20 marzo 2012 – La decadenza delle parole anticipa quella della civiltà che ne abusa

Lo ha scritto il 20 febbraio il vicedirettore de la Stampa. Massimo Gramellini, nella sua rubrica quotidiana.
E’ un’espressione che dice, con parole appropriate, ciò che io penso e perciò l’ho conservata. Sapevo che prima o poi ne avrei fatto uso nel mio blog, ma non immaginavo che ciò sarebbe accaduto in un’occasione così terribile come la strage alla scuola ebraica di Tolosa.
La notizia è di ieri e si parla di neonazismo.
Mi angoscia l’immagine di quella zona grigia in cui le parole più oscene corrono con leggerezza che sembra buon senso.
Spero non si cada nella trappola di colpevolizzare i giovani, vittime – a volte conniventi, ma vittime –  di una cultura che si aggrappa ad ogni minuscolo gancio che il presente offre all’idiozia, negando la storia se non per farne uso sconsideratamente retorico.
Ciò che mi fa orrore è l’incoscienza consapevole di anziani, fra cui ci sono ancora  coloro che ricordano la guerra che pur hanno vissuto e insieme inneggiano con borghesissima discrezione al fascismo che l’ha voluta, fingono di non vedere la continuità dirompente del razzismo che nel 1938 divenne legge, usano con incoscienza parole che spaventano ogni mente pensante ma sono gradite al loro cattivo buon senso.
Collego – a futura memoria – un link da un articolo di Repubblica

20 Marzo 2012Permalink

19 marzo 2012 – Apolidi e UNHCR

L’ UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (United Nations High Commissioner for Refugees – Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) ha recentemente reso pubblico un documento che l’Associazione Studi Giuridici Emigrazione (ASGI) ha riportato nel suo sito, corredato dallo studio (in inglese) su cui il testo  si fonda.
Il documento è limpido.
Si apre con un’affermazione che, in un paese che si considera civile, dovrebbe dar luogo a conseguenze che non interessano né i cittadini italiani, né i legislatori: “Un bambino che nasce apolide oggi affronterà un futuro incerto ed insicuro” e precisa che “A livello globale, gli apolidi, ovvero le persone che non posseggono la nazionalità di alcuno stato, sono circa 12 milioni, di cui addirittura la metà potrebbero essere bambini”
Poi ci propone la seguente considerazione: “Gli apolidi sono tra le persone più povere ed emarginate al mondo, spesso sono popolazioni invisibili che risultano difficili da censire”.
In Italia tale difficoltà – che il documento UNHRC riferisce all’impossibilità delle madri in alcuni paesi dell’Africa, dell’Asia e anche americani ad attribuire ai figli la propria cittadinanza anche autonomamente dal marito e comunque dal padre del bambino – permane in legge, limitatamente ai figli di coloro che, privi di permesso di soggiorno, dovrebbero esibirlo all’atto dell’iscrizione dei nuovi nati, esponendosi così al rischio di espulsione.
A fronte della vergogna di questa norma l’allora Ministro dell’Interno Maroni ‘rimediò’ con una circolare che dice essere obbligo iscrivere in ogni caso il neonato nei registri dello stato civile del comune al fine di garantirgli il certificato di nascita (Non credo di dover chiarire ulteriormente dato che da tre anni scrivo nel mio blog di questo problema e non mi faccio scrupolo a diffondere gli scritti. Mi collego comunque al più dettagliato mio intervento in merito come pubblicato dal mensile genovese Il Gallo).
Se da allora è possibile riconoscere i propri figli a seguito di una circolare permane però in legge la negazione della genitorialità che sarebbe possibile cancellare senza nessun passaggio parlamentare.
Credevo che i cittadini italiani si sarebbero sentiti offesi dalla presenza in  legge di una norma di sapore razzista (come altro definire la discriminante burocratica identificata da rappresentanti delle istituzioni proni alla cultura della Lega Nord?).
Credevo ma sbagliavo perché la questione non interessa neppure – fatte salve  pochissime eccezioni fra cui ricordo il GrIS– le organizzazioni che si dichiarano interessate ai diritti dei migranti, comprese quelle che –per meglio tutelarli – si sono messe in rete.
A questo punto mi sento finalmente di dichiarare un mio sospetto.
I neonati, di cui mi sono interessata, non votano, non chiedono di votare, non manifestano in piazza, non si aggregano per onorare con la loro presenza gli autoproclamati tutori di diritti (o almeno di alcuni diritti).
Non offrono fama e onore, o almeno visibilità, a chi eventualmente li protegga.
Ora, a seguito del documento dell’UNHRC potrebbe esserci qualche progetto finanziato a promuovere una legislazione intesa ad evitare l’apolidia nei paesi in cui vi sono difficoltà (almeno quelle di genere) a riconoscere i propri figli e garantire loro il godimento della cittadinanza nello stato in cui sono nati o almeno quella dei loro genitori (fosse pure uno solo di essi).
E allora associazioni (e anche chiese? Perché no? L’ipocrisia è ben diffusa) andranno, forti della loro civile provenienza, a spartirsi il bottino o almeno offriranno il loro consenso a chi può spartirselo. Sarà un bottino miserello? Meglio che nulla:  siamo in crisi! E, in ogni caso, un impegno per sollecitare una modifica della legge non assicurerebbe guadagno alcuno.
Ricordo che una proposta di modifica c’è, è all’attenzione del parlamento, ma viene ampiamente ignorata.

19 Marzo 2012Permalink

18 marzo 2012 – Cittadino? Per ora no

Emmanuel e Kant

Emmanuel aveva dieci anni quando lasciò il Ghana, il paese dove era nato e dove viveva con la nonna, per raggiungere i genitori emigrati in Italia.
Qui ha frequentato le nostre scuole fino al liceo ed ora è iscritto al corso universitario di fisioterapista. Parla un perfetto italiano: “Ho imparato l’italiano in sei mesi, dice. Veramente le mie maestre dicevano in tre ma erano troppo ottimiste. Mi hanno aiutato i compagni di scuola che frequentavo anche nel tempo libero e gli amici della chiesa dove partecipavo alla scuola domenicale. Conoscere il twi e l’inglese mi ha aiutato perché – e sembra soppesare ogni parola che pronuncia – mi sono subito confrontato con diversi sistemi linguistici; il mio non è stato un apprendimento passivo”.
Non ricorda alcuna difficoltà nell’inserimento se non qualche imbarazzo al liceo dove la sua presenza assolutamente minoritaria era inevitabilmente visibile.
Mi rendo conto che ha frequentato un liceo dove anch’io ho insegnato e ci mettiamo a chiacchierare del comune luogo di esperienza scolastica. Mi dice:  “Mi sarebbe piaciuto studiare filosofia ma ho scelto un percorso che, oltre ad appassionarmi mi offrirà maggiori opportunità di lavoro”. Mi viene spontaneo chiedergli quali filosofi gli siano risultati più interessanti e fra i nomi che mi propone spunta Kant, la grande scoperta dei miei interessi giovanili. E così mi trovo in una situazione surreale che solo vent’anni fa non avrei potuto immaginare: un ragazzo ghanese e una pensionata italiana condividono un interesse filosofico e ne parlano.
Siamo coinvolti entrambi in un mondo nuovo che ci interroga  e non sappiamo cosa ci offrirà in un futuro ormai prossimo.
Emmanuel sa quello che non gli offrirà al termine degli studi: difficilmente allora avrà già acquisito la cittadinanza italiana, per cui pure ha fatto domanda, e non potrà quindi accedere ai concorsi per un lavoro nel sistema sanitario pubblico.
Commenta: “Sono entrato in una facoltà a numero chiuso superando, alla pari con tutti gli altri, un difficile esame. Quando ne uscirò verrò discriminato. Perché?”

18 Marzo 2012Permalink

17 marzo 2012 – Nuovo corso 3

 A mia futura memoria
Insisto! Anche se non ho ricevuto riscontro alcuno in merito alla rubrica in cui segnalo feste che non fanno parte della nostra tradizione ma che in paesi dove sussiste un pluralismo consolidato dalla storia comune consentono un incontro fra persone o gruppi che reciprocamente si riconoscono non in un evento – che agli uni o agli altri può non appartenere – ma nel clima gioioso che questo può suscitare.
Come nelle precedenti puntate aggiungo qualche indicazione di eventi che, in qualche caso, ho voluto chiarire con mie note.
Per chi volesse saperne di più non mancano pubblicazioni e notizie su internet

  1 marzo 1968 – battaglia valle Giulia dà inizio al ’68 italiano
  4 marzo 2005   uccisione di Nicola Calipari
  9 marzo 1976   caduta della funivia del Cermis
10 marzo 1987 – l’ONU riconosce il diritto di obiezione di 
                           coscienza   alle armi
13 marzo 1983 – assassinio di Marianella Garcia Villas in Salvador
15 marzo 1545 – apertura Concilio di Trento
16 marzo 1978 – rapimento di Aldo Moro
17 marzo 1981 – nella villa di Gelli viene ritrovata la lista dei
                        membri della P2
20 marzo 1930 – Gandhi inizia la “marcia del sale”
24 marzo 1980 – assassino di mons. Oscar Romero
25 marzo 1957 – firma del Trattato di Roma che istituisce la Cee
29 marzo 1973 – uscita dei soldati americani dal Vietnam

Note (mie non del calendario)

1 marzo 1968    La ‘battaglia’ di valle Giulia venne ricordata anche da una celebre poesia di Pasolini,  in questi giorni evocata a proposito e sproposito in merito alla reazione alla costruzione della TAV.
Chi volesse leggerla può attivare il sito che segnalo
http://www.corriere.it/speciali/pasolini/poesia.html

17 marzo 1981 nella villa di Gelli viene ritrovata la lista dei membri della P2
 Della questione si occuperà  l’on. Tina Anselmi a partire dal 1981nella sua veste di presidente della Commissione d’inchiesta sulla loggia massonica P2, che terminò i lavori  nel 1985.
La relazione finale fu approvata dalla stessa commissione il 3 luglio 1984, e dalla Camera il 6 marzo 1986 –

24 marzo 1980 Tre anni prima , il 24 marzo, era stato assassinato mons. Romero, arcivescovo di San Salvador.  Ne tratta un libro che mi sento di segnalare:
 Raniero La Valle e Linda Bimbi Marianella e i suoi fratelli.
Una storia latinoamericana
,    Milano, Feltrinelli, 1983

17 Marzo 2012Permalink

17 febbraio – Una nuova cittadina

I diritti di Anna

Anna Addo Twum mi guarda con tutta la determinazione che i suoi 18 anni le consentono.
Tempo fa si è dovuta procurare il suo personale permesso di soggiorno (“prima ero registrata su quello della mamma – precisa – e non mi ponevo il problema”) per poter fare un brevissimo viaggio in un paese europeo. Alle amiche che viaggiavano con lei non  era stato imposto nulla del genere: a loro bastava la carta di identità. A Anna no.
I suoi genitori – ghanesi – si erano trasferiti in Italia dal paese d’origine nel 1989, migranti per ragioni di lavoro hanno sempre lavorato in Friuli e Anna è nata a Udine.
“Io non ho chiesto di venire in Italia. Non ho scelto di migrare. Sono nata qui: perché devo essere trattata come fossi diversa?”
Con questo convincimento ben chiaro ascolta le conversazioni durante le riunioni familiari, capisce che avere la cittadinanza italiana fa la differenza. Pur non avendo ricevuto alcun avviso formale si documenta su internet, ottiene informazioni da un’associazione e da un patronato sindacale, e – con l’aiuto validissimo di un’impiegata del comune di Udine, come lealmente riconosce- raccoglie tutta la documentazione necessaria per dimostrare la continuità della sua presenza in Italia dalla nascita al compimento del 18mo anno e diventa cittadina italiana.
Della questione avevamo scritto su Ho un sogno dello scorso mese di ottobre (n. 202/2011) e fa piacere riscontrare che una ragazza di seconda generazione possiede con chiarezza la cognizione dei suoi diritti.
Ora si appresta a concludere il suo corso di studi presso un istituto professionale di stato dove frequenta l’ultimo anno del corso per tecnici dei sevizi socio-assistenziali.
“A scuola –mi dice – sono ben integrata nella classe dove so di essere una figura importante”. Anna non chiede nulla alla benevolenza altrui: sa cosa significa essere cittadini. pari per “dignità sociale”, “ eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
Confida di sentirsi  ben integrata anche nella chiesa metodista di cui fa parte dove, afferma, è stata accolta con una disponibilità che le ha consentito di crescere anche nella sua dimensione di fede.
Ma qui è bene che la curiosità si fermi. Sappiamo entrambe che l’appartenenza religiosa non impone mai la necessità di dare spiegazioni ad alcuno. Anche il pudore che ci accomuna è un rifiuto del pregiudizio.

17 Febbraio 2012Permalink

13 febbraio 2012 – Ancora informazioni non deprimenti …..

Segnalazione

Dal 28 gennaio scorso l’utilissimo  sito della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni ha reso disponibili nell’area Dossier del sito simmweb (raggiungibile anche da qui) i collegamenti con le schede riassuntive dei dati Istat e dei rapporti Caritas Migrantes dal 2005 ad oggi.
Per chi sia interessato a ragionare con il sostegno della statistica questo spazio rappresenta veramente una risorsa.

La registrazione delle nascite e la chiesa anglicana.

Traduco dal sito www.eni.ch  (Ecumenical News International – PO Box 2100 – CH – 1211 Geneva 2 – Switzerland) e di seguito riporto il testo inglese per chi volesse la certezza della notizia.

La rete anglicana promuove la campagna per la registrazione delle nascite.

Nelle nazioni industrializzate il certificato di nascita è dato per scontato anche se viene considerato una noiosa burocrazia. Ma nel mondo sviluppato  l’esistenza di questo documento può fare la differenza fra la piena partecipazione ai diritti di cittadinanza o la semplice sopravvivere.
Per questo la Rete Internazionale della Famiglia Anglicana (IAFN) ha lanciato una campagna mondiale per la registrazione delle nascite.
La rete chiede alle chiese anglicane di associarsi con i governi e altri enti per garantire che i bambini nati nel 2012 e negli anni seguenti vengano registrati.
La IAFN ha affermato in un recente documento “Pià  che una formalità legale, la registrazione delle nascite apre la porta alla scolarizzazione e alle cure mediche. Senza tale documento le persone non possono essere in grado di ottenere un passaporto, comprare una casa o un terreno, o sposarsi”,

Anglican network starts campaign for birth registrations

(ENInews)–In industrialized nations, a birth certificate is taken for granted, even regarded as a bit of tedious bureaucracy. But in the developing world, the existence of such a record can mean the difference between full participation in citizenship, or barely living. That’s why the International Anglican Family Network (IAFN) has launched a global campaign to register births. The network is calling on Anglican churches to partner with government and other agencies to ensure that babies born in 2012 and after are registered. “More than just a legal formality, birth registration opens the door to education and healthcare,” the IAFN said in a recent news release. “Without it, people may not be able to obtain a passport, own a house or land, or marry.” [555 words, ENI-12-0040]

 Per quanto il nostro paese possa vivere un periodo di sofferenza non può considerarsi economicamente sottosviluppato ma sembra vivere in un pesante clima di sottosviluppo culturale.
Questo blog conosce bene (sono più di tre anni che ospita notizie e considerazioni in proposito) il problema della registrazione anagrafica e sa che per due anni una normativa razzista ha impedito il matrimonio alle coppie uno dei cui membri fosse privo del permesso di soggiorno, tanto che solo il coraggio di pochi che hanno denunciato questa vergogna ha permesso alla corte costituzionale di cancellare la norma proibizionista.
E’ rimasto però in legge il vincolo che vuole la presentazione del permesso di soggiorno per registrare la nascita di un proprio figlio. Che questo vincolo sia praticamente aggirato con strumenti burocratici di livello inferiore alla legge e quindi sia possibile registrare le nascite non basta a chi si consideri cittadino responsabile.
Lo scorso mese di novembre è stata presentante in parlamento una proposta di legge finalizzata a porre rimedio alla situazione (questo blog ne ha scritto il 2 dicembre scorso e non solo) ma in parlamento nulla ancora si è mosso.
Potremmo provare a ricorrere  alla chiesa anglicana, certamente minoritaria in Italia ma, dato che quella maggioritaria si segnala per un indecente silenzio in proposito. usiamo degli strumenti che si rendono disponibili!

13 Febbraio 2012Permalink

9 febbraio 2012 – Alcuni casi interessanti di corretta giustizia

Una vetrina ad Adro (BS).

Nella vetrina della sede della Lega Nord di Adro (BS) si poteva leggere il manifesto che con fatica trascrivo: “Cara la me romana [Romana  è il nome della vittima] sono tutti bravi a fare i culattoni con i culo degli altri (tipico dei comunisti: quello che è tuo è mio e quello che è mio è mio) portatelo a casa tua il beduino sfrattato (non paga l’affitto da due anni) poi nella casa del comune ci mettiamo  gente anziana e bisognosa ma di Adro. Prima i nostri e poi gli altri! W la lega nord W Bossi”. 
Nel sito dell’Asgi si spiega l’origine di quel manifesto: “Con tutta evidenza, il manifesto trae origine dall’opposizione manifestata dalla segretaria locale della CGIL nei confronti delle politiche e dei comportamenti adottati dalla Lega Nord locale, partito di maggioranza nel consiglio comunale (tra cui la famosa apposizione di centinaia di simboli della Lega Nord, il c.d. “Sole delle Alpi”, sulle suppellettili e sulle strutture della scuola comunale) nonché del suo impegno a favore dell’inclusione sociale e della non discriminazione degli immigrati residenti.  …Più nell’immediato, la frase si riferiva all’impegno dell’interessata a favore di una famiglia di immigrati che era stata oggetto di una procedura di sfratto”.
Il Tribunale di Brescia  – leggiamo sempre nel sito della Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione –  ha giustamente ravvisato nei contenuti e nel linguaggio utilizzato nel manifesto affisso sulla pubblica via una portata diffamatoria associata ad una valenza razzista e xenofoba, resa esplicita dall’utilizzo del termine denigratorio “beduino” per identificare un immigrato di provenienza mediorientale. Di conseguenza, il giudice di Brescia ha accolto il ricorso proposto dalla diretta interessata, da ASGI e Fondazione Guido Piccini di Brescia, ritenendo che il comportamento in oggetto abbia costituito una molestia razziale in quanto posto in essere “allo scopo di violare la dignità di una persona e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante e offensivo” (art. 2 c. 3 d.lgs. n. 215/2003) e questo con una motivazione di fondo evidentemente razzista e fondata sul disprezzo nei confronti degli immigrati extracomunitari.

Esclusi dal servizio sanitario, ma ….

Osservando con un po’ d’attenzione gli interventi della magistratura o anche semplicemente certe indicazioni di carattere amministrativo, è possibile ritrovare concetti interessanti e confortanti.
Per esempio il 30 gennaio il sito della Società italiana di medicina delle migrazioni ha pubblicato una sentenza del Tribunale del lavoro di Milano con la quale non si procede «alla cancellazione automatica della scelta del cittadino extracomunitario» se non in caso di «mancato rinnovo del permesso di soggiorno, così come comunicato all’Asl dagli organi competenti». In base al provvedimento della Regione, invece, le Asl erano autorizzate a rimuovere il nominativo anche solo in assenza di informazioni aggiornate da parte degli uffici per l’immigrazione.
E’ la risposta a quanto aveva deciso quattro anni fa la Regione Lombardia che aveva chiesto alle ASL di cancellare coloro il cui permesso di soggiorno fosse scaduto, senza che vi fosse stata formale comunicazione da parte degli uffici per l’immigrazione.
I medici, che avessero continuato a curare i loro pazienti avrebbero dovuto restituire le somme ricevute in relazione ai pazienti non in regola con il permesso di soggiorno, conteggiate con valore retroattivo.

I comuni non debordino dalle loro funzioni

L’UNAR Ufficio della Presidenza del Consiglio dei Ministri (istituito nel 2003 in attuazione della Direttiva dell’Unione europea 43/2000 per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica) ha valutato discriminatoria  la delibera del Comune di Azzano X (Pn) che esclude gli stranieri dall’assistenza sociale in quanto “contraria alla normativa nazionale sull’immigrazione e non conforme al diritto dell’Unione europea in materia di libera circolazione dei cittadini comunitari, e di parità di trattamento a favore dei lungo soggiornanti e dei rifugiati”.
Lo apprendiamo dal sito dell’Associazione Studi Giuridici Immigrazione che ha pubblicato la notizia nel suo sito il 18 gennaio scorso.
Più volte, nel corso degli ultimi anni, avevamo registrato analoghe prese di posizione dell’UNAR nei confronti di casi segnalati relativi a singoli atti di comuni e regioni ma ora è l’ufficio è intervenuto  con tre raccomandazioni che evidentemente vogliono prevenire atti discriminatori.
Le tre raccomandazioni riguardano: l’ accesso all’edilizia residenziale pubblica (n. 14 del 30 gennaio 2012), l’iscrizione anagrafica (in questo caso si tratta dell’iscrizione nei registri della popolazione residente   -n.15 del 30 gennaio 2012) e le  tariffe differenziate polizze RCA (n. 16 del 31 gennaio 2012).
Senza entrare nel merito di ogni singolo documento vogliamo proporre solo una citazione che finalmente – dopo anni di grida oscillanti fra la brutalità di politiche finalizzate all’esclusione e proclami ispirati all’indeterminata e spesso confusa volatilità dei buoni sentimenti – comincia a dare un nome alle cose. La troviamo nella raccomandazione n. 15.
Citando, ed evidentemente condividendo, una sentenza del Tribunale di Brescia si afferma infatti che tra le materie che  il Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali riconosce di competenza di un Sindaco ci sono anche “competenze in materia di ordine pubblico e sicurezza, tra le quali non rientrano, all’evidenza, le iscrizioni anagrafiche condizionate all’esistenza di requisiti ben individuati ed eguali per tutti i soggetti richiedenti, siano essi cittadini italiani o stranieri regolarmente soggiornanti in Italia”.
Se questo principio fosse stato presente nella formulazione del ‘pacchetto sicurezza’ e, per la nostra regione, nella predisposizione di numerose leggi che la corte Costituzionale ha regolarmente rinviato ne avrebbe tratto beneficio un lavoro istituzionale, causa di tante deviazioni, fra cui –last but not least – quella dei i costi inutili della politica che per motivi di pretestuosa propaganda sceglie di perdere tempo producendo decisioni non solo insensate ma inapplicabili.
Crediamo sia importante segnalare che i casi di discriminazione che possono essere posti all’attenzione dell’Unar non riguardano solo gli stranieri ma ogni situazione in cui qualcuno possa venir penalizzato in nome di una sua condizione: significativamente l’homepage dell’UNAR riporta il primo comma dell’art. 3 della Costituzione.
Un apposito spazio inoltre “consente a chi si ritiene vittima di discriminazione razziale o a chi ha assistito a fatti del genere di informare l’ UNAR che utilizzerà queste informazioni per cercare di rimuovere la discriminazione segnalata”.

9 Febbraio 2012Permalink

24 gennaio 2012 – Nuovo corso

Da qualche anno pensavo di segnalare feste che non fanno parte della nostra tradizione ma che in paesi dove sussiste un pluralismo consolidato dalla storia comune consentono un incontro fra persone o gruppi che reciprocamente si riconoscono non in un evento – che agli uni o agli altri può non appartenere – ma nel clima gioioso che questo può suscitare.
Una rassegna stampa cui sono abbonata da quando è nata (www.adista.it) pubblica ogni anno un calendario che segnala varie feste nel mondo ed eventi storico-politici ritenuti significativi.
Provo a riportare qualche voce, disposta a ricopiarne di più se qualcuno dimostrerà interesse. 

Gennaio 2012
 1  –   Italia 1948 – entra in vigore la Costituzione
 6  –   Natale ortodosso e copto
10 –  1948 Prima assemblea generale delle Nazioni Unite a Londra
27 –  Giornata mondiale in memoria delle vittime dell’Olocausto

 Cittadinanza.

 Apprendo dal Corriere della sera che il vescovo di Bergamo ha firmato nell’ambito dell’iniziativa ‘L’Italia sono anch’io’ per sostenere le due ormai note proposte di legge a iniziativa popolare.
Ringrazio l’amica che mi ha segnalato il relativo articolo, leggibile anche da qui.
Trovo molto interessante che un vescovo si sia comportato in maniera trasparente da cittadini italiano, qual è, senza assumere una diretta funzione magisteriale che pretendesse coinvolgere i cattolici in quanto tali, come era accaduto nel 2005 quando l’allora presidente della Conferenza Episcopale Italiana, card Ruini, aveva invitato a non votare nel referendum abrogativo della legge sulla fecondazione assistita che i promotori (e anch’io con loro) ritenevano inadeguata.
Naturalmente non sto negando a un prelato il diritto di esprimere il proprio parere in merito a una norma e di comportarsi di conseguenza, cosa che il card Ruini avrebbe potuto fare evitando di intromettersi nei comportamenti elettorali dei cittadini italiani spingendoli all’astensionismo, ovviamente sostenuto dai media ben saldi nelle mani del governo allora in carica.

Chiesa cattolica e potere

Purtroppo in Italia non si è ancora distinto il ruolo di una chiesa dall’esercizio di un potere politico, cadendo in quello che per me è un altro tranello.
Anche se molti mezzi di comunicazione fanno il possibile per confondere i lettori e i telespettatori, all’interno della chiesa cattolica le posizioni su molti problemi sono distinte e diverse: il mondo cattolico non è un monolite.
Spesso però si manifesta – a mio parere – anche per chi si pone su posizioni innovative una presa di distanza dalle istituzioni cui si ritiene di poter supplire con forme (anche in sé dignitose) di organizzazione privata che capita occhieggi ai politici compiacenti che tali scelte appoggiano, ben lieti di farsi supplire.
Così si fa strada l’idea di un privato benefico eventualmente sostenuto da istituzioni ridotte a vacche da mungere in un contesto che non posso considerare estraneo al voto di scambio e la norma, garantita dall’organizzazione della società civile, diventa irrilevante a fronte dello spirito di benevolenza, se non di beneficenza, qua e là sollecitato.

24 Gennaio 2012Permalink

13 gennaio 2012 – Una mia intolleranza

 Ma io non sopporto gli ipocriti

Domina le reazioni un contegno  intollerabile da ‘prima volta’. Eppure non c’è bisogno di citare Abu Ghraib o Guantanamo:  possiamo dar spazio alla memoria senza uscire di casa. Basta un computer.
Nel mese di agosto del 2004 si svolse a Nassiriya la battaglia dei ponti cui parteciparono anche militari italiani.
Si può ancora ritrovare un video che è possibile vedere da qui o da qui, così come si può leggere un articolo d’epoca da Repubblica.
Il video è intitolato ‘Nassiriya agosto 2004. Un giorno di guerra’ e dura più di dieci minuti.
Nella fase iniziale si vedono militari che –apparentemente in maniera piuttosto confusa – si appostano sul tetto di una casa.  
Chissà se gli abitanti di quella casa erano fuggiti o erano stati ammazzati? Di questo non veniamo informati.
Le didascalie recitano che è in corso la ‘terza battaglia dei ponti’ e che ‘il nemico è dall’altra parte del fiume’, quindi non minaccia direttamente i militari accovacciati dietro un parapetto in muratura.
Trascriviamo alcune battute pronunciate in perfetto italiano:
‘Che spettacolo!’ ‘Ancora vivo quello’ (didascalia: avvistato il nemico ferito).
‘Guarda com’è bellino per terra!’ ‘Alza la testa’
 ‘Guarda come si muove il bastardo’
‘Luca annichiliscilo’.
Uno sparo. Luca evidentemente ha eseguito con successo.
Anche allora qualcosa si seppe dai media. Oggi si parla e ci si dissocia con maggior enfasi.
Forse nel 2004 ci sentivamo crociati agli ordini di Bush?

Nel nostro piccolo,
a Udine possiamo anche  aggiungere  notizie locali di traffico d’armi relative sempre alla presenza italiana a Nassiriya.
Così scriveva il 6 luglio 2006 un quotidiano:
“Via al processo e subito un rinvio al 7 luglio, al tribunale collegiale militare di Padova, per i tre militari (due ufficiali e un sottufficiale) del Terzo reggimento guastatori, che ha sede nella caserma Berghinz di via San Rocco a Udine. I tre, che hanno partecipato a missioni in Iraq, sono accusati a vario titolo di introduzione clandestina e detenzione abusiva di armi da guerra e peculato”.
In questo caso si trattava de “il “viaggio” del container pieno di armi clandestine, partito da base Mittica a Nassyria e sbarcato a Monfalcone senza essere stato mai sottoposto a un controllo doganale”.
Con azioni più facilmente riferibili ad attività individuali altri (sempre partecipanti dell’operazione Antica Babilonia) avevano trasportato, quale bottino di guerra, reperti archeologici.
I processi iniziati in sedi vicine son o poi stati spostati e non è più stato agevole trovarne notizie.


13 Gennaio 2012Permalink

12 gennaio 2012 – Il futile ci può annientare (seconda e ultima puntata)

Futilità diffuse

Avevo concluso la prima puntata con una citazione di Saba: “Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli!”.
Saba  scriveva durante il regime  fascista, forse durante una guerra coloniale o la seconda guerra mondiale. e la parola ‘uccidere’ gli veniva diretta e spontanea. Oggi la situazione è più viscosa, ma non meno drammatica perché, se qualcuno può permettersi di riferire a una sorta di cupo folclore squadre securitarie padane e organizzazioni neonaziste (ma almeno gli omicidi di Firenze dovrebbero insegnarci qualche cosa!) , stiamo uccidendo, soffocandoli nel ‘futile’, i fondamenti della nostra democrazia che è base per una nostra decente convivenza.
Certamente sarà importante una modifica della legge elettorale (ma ci sarà? Saprà il parlamento, dopo la bocciatura della consulta, trovare un guizzo di dignità e approvare un’altra legge?)  che ci consenta di votare scegliendo persone competenti e responsabili, che non siano il frutto di giochi di segreterie di partito che sono riuscite a selezionare (qualche eccezione a parte) il peggio del peggio.
Le persone  ‘futili’ evidentemente galleggiano meglio di chi si assume il peso del pensiero articolato e della conseguente responsabilità.
E le persone futili abbondano ovunque.

Il mio microcosmo regionale

Continuo ad osservare la deriva nel mio  microcosmo perché ritengo che non si debba sottovalutare l’importanza delle realtà istituzionali locali e delle manifestazioni locali della società non sempre civile.
Avvicinandomi alla conclusione della precedente puntata avevo detto che avrei ripreso il mio esame della proposta di legge regionale n. 62:  <<Politiche della pace, non violenza attiva e salvaguardia dei diritti umani nella regione Friuli Venezia Giulia>> (Presentata il 14 aprile 2009).
E’ firmata da 10 consiglieri così suddivisi nei gruppi di appartenenza: PD (5), La Sinistra L’Arcobaleno  (3),  Cittadini  – Libertà civica (1), Italia dei Valori – Lista Di Pietro (1).
Ho seguito l’iter della proposta già durante la legislatura precedente (quando, con diversa maggioranza, era un disegno di giunta) e mi ha lasciato più che perplessa, sgomenta.
Infatti durante la procedura iniziale venivano convocate associazioni e organizzazioni interessate che erano inviate a dire i propri desideri su obiettivi da introdurre in legge senza che vi fosse un quadro delle funzioni proprie della regione in materia. 
Mai ho sentito una ben articolata valutazione  dell’art. 117 della Costituzione (come modificato nel 2001 e mai citato neppure nella relazione introduttiva alla proposta) che – dopo una lunga e puntuale elencazione delle materie legislative di competenza esclusiva dello stato, recita:  “Sono materie di legislazione concorrente quelle relative a rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni” (e via nuovamente elencando). 
Per mia esperienza non c’è stata mai risposta articolata a considerazioni e critiche pur espresse finché alla fine di quella strana procedura si è manifestato il consenso di chi aveva titolo a rappresentare le associazioni più interessate alla materia, certamente con parole alte e nobili, ma che si limitavano all’esegesi dei termini del titolo della proposta di legge.
Non avendo ricevuto spiegazioni in proposito mi attengo alla mia interpretazione che tutte le indicazioni in materia di ‘Politiche della pace, non violenza attiva e salvaguardia dei diritti umani’  sono sottratte alla competenza del consiglio regionale e, affidate a uno strano organismo (Agorà della pace) funzionale più a una delega che alla partecipazione, verranno attuate dall’Amministrazione regionale in un clima – a mio parere- più di clientela che di buon governo.
Chi volesse leggere la proposta di legge n. 62 potrà farlo anche da qui.
Io non posso che considerare provvidenziale –in un quadro certamente riferibile a un principio di eterogeneità dei fini – il fatto che l’attuale giunta regionale mai farà passare una simile norma, per motivi evidentemente opposti a quelli che hanno ispirato le mie valutazioni.

Il mio microcosmo comunale

Se una sedicente sinistra in regione è all’opposizione, nel comune di Udine invece governa ma, per i problemi di cui mi sto occupando, è altrettanto sconsolante.
Quando mi resi conto che nel pacchetto sicurezza c’era una norma, criptica ma ineludibile, che impediva la registrazione degli atti di stato civile per chi non disponesse del permesso di soggiorno pensai che chi ha l’onore e l’onere di registrarli (cioè il sindaco nella sua funzione di ufficiale di stato civile) dovesse sentirsene turbato e reagire.
Reazioni del sindaco non ne ho viste  ma un componente della sua giunta, cui avevo ingenuamente scritto, mi ha fatto sapere che io sono una persona che quando sbaglia non si corregge.
Mai rampogna fu così illuminante: infatti mi accompagnerà al momento del voto, quando starò ben attenta a non sbagliare,  dato che ho appreso da rimprovero autorevole che non potrei poi correggermi.
E’ un altro interessante esempio di eterogeneità dei fini.
Ora la strada dell’errore che avevo descritto (per ciò che concerne le nascite) nel mio articolo pubblicato il 15 marzo scorso (raggiungibile da qui) ha due fermi paletti che mi sembrano interessanti (anche se forse infastidiranno il sullodato assessore): uno riguarda i matrimoni la cui celebrazione non richiede più – e lo dice la Corte costituzionale- la presentazione del permesso di soggiorno (si veda il mio articolo del 2 luglio   scorso, raggiungibile da qui), l’altro è la presentazione della proposta di legge Orlando (si veda il mio articolo del 5 dicembre scorso, raggiungibile anche da qui).
Speriamo che il parlamento la discuta.   

E adesso?

Adesso il peso di quella negazione della registrazione delle nascite personalmente mi turba meno: il fatto che vi sia una proposta di legge (opportunamente affidata non ad organismi che si occupano di assistenza ma alla commissione Affari Costituzionali) mi rassicura.
Continuo però a chiedermi perché nessun parlamentare abbia sentito prima d’ora il dovere di reagire pur constatando come la Corte Costituzionale, via via interpellata, faccia a pezzi il pacchetto sicurezza e ciò che ne consegue anche nelle leggi regionali.
Non dimentico che la sollecitazione all’on. Orlando è venuta da una consigliera provinciale donna, anche se l’esperienza degli ultimi anni mi ha tolto ogni speranza nella determinazione di una ragionevolezza di genere che sembra dissipata, salvo casi personali.
E continuo a chiedermi quanti matrimoni siano stati negati –da sindaci umiliati a podestà- a chi non possedeva il permesso di soggiorno nei due anni trascorsi fra l’approvazione della legge e la sentenza della Consulta.
Adesso mi dedicherò ad aggiornare e rinnovare i modi di comunicazione del mio blog che negli ultimi anni aveva doverosamente scelto di essere quasi monotematico.

12 Gennaio 2012Permalink