prima della galleria ammiro sempre, estasiata, il celeste del lago di Cavazzo, incorniciato dalle montagne e dal cielo. Mi viene in mente quel collega che fermò lì la macchina e si buttò nel lago. Eppure era di ruolo. Pensateci, cari genitori, e sosteneteci. Protestate anche voi contro i tagli, ricordatevi che l’istruzione è importante e che esistono mille tipi di insegnanti (già l’età dei discenti condiziona la disponibilità verso di loro e le soddisfazioni che si possono trarre dall’insegnamento), ma solo una ben piccola percentuale fra loro è fannullona.

Probabilmente sono proprio i precari ad insegnare con maggior entusiasmo, perché non sanno cosa vuol dire abitudine, routine; hanno però un sapore amaro in bocca, in quanto non possono investire energie in un rapporto continuativo con i loro allievi e progettare serenamente il futuro e le scelte di vita personali e familiari.

Luisa Rivoira

Buja (Udine)

Per chi vuole andare alla fonte: http://www.ilgazzettino.it/articolo.php?id=151038

2 Giugno 2011Permalink

25 maggio 2011 – Donne sotto traccia 4

DONNE DI TANTI PAESI IN UN CIRCOLO APERTO   –  maggio 2011

Nello scorso numero abbiamo raccontato della vita di una giovane donna che abbiamo considerato  ‘ponte tra culture’.  L’incontro con persone provenienti da altri paesi ci conforta sempre più nell’ipotesi che la vera mediazione avvenga naturalmente nella quotidianità, dove curiosità e capacità di relazione non sono intaccate dalla paura che si è voluta costruire e che inquina i nostri mezzi di comunicazione e che purtroppo crea quel pregiudizio che fa presa anche su parte dell’opinione pubblica.
E le donne che abbiamo incontrato non solo hanno realizzato una buona integrazione ma ne hanno fatto una risorsa per favorire quella di altri, così come Nabila a Pordenone con la sua associazione onlus Circolo Aperto, Lavorando Per Tutti (LPT).
Le  sue colleghe provengono da quattordici paesi diversi  che ci piace ricordare: Albania, Algeria, Argentina, Bangladesh, Brasile, Burkina Faso, Eritrea, Ghana, India, Moldavia, Repubblica Ceca, Romania, Senegal, Ucraina. La loro attività è stata fondata nel 2004 da una cittadina equadoregna che è tornata al suo paese con il marito italiano.
Le differenze sono tante e importanti: la provenienza geografica, la cultura, la religione, l’aspetto fisico che le caratterizza rivelandone l’appartenenza etnica, ma, come strumento di comunicazione fra loro, usano tutte la lingua italiana. Attorno al gruppo delle donne ci sono anche mediatori maschi, che vengono chiamati al bisogno. 
Le nostre mediatrici non hanno lasciato spegnere la curiosità libera dal pregiudizio.
Perciò, con il progetto operativo dal 2007 ’Spazio aperto donna’, hanno deciso di ‘conoscere il mondo senza uscire da Pordenone’. A tal fine organizzano incontri a cadenza mensile dove (anche con la collaborazione di cittadine  italiane) hanno l’opportunità di conoscere i rispettivi paesi e di assicurarsi, nel dialogo e nel confronto, una formazione specifica  sui temi che si intrecciano alla loro vita (contraccezione, gravidanza, svezzamento, crescita dei figli, ecc.)
Il  circolo aperto assicura un’attività di mediazione culturale e linguistica (anche corsi specifici)  soprattutto in ambito sanitario e a tal fine ha sviluppato, dal 2005, una rete di progetti con l’Azienda sanitaria.
Ha istituito perciò un punto informativo socio sanitario che offre attività di informazione e orientamento sui servizi socio sanitari  a tutti i cittadini presenti sul territorio.
Fra i problemi che maggiormente impegnano le mediatrici ci son o quelli relativi alla salute in  generale e in particolar modo alla gravidanza e alla maternità, questioni che non possono essere affrontate con burocratica uniformità per la valenza profonda che assumono relativamente alla cultura del paese d’origine delle migranti.
I rapporti di amicizia e di confidenza che si realizzano con le utenti dei servizi consentono di conoscere problemi delicatissimi che coinvolgono, quando emergono anche in forma drammatica, consultori familiari e servizi sociali.
Nabila appare particolarmente turbata  dalle difficoltà nell’educazione dei figli dei migranti, in particolare se si sono allontanati molto presto dal paese d’origine o se sono addirittura nati in Italia. La mancanza di un’esperienza significativa di vita nel paese d’origine li rende diversi dai genitori e, soprattutto nella fase adolescenziale, ciò suscita un disagio che , se inopportunamente affrontato, può manifestarsi  anche con la fuga da casa. Secondo la nostra interlocutrice solo le famiglie aperte con regole non rigide riescono ad affrontare serenamente questo problema.
Il circolo aperto ha sperimentato anche l’attività del ‘Centro gioco multicolore’ un luogo dove le mamme, italiane e straniere, possono lasciare durante la mattina e per un tempo definito bambini da un anno e mezzo ai tre anni, assicurandosi così la possibilità di fare un corso di formazione per donne in cerca di lavoro oppure una visita medica, di sbrigare una pratica, fare la spesa senza che i piccoli debbano essere costretti fra uffici e sale d’attesa o issati sui carrelli dei supermercati insieme a cavoli e detersivi.  Ora attendono il finanziamento del progetto.
Per chi volesse saperne di più: http://www.circoloaperto.it/

25 Maggio 2011Permalink

21 MAGGIO 2011 — VESCOVI, MATRIMONI E BATTESIMI

Nel parlare, come da anni faccio, della questione del diritto degli immigrati privi di permesso di soggiorno ad accedere la registrazione degli atti di stato civile, non ero entrata nelle questione interne ai comportamenti della chiesa cattolica perché ritengo che i nostri doveri di solidarietà verso gli altri, quelli che la Costituzione della Repubblica prevede,  siano prima di tutto da affermarsi sul piano civile (laici siamo tutti, atei e credenti di qualsivoglia religione) e poi perché la chiesa come istituzione non ha detto nulla sul diritto a sposarsi dei sans papier e sui diritti dei loro figli.
Ma ora mons. Arcivescovo di Trieste mi ci ha trascinata dentro e non riesco a tacere anche perché il problema della registrazione anagrafica di nascite e matrimoni mi sembra strettamente connesso con la celebrazione di due sacramenti, il battesimo e il matrimonio.
Certamente questa è questione che riguarda i cattolici, che però sono cittadini italiani e non vedo come possano svincolarsi dai loro precisi diritti/doveri che anche il monsignore in questione richiama con una evidente attenzione al momento presente. Afferma:
“ … il momento elettorale conserva una sua indubbia importanza perché in esso il cittadino riflette non solo sui propri bisogni e interessi, ma sul “nostro” bene, il bene di tutti, il bene della comunità percepita come un tutto. E’ così anche per la comunità di Trieste. E’ così anche per le prossime elezioni amministrative”

Non rispetto l’ordine cronologico e comincio dal matrimonio.

Secondo la dottrina cattolica i celebranti del matrimonio sono gli sposi stessi, ma la loro volontà non si manifesta nel rifugio del privato bensì in una situazione del cui ordinato proporsi è garante un sacerdote (appunto se si tratta di cattolici) e dal 1929 il sacerdote, all’atto della celebrazione, è anche ufficiale di stato civile.
Quindi il matrimonio concordatario viene celebrato dopo che, anche negli idonei locali della chiesa, sono state esposte le pubblicazioni, la cui eventuale assenza non consente la celebrazione del matrimonio stesso. Ed è chiaro che, se entrambi o uno dei due sposi sono immigrati senza permesso di soggiorno, non ci saranno pubblicazioni poiché la chiesa deve attenersi alla decisione del Comune che agisce a norma della lettera g del comma 22 dell’art. 1 della legge 94/2009.
Della questione ho fatto cenno l’8 dicembre 2010, per un interessante intervento del giudice di Trento, alla fine del mio pezzo di allora.
Che fare a questo punto? Se gli sposi vogliono essere i celebranti del sacramento della loro unione possono chiedere un matrimonio che abbia significato solo religioso.
A questo punto il parroco che raccogliesse la loro richiesta dovrebbe rivolgersi al vescovo ed esibire motivazioni forti perché così gli è stato raccomandato dalle autorità canoniche. Se il permesso arriverà potrà farsi garante di questa celebrazione ‘segreta’. Infatti, se lo sposalizio fosse esibito alla pubblica attenzione, potrebbe esserci la ‘spiata’ già messa in atto persino a fronte di un medico costretto a intervenire pubblicamente a seguito di un malore di un sans papier(si veda il mio ‘quaderni del Gallo’ – 15 marzo).
Mi si è detto che così quel parroco darebbe soddisfazione alla sua coscienza di sacerdote ma, come dice mons. Vescovo, è valore umano “l’aiuto solidale ai poveri condotto in modo sussidiario, ossia evitando sprechi ed assistenzialismo e favorendo, invece, la creatività e l’assunzione di responsabilità di persone e corpi intermedi”.
Il matrimonio solo religioso agli effetti civili non esiste e quindi priva gli sposi di tutti i diritti che la legge loro altrimenti riconoscerebbe, a partire dalla reversibilità della pensione, e soprattutto li lascerebbe in balia della situazione di cui più volte ho scritto per ciò che riguarda il riconoscimento dei figli (si consultino i tag anagrafe, bambini, nascita).
Come la mettiamo qui con la creatività della solidarietà di cui al documento di monsignore?
Mi si è detto anche che la stessa situazione vale per qualsiasi coppia non sposata: vero solo in parte perché per molte coppie è possibile il matrimonio civile e per altre la discussione è aperta (penso alle unioni degli omosessuali) mentre nel caso dei sans papier il silenzio –laico e religioso che sia – è totale.
E inoltre i sans papier vengono discriminati non per una scelta di vita che le leggi dello stato o della chiesa cattolica non riconoscono ma perché stranieri con burocratiche difficoltà artatamente costruite e io continuo a pensare che questo sia razzismo.

Il battesimo e l’accoglienza della comunità
Riporto la lettera aperta che ho scritto al vescovo di Trieste. Se mi risponderà ne darò notizia.

Egregio monsignore,
pur non risiedendo nella diocesi di cui Lei è vescovo non posso non dichiararmi turbata, anche come cattolica, dal comunicato stampa emesso dai Suoi uffici il 10 maggio.
Inizio soffermandomi sulla frase finale che invita il cattolico a cercare  l’accettabilità dei programmi dei candidati “dal punto di vista dei valori fondamentali …” e a valutare “ la storia e il retroterra culturale dei partiti dentro cui i candidati operano”.
Non posso analizzare tutti i valori che Lei elenca –me lo impedisce la necessaria brevità dello scritto – per cui mi limito ad augurarmi che La sua proposta voglia essere una autorevole indicazione per la libera coscienza dei cattolici e non pretenda di farsi – sollecitando l’adesione di forze politiche in quanto tali – vincolo politico per chiunque, anche non cattolico.
Mi permetto però di richiamare la Sua attenzione su un punto che non c’è nel Suo comunicato.
La legge che, con uno sprezzante ossimoro, è stata chiamata “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” prevede che, per registrare gli atti di stato civile (nascita, morte, matrimonio), lo straniero non regolare debba presentare il permesso di soggiorno, esponendosi quindi, nel momento in cui cerca di avvalersi del godimento di diritti umani fondamentali al rischio dell’espulsione (il riferimento è alla lettera g) del comma 22 dell’art.1 della legge 94/2009).
Potrei dire molte cose ma, rivolgendomi a un Vescovo, Le chiedo come vi comporterete quando nelle chiese italiane si celebrerà il battesimo di un bambino senza famiglia per disposizione di legge, essendo i genitori impediti a riconoscere il piccolo dalla ragionevole paura dell’espulsione. Quel battesimo non potrà essere celebrato sottolineando, come si usa, l’atteggiamento di accoglienza della comunità al nuovo nato ma solo in forma che, per essere protettiva, dovrà essere catacombale, umiliando l’immagine gioiosa della celebrazione di un sacramento a quella oscura di un’attività scaramantica.
Non mi risponda che c’è una circolare che rende possibile la registrazione anagrafica delle nascite. La conosco bene ma non posso accettare che la difesa contro un principio di legge che discrimina i cittadini più deboli proprio per ciò che sono, sia affidata alla volatilità di un atto burocratico che comunque non garantirebbe sicurezza alla pubblica presenza dei genitori del battezzando in chiesa.
Certamente quando mi sono rivolta (inutilmente) ad esponenti politici il mio discorso non si basava sulla contraddizione fra la celebrazione del sacramento e la violazione dei diritti di un neonato che, crescendo apolide, non solo sarebbe privato a priori di ogni diritto ma diventerebbe, per l’oscurità cui sarebbe condannato, vittima privilegiata di ogni crimine a partire dalla pedofilia. La mia interrogazione teneva conto di un quadro ben più ampio e ora mi piacerebbe sapere come prevedono di comportarsi gli eletti sindaci e i candidati ai diversi ballottaggi (oltre naturalmente a quello triestino) quando la legge imporrà loro di farsi complici – nell’esercizio legittimo del loro ruolo di sindaci– della negazione di una registrazione di nascita, matrimonio, morte.
Ma non lo posso sapere perché nessuno glielo ha chiesto con quella autorevolezza che merita risposta né questo argomento mi risulta essere presente in alcun programma elettorale.
Ringraziandola per l’attenzione porgo distinti saluti.
(Augusta De Piero)

21 Maggio 2011Permalink

8 maggio 2011 – Passaparola

Mi è arrivato da più parti un messaggio che trascrivo come l’ho ricevuto:

Da: katerina di fant katefelice@yahoo.it
Data: 06 maggio 2011 11.25.11 GMT+02.00
Oggetto: passaparola

Ciao a tutti, 
confermo la necessità di questo passaparola, aggiungendo che si tratta di informazione per ri-affermare i diritti costituzionalmente garantiti .
Il dramma è che sembra la maggior parte della popolazione non sia consapevole di quanto sta avvenendo.

Quello che Vi porto è solo un piccolo esempio.
Sono una ricercatrice, mi occupo di diritto ambientale e di risorse idriche. Ieri mattina dovevo intervenire ad un programma RADIO RAI (programmato ormai da due settimane) per parlare del referendum sulla privatizzazione dell’acqua e chiarirne meglio le implicazioni giuridiche.

E’ arrivata una circolare interna RAI alle 8 di ieri mattina che ha vietato con effetti immediati a qualunque programma della RAI di toccare l’argomento fino a giugno (12-13 giugno quando si terrà il referendum), quindi il programma è saltato e il mio intervento pure.

Questo è un piccolo esempio delle modalità con cui “il servizio pubblico” viene messo a tacere e di come si boicotti pesantemente la possibilità dei cittadini di essere informati e di intervenire (secondo gli strumenti garantiti dalla Costituzione) nella gestione della res publica. Di fronte a questa ennesima manifestazione di un potere esecutivo assoluto che calpesta non solo quotidianamente le altre istituzioni, ma anche il popolo italiano di cui invece si fregia di esser voce ed espressione, occorre  riappropriarci della nostra voce prima di perderla definitivamente.  Il referendum è evidentemente anche questo!

Mariachiara Alberton 

RICORDATEVI CHE DOVETE PUBBLICIZZARLO VOI IL REFERENDUM… perché il Governo non farà passare gli spot ne’ in Rai ne’ a Mediaset.
Sapete perché ? Perché nel caso in cui riuscissimo a raggiungere il quorum lo scenario sarebbe drammatico per i governanti ma stupendo per tutti i cittadini italiani:

Vi ricordo che il referendum passa se viene raggiunto il quorum. E’ necessario che vadano a votare almeno 25 milioni di persone

Il referendum non sarà  pubblicizzato in TV.
I cittadini, non sapranno nemmeno che ci sarà un referendum da votare il 12 giugno.
QUINDI : I cittadini, non andranno a votare il referendum.
Vuoi che le cose non vadano a finire cosi ? Copia-incolla e pubblicizza il referendum a parenti, amici, conoscenti e non conoscenti.  Passaparola!

Ai referendum di domenica 12 e lunedì 13 giugno 2011 vota SI per dire NO.
1– Vota SI per dire NO AL NUCLEARE.
2 – Vota   2 SI per dire NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA.
3 – Vota SI per dire NO AL LEGITTIMO IMPEDIMENTO

Una piccola nota di Diariealtro

Di questo problema avevo fatto cenno anche nel mio articolo del 28 aprile.
Sono lieta di riprenderlo segnalando un forte interesse di altri.

Non dimentichiamo che  l’uso consapevole del referendum ci ha permesseo di salvare la legge sul divorzio nel 1974 e, nel 1981, la legge 194 del 1978: Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Ne ho ricopiato il titolo per intero perché l’abitudine a chiamarla ‘legge sull’aborto’ non ne richiama la complessità e offre uno strumento formidabile ai detrattori della tutela della maternità e dell’istituto referendario che quella tutela salvò.

Voglio ricordare l’ultimo caso in cui  un referendum non ha raggiunto il quorum.
Nel 2005 il card. Ruini, allora Segretario di stato vaticano, invitò a non andare a votare per l’abrogazione di parti  della legge sulla fecondazione assistita e fu ‘obbedito’.
Attenzione quindi!
E’ necessario documentarsi e assumere tutta la dignità possibile che appartiene alla nostra responsabilità che non può essere delegata.

 

8 Maggio 2011Permalink

28 aprile 2011 – Dire e disdire. Fra furbizie repellenti e paure indotte

Quando surrettizie  precisazioni trasformano il Presidente del Consiglio in un saltimbanco mentale.

Il solito Presidente del Consiglio ha dichiarato: “Siamo assolutamente convinti che l’energia nucleare sia il futuro per tutto il mondo – e aggiunto a titolo di spiegazione – l’accadimento giapponese ha spaventato ulteriormente i nostri cittadini. Se fossimo andati oggi al referendum, non avremmo avuto il nucleare in Italia per tanti anni. Per questo abbiamo deciso di adottare la moratoria, per chiarire la situazione giapponese e tornare tra due anni a un’opinione pubblica conscia della necessità nucleare”.

E il 27 aprile il giurista Stefano Rodotà ha commentato su Repubblica:
“Sia lode al presidente del Consiglio. Con la disinvoltura istituzionale che lo contraddistingue ha svelato le vere carte del governo sul nucleare, carte peraltro niente affatto coperte. La frode legislativa, già evidente, diviene ora conclamata. Berlusconi è stato chiaro. Un tema tanto importante come il nucleare non può essere affidato a cittadini “spaventati” da quanto è avvenuto in Giappone, che debbono “tranquillizzarsi”. Meglio, dunque, non far votare un popolo emotivo, disinformato. Gli abbiamo scippato con uno stratagemma un referendum che avrebbe reso impossibile per anni il nucleare, e ora abbiamo le mani libere per tornare in pista già tra dodici mesi”.

Prendo atto, ma non sono fra quelli che si meravigliano: giocare con il populismo offerto come rimedio alle paure, spesso artatamente indotte, non è un caso, ma un costume.
Riporto dal mio diario del 15 marzo:
“Il Ministero dell’Interno, con la circolare n. 19 del 7 agosto 2009, ha inteso fornire indicazioni mirate a tutti gli operatori dello stato civile e di anagrafe, che quotidianamente si trovano a dover intervenire riguardo ai casi concreti, alla luce delle novità introdotte dalla legge n. 94/09 (entrata in vigore in data 8 agosto 2009), volta a consentire la verifica della regolarità del soggiorno dello straniero che intende sposarsi e ad arginare il noto fenomeno dei matrimoni “fittizi” o di “comodo”.
E’ stato chiarito che l’eventuale situazione di irregolarità riguarda il genitore e non può andare ad incidere sul minore, il quale ha diritto al riconoscimento del suo status di figlio, legittimo o naturale, indipendentemente dalla situazione di irregolarità di uno o di entrambi i genitori stessi. La mancata iscrizione nei registri dello stato civile, pertanto, andrebbe a ledere un diritto assoluto del figlio, che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità di colui che lo ha generato. Se dovesse mancare l’atto di nascita, infatti, il bambino non risulterebbe esistere quale persona destinataria delle regole dell’ordinamento giuridico. ….”  

Dal testo del Sottosegretario di stato Miche1ino Davico (Lega Nord) apprendiamo che:
1.  La Lega Nord ha proposto norme che –approvate con la ripugnante complicità degli alleati di governo sarebbero diventate legge (n.94/2009) –  prevedono la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione degli atti di stato civile (nascita, morte, matrimonio), in deroga alle norme precedenti che nemmeno la legge Bossi-Fini aveva soppresso.
2.  L’enormità derivante dalla impossibilità a fornire un neonato di certificato di nascita, condannandolo ad essere apolide, è stata compresa persino dal governo Berlusconi che ha ‘rimediato’ con una circolare (citata dal sullodato sottosegretario) che, così come è stata emanata, potrebbe essere revocata senza alcun passaggio parlamentare.
E non dimentichiamo la scorrettezza che vuole una circolare non subordinata alla legge che pretende di interpretare.
3  Da notare poi che la precisazione Davico nasceva da una richiesta dell’on. Orlando e non dall’esigenza autonomamente considerata del rispetto dei diritti umani, presenti nella Costituzione e definiti da norme internazionali.

Ciò che mi scandalizza
Quindi fra un colpo al cerchio (soddisfare cli appetiti del populismo leghista al fine di tener vicino un governo che non ha obiettivi politici oltre la propria permanenza comunque sia) e uno alla botte (esagerare con le matte bestialità potrebbe suscitare qualche protesta) si porta avanti il degrado.
Ma non è la vincente inettitudine dei lego-pidielli che mi sconvolge quanto l’acquiescenza dei sindaci (che non capiscono essere stato leso un loro diritto fondamentale: quello di farsi garanti della popolazione esistente sul loro territorio) e delle organizzazioni per lo più a ispirazione cattolica (ma ormai la chiesa cattolica nelle sue espressioni gerarchiche, e non solo, è disposta a tutto barattare in cambio di un qualche finanziamento e privilegio).
Certamente queste organizzazioni parlano o meglio strillano per proclamare principi ma non usano la loro forza (nemmeno quando ne dispongono) per farsi garanti di un sistema di cittadinanza conforme ai diritti civili e umani. Per far questo dovrebbero porsi come coscienza critica delle (e nelle) istituzioni cui amano invece rivolgersi per averne finanziamenti e riconoscimenti. Non sempre arrivano al voto di scambio, però…
La linea del degrado programmatico non nasce oggi: io la seguo dagli anni ’90, quando l’orrore delle crisi balcanica permise l’emergere di altri –e apparentemente sopiti – orrori.
Ho deciso che farò una specie di resoconto die miei ricordi, ma non ora, rinvio a maggio.

Ciò che mi preoccupa
Ciò che mi preoccupa è il silenzio dell’opinione pubblica, non più difesa democratica ma paciosa massa forse ammiccante, felice di essere succube al capo.
Non ci posso far nulla, nemmeno Dio ci provò, se è vero quel che ci racconta il profeta Samuele di cui scelgo di riportare il racconto che mi sembra facilmente adattabile alla situazione attuale senza citare persone che non è simpatico nemmeno nominare.

Primo libro di Samuele, cap 8
Quando Samuele fu vecchio, stabilì giudici d’Israele i suoi figli. 2Il primogenito si chiamava Gioele, il secondogenito Abia; erano giudici a Bersabea. 3I figli di lui però non camminavano sulle sue orme, perché deviavano dietro il guadagno, accettavano regali e stravolgevano il diritto. 4Si radunarono allora tutti gli anziani d’Israele e vennero da Samuele a Rama. 5Gli dissero: “Tu ormai sei vecchio e i tuoi figli non camminano sulle tue orme. Stabilisci quindi per noi un re che sia nostro giudice, come avviene per tutti i popoli”.
6Agli occhi di Samuele la proposta dispiacque, perché avevano detto: “Dacci un re che sia nostro giudice”. Perciò Samuele pregò il Signore. 7Il Signore disse a Samuele: “Ascolta la voce del popolo, qualunque cosa ti dicano, perché non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di loro. 8Come hanno fatto dal giorno in cui li ho fatti salire dall’Egitto fino ad oggi, abbandonando me per seguire altri dèi, così stanno facendo anche a te. 9Ascolta pure la loro richiesta, però ammoniscili chiaramente e annuncia loro il diritto del re che regnerà su di loro”.
10Samuele riferì tutte le parole del Signore al popolo che gli aveva chiesto un re. 11Disse: “Questo sarà il diritto del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli, li farà correre davanti al suo cocchio, 12li farà capi di migliaia e capi di cinquantine, li costringerà ad arare i suoi campi, mietere le sue messi e apprestargli armi per le sue battaglie e attrezzature per i suoi carri. 13Prenderà anche le vostre figlie per farle sue profumiere e cuoche e fornaie. 14Prenderà pure i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli e li darà ai suoi ministri. 15Sulle vostre sementi e sulle vostre vigne prenderà le decime e le darà ai suoi cortigiani e ai suoi ministri. 16Vi prenderà i servi e le serve, i vostri armenti migliori e i vostri asini e li adopererà nei suoi lavori. 17Metterà la decima sulle vostre greggi e voi stessi diventerete suoi servi. 18Allora griderete a causa del re che avrete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà”. 19Il popolo rifiutò di ascoltare la voce di Samuele e disse: “No! Ci sia un re su di noi. 20Saremo anche noi come tutti i popoli; il nostro re ci farà da giudice, uscirà alla nostra testa e combatterà le nostre battaglie”. 21Samuele ascoltò tutti i discorsi del popolo e li riferì all’orecchio del Signore. 22Il Signore disse a Samuele: “Ascoltali: lascia regnare un re su di loro”. Samuele disse agli Israeliti: “Ciascuno torni alla sua città!”.

27 Aprile 2011Permalink

18-aprile 2011 – “Restiamo umani, anche quando intorno a noi l’umanità pare si perda”

In ricordo di Vittorio Arrigoni.

Il titolo è la citazione di una espressione che ci viene detto sia stata cara a Vittorio Arrigoni, il volontario italiano ucciso pochi giorni fa a Gaza da –sembra- un gruppo di salafiti.
E’ un invito che Vittorio Arrigoni ha diritto di proporci per come è vissuto e per come è morto.
Ma poiché sono convinta che l’ipocrisia della celebrazione non faccia onore a nessuno voglio dire che condivido solo a metà un’altra citazione che gli appartiene: ”Non temo le urla dei  violenti, ma temo il silenzio degli onesti”.
E’ vero, del silenzio degli onesti, ammesso che ci siano situazioni in cui il silenzio è ‘onesto’, anch’io ho paura, anzi mi ripugna, ma mi ripugnano anche le urla dei violenti.
Violenza genera violenza e in Italia ben dovremmo saperlo, dove proprio urla e volgari sghignazzi-hanno convinto molti che il razzismo è cosa buona, che l’arroganza e l’assenza di qualsiasi etica caratterizzano chi ‘possiede’ il potere, che ciò che conta è costruire un nemico e ridurre le nostre scelte alla sua distruzione.  
E proprio perché neppure immobilizzarsi in un presente senza memoria è cosa umanamente buona voglio associare alla memoria recente di Arrigoni quella dei frati trappisti uccisi in Algeria probabilmente il 21 maggio 1996, della giovane Rachel Corrie, massacrata il 16 marzo del 2003 a Rafah (il valico fra Gaza e l’Egitto da un carro armato da cui passeranno i resti di Arrigoni quando saranno portati in Italia), del giornalista Enzo Baldoni, ucciso in Iraq il 26 agosto 2004 ai cui resti è stata concessa sepoltura solo il 27 novembre dello scorso anno, di Nicola Calipari ucciso il 4 marzo 2005 a Bagdad mentre riportava in Italia la giornalista Giuliana Sgrena, liberata dai suoi sequestratori.
La ricerca della pace non ha un’unica strada, secondo me esclude soltanto la guerra e la violenza perché la pace non è solo un obiettivo ma anche un metodo.
Qualcuno vorrà ricordare altri nomi: io ho scritto i primi che mi sono venuti in mente, lo spazio dei commenti del blog è a disposizione di chi voglia aggiungerne altri. 

La rivoluzione dei gelsomini

Il 15 aprile il giornalista Roberto Zichitella ha dedicato la trasmissione Radio 3 mondo delle 11.30 alla rivolta della Tunisia contro il presidente Ben Ali.
Ha detto: “Nel futuro della Tunisia ci sono incognite politiche Il 24 luglio ci saranno le elezioni per eleggere l’assemblea costituente. Dopo gli anni soffocanti del partito unico ora nascono decine di formazioni politiche. I partiti già registrati sono una cinquantina ma altri sono in lista di attesa. Ci sono partiti di ogni tendenza: liberali socialisti, ambientalisti perfino maoisti. Ci sono naturalmente anche i partiti islamici fra i quali Hennada messo fuori legge da Ben Ali”. Infine ha espresso il suo timore per una possibile deriva islamista in Tunisia, timore condiviso – in forma molto equilibrata e senza l’espressione di alcun fanatismo- dal vescovo di Tunisi, Maroun Lahham (di origine palestinese) che Zichitella ha intervistato.
Mi piace riportare una frase del vescovo che mi è sembrata di particolare interesse: “Io spero che la gioventù tunisina –  che è abbastanza colta abbastanza aperta – e che la donna tunisina –che è una delle donne più libere del mondo arabo- sia cosciente di questa ambiguità“. Così mons. Lahham descrive l’ambiguità che suscita la sua preoccupazione: “Un partito islamista politico anche se comincia con un linguaggio moderato ha una meta alla quale deve arrivare, la sharia islamica perché lo stato islamico fa parte del credo di un islamista non di un mussulmano”.
Una distinzione interessante e un importante riferimento alle donne su cui la gerarchia cattolica, a mio parere, dovrebbe riflettere anche in Europa.

18 Aprile 2011Permalink

18 aprile 2011 – Donne sotto traccia 3

NABILA, PONTE TRA CULTURE

Nabila – una cittadina marocchina poco più che ventenne  – mi accoglie nella sede pordenonese dell’associazione onlus Circolo Aperto, Lavorando Per Tutti (LPT).
E’ sabato, la ‘casetta del volontariato’ di Pordenone, che ospita varie associazioni non è attiva e l’ambiente è tranquillo. Nabila ha portato con sé i due fratellini minori: Soumia di otto anni e Bilal di sei con cui faccio una simpatica chiacchierata mentre lei si occupa di due mediatrici impegnate nel suo stesso progetto, una proveniente dall’Albania e l’altra dal Burkina Faso.
Complessivamente le mediatrici impegnate nell’associazione appartengono a quattordici nazionalità e l’italiano non rappresenta solo la lingua di mediazione con gli autoctoni, ma anche fra loro.
Il mio incontro con i due piccoli è importante e dice molto di più di tante parole che gli adulti possano pronunciare sul loro conto. Sono due bambini estremamente socievoli, in grado di esprimere tranquillamente i loro pensieri, testimonianza significativa di una crescita in ambiente sereno, segno –anche nelle ottime capacità di comunicazione linguistica in italiano- di una avvenuta integrazione.
Rivelano subito un grande amore per la sorella maggiore, mi raccontano emozionati di un’altra sorella più grande che aspetta un bambino. Eccitatissima Soumia (“sarò zia a otto anni!”), più riservato Bilal, unico maschio con quattro sorelle (“io veramente volevo un fratellino per giocare”). Mi parlano positivamente della scuola (frequentano rispettivamente la terza e la prima elementare) di cui a Soumia “piace tutto” e a Bilal soprattutto gli amichetti. Li distingue dai coetanei, e ne provano disagio, la mancanza della cittadinanza italiana. La domenica al centro islamico imparano l’arabo e hanno una formazione religiosa “compatibile con la loro età”, mi spiega Nabila rientrando.
Nabila indossa il velo come la sua mamma e ne parliamo. Chiarisce subito che si tratta di una sua scelta personale, come personale è quella delle due sorelle che non lo indossano. In famiglia questo significativo pluralismo di atteggiamenti è accettato con tranquillità. A nessuna di loro è stato richiesto di giustificare le ragioni della scelta compiuta. Nabila mi spiega che il velo (le copre i capelli e il collo, nulla nasconde del volto) è una protezione della ‘modestia’ suggerita dalla tradizione religiosa islamica.
Vissuta in Marocco –paese islamico quasi al cento per cento- l’identità in cui si riconosce appartiene a quella realtà, senza che ciò la faccia sentire a disagio nell’occidente in cui è immersa.
“Sono una privilegiata –precisa – quando, a dodici anni, sono venuta in Italia con un ricongiungimento familiare. Il mio papà, che viveva e lavorava qui già da vent’anni, aveva preparato un terreno in cui possiamo essere noi stessi senza disagi”. Nabila si è voluta garantire anche il sogno del ritorno. In Italia ha conseguito la maturità come geometra ma si è assicurata anche la maturità liceale del Marocco e sembra destreggiarsi fra le due realtà con estrema disinvoltura, affrontando anche i problemi burocratici che le sono imposti dalla realizzazione dei progetti di cui si fa carico nell’ambito dell’associazione.
E’ una realtà complessa che offe molte occasioni di approfondimento. Ne parleremo in seguito.

18 Aprile 2011Permalink

22 marzo 2011 – Donne sotto traccia 2

Dopo aver rinnovato l’incontro con due donne straniere. già intervistate dieci anni fa, decido di ascoltarne altre e comincio dalle ‘mediatrici di comunità’.

La prima è Awa, senegalese, vive in Italia con la sua famiglia da dodici anni, i suoi tre figli sono nati qui, vanno a scuola qui  e insieme ai genitori formerebbero una normale famiglia italiana  se non mancasse loro la cittadinanza.
I genitori lavorano entrambi e Awa svolge la sua particolare attività da dieci anni. da quando la mediazione di comunità si è realizzata a Udine a seguito del buon uso dei finanziamenti del progetto europeo ‘Etnos e Demos’.
Il corso di formazione che il progetto ha allora assicurato è stato particolarmente impegnativo (500 ore di lezione e 200 di stage anche all’estero), finalizzato alla formazione di figure di livello professionale,  capaci di farsi tramite fra i servizi sanitari e sociali e gli utenti stranieri.
Awa a questo punto interrompe la nostra tranquilla chiacchierata per precisare con forza che non di interpreti linguistici si tratta ma di mediatori culturali con competenze particolari, capaci di ‘decifrare i comportamenti dei migranti e di trasmettere messaggi che consentano di formulare una risposta coerente’.
E’ pienamente consapevole che i problemi della salute (soprattutto quelli che le donne pongono, collegati alla nascita e a tutto ciò che l’accompagna) sono connessi alla cultura e non possono essere meccanicisticamente  affrontati nella trasposizione di un termine da una lingua all’altra.
In questi dieci anni l’operatività dei mediatori si è ampliata, le convenzioni con Aziende Sanitarie e comuni si sono moltiplicate sul territorio regionale, tanto che si sono costituiti in associazione per provvedere anche alla formazione dei nuovi operatori e all’aggiornamento dei ‘vecchi’.
Anche a questo punto le indicazioni di Awa si fanno importanti: le loro attività sono mirate alla realizzazione di consapevoli obiettivi e vanno dalla diffusione dei documenti che vengono proposti dalla Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) a vere e proprie lezioni tenute da esperti qualificati, loro consulenti di fiducia.
La precisazione è essenziale. Può capitare infatti che vengano millantati per formazione corsi coatti, a livello uniforme per tutti i partecipanti quale che ne siano il livello di preparazione e le esigenze che nascono dalla quotidianità del lavoro di ognuno, inutili, se non umilianti, per chi è costretto a presenziarvi per poter essere formalmente riconosciuto mediatore.
Ora i mediatori di comunità gestiscono anche una trasmissione radiofonica, assicurato loro da Radio Onde Furlane. Infatti la loro attività è poco conosciuta in particolare dai medici di base (che possono giovarsi anche di veloci contatti telefonici).
Continueremo a scriverne.
Comunque chi volesse contattarli può trovare le necessarie informazioni nel sito: <http://www.ciaopronto.com/d-124182159.htm>.

22 Marzo 2011Permalink