25 maggio 2014 – Lettera all’on. Kyenge

 

Ho inviato questa lettera aperta alla destinataria e la pubblicherò su facebook.
Servirà a qualche cosa?
Vista la mia esperienza temo di no ma non mi sento di lasciar perdere.

Gentile on. Cécile Kyenge,

Le scrivo a elezioni concluse per spiegarle le ragioni per cui ho dato il mio voto solo a lei, ragioni che non ho scritto prima perché non volevo entrare nel bailamme della propaganda elettorale secondo me malissimo giocata negli argomenti e nei modi.
Per essere comprensibile devo inserire le storie che mi hanno condotto alla scelta che ho dichiarato.

Prima storia
Delusa dall’atteggiamento del Pd su molte questioni e in particolare su un problema di cui dirò più avanti (le poche persone che so essere state capaci di una propria ragionata consapevolezza non hanno riscattato l’atteggiamento omissivo del Pd in quanto tale) avevo pensato a un voto per Tsipras, attratta dalla presenza di due persone che vorrei vedere nel Parlamento europeo, l’una – Barbara Spinelli – per la sua eccezionale competenza nella istituzione europee e nei Trattati firmati nel corso degli anni, l’altro – Adriano Prosperi – come storico di cui ho grande stima e soprattutto lo ritengo persona cui avrei affidato la mia speranza di poter leggere, nei fondamenti dell’agire del Parlamento Europeo, la consapevolezza delle  speranze di pace che, nell’immediato secondo dopoguerra – e se pensiamo al Manifesto di Ventotene – anche durante, avevano acceso l’idea dell’unità del vecchio continente.
Quella unità era sperata in un fondamento politico nato dalla lettura consapevole e responsabile di una storia drammatica e porterebbe fino al significato di scelte politiche quotidiane che non vogliano (e dalle proposte che ho sentito mi sembra invece lo vogliano) affidarsi all’occasionalità, eventualmente sostenuta da brandelli di ideologie più o meno metabolizzate.
Adriano Prosperi è candidato nella mia circoscrizione e mi sarebbe piaciuto votarlo affiancandolo a una candidata locale di cui ho stima.
E invece è arrivato lo schiaffo: Spinelli e Prosperi hanno dichiarato che, se eletti, si ritireranno per dar posto ad altri.
Vogliono ridursi a specchietti per le allodole? Non sono affari miei, non sono un’allodola.
E così, caduta la speranza Tsipras, sono tornata alla mia originaria ipotesi di scheda bianca.
Poi le cose sono cambiate.
Ma, per spigargliene la ragione devo passare alla

Seconda storia

Cinque anni fa l’allora ministro Maroni (era in carica il quarto governo di un tale già cav., già on. già molte altre cose) impose il voto di fiducia sulla legge che prese il numero 94/2009 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica). Ora la Corte Costituzionale la sta facendo a pezzi ma non si è occupata dell’aspetto che mi sta a cuore e su cui cerco di documentarmi: la lettera g) del comma 22 dell’art. 1 che impone la presentazione del permesso di soggiorno ai non comunitari che vogliano assicurare ai figli un certificato di nascita, come la legge di ratifica della Convenzione  di New York impone invece per ogni bambino (legge 176/1991).
La Corte non se ne è occupata perché nessuno ne ha messo in moto il meccanismo nelle forme dovute ma tanto non servirebbe se fosse discussa e approvata una semplice modifica già formulata in proposta di legge n.740, affidata alla commissione Affari Costituzionali e di cui non sembrano occuparsi più nemmeno i 104 proponenti.

Ora dobbiamo collegarci alla storia europea.
Ho scritto sopra di storia drammatica. Appunto
Il nazismo voleva che certe persone, interi popoli fossero Untermenschen, sotto uomini e dovessero scomparire dopo che tutta la loro capacità lavorativa, i loro corpi stessi fossero stati messi a disposizione del grande reich.
La burocrazia tedesca creò le condizioni perché i lager potessero esistere e prosperare e sappiamo cosa furono.
Non vennero calati dal cielo compiuti e prefabbricati nella soluzione finale: crebbero un po’ alla volta, nel diffuso consenso popolare.
Il fascismo rivendicò orgogliosamente la stessa dottrina e il popolo italiano aderì.
Si faccia predisporre, on. Kyenge,  una rassegna stampa dei giornali italiani del 1938.
Cominci dal discorso a Trieste di Mussolini (cav. pure lui e pure lui capo dell’allora governo). Era il 1938, se non erro il mese di ottobre … ma non le sarà difficile trovare la registrazione di quell’infame discorso. Lo ascolti.
E nessuno o quasi (e molto dovremmo ragionare su quel ‘quasi’) protestò, anzi ..
Legga (io l’ho fatto) gli articoletti dei giornali locali di allora con cui direttori didattici, preside, insegnanti  plaudono ufficialmente alla scomparsa dei loro colleghi e dei loro studenti cacciati da scuola perché ebrei.
Oggi il popolo italiano subisce una legge che caccia neonati dal consorzio civile negando loro il certificato di nascita e tutti – o quasi – stanno buoni e zitti. Tacciono anche i parlamentari e io non mi sento rappresentata da chi digerisce tranquillo un’infamia del genere. E’ una norma che mi offende per il fatto di essere stata scritta e votata a prescindere dai danni che può provocare.
Certo i neonati che la legge vuole fantasmi sono probabilmente pochi ma, fermo restando che il diritto ad esistere non si pesa né a quintali né a chili, ci sono.
Ce lo dice un complesso di 80 associazioni che fanno parte del Gruppo Convention on the Rights of the Child (che ha il compito di monitorare la Convenzione di New York):
«Il timore, quindi, di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori».

«Pur non esistendo dati certi sull’entità del fenomeno, le ultime stime evidenziano la presenza di 544 mila migranti privi di permesso di soggiorno. Questo può far supporre che vi sia un numero significativo di gestanti in situazione irregolare»..

Ho parlato con  parecchi rappresentati del Pd (e salvo un consenso di alcuni a titolo personale e la predisposizione della negletta proposta di legge 740) ho capito che l’estraneità del problema per il Pd (e anche per Tsipras) è totale.
Ci si intestardisce ad affermare che la cittadinanza jus soli quando sarà sanerà tutto e a trasformare quel pur condivisibile obiettivo in un alibi per tacere sulla realtà che – solo in parte – le ho esposto.
Nel consenso diffuso (condito di finta inconsapevolezza intenzionalmente giustificante) abbiamo cominciato a creare i sotto bambini come il nazismo aveva creato i sotto uomini.

E allora perché le ho dato il mio voto?

Quando la settimana scorsa ci siamo incontrate a Udine in piazza San Giacomo io, a seguito del suo discorso per molti aspetti condivisibile ma non accettabile nell’omissione, sono intervenuta  e so che poi è stata avvicinata da due esponenti del Pd che hanno capito il problema.
Così il giorno successivo ho avuto la convincente sorpresa.
Sul più diffuso quotidiano locale ho letto, a seguito della proposta dei tre punti forti del suo programma in caso di elezione, «Giovani, donne, lavoro e integrazione», una precisazione che trascrivo: «La registrazione all’anagrafe italiana  per tutti i nuovi nati sul territorio in modo che a scuola non ci siano distinzioni, perché quella è la prima pietra di integrazione»
Aveva ascoltato, aveva capito, aveva superato l’omissione.
Io non so, on Kyenge, se sarà eletta al Parlamento Europe (spero di sì e che anche a Bruxelles resti capace di ascoltare, capire, rafforzare la sua determinazione e, se il caso, correggersi).
Lei è comunque parlamentare italiana. Quindi le faccio, con attenzione alla responsabilità che le spetta in entrambi i ruoli, quello che riveste e quello che forse rivestirà

due modeste proposte

Il 23 aprile nel corso della trasmissione di radio 3 (RAI – Tutta la città ne parla ore 10) un avvocato componente dell’Associazione Studi Giuridici Immigrazione  dichiarò (trascrivo dalla trasmissione ascoltabile in podcast):
«c’è un problema relativo a una questione  molto più grave.  Cioè la possibilità da parte di due persone che senza permesso di soggiorno, ma anche senza un documento di identità (la donna che è priva di un passaporto) di poter riconoscere il proprio figlio. Nel senso che sicuramente la normativa nazionale e internazionale le  riconosce questo diritto. Però questo diritto è stato posto in discussione più volte».
E ancora:
«  non è raro – purtroppo non è raro – il fatto che al momento del parto venga negata alla persona, alla donna che ha partorito in ospedale, la possibilità di riconoscere il figlio senza documento di identità, per cui una serie di strutture mediche trovano escamotage tipo per esempio la richiesta di testimoni che possano testimoniare che quella donna ha partorito quel figlio o anche altri stratagemmi assolutamente stravaganti»
Quindi i nostri sotto bambini non resterebbero, se ciò che ha detto l’avvocato dell’ASGI è vero, privi solo di certificato di nascita ma sarebbe negato persino il diritto naturale della madre che precede ogni burocrazia.
La mia proposta? Inviti il ministro della salute a verificare il fondamento di questa negazione della maternità  che a me sembra un crimine.

E ancora l’ASGI afferma (e sostiene tale affermazione con una lettera al MIUR del suo stesso presidente):
«Nelle indicazioni operative contenute nel testo del Ministero si trovano le indicazioni dirette alle segreterie scolastiche di richiedere ai genitori degli alunni stranieri, ai fini dell’iscrizione dei figli, l’allegazione alla domanda di copia del proprio permesso di soggiorno.»
Come nel caso precedente le chiedo di promuovere una verifica di questa procedura che paradossalmente contraddice addirittura la legge 94 che ho citato.

Cordiali saluti e auguri di buon lavoro ovunque si troverà ad operare.

Augusta De Piero  –  Udine

25 Maggio 2014Permalink

16 maggio 2014 – Quando la burocrazia diventa violenta [Terza puntata]

 

L’ASGI fra il 5 maggio (quando ha pubblicato lo scritto che ho commentato con il titolo Calcio negato ai minori stranieri se i genitori non hanno il permesso) e il 13 maggio  si è ancora occupata di minori stranieri rendendo nota una lettera inviata il 7 maggio al Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, a un sottosegretario e ad alcuni dirigenti del ministero stesso.

Ne riporto quasi integralmente quanto riferito nel sito dell’Associazione:

«13.05.2014  ASGI al MIUR : le linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri vanno modificate

Nel febbraio 2014  il MIUR ( Ministero per l’istruzione, Università e ricerca) ha reso noto le nuove “Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri” .

Nelle indicazioni operative contenute nel testo il Ministero  si trovano le indicazioni dirette alle segreterie scolastiche di richiedere ai genitori degli alunni stranieri, ai fini dell’iscrizione dei figli, l’allegazione alla domanda di copia del proprio permesso di soggiorno.

Seppur in più parti delle Linee guida si ribadisce, doverosamente, come l’irregolarità dei genitori non possa compromettere in alcun modo il diritto degli alunni all’iscrizione scolastica, la richiesta di esibizione ed allegazione del permesso di soggiorno ai genitori degli stessi appare tuttavia, secondo l’ASGI :

illegittima, per manifesta violazione dell’art.6, co.2, D.Lgs. 286/1998 che, nel sancire l’obbligo dei cittadini stranieri all’esibizione del permesso di soggiorno agli uffici delle pubbliche amministrazioni che ne fanno richiesta, fa salvo proprio il caso in cui il cittadino straniero vi si rivolga per provvedimenti “attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie”. Il cittadino straniero che chiede l’iscrizione del figlio a scuola non può pertanto essere tenuto ad esibire il permesso di soggiorno;

discriminatoria, ostacolando (illegittimamente per quanto sopra) l’iscrizione scolastica dei cittadini stranieri;

irragionevole, imponendo ai fini dell’iscrizione stessa l’allegazione di un documento del tutto inutile (la titolarità o meno da parte dei genitori dell’alunno del permesso di soggiorno infatti, come correttamente rilevato nelle stesse Linee guida, è del tutto irrilevante ai fini del perfezionamento della procedura);

dannosa, potendo ottenere l’effetto di scoraggiare i genitori privi di permesso di soggiorno dall’iscrivere i figli a scuola (legittimamente possono infatti ritenere che se a tal scopo viene richiesta l’allegazione di un documento, la sua indisponibilità possa ostacolare l’accoglimento della domanda).

L’ASGI,  in una lettera inviata al MIUR lo scorso 7 maggio 2014, chiede che le Linee guida vengano pubblicate in nuova edizione con la cancellazione, al paragrafo 2.2, della voce “permesso di soggiorno e documenti anagrafici”, da sostituirsi eventualmente con una voce “documenti anagrafici”.

In mancanza di sollecito riscontro, l’ASGI si attiverà in sede giudiziale al fine di ottenere per via giudiziale la rimozione dalle Linee guida della richiesta del permesso di soggiorno ai fini dell’iscrizione scolastica».

Prevenire, denunciare, lamentarsi, tacere?

Trovo questo documento non solo importante ma di singolare rilievo perché non si richiama a episodi specifici di danno già provocato ma analizza una disposizione risalente allo scorso febbraio (contro cui è l’ASGI si dichiara disposta ad attivarsi in sede giudiziale) allo scopo evidente di impedire che norme inaccettabili producano danni.

Spero che l’Asgi trovi una voce altrettanto apprezzabile e autorevole per segnalare la questione di cui scrivo da cinque anni: la legge (e non l’arbitrio dei singoli) che nega l’esistenza, prima ancora che la scuola, ai figli di  chi non abbia il permesso di soggiorno.
Oggi l’avvocato loro iscritto che ha parlato il 23 aprile a Radio3-RAI potrebbe, se ho correttamente interpretato ciò che ha detto, raccontare casi (ovviamente nelle sedi in cui questo non sia violazione del segreto professionale)  anche se –secondo me – la scelta irrinunciabile deve essere quella di opporsi alla legge che crea i tanto richiesti e variegati ‘casi’.        Pro memoria: ne ho scritto il 6 maggio  

Legalità e furbizia
Giustamente l’ASGI segnala la «manifesta violazione dell’art.6, co.2, D.Lgs. 286/1998 che, nel sancire l’obbligo dei cittadini stranieri all’esibizione del permesso di soggiorno agli uffici delle pubbliche amministrazioni che ne fanno richiesta, fa salvo proprio il caso in cui il cittadino straniero vi si rivolga per provvedimenti “attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie”. Il cittadino straniero che chiede l’iscrizione del figlio a scuola non può pertanto essere tenuto ad esibire il permesso di soggiorno».
Da parte mia ricordo benissimo che la precisazione che si riferisce alla “prestazioni scolastiche obbligatorie” fu suggerita dall’on. Fini (allora Presidente della Camera) e presentata con un emendamento dell’on Mussolini,  inserito nel testo imposto nel 2009 con voto di fiducia.
L’azione che lascerebbe trasparire una positiva intenzione da parte dei due era però caratterizzata da una particolare furba sciatteria: infatti il percorso educativo di un bambino inizia dal nido, si sviluppa nella scuola materna, prosegue nella scuola dell’obbligo e oltre.
Nido e materna in particolare sono i luoghi in cui il bambino può sviluppare naturalmente quella competenza linguistica che viene richiesta per l’integrazione.
La conoscenza del meccanismo della legge impone domande precise  «Come iscrivere al nido un bambino cui è stata affidata la funzione di spia dei genitori privi di permesso di soggiorno? come iscriverlo se non esiste? »
Negargli questa precoce opportunità appare anche scelta logicamente sconnessa ma il richiamo alla logica è forse eccessivo in questa vicenda evidentemente repellente anche sul piano etico e politico. Qui si gioca non di logica ma di pretesti per ottenere consenso a leghista benedizione.

Le organizzazioni della società (in)civile
Io però continuo ad essere preoccupata dal silenzio in materia di associazioni che si dicono finalizzate alla tutela dei diritti dei migranti (che, in questo caso almeno, se violati mettono in discussione i nostri di cittadini costretti a subire norme in dirompente odore di razzismo).
Ricordo che opporsi con competenza non  costa nulla e che si possono ottenere risultati anche a seguito di un impegno personale.
Si vedano i miei scritti relativi alla correzione operata dall’Ospedale di Udine nel dépliant che conteneva un richiamo alla discriminazione di neonati attraverso il permesso di soggiorno. Per ottenerla bastò uno scritto a firma personale.
Riferimenti in diariealtro.it: 28 luglio 2013  e 5 gennaio 2014.

 3. forse continua

16 Maggio 2014Permalink

8 maggio 2014 – In conclusione il nemico è svelato [Seconda puntata]

Riprendo le considerazioni conclusive del sei maggio, riportando anche il testo che allora avevo trascritto. .

Un pezzo, datato 5 maggio che ricopio per intero,  dimostra l’attenzione civile e professionale che  l’Associazione Studi Giuridici Immigrazione riserva all’attualità.
E’ chiaro che con legalitaria diligenza l’Asgi si occupa di minori che esistono, la cui esistenza è comprovata da un certificato di nascita, concesso da una pietosa circolare non dalla legge,  ma non possono realizzare il loro desiderio di prendere a calci un pallone all’interno delle organizzazioni a quegli specifici calci deputate  perché, pur se sono nati e risiedono in Italia, sono stati caricati del peccato dei loro genitori di essere privi del permesso di soggiorno.

-5 maggio  Calcio negato ai minori stranieri se i genitori non hanno il permesso

Sono ragazzini e vorrebbero giocare a calcio. Vorrebbero partecipare ai tornei ufficiali in cui gareggiano molti loro coetanei. Ma devono rinunciare perché la legge del calcio lo vieta. Sono i tantissimi adolescenti tagliati fuori dalle competizioni della Figc (Federazione italiana gioco calcio) perché i loro genitori non hanno il permesso di soggiorno 
1 Centinaia in tutta Italia, alcuni nati nel nostro Paese.
. Il permesso di soggiorno a cui si fa riferimento è quello dei genitori, visto che la regolarità in suolo italiano del minore straniero dipende dalla posizione giuridica della madre e del padre
. 2
Una norma che ricalca il regolamento internazionale della Fifa eimmigrazione irregolare, ma che spesso finisce per condannare i bambini, tutti quei bambini che avrebbero diritto allo sport ma che non possono giocare a causa della situazione legale dei genitori. Una norma che è finita al centro del mirino di numerose società calcistiche, spesso costrette a rifiutare tesseramenti di adolescenti stranieri ma perfettamente integrati in Italia, e di varie associazioni tra cui l’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione), la quale parla esplicitamente di “discriminazione”.
Secondo Alberto Guariso dell’Asgi, “la Figc nega il diritto allo sport dei minori, violando la Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo, secondo la quale nessun minore può essere trattato diversamente in relazione allo status giuridico dei genitori”  2.
Secondo Guariso “la Figc dovrebbe adeguarsi agli altri settori della società italiana come la scuola e la sanità, dove qualsiasi minore ha diritto allo studio e alle cure mediche, indipendentemente dalla regolarità dei genitori in territorio italiano”  3.

Tanto più che, aggiunge Guariso, “i minorenni non possono essere espulsi dall’Italia in base all’articolo 19 del Testo Unico. Un paradosso – precisa l’avvocato – visto che il minore può restare in Italia ma contestualmente non può praticare sport”.
Un principio su cui sostanzialmente si è espressa anche la magistratura. Nello specifico il altro affermato come il diritto alla pratica sportiva costituisca un diritto fondamentale perché attraverso di essa trova espressione la personalità dell’individuo e l’attività sportiva costituisce certamente uno strumento di integrazione sociale così come una possibilità di fonte di reddito e di accesso al lavoro.
E proprio in base a questi principi, risulterebbero esclusi dai tornei ufficiali anche i minori non accompagnati, quelli cioè presenti in Italia senza genitori e non ancora adottati 2. Anche in questo caso, esiste una sentenza del tribunale di Pescara datata giugno 2011 che giudica discriminatorio il rifiuto del tesseramento a una società calcistica del minore straniero non accompagnato affidato in Italia. In questo caso si trattava di un minore senegalese in affido ad una coppia di italiani in attesa di regolarizzarsi. (js)

A seguito di alcuni dei tratti in rosso ho scritto dei numerini cui corrispondono i tre passi che seguono con cui propongo le citazioni di norme corrispondenti ai tratti evidenziati/colorati  sopra.

1.F.I.G.C. – Settore Giovanile e Scolastico -Carta dei diritti dei bambini e dei doveri degli adulti                                           http://www.figc.it/other/Carta_diritti_06.pdf
La Carta della FIGC si giova del marchio del Ministero del lavoro e Politiche sociali e dell’UNICEF, allineati in questo contesto alle formulazioni della F.I.G.C. e meno interessati al diritto di garantire ai nuovi nati un’esistenza giuridicamente riconosciuta quale è assicurata dalla registrazione anagrafica di cui non sembrano occuparsi. Proclamano invece ‘diritti’ la cui formulazione non si trova nella Legge 27 maggio 1991, n. 176  (si veda il punto successivo) ma interessano evidentemente l’organizzazione calcistica limitatamente ai ragazzini che, per il fatto di essere riconosciuti giuridicamente esistenti, hanno chi assicura loro voce e possono quindi essere utilmente allevati per le funzioni attinenti il calcio.
Se parla anche, nello stesso quadro di indifferenza per chi è privato della registrazione anagrafica, in un articolo reperibile in rete  

2.  Legge 27 maggio 1991, n. 176  Ratifica ed esecuzione della convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989

Art. 7  – Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi.
– Gli Stati parti vigilano affinché questi diritti siano attuati in conformità con la loro legislazione nazionale e con gli obblighi che sono imposti loro dagli strumenti internazionali applicabili in materia, in particolare nei casi in cui se ciò non fosse fatto, il fanciullo verrebbe a trovarsi apolide.

Art. 8 –. Gli Stati parti si impegnano a rispettare il diritto del fanciullo a preservare la propria identità, ivi compresa la sua nazionalità, il suo nome e le sue relazioni familiari, così come riconosciute dalla legge, senza ingerenze illegali.
-. Se un fanciullo è illegalmente privato degli elementi costitutivi della sua identità o di alcuni di essi, gli Stati parti devono concedergli adeguata assistenza e protezione affinché la sua identità sia ristabilita il più rapidamente possibile.

Art. 31 –. Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica.
-. Gli Stati parti rispettano e favoriscono il diritto del fanciullo di partecipare pienamente alla vita culturale e artistica e incoraggiano l’organizzazione, in condizioni di uguaglianza, di mezzi appropriati di divertimento e di attività ricreative, artistiche e culturali.

3. Leggo nella comunicazione dell’ASGI: “la Figc dovrebbe adeguarsi agli altri settori della società italiana come la scuola e la sanità, dove qualsiasi minore ha diritto allo studio e alle cure mediche, indipendentemente dalla regolarità dei genitori in territorio italiano”.
Qui segnalo due punti che non posso condividere:
–  lo studio – nel pacchetto sicurezza per i minori figli di persone senza permesso di soggiorno lo studio è assicurato solo per le ‘prestazioni scolastiche obbligatorie’, quindi per far assicurare al  proprio figlio la possibilità di frequenza della scuola per l’infanzia e del percorso scolastico successivo alla scuola dell’obbligo occorre il permesso di soggiorno. E tale permesso occorre anche per l’iscrizione al nido così importante per l’apprendimento della lingua italiana che in chiacchiere diffuse viene beffardamente dichiarato fondamentale strumento di integrazione.
– cure mediche. “Sono assicurate, nei presidi pubblici ed accreditati, le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o comunque essenziali, ancorché continuative, per malattia ed infortunio […]. Sono, in particolare, garantiti: a) la tutela sociale della gravidanza e della maternità, […] b)la tutela della salute del minore in esecuzione della Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva ai sensi della legge 27 maggio 1991, n. 176;  c)  le vaccinazioni secondo la normativa e nell’ambito di interventi di campagne di prevenzione collettiva autorizzati dalle regioni” (legge 94/2009 art. 1 comma 22 lettera g)”.
(Si veda Legge 6 marzo 1998, n. 40, art. 33)
Per altre modalità di cura, assicurate ai minori, si vedano i riferimenti all’accordo stato-regioni nel sito della Società di Medicina delle Migrazioni (www.simmweb.it )

CONCLUDO PER ORA:
Nei documenti che ho citato il diritto dei bambini al gioco  come affermato dalla Convenzione di New York  viene intrappolato dentro le maglie dei regolamenti FIGC che a me non sembrano del tutto conformi alla Convenzione stessa
Ripeto il testo dell’art. 31 della Convenzione di New York:
Art. 31 1. Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica.
2. Gli Stati parti rispettano e favoriscono il diritto del fanciullo di partecipare pienamente alla vita culturale e artistica e incoraggiano l’organizzazione, in condizioni di uguaglianza, di mezzi appropriati di divertimento e di attività ricreative, artistiche e culturali.

L’Italia è stato parte o no?

Ma soprattutto non voglio dimenticare che i bambini senza certificato di nascita in ogni caso sono tagliati fuori dall’esistenza giuridicamente riconosciuta assicurando così alla società (in)civile il loro ruolo di capro espiatorio.

2 continua

NOTA: Oggi 7 maggio il sito dell’Asgi riporta nella colonna di sinistra il testo che ho trascritto e a destra, nella colonna notizie, si ferma al 29 aprile                            http://www.asgi.it/home_asgi.php?n=3228&l=it


 

8 Maggio 2014Permalink

6 maggio 2014 – Piano piano il nemico si svela [Prima puntata]

Una storia fastidiosa per molti

Il 30 aprile scorso pubblicavo una petizione destinata alla presidente Boldrini con cui le chiedevo di adoperarsi per promuovere il dibattito sulla proposta di legge 740 che si giace in parlamento da più di un anno, affidata alla Commissione Affari Costituzionali dallo scorso mese di giugno  (pure silente). Ne ho trascritto l’iter lo scorso 21 dicembre.
Quella petizione – a riprova del successo della cultura ampiamente diffusa oltre i propri limiti dalla Lega Nord – ha meritato meno di 400 firme e perciò ho inserito nello spazio concesso da  change un aggiornamento, di nuovo riferendomi alla presidente Boldrini.
Eccone il testo:

Gentile Presidente Boldrini
se la mia conoscenza del funzionamento del sito  change.org è corretta dovrebbe  esserle arrivato il testo di una petizione, pubblicata in quel sito nel mese di novembre 2013 (e di cui le allego la trascrizione, mentre le invierò per posta l’elenco delle firme raccolte dal 19 novembre 2013 e il 30 aprile 2014).
Con quella petizione Le viene chiesto di fare quanto nelle sue possibilità personali e competenze istituzionali per promuovere il dibattito in merito alla proposta di legge 740 (presentata il 13 aprile 2013 e assegnata alla I Commissione Affari Costituzionali in sede Referente il 21 giugno 2013), finalizzata alla modifica dell’articolo 6 del Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, per il punto che impone la presentazione del permesso di soggiorno per registrare gli atti di nascita,  come stabilito dall’art 1, comma 22, lettera g  della legge 94/2009.
Sebbene a pochi giorni dall’approvazione della legge 94  sia stata emanata la circolare 19 che afferma essere possibile la registrazione delle nascite dei propri figli anche per i migranti irregolari (e perciò privi di documento di soggiorno) il gruppo Convention on the Rights of the Child, che ha il compito di monitorare la Convenzione di New York sui diritti del minore (ratificata con legge 176/1991), ci informa, nella sua relazione 2012, che “Il timore di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori”.

A conoscenza del fatto che le norme sulla tutela della maternità consentono alle partorienti una protezione di sei mesi che si estende anche al loro bambino, sembrava che negare a un padre – o alla madre eventualmente sola – il diritto di dichiarare in comune la nascita del proprio figlio fosse l’aspetto dirimente della vicenda che poteva essere sanata con una corretta informazione fino alla approvazione della proposta di legge 740 che tutti i firmatari della petizione auspicano.
Ora sappiamo che non è così.
Il 23 aprile, nel corso della trasmissione RAI  ‘Tutta la città ne parla’ (ore 10, Radio3, trasmissione ascoltabile in podcast), un avvocato che ha declinato le proprie generalità e si è dichiarato membro dell’Associazione Studi Giuridici Immigrazione (associazione che gode di ottima fama) ha affermato, tra l’altro, quanto letteralmente trascrivo:

“C’è un problema relativo a una questione  molto più grave (ndr: della registrazione anagrafica).  Cioè la possibilità da parte di due persone che senza permesso di soggiorno, ma anche senza un documento di identità (la donna che è priva di un passaporto) di poter riconoscere il proprio figlio. Nel senso che sicuramente la normativa nazionale e internazionale le  riconosce questo diritto. Però questo diritto è stato posto in discussione più volte. […] Per cui non è raro – purtroppo non è raro – il fatto che al momento del parto venga negata alla donna che ha partorito in ospedale, la possibilità di riconoscere il figlio senza documento di identità, per cui una serie di strutture mediche trovano escamotage tipo per esempio la richiesta di testimoni che possano testimoniare che quella donna ha partorito quel figlio o anche altri stratagemmi assolutamente stravaganti”.

Apprendiamo così che ci sono in Italia ospedali del sistema sanitario pubblico dove una donna non può riconoscere come suo (con un atto che precede la registrazione anagrafica che si fa in comune) il suo bambino e sarebbe quindi costretta a ridurlo in uno stato di abbandono che può renderlo adottabile o, peggio, vittima dei mercati più turpi che sappiamo esistere ed essere operanti.

La verità è che la normativa non è chiarissima”, ha aggiunto l’avvocato intervistato, sottolineando conseguentemente la necessità di approvare una norma che faccia chiarezza – e di cui sia data adeguata informazione – quale è la proposta 740 citata sopra.
Come cittadina europea, italiana e come donna e madre conto sul contributo che Le sarà possibile assicurare per modificare una situazione che giudico sconvolgente e umiliante per tutti noi nel momento in cui esclude alcuni neonati dalla possibilità di un’esistenza giuridicamente riconosciuta, e nega loro il certificato di nascita che assicurerebbe la tutela dei genitori, rischiando di arrecare contemporaneamente anche un grave danno alla salute della madre.
Ringrazio per l’attenzione e porgo distinti saluti.
Augusta De Piero

Inviato questo testo alla Presidente il primo maggio ricevevo il 5 la risposta che trascrivo.

La Presidenza della Camera dei deputati ha ricevuto la sua e-mail.
Al riguardo, desideriamo comunicarle che è stato disposto che anche copia della sua nuova nota sia trasmessa alla Commissione parlamentare competente, affinché i deputati che ne fanno parte possano prenderne visione.
Cordiali saluti.
La Segreteria della Presidente della Camera dei deputati

Chi ha paura dei neonati?

Sono andata subito nel sito dell’Asgi (Associazione Studi Giuridici immigrazione) ritenendo di poter trovare qualche cosa sulla terribile rivelazione fatta da un avvocato loro associato sulla impossibilità per madri prive di documento di identità di riconoscere il proprio nato (ho riportato il passaggio dell’intervista in questione nella lettera di aggiornamento inviata alla presidente Boldrini e pubblicata su change – si veda passaggio in grassetto) e nulla ho trovato in proposito.
Un pezzo, datato 5 maggio che riporto per intero,  dimostra l’attenzione civile e professionale dell’associazione in questione all’attualità.
E’ chiaro che con legalitaria diligenza l’Asgi si occupa di minori che esistono, la cui esistenza è comprovata da un certificato di nascita, concesso da una pietosa circolare non garantito dalla legge,  ma non possono realizzare il loro desiderio di prendere a calci un pallone all’interno delle organizzazioni a quegli specifici calci deputate  perché, pur se sono nati e risiedono in Italia, sono stati caricati del peccato dei loro genitori di essere privi del permesso si soggiorno..

05.05.2014  – Calcio negato ai minori stranieri se i genitori non hanno il permesso

Sono ragazzini e vorrebbero giocare a calcio. Vorrebbero partecipare ai tornei ufficiali in cui gareggiano molti loro coetanei. Ma devono rinunciare perché la legge del calcio lo vieta. Sono i tantissimi adolescenti tagliati fuori dalle competizioni della Figc (Federazione italiana gioco calcio) perché i loro genitori non hanno il permesso di soggiorno. Centinaia in tutta Italia, alcuni nati nel nostro Paese. Su questo punto le regole della Federcalcio sono chiare: i calciatori stranieri minorenni che richiedono il tesseramento per una società della Lega Nazionale Dilettanti, devono presentare “il certificato di residenza anagrafica attestante la residenza in Italia e il permesso di soggiorno che dovrà avere scadenza non anteriore al 31 gennaio dell’anno in cui termina la stagione sportiva per la quale il calciatore richiede il tesseramento”. Il permesso di soggiorno a cui si fa riferimento è quello dei genitori, visto che la regolarità in suolo italiano del minore straniero dipende dalla posizione giuridica della madre e del padre.

Una norma che ricalca il regolamento internazionale della Fifa e che intende essere fedele alle leggi statali sull’immigrazione irregolare, ma che spesso finisce per condannare i bambini, tutti quei bambini che avrebbero diritto allo sport ma che non possono giocare a causa della situazione legale dei genitori. Una norma che è finita al centro del mirino di numerose società calcistiche, spesso costrette a rifiutare tesseramenti di adolescenti stranieri ma perfettamente integrati in Italia, e di varie associazioni tra cui l’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione), la quale parla esplicitamente di “discriminazione”.

Secondo Alberto Guariso dell’Asgi, “la Figc nega il diritto allo sport dei minori, violando la Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo, secondo la quale nessun minore può essere trattato diversamente in relazione allo status giuridico dei genitori”. Secondo Guariso “la Figc dovrebbe adeguarsi agli altri settori della società italiana come la scuola e la sanità, dove qualsiasi minore ha diritto allo studio e alle cure mediche, indipendentemente dalla regolarità dei genitori in territorio italiano”. Tanto più che, aggiunge Guariso, “i minorenni non possono essere espulsi dall’Italia in base all’articolo 19 del Testo Unico. Un paradosso – precisa l’avvocato – visto che il minore può restare in Italia ma contestualmente non può praticare sport”.

Un principio su cui sostanzialmente si è espressa anche la magistratura. Nello specifico il tribunale di Lodi, che nel 2010 aveva accolto il ricorso presentato da un calciatore togolese richiedente asilo in Italia. In questo caso la magistratura ha dichiarato discriminatorie le norme della Figc che impongono ai cittadini stranieri che richiedono il tesseramento il possesso di un permesso di soggiorno valido fino al termine della stagione sportiva corrente. Il tribunale di Lodi aveva tra l’altro affermato come il diritto alla pratica sportiva costituisca un diritto fondamentale perché attraverso di essa trova espressione la personalità dell’individuo e l’attività sportiva costituisce certamente uno strumento di integrazione sociale così come una possibilità di fonte di reddito e di accesso al lavoro.

E proprio in base a questi principi, risulterebbero esclusi dai tornei ufficiali anche i minori non accompagnati, quelli cioè presenti in Italia senza genitori e non ancora adottati. Anche in questo caso, esiste una sentenza del tribunale di Pescara datata giugno 2011 che giudica discriminatorio il rifiuto del tesseramento a una società calcistica del minore straniero non accompagnato affidato in Italia. In questo caso si trattava di un minore senegalese in affido ad una coppia di italiani in attesa di regolarizzarsi. (js)
Fonte : Redattore Sociale
1 continua

 NOTA: Oggi 6 maggio la trasmissione Tutta la città ne parla del 23 aprile  (di cui ho scaricato la registrazione) è sempre presente nel podcast
Il sito dell’Asgi riporta nella colonna di sinistra il testo che ho trascritto e, a destra nella colonna notizie, si ferma al 29 aprile

Rinvio i miei commenti alla prossima puntata

6 Maggio 2014Permalink

30 aprile 2014 – diariealtro trascurato

Un appello inutile, ma lo propongo lo stesso.

Nessun giornalista, nessun telecronista, nessun fotografo, nessun operatore di qualsiasi mezzo di informazione, nessun curioso si avvicini alla struttura in cui opererà Silvio Berlusconi, quando inizierà la sua attività.
Sarà volontario coatto accanto ai malati di Alzheimer.
Già mi sembra inopportuno che persone malate e i loro familiari diventino i capri espiatori di una presenza ingombrante: cerchiamo, se esiste una società civile, di risparmiare chi soffre per quanto possibile.

Ho pubblicato su facebook, ricevendo molte risposte tutte (finora) di consenso.

Una petizione a Laura Boldrini

Parecchi mesi fa ho pubblicato su change org una petizione per la presidente Laura Boldrini di cui riporto il testo già segnalato su facebook e inviato per la firma a parecchie persone

Mai più bambini invisibili agli occhi dello Stato Italiano.

Gentile Presidente Boldrini,

Le scrivo quale cittadina italiana per chiedere il suo impegno affinché sia garantita per legge la registrazione anagrafica di tutti i bambini che nascono in Italia.
Oggi purtroppo non e cosi: la Legge 94/2009 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica – art. 1, comma 22, lettera g – prevede che gli stranieri debbano esibire agli uffici della pubblica amministrazione “i documenti inerenti al soggiorno” per una serie di obiettivi fra cui la registrazione degli atti di stato civile.
E’ evidente che i cittadini extracomunitari in situazione di irregolarità non dispongono del permesso di soggiorno e se tale documento fosse loro richiesto, per evitare il rischio di espulsione, potrebbero privare il nuovo nato del certificato di nascita, un documento indispensabile per la vita e per la dignità di ogni persona.
In mancanza del certificato di nascita il bambino non risulta esistere quale persona e quale individuo destinatario delle regole dell’ordinamento giuridico.
In mancanza del certificato di nascita, che testimonia l’identità della madre e del padre, al bambino non viene assicurata la tutela da parte dei genitori.
In mancanza del certificato di nascita il bambino e condannato ad essere un apolide: e privato di qualunque cittadinanza ed e invisibile agli occhi dello Stato.
Recentemente e stata presentata al Parlamento una proposta di legge (n. 740, primo firmatario On. Rosato) che, se approvata, risolverebbe il problema senza alcun onere di spesa pubblica, ma non vorremmo che nel momento di difficoltà che l’Italia attraversa e il parlamento rispecchia, si ritenesse opportuno rinviarne l’approvazione a un indefinito futuro.
I bambini per nascere non attendono l’approvazione di leggi e norme che li tutelino.

Le firme ottenute  (veramente poche, meno di 400)  sono state apposte a ‘ondate’, via via che si proponeva un sollecito.

Chi volesse firmare la petizione potrà raggiungerla da qui
http://www.change.org/it/petizioni/laura-boldrini-mai-pi%C3%B9-bambini-invisibili-agli-occhi-dello-stato-italiano

30 Aprile 2014Permalink

18 marzo 2014 – “Quello che le donne non dicono”.

 

Alcune sere fa in un circolo culturale alla periferia di Udine si è parlato del tema della violenza  sulle donne (e, conseguentemente, sui minori che della violenza in ambiente familiare sono spettatori e spesso anche vittime). Erano impegnati alcuni gruppi particolarmente attenti a questa tematica ed era presente anche il Vicequestore di Udine Massimiliano Ortolan. Titolo dell’incontro “Quello che le donne non dicono”.
Paola Schiratti, presidente del gruppo Le donne resistenti che aveva organizzato la serata insieme al circolo Nuovi orizzonti, ha illustrato i dati elaborati dal servizio “Zero Tolerance” del Comune e il protocollo antiviolenza della Provincia.
A suo tempo Paola Schiratti si è molto spesa per la  predisposizione e per l’approvazione di quel protocollo finalizzato a prevenire e reprimere la violenza domestica e sostenere le vittime in modo coerente fra i vari soggetti che possono intervenire.
Il testo del protocollo si può leggere nel blog di Paola  e anche da qui
La stessa Paola, in un suo commento su facebook ha scritto “fa molto piacere, ascoltando il Vicequestore, cogliere molte considerazioni pienamente condivisibili, capire quanto la Polizia sia preparata e interessata ad affrontare queste situazioni, sentite come un problema culturale e sociale imprescindibile”.

Tutto vero ma io non sono soddisfatta

Infatti quando ho fatto funzionare la mia cartina al tornasole, i problemi dei minori, il Vicequestore non mi è apparso così limpido e lineare né completamente convincente l’impostazione della serata. E’ vero che, sperando di semplificare perché non volevo intervenire nel dibattito in maniera troppo invadente,  ho fatto una domanda relativa alla prostituzione minorile, e il Vicequestore ha colto abilmente l’opportunità per parlare di prostituzione e non di minori.
Stupida io che gli ho offerto la via di fuga?

L’onore
Per spiegarmi devo fare una piccola rivisitazione storica.
E’ stato sottolineato positivamente (questo sì lo riconosco) che la legge sulla violenza sessuale segna una trasformazione culturale di rilievo enorme: la violenza passa da reato contro la morale a reato contro la persona.
Non va certo ad onore dei legislatori italiani e della cultura italiana in generale se solo nel 1996 (e dopo un iter quanto mai tormentato) venne approvata la legge 66, Norme contro la violenza sessuale.
Chi aveva scosso una cultura immobile era stata Franca Viola, una ragazza intelligente,  coraggiosa, consapevole della propria dignità di persona. Fu violentata nel 1965 ma solo nel 1981 l’infamia del ‘matrimonio riparatore’ che le era stato proposto, fu cancellata dalla legge italiana (legge 442 “Abrogazione della rilevanza penale della causa d’onore”).
Eliminato il concetto di ‘matrimonio riparatore’ ne conseguì, almeno nella formalità legislativa, il punto fermo che l’onore della donna non risiede nella verginità biologica.

E’ bene rilevare, data l’importanza nella realtà italiana della tradizione cattolica, che nel 1950 papa Pio XII aveva fatto un gesto forte per pietrificare la dignità della donna nella presunta inflessibilità della biologia; aveva infatti santificato una povera bambina che, per essersi difesa da un’aggressione sessuale, era stata ammazzata.
Ero una ragazzina ma ricordo ancora la violenza petulante con cui quell’immagine ci fu cinicamente propinata.
Concentrato sull’imene il papa non si rendeva conto (o forse sì) che, mentre negava la dignità della persona donna, consolidava l’onore del maschio proprietario di una cosa senza parola.
Poiché si voleva la donna senza parola si manteneva inamovibile anche il significato letterale della espressione paolina: ‘le donne tacciano nell’assemblea’ (1 Cor 14, 34-35) e quindi si avviliva  con una sola mossa la dignità femminile e quella degli studi biblici che solo il Concilio Vaticano II avrebbe successivamente liberato anche nel mondo cattolico.
Senza parola la donna doveva essere  non solo nello spazio religioso ma anche in quello laico. Così voleva la tradizione per le brave ragazze da marito.

La parola e il cambiamento

Passando lentamente dallo stato di oggetti ad uso dell’onore padronale a quello di soggetti, la cui dignità è riconosciuta e affermata, anche le donne possono dire e dirsi.
I cambiamenti che derivarono da questa modifica segnarono un cambiamento epocale e incompiuto. Ma segnarono anche il riconoscimento che l’affermazione di un diritto fondamentale non appartiene alla forza del soggetto che si può imporre ma al riconoscimento sociale e alla solidarietà che si fonda sulla responsabilità collettiva per cui la Repubblica “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2 Cost.).
Ricordo quanto si venne a conoscere del dibattito al processo di Franca Viola e l’evidenza che mi colpì di due situazioni inversamente proporzionali: la dignità di Franca e l’abiezione delle argomentazioni degli avvocati che difendevano lo stupratore, l’assoluta mancanza di forza della ragazza che si tentava di ribaltarle contro e l’assoluta bestialità della forza fisica legittimata dalla tradizione, componente dell’onore maschio-padrone.

Le parole che ancora non  si vogliono dire

E qui si pone il problema dei diritti dei bambini e dei minori in genere che non sono emersi con chiarezza, anzi non sono emersi affatto nella serata da cui ho preso le mosse.
Infatti la violenza contro i bambini è apparsa solo in relazione alla loro presenza nella vita familiare e non come offesa alla loro persona perché questa è violenza che i bambini non possono dire se non con i segni di una sofferenza che li accompagnerà per tutta la vita.
Certamente altri possono dire – e penso alle donne come altre che della negazione di parola per essere state considerate oggetti hanno avuto e hanno un’esperienza che potrebbero trasferire nella solidarietà politica e sociale di cui dice la Costituzione – ma ci  sono casi in cui non lo fanno.
Certamente provano – e manifestano – pietà per il bambino sofferente e violato ma arretrano quando si tratta di riconoscergli i diritti di persona, quelli che Franca Viola, nel silenzio imposto dalla tradizione come un macigno, aveva affermato  per sé e per tutte le donne.
Solo così io riesco a spiegare l’indifferenza diffusa alla violazione del principio di uguaglianza che imporrebbe il certificato di nascita a tutti i minori, a prescindere dallo status dei loro genitori.

Il cerchio si chiude sempre lì.
Se le donne rivisitassero un po’ la loro cultura di genere potrebbero riaprirlo, non perché madri ma forti della loro memoria storica se mai volessero averne

18 Marzo 2014Permalink

16 marzo 2014 – La perplessa lettura di una buona notizia.

Leggo su La Repubblica del 14 marzo – cronaca di Torino – in un articolo di Fabio Tanzilli che il comune di Torre Pellice ha ritirato il riconoscimento di ‘cittadino onorario’ del Comune concesso nel 1924 all’allora capo del governo Benito Mussolini. Si rinnova la vecchia immagine dei consiglieri d’epoca, in piedi e plaudenti, immagine che l’assessore in carica ritiene improponibile insieme a quella di coloro che «hanno sacrificato la vita per la Resistenza».mussolini onorario
E’ una scelta di cui potrei comprendere e condividere il significato se non ci fosse una espressione che per me suona contraddizione difficile da sostenere. Dice ancora l’articolo de La Repubblica che “il Comune darà la cittadinanza onoraria a tutti i 50 stranieri nati in Italia, dagli 0 ai 18 anni, residenti a Torre Pellice” e continua, citando sempre il medesimo assessore: «La proposta è sostenuta anche dall’opposizione. Sarebbe incoerente promuovere da un lato l’integrazione e dall’altro onorare chi ha sancito in Italia le leggi razziali».
Ho bisogno di affermare ancora coerenza, almeno la mia e provo perché la sordità (o è cecità? o sono entrambe?) degli italiani di fronte al risorgente razzismo normativo mi preoccupa sempre di più.

Cittadinanza onoraria per chi c’è e per chi non c’è?
Vediamo prima di tutto il significato delle parole ‘cittadinanza onoraria’. Si tratta di un titolo attribuito a un cittadino che, per nascita e importanti testimonianza di sé culturali o d’altro tipo, onora un comune di cui viene dichiarato cittadino anche se non residente.
Non credo ne conseguano possibilità positive se non, ma non sono sicura, la possibilità di elettorato attivo, che non  appartiene certamente ai bambini e ai ragazzi cittadini onorari di Torre Pellice, al presente per la loro età, al futuro perché la legge non prevede il voto degli stranieri.
In sostanza è il comune che – in prima persona – ‘si onora’ e non viceversa.
Ricordo con emozione la cittadinanza onoraria attribuita dal comune di Montereale Valcellina (PN) a Carlo Ginzburg, l’autore de ‘Il formaggio e i vermi’ che ci regalò la storia di Menocchio, mugnaio di quel comune ucciso per decisione dell’Inquisizione.
E in ogni caso potrebbe il comune di Torre Pellice riconoscere la cittadinanza onoraria a bambini giuridicamente  inesistenti? 
Infatti, ed ecco il mio turbamento, l’espressione usata dall’assessore e che di nuovo ricopio, segnalando una pagina buia del nostro passato, evoca, sia pur inconsapevolmente, una pagina oscura del nostro presente. Dice l’assessore: «Sarebbe incoerente promuovere da un lato l’integrazione e dall’altro onorare chi ha sancito in Italia le leggi razziali».
Ma c’è certezza al comune di Torre Pellice che i  50 stranieri nati in Italia, dagli 0 ai 18 anni, residenti a Torre Pellice,  e di cui ha certamente notizia, siano rappresentativi di una tipologia che esaurisce  l’universo dei bambini  da zero a 18 anni nati in Italia da genitori stranieri?

La normale infamia del ‘pacchetto sicurezza’
Credo che una risposta onesta non possa essere che negativa.
La legge italiana infatti non garantisce che tutti i bambini figli di stranieri nati in Italia abbiano il certificato di nascita loro dovuto e possano essere quindi registrati fra i residenti, muniti del loro codice fiscale che assicura prima di tutto l’assistenza sanitaria.  
Il cosiddetto ‘pacchetto sicurezza’ (legge 94/2009 art 1 comma 22 lettera g) ha stabilito che, per riconoscere la nascita di un figlio, assicurandogli quindi il certificato di nascita,  sia necessario presentare il permesso di soggiorno, cosa evidentemente impossibile a chi quel permesso non abbia. 
Io immagino il comune di Torre Pellice diligentemente attento alla circolare che, approvata nel 2009 pochi giorni dopo la promulgazione della nuova legge razziale, dice essere possibile registrare la nascita di tutti i bambini, escludendo la necessità della presentazione del permesso di soggiorno per i genitori ‘irregolari’ che, se si svelassero tali, verrebbero espulsi. Lasciamo perdere la valutazione di un sistema in cui gli atti amministrativi contraddicono le leggi e andiamo avanti.

Una preghiera al comune di Torre Pellice
Il comune di Torre Pellice fa parte del territorio italiano, sconciato dal rinascere del razzismo per via amministrativa, i suoi amministratori sono cittadini italiani membri di una chiesa che ha sofferto una storia di oppressione scegliendo anche ad alti prezzi una storia di libertà.  Vorrei si impegnassero a chiedere che almeno quello sconcio del pacchetto sicurezza sia superato con la certezza di una legge e non affidato alla labilità di una circolare.
Ho provato a rivolgermi a persone appartenenti e attive nell’universo della chiesa cattolica senza ricavarne nulla, salvo qualche inefficace personale consenso.
Parlo per esperienza più volte vissuta.
Mi resta qualche speranza nel mondo laico: esiste una proposta di legge, che risolverebbe il problema senza onere di spesa se qualcuno si impegnasse a farla approvare ma impegno a sollecitarne l’approvazione non c’è. Ne ho ricopiato il testo in questo blog il 17 giugno del 2013.
Poiché invierò questo testo ad amici valdesi ricordo qui anche l’impegno di due giornalisti che hanno pubblicato, con insolita pertinenza di argomenti e ottima informazione,  l’articolo che ho trascritto sempre in questo blog il 21 dicembre dello scorso anno e di cui riporto ancora il link

16 Marzo 2014Permalink

16 febbraio 2014 – La presentazione di un libro e molto di più

Giovedì 20 febbraio, ore 20,30 – Biblioteca Guarneriana, San Daniele del Friuli
Il MoVI Federazione Friuli Venezia Giulia, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale di San Daniele del Friuli, organizza una serata di presentazione del libro “Bambini Proibiti” di Marina Frigerio Martina.

Così dice un invito che mi è arrivato poche ore fa. Ne sono felice perché considero molto importante il libro che sarà presentato e di cui ho già scritto in questo blog
il 25 aprile 2012, e il  9 marzo 2013.
E’ un testo cui ho fatto riferimento anche di recente – e precisamente il 10 febbraio – per commentare  lo xenofobo referendum svizzero.
Le analogie con l’attuale situazione italiana dei fatti che l’autrice illustra  sono molto significative.

Poiché temo che non mi sarà possibile andare a San Daniele ho scritto al Sindaco la LETTERA APERTA che trascrivo

Egregio sindaco di San Daniele del Friuli,
sono venuta a sapere della bella iniziativa di presentare, in una sede prestigiosa come la Guarneriana, il lavoro di Marina Frigerio Martina  “Bambini proibiti”, di cui voglio ricordare anche l’importante postfazione del giornalista e scrittore friulano Max Mauro.
Purtroppo mi sarà quasi impossibile essere a San Daniele giovedì prossimo e me ne dolgo perché ritengo che quel libro sia testimonianza della sofferenza che nasce dalla violenza intesa a privare – con l’aggravante di farlo tramite norme accettate in un paese civile – un bambino del legame con la famiglia.
Non si tratta perciò solo di una terribile vicenda accaduta non troppi anni fa in Svizzera. Quel libro infatti è importante perché ci introduce a un problema che le è certamente noto, anche se l’informazione dovuta ai cittadini spesso ne sfugge.
Dal 2009 una legge (n.94 – art. 1  comma 22 lettera g), sovvertendo l’ordinamento precedente, ha stabilito che per registrate la nascita di un nuovo nato in Italia debba essere presentato il permesso di soggiorno.
E’ chiaro che i migranti irregolari così possono essere catalogati proprio perché non possiedono quel documento e se, chiedendo di registrare la nascita del proprio figlio ne segnalano la mancanza, si pongono a rischio di espulsione e comunque il loro figlio tale non sarà per legge.
E’ ragionevole quindi pensare che vi siano bambini nascosti anche in Italia e ne danno testimonianza il quinto e sesto rapporto della Convention on the Rights of the Child.
E’ chiaro che non avere un certificato di nascita significa non avere un’esistenza giuridicamente riconosciuta e che il legame familiare potrà essere certamente vissuto nell’amore per il proprio nato ma spogliato di ogni significato per ciò che implica in altrimenti riconosciuti legami sociali.
Mi è noto che, a pochi giorni dall’approvazione della legge, ciò che la legge nega è stato concesso con circolare (n.19 del 7 Agosto 2009)
Ma, e non entro in ovvie valutazioni sulla precarietà dello strumento amministrativo rispetto a quello legislativo, le chiedo se ritiene rispettoso affidare a una circolare un compito che dovrebbe essere onore di ogni sindaco, quello di avere l’evidenza della popolazione che nasce sul suo territorio e se ritiene che questa situazione sia corretto riferimento al diritto prevalente e prioritario del minore nel momento della sua massima fragilità, quello in cui viene al mondo.
Mi auguro perciò che proprio per la situazione di responsabilità e autorevolezza che attiene al suo ruolo istituzionale voglia sostenere la necessità di modifica della legge 94/2009. Già esiste una proposta di legge (n.740 – primo firmatario on. Rosato) sostenuta da 104 firme di parlamentari alcuni dei quali rappresentanti della nostra regione che, con un semplice articolo e senza oneri finanziari, ci riporterebbe, almeno per questo problema, alla più degna situazione anteriore al 2009..

16 Febbraio 2014Permalink

15 febbraio 2014 – Se ci si mette anche il sindaco di New York

A New York carte di identità agli Undocumented …

Si legge su diversi quotidiani di un’iniziativa del poco più che cinquantenne nuovo sindaco di New York che porta per sua scelta (legalmente registrata parecchi anni fa) il cognome della mamma la cui nonna veniva dall’Italia.
Così si è rivolto Bill de Blasio ai cittadini di New York:
«A tutti i miei concittadini che sono degli immigrati senza documenti: questa città è casa vostra».
Il sindaco non si limita a un’espressione di emozioni ma, da competente responsabile amministratore, indica lo strumento che rende cittadini de la Grande Mela.
La città di New York rilascerà carte d’identità anche agli immigrati clandestini. Undocumented, senza documenti, è l’espressione che il sindaco preferisce perché non implica una criminalizzazione. Insieme con l’altra proposta sul salario minimo vitale, l’offerta agli stranieri conferma che de Blasio non ha paura di suscitare controversie.
Fin qui la cronaca.
L’articolo cui faccio riferimento si può leggere integralmente anche da qui io però voglio consentirmi qualche commento.

 .. e i loro figli resi fantasma in Italia.
In mezzo all’indifferenza generale due sono le linee prevalenti di approccio alla presenza di stranieri senza permesso si soggiorno.
La prima è quella furbesca e abilmente diffusa in maniera capillare dalla Lega Nord già dai tempi in cui si chiamava Padania: creare il nemico per scatenare su ogni piano – dal personale al politico – reazioni xenofobe e razziste.
La seconda è quella dei ‘buoni’, dei donatori in spirito di gratuità, dei ‘benefattori’.
Fra costoro c’è chi coerentemente impegna la propria vita, erogando servizi, assistendo, tendenzialmente presente dove si esprime una necessità, ma in fuga appena si parli del diritto fondamentale di esistere, in maniera giuridicamente riconosciuta.
Mi chiedo se non sia una nuova forma di cultura neocoloniale.
Una spiegazione può esserci: siccome la possibilità di gestire situazioni di assistenza dipende anche dal consenso istituzionale e le istituzioni, dai comuni al parlamento, non vogliono misurarsi col dissenso nazional-popolare,  allora anche i buoni organizzati tacciono, obbedienti alla consegna della tranquillità. Pochi affrontano la fatica del dissenso.
Da cinque anni mi occupo della questione della registrazione anagrafica negata per legge ai figli dei sans papier, gruppo discriminato che fa saltare – proprio nel momento fondante del riconoscimento giuridico dell’esistenza di un nuovo nato – il principio di uguaglianza.
La registrazione dell’atto di nascita comporta l’assegnazione del codice fiscale che consente l’accesso a una serie di servizi altrimenti negati (come si fa, ad esempio ad assicurare cure a chi non esiste, ad accogliere in un asilo nido chi non c’è?)
E’ quel codice condizione per acquisire più avanti la carta di identità, quella che il sindaco de Blasio vuole garantire ai suoi concittadini Undocumented e che i ‘nostri’ bambini non potranno avere al momento opportuno.
O meglio l’avranno se funzionerà il ‘trucco’ immaginato dai nostri eroici legislatori, combattenti di neonati. Il trucco è concedere con strumento amministrativo ciò che si nega per legge.

 Il rischio ‘de Blasio’
Così una circolare consente ciò che la legge nega ma funziona finché il governo lo desideri e – come ogni atto amministrativo – può essere ritirata, modificata senza il coinvolgimento democratico del parlamentò.
E’ vero che scrivere queste cose nella giornata in cui si srotola una crisi di governo  extraparlamentare suscita un qualche imbarazzo.  Però che l’esistenza di una persona dipenda non da una norma ma da un volatile pezzo di carta – ad alcuni concesso, ad altri no – suscita un turbamento profondo, sempre che uno ci pensi, e crea i padroni (arcigni o buoni e compassionevoli è la stessa cosa) della vita altrui
A questo punto ecco il ‘rischio de Blasio’: offrire ai ‘buoni’ un altro slogan, un’altra icona chiacchierando della quale si possa svicolare dal dovere di riconoscere l’esistenza di tutti i nuovi nati.
Così l’omaggio al bravo sindaco di New York sarà un altro strumento da esibire per assicurarsi consensi e nello stesso tempo per manifestare la propria indifferenza di fronte alla necessità di modificare una legge.

15 Febbraio 2014Permalink

10 febbraio 2014 – Non passi lo straniero

Oggi è giunta la notizia della vittoria nel referendum svizzero della scelta che vuole norme rigide, regolate da flussi, per la presenza straniera.
Penso con paura alle prossime elezioni europee e con pietà ai transfrontalieri lombardi che saranno colpiti dalla norma quanto da noi un non comunitario.

Italiani e Svizzeri uniti nella lotta o divisi dalla convenienza?
Ho mandato un SMS al numero 3355634296 della RAI per segnalare l’analogia con il nostro pacchetto sicurezza che nega – ancor più radicalmente – la registrazione dell’atto di nascita dei figli di migranti irregolari.
Ho poi scritto all’indirizzo della trasmissione che inizierà fra poco su radio 3 (la citta@rai.it) il testo che riporto
A proposito dei bambini figli di emigranti cui in Svizzera era negata la convivenza con i genitori segnalo la valida inchiesta (norme e testimonianze) di Marina Frigerio Martina BAMBINI PROIBITI – Storie di famiglie italiane in Svizzera tra clandestinità e separazione. COLLANA Orizzonti pp. 208 Casa editrice IL MARGINE  Via Taramelli n.8 – 38122 Trento

Ricordo però che l’Italia per una precisa categoria di bambini segue – in forma ancor più radicale – il metodo svizzero.
Infatti a seguito del cd pacchetto sicurezza (legge 94/2009 – art. 1, comma22, lettera g) è stata introdotta una norma che neppure la Bossi Fini aveva previsto per cui ai figli di migranti irregolari è negato il certificato di nascita. La manovra è obliqua. Ai genitori  per registrane la nascita in comune viene chiesto il permesso di soggiorno che – per essere irregolari non hanno. Ne consegue l’impossibilità per legge di registrare l’atto di nascita e l’espulsione.
Praticamente ai nuovi nati viene affidata la funzione di identificazione ed espulsione altrimenti propria dei discussi CIE:
Poiché ciò avrebbe comportato penalizzazioni internazionali ciò che la legge nega è ammesso per circolare (n.19/2009) ma il principio resta.
L’esistenza del problema e di bambini nascosti è testimoniata anche dal rapporto della Convention on the Rights of the Child (http://www.gruppocrc.net/IMG/pdf/6_rapporto_CRC.pdf   cap. III 1  pag.41)
Per conoscer epiù approfonditamente la situazione:
http://www.linkiesta.it/immigrati-figli-anagrafe

Grazie
Augusta De Piero  – Udine

10 Febbraio 2014Permalink