6 agosto 2014 – Il ricordo di Hiroshima e un articolo importante

 

 

69 anni fa Hiroshima.

Certamente nel 1945 l’opinione pubblica non poteva sapere cosa significasse Hiroshima.
Oggi sa che quella strage non ha portato pace.

Bauman: “Gaza è diventata un ghetto, Israele con l’apartheid non costruirà mai la pace”    di Antonello Guerrera

Trascrivo – interrompendo per un  momento la storia di Samer – un importante articolo del grande sociologo polacco,  Si può leggere anche da qui

05 agosto 2014

Zygmunt Bauman “Ciò a cui stiamo assistendo oggi è uno spettacolo triste: i discendenti delle vittime dei ghetti nazisti cercano di trasformare la striscia di Gaza in un altro ghetto “. A dirlo non è un palestinese furioso, ma Zygmunt Bauman, uno dei massimi intellettuali contemporanei, di famiglia ebraica e sfuggito all’Olocausto ordito da Hitler grazie a una tempestiva fuga in Urss nel 1939.

Bauman ha 88 anni, suo padre era un granitico sionista e negli anni ha sviscerato come pochi l’aberrazione e le conseguenze della Shoah. Sinora il grande studioso polacco non si era voluto esprimere pubblicamente sulla recrudescenza dell’abissale conflitto israelo-palestinese. Ora però, dopo aver accennato alla questione qualche giorno fa al Futura Festival di Civitanova Marche in un incontro organizzato da Massimo Arcangeli, Bauman confessa la sua amarezza in quest’intervista a Repubblica.

Professor Bauman, lei è uno dei più grandi intellettuali contemporanei ed è di origini ebraiche. Qual è stata la sua reazione all’offensiva israeliana a Gaza, che sinora ha provocato quasi 2mila morti, molti dei quali civili?
“Che non rappresenta niente di nuovo. Sta succedendo ciò che era stato ampiamente previsto. Per molti anni israeliani e palestinesi hanno vissuto su un campo minato, in procinto di esplodere, anche se non sappiamo mai quando. Nel caso del conflitto israelo-palestinese è stata la pratica dell’apartheid  –  nei termini di separazione territoriale esacerbata dal rifiuto al dialogo, sostituito dalle armi  –  che ha sedimentato e attizzato questa situazione esplosiva. Come ha scritto lo studioso Göran Rosenberg sul quotidiano svedese Expressen l’8 luglio, prima dell’invasione di Gaza, Israele pratica l’apartheid ricorrendo a “due sistemi giudiziari palesemente differenti: uno per i coloni israeliani illegali e un altro per i palestinesi ‘fuorilegge’. Del resto, quando l’esercito israeliano ha creduto di aver identificato alcuni sospetti palestinesi (nella caccia ai responsabili dell’omicidio dei tre adolescenti israeliani rapiti in Cisgiordania il giugno scorso, ndr), ha messo a ferro e fuoco le case dei loro genitori. Invece, quando i sospettati erano ebrei (per il susseguente caso del ragazzino palestinese arso vivo, ndr) non è successo nulla di tutto questo. Questa è apartheid: una giustizia che cambia in base alle persone. Per non parlare dei territori e delle strade riservate solo a pochi”. E io aggiungo: i governanti israeliani insistono, giustamente, sul diritto del proprio paese di vivere in sicurezza. Ma il loro tragico errore risiede nel fatto che concedono quel diritto solo a una parte della popolazione del territorio che controllano, negandolo agli altri”.

Come anche lei sottolinea, tuttavia, Israele deve difendere la sua esistenza minacciata da Hamas. C’è chi, come gli Usa, dice che la reazione dello Stato ebraico su Gaza è dura ma necessaria. Chi la giudica eccessiva e “sproporzionata”. Lei che ne pensa?
“E come sarebbe una reazione violenta “proporzionata”? La violenza frena la violenza come la benzina sul fuoco. Chi commette violenza, da entrambe le parti, condivide l’impegno di non spegnere l’incendio. Eppure, la saggezza popolare (quando non è accecata dalle passioni) ci ricorda: “Chi semina vento raccoglie tempesta”. Questa è la logica della vendetta, non della coabitazione. Delle armi, non del dialogo. In maniera più o meno esplicita, a entrambe le parti del conflitto fa comodo la violenza dell’avversario per rinvigorire le proprie posizioni. E il risultato è: sia Hamas sia il governo israeliano, avendo concordato che la violenza è il solo rimedio alla violenza, sostengono che il dialogo sia inutile. Ironicamente, ma anche drammaticamente, potrebbero avere entrambi ragione”.

Cosa pensa, nello specifico, del premier israeliano Netanyahu e del suo governo? Ha commesso errori?
“Netanyahu e i suoi sodali, e ancor più gli israeliani che bramano il loro posto, si sforzano di fomentare il desiderio di vendetta nei loro avversari. Spargono semi di odio perché temono che l’odio del passato scemi. Alla luce della loro strategia, questi non sono “errori”. I governanti israeliani hanno più paura della pace che della guerra. Del resto, non hanno mai imparato l’arte di governare in contesti pacifici. E, negli anni, sono riusciti a contaminare gran parte di Israele con il loro approccio. L’insicurezza è il loro migliore, e forse unico, vantaggio politico. E magari vinceranno facilmente le prossime elezioni facendo leva sulle paure degli israeliani e sull’odio dei vicini, che hanno fatto di tutto per irrobustire”.

Lei in passato è stato critico nei confronti del sionismo e dell’uso che Israele fa della tragedia dell’Olocausto per giustificare le sue offensive militari. La pensa ancora così?
“Raramente la vittimizzazione nobilita le sue vittime. Anzi, quasi mai. Troppo spesso, invece, provoca un’unica arte, che è quella del sentirsi perseguitati. Israele, nato dopo lo sterminio nazista contro gli ebrei, non è un’eccezione. Quello a cui siamo di fronte oggi è un triste spettacolo: i discendenti delle vittime nei ghetti cercano di trasformare la striscia di Gaza in un ghetto che sfiora la perfezione (accesso bloccato in entrata e uscita, povertà, limitazioni). Facendo sì che qualcuno prenda il loro testimone in futuro”.

A questo proposito, cosa pensa del silenzio di politici e intellettuali europei sul conflitto riesploso a Gaza?
“Innanzitutto, non esiste la “comunità internazionale” di cui parlano americani ed europei. In gioco, ci sono soltanto coalizioni estemporanee, dettate da interessi particolari. In secondo luogo, come ha osservato Ivan Krastev celebrando il centenario dell’inizio della Grande Guerra, noi europei abbiamo ben in mente che “un’eccessiva” reazione come quella all’omicidio di Francesco Ferdinando ha portato alla catastrofe “che nessuno voleva o si aspettava””.

Lei ha scritto in passato che la società moderna non ha imparato l’agghiacciante lezione dell’Olocausto. Questo concetto si può applicare anche al conflitto israelopalestinese?
“Le lezioni dell’Olocausto sono tante. Ma pochissime di loro sono state seriamente prese in considerazione. E ancor meno sono state apprese  –  per non parlare di quelle messe realmente in pratica. La più importante di queste lezioni è: l’Olocausto è la prova inquietante di ciò che gli umani sono capaci di fare ad altri umani in nome dei propri interessi. Un’altra lezione è: non mettere un freno a questa capacità degli umani provoca tragedie, fisiche e/o morali. Questa lezione, nel nostro mondo veloce, globalizzato e irreversibilmente multicentrico, ricopre ancora un’importanza universale, applicabile a ogni antagonismo locale. Ma non c’è una soluzione a breve termine per lo stallo attuale. Coloro che pensano solo ad armarsi non hanno ancora imparato che dietro alle due categorie di “aggressori” e “vittime” della violenza c’è un’umanità condivisa. Né si accorgono che la prima vittima di chi esercita violenza è la propria umanità. Come ha scritto Asher Schechter su Haaretz, l’ultima ondata di violenza nell’area “ha fatto compiere a Israele un ulteriore passo verso quel torpore emotivo che si rifiuta di vedere ogni sofferenza che non sia la propria. E questo è dimostrato da una nuova, violenta retorica pubblica”.

 

6 Agosto 2014Permalink

5 agosto 2014 – La voce di pace di Samer da Jenin agli USA attraverso Verona – 1

Ho trovato su Facebook una nota di Marco Menin, di Verona che con il suo gruppo di ‘amici di Fiori di Pace’  ha promosso dal 2005 l’incontro fra ragazzi israeliani e palestinesi diffondendo così l’iniziativa ‘Fiori di pace’, che faceva e fa capo alla rivista Confronti
Chi volesse sapere di che si tratta può farlo da questo indirizzo che non riesco a collegare come link     http://www.arcoiris.tv/scheda/it/9577/

Così ha scritto Marco, proponendoci la voce di Samer, uno dei ragazzi  di Fiori di pace,
Un nostro grande amico, Samer Anabtawi, palestinese di Jenin strenuamente impegnato per la pace e il dialogo, attualmente negli USA per studio, ha postato una sua riflessione, che condividiamo in pieno e facciamo nostra, dopo averla tradotta
Prima di leggere le parole di Samer è forse opportuno conoscere la storia del suo percorso di pace (è possibile farlo anche da qui, guardando la registrazione dell’intervista curata dalla giornalista Lucia Cuocci)

Oggi Samer ci dice:

«Ho notato alcuni commenti e canti inquietanti pronunciati alle manifestazioni di solidarietà con Gaza. Tra questi, vi sono stati alcuni commenti contro gli israeliani, che li “invitano” a “tornare in Europa”, paragonandoli ad “animali” che dovrebbero essere condotti al “macello”.
Anche se queste sono voci marginali, lasciatemi essere chiaro: NON IN NOSTRO NOME!
Non ho vissuto la maggior parte della vita sotto un’occupazione violenta e brutale perché  un idiota venga ed equiparare la mia causa per la giustizia con orribile antisemitismo.
La mia lotta è per l’uguaglianza non per il razzismo.
A coloro che osano pronunciare insulti anti ebraici alle manifestazioni di solidarietà, dico di trovare un altro posto dove scaricare la loro spazzatura.
La mia gente sta soffrendo uno degli episodi più orrendi del terrorismo di stato per mano di Israele. Quando si deride la sofferenza degli Ebrei in Europa durante una manifestazione palestinese, prima di tutto si insultano .gli stessi Palestinesi che si pretende di rappresentare, in quanto la persecuzione degli Ebrei in Europa e la loro cacciata non erano molto diverse da quello che i palestinesi sperimentano oggi.
Dico a coloro che tentano di rubare la nostra sofferenza e contaminare la nostra causa con l’odio, non siete i benvenuti tra noi, non parlate per nessuno di noi. 
La nostra causa è la pace, la dignità, la libertà e la giustizia. Si tratta di una lotta per l’uguaglianza e la cittadinanza a pieno titolo con tutti i diritti politici e civili che ciò comporta. La nostra lotta per la giustizia non ha spazio per le vostre cause razziste di vedute limitate.
Invito ogni attivista, palestinese e non, presente alle nostre manifestazioni ad isolare queste voci e spingerle fuori da queste proteste. Gli antisemiti non ci appartengono, non sono fra noi»

Nel 2009 Samer ci diceva
Nei giorni della operazione ‘piombo fuso’ ho raccolto parecchio materiale (e l’ho custodito per fortuna) prodotto al momento e precedente…

alle prossime puntate

5 Agosto 2014Permalink

2 agosto 2014 – Nel ricordo della strage di Bologna (1980) la mia attenzione va anche alla violenza del capro espiatorio.

Un incrocio di ruoli nella continuità del linguaggio

Il ministro Alfano, secondo quanto ho letto, “va giù duro al termine del comitato nazionale per l’ordine pubblico e la sicurezza convocato nella prefettura di Caserta.
«Non accetteremo che un immigrato prenda il posto di lavoro di un italiano»”
Lo fa in una riunione nella prefettura di Caserta alla presenza dei sindaci del casertano.
L’on Kyenge – parlamentare europea – non condivide:  «Irresponsabili parole del Ministro Alfano che alimenta lo scontro tra poveri per il lavoro in un casertano già in fiamme»
Conclusione? Certamente no.
E’ molto interessante che il ministro del Nuovo  Centro Destra (nuovo ?!) operi – probabilmente senza accorgersene  – uno stravolgimento cronologico.
Nel 2009 l’on Alfano era Ministro della Giustizia nel quarto governo Berlusconi, Ministro dell’Interno era l’attuale governatore della Lombardia, Maroni.
Oggi Ministro dell’Interno è lui, Angelino Alfano.
Ma – in omaggio all’ideologia che gli occupa evidentemente  cervello e cuore – usa le parole dell’inimicizia.
Torno a scriverle: «Non accetteremo che un immigrato prenda il posto di lavoro di un italiano».
L’on Kyenge ha controbattuto ma, secondo me, non ha colto la centralità del messaggio alfaniano. L’italiano  è indicato esplicitamente come vittima della presenza non comunitaria, un incitamento all’inimicizia tra persone di diversa nazionalità.
E’ la scelta del capro espiatorio che consente di voltare la testa di fronte a molti altri problemi.
Così ho scritto nella pagina facebook della on. Kyenge
«Con queste parole (non a caso pronunciate in prefettura durante una riunione con i sindaci del casertano) il ministro Alfano si  conferma malsano portatore della cultura diffusa dalla Lega e ormai consolidata nella consapevolezza di molti.
Non a caso il parlamento italiano non discute la proposta di legge n. 740 che, se approvata, cancellerebbe lo sfregio di civiltà introdotto nel 2009. Con questa norma (legge 94/2009, art. 1 comma 22 lettera g) i cittadini non comunitari privi di permesso di soggiorno nel momento in cui denunciano la nascita del figlio corrono il rischio dell’espulsione.
Ciò fa sì che vi siano bambini nascosti e privi di esistenza giuridica e madri che non partoriscono in ospedale ma si assoggettano al nascondimento con tutti i rischi che comporta alla salute propria e del bambino (ce lo testimonia il Gruppo Convention on the Rights of the Child –CRC – che ha il compito di monitorare la Convenzione di new York sui diritti del minore.
Le ricordo che inizialmente la norma che ho citato riguardava anche i matrimoni: nel 2011 una sentenza della Corte Costituzionale sottrasse questi atti alla presentazione del permesso di soggiorno per tutelare questo diritto umano fondamentale. Ma non fu chiamata ad occuparsi dei nuovi nati su cui perciò continua a pesare quella minaccia.
On Kyenge questo minaccia la riguarda anche come parlamentare europea: può accettare che in Europa vi sia uno stato – il suo- – che viola principi fondamentali internazionalmente affermati?
Sarebbe interessante sapere se fra i bambini abusati – che saranno identificati dalla polizia italiana e tedesca per proteggerli – ci sono anche bambini con le caratteristiche previste dalla lettera g, del comma 22, dell’art. 1 della legge 94/2009, cioè i figli degli immigrati privi di permesso di soggiorno per cui la possibilità di registrare la nascita del figlio è pesantemente ostacolata.
E’ possibile chiedere al ministro competente un’indagine in proposito?.
Oltre che all’identificazione dei pedofili e dei loro complici vogliamo parlare anche delle responsabilità remote?
Non dimentichiamo che la mancanza del certificato di nascita rende una persona giuridicamente inesistente e quindi più esposta ad ogni rischio.
I bambini senza certificato quindi diventano soggetti di cui è più facile l’abuso»

Pedopornografia conclamata

Non a caso sono passata dalla questione lavoro negato alla questione esistenza negata ai minori figli di sans papier.
Leggo su La Repubblica on line di ieri (testo completo leggibile da qui):
«Maxi operazione della polizia italiana e tedesca. L’inchiesta è partita dalla Procura di Catania

Agenti della polizia postale al lavoro CATANIA Scaricavano e diffondevano su internet video di pornografia minorile, con abusi sessuali e anche torture su bambini di pochi anni. Due persone sono state arrestate e 34 indagate nell’ambito di una maxi operazione internazionale della polizia di Stato italiana e tedesca contro la pornografia minorile on line. La Procura distrettuale di Catania ha disposto numerose perquisizioni domiciliari in diverse città d’Italia, eseguite dalla Polizia Postale».

La biografia del Ministro Alfano non può essere ignorata

Non sarebbe rispettoso ignorare la biografia di una persona pubblica così importante quale un ministro dell’interno già della giustizia.
Nella significativa storia delle sua vita politica c’è anche la piccola Shalabayeva.
Forse non se ne è accorto ma per me è un macigno, simbolico (perché non è certo l’unica piccola vittima) ma insuperabile.
Ne avevo scritto nel mio blog il 14, 16 e 20 luglio 2013.
Legge sempre da La Repubblica del 30 luglio scorso:
« Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Muktar Abliazov, non doveva essere espulsa dall’Italia e il provvedimento di rimpatrio è viziato da “manifesta illegittimità originaria”. Lo afferma la Cassazione che ha accolto il ricorso della Shalabayeva contro il decreto del giudice di Pace di Roma del 31 maggio 2013. Tra le anomalie c’è inoltre il fatto che l’irruzione notturna nell’abitazione di Casal Palocco dove risiedeva la Shalabayeva, effettuata dalle forze dell’ordine, era stata fatta per cercare suo marito e non per finalità di prevenzione e repressione dell’immigrazione irregolare».

Chi volesse andare all’intero articolo (e può farlo anche da qui) troverà un richiamo all’archivio del caso.
Da parte mia voglio ricordare il lavoro efficace di Emma Bonino (Ministro degli esteri dall’aprile 2013 al febbraio 2014 – governo Letta).
Contribuendo in modo risolutivo alla soluzione di quel problema ha consentito, a chi voglia pensare, di identificare nodi della politica minori/capri espiatori.
Qualsiasi generale in guerra sa che bisogna attaccare il fronte dove è debole. E i minori sono deboli. Attaccando i ‘figli dei clandestini’ è assicurata la vittoria più importante, il consenso dell’opinione pubblica.

2 Agosto 2014Permalink

29 luglio 2013 – Prima pagina e una voce fuori dal coro + un’altra voce il 30 luglio

La mattina alle 7.15 inizia una storica trasmissione di radio 3. Prima Pagina,  che – dopo 45’ di lettura dei giornali – passa a un filo telefonico diretto con gli ascoltatori.
Oggi è successo qualche cosa di molto importante. Ha telefonato una signora abitante a Pordenone, di cui spero di aver capito il nome e di averlo correttamente trascritto: Gluckman.
Non voglio commentare l’intervento perché è giusto parli da sé.
Alla fine il giornalista di turno – Enrico Fontana, direttore del quotidiano on line Paese sera – evidentemente emozionato (e anch’io lo ero) ha parlato di ‘testimonianza coraggiosa di civiltà’
Sono riuscita a scaricare il podcast della trasmissione e a trascrivere l’intervento della signora Gluckman così come l’ha pronunciato con tutte le caratteristiche di un parlato improvvisato..
Chiunque può risentirlo usando il podcast comunque lo trascrivo perché voglio conservarne memoria.
La trasmissione delle 10, Tutta la città ne parla, si è svolta muovendo da questa telefonata.

Filo diretto di Prima Pagina del 29/07/2014 (giornalista Enrico Fontana)

Mi chiamo Gluckman. Dico quel mio cognome che è il cognome di una famiglia ebrea laica che ha vissuto e vive in Italia dopo tutte le varie vicissitudini della Shoah. Io mi sento profondamente colpita appunto da quello che sta succedendo. Ma soprattutto come persona appartenente a una religione diversa. Perché questo? Perché gli ebrei vogliono la pace. Noi confondiamo sempre, lasciamo che ci sia questa confusione, [qualche parola confusa] fra Israele ed Ebrei.
Anche in Israele ci sono tantissimi ebrei che vogliono la pace.
Quello che mi chiedo è perché bisogna… mi fa paura quello che sta succedendo in Europa ma non voglio farmi prendere dalla paura. Quindi ai cortei pacifisti, pro palestinesi. che si stanno svolgendo e si svolgeranno … io abito in una città piccola, Pordenone ma sabato prossimo è previsto un corteo  organizzato dai giovani mussulmani. La mia paura è che prenderà una piega antisemita ma non importa.
Io ci voglio andare ma ci voglio andare come ebrea, non nascondendomi, così come non si nascondono le bandiere palestinesi o le kefie, vogli andarci con una stella gialla. Io non ho paura di dire che appartengo a una famiglia ebraica. Credo che questa sia la linea da prendere, rifacendomi a quello che lei diceva prima nella risposta che ha dato sui popoli che devono rispondere. Ma devono rispondere senza paura anche gli ebrei europei, gli ebrei del mondo. Non si devono nascondere di nuovo.
Se si rendono conto che questo conflitto è disumano sia da una parte che dall’altra, senza andare a cercare le colpe e senza andare a cercare chi ha iniziato, chi non ha iniziato
Credo che dobbiamo uscire allo scoperto anche noi.
E non avere timore, perché il timore ci ha portato a quello che è stato il disastro dell’Olocausto, a dare adito e ad appoggiare col nostro silenzio molte volte un grido di paura. Mio padre ha vissuto poi tutta la vita nella paura.
Io per avere conoscenza cosa era successo da parte della famiglia  in Polonia sono dovuta andare al centro ebraico di Varsavia perché mio padre non  mi ha mai detto cos’era successo alla nostra famiglia perché lui aveva il senso di colpa del sopravvissuto.
Basta, questo non deve esserci più.
Siamo contro la guerra chi è contro la guerra, chi non appoggia il governo di Israele lo deve poter dire liberamente, poter scendere in piazza vicino agli altri senza vergognarsi, senza timore che succeda nulla perché questo allora sarà veramente l’unione dei popoli.
Se ancora abbiamo paura – e io ne ho – perché so benissimo come potrebbe trasformarsi questo corteo sabato prossimo ma penso che lo farò. Chiaramente non sono più giovanissima, una persona degli anni cinquanta però    comunque.
Credo che dobbiamo farlo per dimostrare effettivamente il nostro sdegno nei confronti di questo conflitto.

mattina del 30 luglio. – Ricopio l’intervento pubblicato da Marco Menin e da Lucia Cuocci

Dviri: “Israele tra violenza e caos, ma io continuo a lavorare per la pace” di Manuela Dviri

Sono orribili giornate. Giornate di disperazione.

Non si sono ancora sbiadite le immagini dei tre adolescenti israeliani rapiti e poi barbaramente uccisi da due giovani palestinesi né quelle del giovane palestinese a sua volta barbaramente arso vivo da tre giovani israeliani, eppure è come se fosse successo in un’altra era, in altri tempi.

Ora è caos, morte, distruzione, sconforto totale, angoscia, guerra. Siamo stati tutti travolti, israeliani e palestinesi, dall’ennesima ondata di violenza.

Non sono una politica, non ho votato per il governo che mi rappresenta e non desidero fare propaganda per il mio Paese. Lascio ad altri il compito. Posso solo dire ciò che sento. E sento intorno a me solo dolore.  Ieri mi ha telefonato una vecchia signora, sopravvissuta alla Shoà, di novantacinque anni . “Non voglio più vivere “ mi ha detto. “Non voglio più vedere la sofferenza del mio paese, non ne voglio più sapere di allarmi, di missili, di paura, di quel terribile reticolo di tunnel da qui escono esseri  umani inferociti che vogliono uccidere e rapire i miei figli e nipoti e bisnipoti. Perché sono ancora viva?”

Non so che dirle. Anch’io, a volte, vorrei sparire, non esistere. E alla sofferenza per la morte di soldati diciottenni che conoscevo (siamo in un piccolo paese ci conosciamo tutti), si aggiungono quella per la sofferenza e la morte di tanti bambini di Gaza che non conosco e di tante donne e madri, vittime non solo del nostro esercito, ma anche di chi li usa come scudi umani, violando sistematicamente ogni diritto. 100000 persone, tra cui amici e persone che conosco bene, sono diventati profughi nella loro stessa terra, senza acqua, cibo e luce, ma Hamas, non vuole fermarsi fino alla vittoria su Israele. E che razza di vittoria sarebbe, alla fine? Prima o poi, si sa, anche questa guerra finirà, e  in Israele i politici dovranno rispondere alle nostre domande e rendere conto dei loro errori . Spero che anche a Gaza succederà la stessa cosa.

Ma il mondo, per il momento, tace. Nessuno dice niente. Nessuno fa niente. Chi ha voglia di sentir parlare, o che Dio non voglia, di cercare  di porre fine all’ennesima guerra mediorientale? O di parlare dei 1000 bambini che muoiono ogni giorno in Siria ? o in Iraq? O in Libia?

Qui almeno  si spera  arriverà, prima o poi, il cessate il fuoco. Fino alla prossima volta, naturalmente. Ho dentro un grumo di dolore che non si scioglie. Le lacrime mi strozzano la gola. Voglio che quest’orrore finisca. Vorrei urlare,  vorrei pregare,  ma non  so come. Ero a Roma  un mese fa a pregare con Peres e Abu Mazen nei giardini del Vaticano, Dov’è finita la nostra preghiera?

No, non  ho il lusso di farmi prendere dalla disperazione e dal pessimismo. Ce n’è già più che a sufficienza, intorno a me, e odio e rancore e morte e distruzione. Da ebrea, da israeliana, madre, donna, da essere umano, la mia preghiera laica è continuare  a dedicarmi, anche e soprattutto in queste stesse ore,  a “Saving Children”  un progetto  gestito dal Centro Peres per la Pace, e finanziato dalla Regione Umbria e Toscana.

Il progetto si occupa di salute per bambini palestinesi, qualora all’interno dell’Autorità Palestinese non possano essere curati per ragioni che non sto ora a elencare e che penso non sia difficile immaginare. A ora ne abbiamo curati,  in Israele, più di diecimila. Una goccia nel mare , ma una goccia importante. 170 medici palestinesi si sono specializzati attraverso un progetto parallelo in vari ospedali israeliani e già lavorano a Gaza e a Ramallah.

Mi auguro quindi che l’Italia ci aiuti almeno in questo, e spero di non vedere partire dall’Italia un aereo che venga a portare i bambini feriti in Italia, in un atto tanto bello e scenografico quanto costoso. Abbiamo bisogno di tornare a ricucire l’umanità e la pietas tra i due popoli. Datecene almeno la possibilità. Pregate in questo modo, insieme con noi.

Manuela Dviri è una giornalista e scrittrice italiana naturalizzata israeliana. Nel 1998 il figlio Yonathan, che prestava servizio nell’esercito israeliano, viene ucciso durante un conflitto a fuoco. Da allora si batte per una soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese.

29 Luglio 2014Permalink

4 luglio 2014 – Chi vuole rappresentarmi paga il prezzo!

Il 25 maggio avevo scritto alla on. Kyenge in merito alla questione della registrazione anagrafica negata ai figli delle persone prive di permesso di soggiorno lettera leggibile anche da qui ).
Il primo luglio avevo contattato (e riportato la lettera sul blog) l’on. Maltese e di nuovo l’on. Kyenge nella sua veste ‘ufficializzata’ di Parlamentare europea
(lettera leggibile anche da qui) .

Così mi ha risposto:

Cara Augusta,
Grazie per la tua lettera e le tue parole. Ho promosso in campagna elettorale che avrei. Seguito il caso e lo farò. Ti ringrazio per l’umanità che sprigioni nelle tue parole e per la perseveranza. Insieme si vince o si perde e sarò sempre affianco chi con passione porta avanti battaglie di civiltà per riportare alla ragione e al senso della vita! A presto. 

E così le do riscontro del prezzo ‘pagatomi’ in quanto ‘cittadina rappresentata’

Gentile onorevole,
ti ringrazio per la lusinghiera risposta e soprattutto per la volontà che esprimi di volere ‘mantenere la promessa’.
E’ importante.
Quanto alla perseveranza … chiamiamola testardaggine che forse termine più consono alle mie non  troppo elette virtù:
Quella che tu chiami umanità è un atto di solidarietà dovuto che si è affinato e fatto passione durante gli ormai lontani anni di insegnamento quando comunicavo ai miei studenti (come in  altro modo ai miei figli) la faticosa e ondivaga crescita della democrazia in Europa (insegnavo storia e filosofia).
Ora attendo con speranza e fiducia.
Con i più cordiali auguri di buon lavoro.

E adesso vediamo se i parlamentari italiani coglieranno l’invito alla ‘battaglia di civiltà’ che ci riporti alla ‘ragione e al senso della vita’ come dice l’on. Kyenge, rimediando allo strappo perpetrato nel 2009.
L’ultima che ho contattato è la sen. Fasiolo, di recente nomina, dopo aver più volte scritto ai deputati firmatari della pdl 740 (leggibile da qui)  che si giace da un anno alla Commissione Affari Costituzionali.

4 Luglio 2014Permalink

3 luglio 2014 – Un’altra prima guerra mondiale

Sul mensile Ho un sogno abbiamo deciso di pubblicare qualche nota sulla prima guerra mondiale avendo come punto di riferimento le vittime civili – in sostanza la popolazione tutta – per cui non sembra esserci molto spazio nelle celebrazioni ufficiali.
Mentre mi predisponevo a trascrivere quanto pubblicato in giugno sul mensile Ho un sogno (i due testi precedenti sono stati inseriti in questo diario il 31 maggio e si possono leggere anche da qui)  ci è giunta un’intervista anche questa leggibile nel quadro di un punto di vista diverso da quello celebrativo. La trascrivo di seguito, rappresenta un altro punto di vista non troppo diffuso  in un clima celebrativo-militare

Ho un sogno – giugno

A PESTE, FAME ET BELLO LIBERA NOS DOMINE

Il 4 novembre 1918, mentre il generale Diaz ci racconta che “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza” un povero curato di Cleulis (Paluzza), ferito e derubato chiede giustizia. La lunga lettera di cui riportiamo alcuni tratti, ritrovata dentro il registro dell’archivio parrocchiale dal parroco del paese dei genitori del sacerdote mittente, nel 1972 venne trascritta nel mensile ‘Quattrogatti’, una pubblicazione friulana che per quattro anni provò a dar voce alle speranza suscitate nel mondo cattolico e non solo dal Concilio Vaticano secondo.
Terza puntata della rassegna sulle “Storie senza vittoria” in occasione del centenario della I guerra mondiale.
Le immagini sono tratte dal sito www.donneincarnia.it/ieri/cleulis.htm.

Genitori carissimi,
lettera lunga, cosa insolita … ma sono insolite anche le cose che sto per narrarvi.
[… ]Tutto andò bene fino agli ultimi di ottobre, quando s’incominciò a scorgere dei grandi gruppi di soldati che venivano su da Paluzza…. Si parla di una grande ritirata, si dice che gli Austroungarici si ritirano per far luogo agli Italiani […]
Le cose si fanno serie: saccheggi e ruberie, accompagnati da minacce. Intanto sono partiti anche i gendarmi e noi tutti, mille e più abitanti, restiamo a discrezione del più forte.
Il 3 novembre sera due, tre soldati, appartenenti al 39o Reggimento di Fanteria Austro Ungarica e si fanno vedere per Cleulis a chiedere informazioni di questo e di quello, penetrare anche in chiesa a chiedere dell’abitazione del Curato.
Verso le ore 8 andiamo a dormire e ci addormentiamo. A un certo punto sento battere al muro: è la Caterina che mi chiama dalla camera attigua; e contemporaneamente sento un rumore di vetri infranti.
« Queste – pensai – sono granate da 75 che gli Italiani mandano da Paluzza» e in quella sento un altro colpo simile al primo ed insieme sentii anche delle voci.
Senza vestirmi, in camicia, corsi alla scala, aprii e mi trovai innanzi a 4 o 5 soldati dei quali uno o due con baionetta innestata […]
Qui cominciò la “Via Crucis”. In mezzo a continue minacce di morte a me e alla serva, si posero a saccheggiarmi. Prima di tutto posero mano a due orologi d’argento che aveva a prestito perché il mio si era rotto. Poi mi portarono via il taccuino con circa 300 lire, la legitimazione ed altre carte, due maglie di lana con collo alto, due tovaglie da mensa, un lenzuolo fino, 5 tovagliuoli, mezzo chilo di zucchero, tutto il formaggio, 2 forchette, 2 coltelli e 3 cucchiai avuti a prestito, la mia catena d’argento, 2 paia di calzette, 1 camicia di lana, il rasoio, 2 pezzi di sapone, mezzo chilo di carte, una scatola di tabacco, tutti i pennini e tutti i lapis e perfino un pettine.
Frattanto mi domandarono vino. Aveva litri 1 e mezzo per messa; me lo trovarono, poi se lo tracannarono tutto […] e vollero andare in cantina per cercarne altro. Quando videro che non c’erano che patate e cavoli voltarono: mi presero per forza, mi ricacciarono in cantina e mi chiusero a chiave. Capii tutto. Diffatti poco più d’un minuto dopo sentii gridare di sopra: «Aiuto! aiuto! aiuto!». Erano le grida della mia povera Caterina che rompevano gli orrori di quella notte e che penetrarono nelle più intime fibbre del mio povero cuore.
Che fare? Tastai le pareti della mia prigione e trovai una finestra che metteva nella piazza. Volli aprirla; ma una voce infernale dal di fuori mi fece voltare indietro colla minaccia di una fucilata. Picchiai alla porta chiedendo per pietà che mi aprissero. Pietà, sì, in quelle anime d’inferno! Dal di sopra non più una voce. […]
Attesi ancora un momento , poi tentai di nuovo di aprire la finestra. La apersi. Guardai nella piazza: nessuno. Entrai per la porta lasciata semiaperta e precipitai su per la scala chiamando Caterina. […]
Ma, oh Dio, quale spettacolo! Essa tutta grondate di sangue dalla testa, giù pel petto e perfin sulla gonnella. Ha essa una ferita sulla testa e una sul collo del naso. Mi racconta che dopo tornati sopra uno di quei ribaldi, il capo, la trascinò in camera mia e le chiese cose innominabili, che essa chiamò subito aiuto e che piuttosto che cedere, si lasciò ferire sulla testa e sul naso colla baionetta, percuotere sulla testa colla impugnatura del revolver, pestare di pugni e di schiaffi; che dopo averla insanguinata quel demonio la lasciò…
[…] Se non l’ho mai provato, quella mattina certo provai il bisogno di una persona che ci confortasse. Ne trovai non una, ma cento, ma tutti! E siano vere grazie ai buoni Cleuliani. Più di uno si sarebbe messo in mio aiuto, ma appena qualcuno metteva fuori la testa da una porta o da una finestra o da una contrada, c’era un soldato che puntava il fucile.
Ah misericordia, che nottataccia! Dio solo e la Vergine benedetta mi ha salvato da peggiori mali; e li ringrazio di tutto e vero cuore. […]
Quel dì (il 4 novembre) lo persi in ricerche. Se fosse stato mezz’ora prima avrei potuto far metter mano sul capo briganti; ma pur nel pomeriggio ottenni che uno fosse colto con addosso la mia roba […]
Deposi al capitano della sua compagnia un protocollo lungo lungo… e buona notte.
Se c’è ancora giustizia a questo mondo qualcosa rinascerà di sicuro.
Il capitano mi disse che il minimo della pena sarà di 10 anni di galera. Poco, poco e poco!
Eppure ciononostante la mia parola, dopo tanto dolore e dopo tanto spavento, è stata quella del perdono. Grazie a Dio!
Così come vedete, dopo tal fatto, sono diventato anche più povero e più bisognoso del vostro aiuto.
Vostro affez.mo figlio.

Il testo che precede si può leggere anche da qui.

INTERVISTA  A  ZLATKO  DIZDAREVIĆ*

 Le iniziative per commemorare il centenario dell’attentato a Francesco Ferdinando e la situazione in Bosnia Erzegovina oggi. 

In giugno l’Europa ricorderà i 100 anni dall’inizio della Prima guerra mondiale con un fitto programma di iniziative qui a Sarajevo. Cosa pensa di queste celebrazioni?

Si tratta di un’espressione di cinismo. Sono iniziative che certamente non vanno a vantaggio di Sarajevo, né dei sarajevesi, e hanno riaperto una battaglia tra di noi, su Gavrilo Princip. Adesso per una metà dei bosniaci Princip è un terrorista, per l’altra metà è un eroe. Che bisogno avevamo ora di discutere di queste cose? Abbiamo un paese, la Bosnia Erzegovina, completamente distrutto. Non funziona, non esiste. E i politici europei verranno qui per una settimana sorridenti, con i palloncini colorati, grandi dichiarazioni, “Mai più”, a ricordare l’amore dell’Europa per Sarajevo, i princìpi europei. Si tratta di un incredibile cinismo. Se c’è un luogo dove i princìpi europei vengono abbandonati, questo è Sarajevo.

Allora perché queste celebrazioni?

È un’occasione meravigliosa per lavarsi la coscienza, per organizzare qualcosa di positivo, una grande festa, in un momento in cui la situazione europea e mondiale è drammatica, con la guerra sempre più presente, l’estrema destra sempre più forte, il progressivo abbandono degli ideali di libertà e cosmopolitismo.

Eppure la morte di Francesco Ferdinando ha segnato la fine di un’epoca, e l’inizio della grande guerra civile europea. Non è importante riflettere su quegli eventi?

Anzitutto io non penso che quella guerra sia iniziata a Sarajevo, le grandi potenze erano già preparate per la guerra. Sarajevo non è responsabile per la guerra.

L’attentato è stato solo un pretesto?

Sarajevo è stata una vittima delle relazioni internazionali esistenti. Anche nell’ultima guerra il suo destino è stato questo. La colpa non era di Sarajevo. Nel 1992, quando la guerra è iniziata, nessuno di noi pensava che fosse possibile. L’atmosfera, le relazioni tra le persone, non consentivano di pensarlo. Dopo il primo sangue, naturalmente, la situazione è cambiata.

Dunque non era necessario riaprire il dibattito su questi temi?

Non penso fosse necessario adesso, né tanto meno a Sarajevo. Il nazionalismo, la storia degli ultimi 20 anni, tutti i problemi ancora irrisolti… Sarajevo non è il posto dove fare queste celebrazioni. Nelle nostre scuole elementari abbiamo manuali di storia che presentano tre versioni diverse dello stesso episodio, come possiamo discutere di queste cose? Perché queste celebrazioni non le hanno fatte a Parigi, a Londra, a New York? Io non sarei contrario a una piccola manifestazione, a una commemorazione, una mostra, è ovvio, non si possono chiudere gli occhi di fronte a questo anniversario. Ma quanto sta accadendo è semplicemente isterico.

Cioè?

Tutte le espressioni della vita culturale, dal cinema al teatro, alla letteratura, alle manifestazioni sportive, avverranno nel quadro del centenario della Prima guerra mondiale. L’Ambasciata francese ha proposto che il Tour de France inizi a Sarajevo, nel nome del centenario. Tutto questo è cinico. Viene fatto per dimenticare quella che è la realtà della Bosnia Erzegovina oggi, una realtà che nessuno vuole affrontare. C’è una grande retorica, e falsità, in queste celebrazioni. Alla gente di Sarajevo non interessano, questa non è la nostra festa.

Il tema del 28 giugno ha quindi già prodotto divisioni?

In realtà i cittadini sono semplicemente stanchi di questi dibattiti, pensano a come trovare qualcosa da mangiare, un posto di lavoro. Sarajevo è stanca di queste promesse europee, che qui vengono regolarmente disattese. Venti anni fa ho scritto un libro con l’amico Gigi Riva dal titolo “L’Onu è morta a Sarajevo”. Oggi, venti anni dopo, penso che sia l’Europa ad essere morta a Sarajevo.

Perché le istituzioni culturali e politiche locali non hanno impedito questa operazione, se gli effetti sono così negativi?

Perché sono sottoposti alle pressioni delle diverse istituzioni internazionali e dei diversi uffici europei, delle organizzazioni non governative… Sono tutti esaltati per questo evento, sono in estasi. La realtà però è che anche oggi l’Europa è divisa, in Est e Ovest, nell’Europa slava e quella degli austro ungarici.

Quindi la situazione non è molto diversa da quella di 100 anni fa?

Assolutamente no. Guardate all’Ucraina, alla Siria. Sono il risultato di sogni imperiali, di ambizioni neocoloniali.

E la Bosnia Erzegovina?

Se non vengono presentati segnali assolutamente chiari sul futuro europeo della Bosnia, lo spazio vuoto verrà occupato da altri, dalla Turchia, dalla Russia o dai paesi arabi del Golfo.

*Zlatko Dizdarević, giornalista e scrittore sarajevese, è stato ambasciatore della Bosnia Erzegovina in Croazia e Medio Oriente
FONTE: OBC Rovereto

testo  inglese integrale: http://www.balcanicaucaso.org/eng/Regions-and-countries/Bosnia-Herzegovina/Sarajevo-One-Hundred-Years-151730

3 Luglio 2014Permalink

1 luglio 2014 – Lettera all’on. Curzio Maltese

Nel sito del parlamento europeo tutti i deputati hanno una casella di posta elettronica.
Ho trovato quella dell’on. Curzio Maltese e gli ho scritto il messaggio che segue.
All’on. Kyenge avevo già scritto il 25 maggio, approfittando della sua casella di parlamentare italiana. Quella lettera è leggibile anche da qui

Egregio onorevole Curzio Maltese,

Mi rivolgo a lei come parlamentare neo eletto al Parlamento europeo e come giornalista attento alla realtà su cui possiamo intervenire, se qualcuno ce la rende nota.
Capisco che gli oggetti che in questo momento possono attrarre il prevalente interesse dell’opinione pubblica siano riferibili alla flessibilità dei vincoli finanziari e, per ciò che riguarda le migrazioni, all’accoglienza dei migranti in fuga per cui l’Italia è, geograficamente, paese di approdo.
Ma per chi si rivolge a un parlamentare europeo, avendo consapevolezza delle ragioni per cui è nata l’idea di Unione Europea (già nella tragedia in cui fu steso il documento di Ventotene), l’Europa è anche altro e anche su altro dovrebbe costruirsi un virtuoso necessario rapporto fra l’Unione europea e gli stati che la compongono, di cui gli europei sono cittadini.
Questo messaggio sarà molto lungo perciò non mi soffermo su tanti aspetti che pur mi coinvolgono e la cui conoscenza cerco di approfondire.
Mi limito a un solo problema, ricordando che, ancora nel giugno1999, il Consiglio europeo ritenne che fosse opportuno riunire in una Carta i diritti fondamentali riconosciuti a livello dell’Unione europea (UE) e che quindi assicurano nella legislazione dell’UE stessa diritti personali, civili, politici, economici e sociali dei cittadini e dei residenti dell’UE.

Per giungere al problema specifico che le porrò, ricordo, citando dal testo della Carta:

–> l’articolo 21  Non discriminazione

1. È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale.
2. Nell’ambito d’applicazione dei trattati e fatte salve disposizioni specifiche in essi contenute, è vietata qualsiasi discriminazione in base alla nazionalità.

–> l’articolo 24  Diritti del minore
1 I minori hanno diritto alla protezione e alle cure necessarie per il loro benessere. [omissis]
2. In tutti gli atti relativi ai minori, siano essi compiuti da autorità pubbliche o da istituzioni private, l’interesse superiore del minore deve essere considerato preminente.
3. Il minore ha diritto di intrattenere regolarmente relazioni personali e contatti diretti con i due genitori, salvo qualora ciò sia contrario al suo interesse.

In vari documenti inoltre si può leggere un esplicito riferimento alla Convenzione di New York sui diritti dei minori, approvata dalle Nazioni Unite nel 1989, ratificata da tutti gli stati dell’Unione Europea. In Italia è legge n. 176 dal 1991 e afferma:

–> Articolo 7
1. Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori ed a essere allevato da essi.
2. Gli Stati parti vigilano affinché’ questi diritti siano attuati in conformità con la loro legislazione nazionale e con gli obblighi che sono imposti loro dagli strumenti internazionali applicabili in materia, in particolare nei casi in cui se ciò non fosse fatto, il fanciullo verrebbe a trovarsi apolide.

Dal 2009 (quarto governo Berlusconi, ministro dell’interno Maroni) questa norma in Italia è esplicitamente violata, negando quindi anche l’indirizzo delle politiche fondanti l’Unione Europea cui sopra ho fatto breve riferimento.
Infatti con un criptico emendamento (lettera g, comma 22, art. 1 legge 94/2009) è stata imposta per legge la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione della nascita – in Italia – di un figlio.
Ciò ha creato ostacoli a che un nuovo nato possa avere – in Italia – il certificato di nascita se figlio di migranti non regolari.
Così il vicedirettore esecutivo dell’Unicef definisce quel certificato: «La registrazione delle nascite è di vitale importanza. E’ la chiave per garantire che i bambini non vengano dimenticati e che non vengano negati i loro diritti».
Sia detto per inciso che l’Unicef si impegna in campagne promozionali (rivolte a paesi del terzo mondo e comunque non appartenenti all’Unione Europea) perché sia assicurata la registrazione anagrafica di coloro che in quei paesi nascono.
In Italia invece esiste una proposta di legge per rimediare allo sfregio di civiltà introdotto cinque anni fa, proposta n. 740 che è da una anno alla attenzione della commissione Affari Costituzionali senza che nessuno si impegni ad assicurane l’approvazione (che, tra l’altro, non comporta oneri di spesa).

Lo scorso anno la Convention on the Rights of the Child (gruppo CRC) nel suo sesto rapporto ci aveva ricordato che
«Sebbene non vi siano dati certi sull’entità del fenomeno le stime più recenti sulla presenza di immigrati in situazione irregolare fanno supporre che vi possa essere un numero significativo di gestanti in situazione irregolare che potrebbero, per paura di essere identificate, non accedere alle cure ospedaliere ed alla registrazione anagrafica del figlio».

Quest’anno – nel suo settimo rapporto – il Gruppo CRC ci richiama le raccomandazioni del Comitato ONU nella forma che integralmente trascrivo:
«28. Il Comitato ONU è preoccupato per le restrizioni legali e pratiche al diritto dei minorenni di origine straniera di essere registrati alla nascita. In particolare, il Comitato esprime preoccupazione per come la L. 94/2009 sulla pubblica sicurezza renda obbligatorio per i non cittadini mostrare il permesso di soggiorno per gli atti inerenti il registro civile.
29. Il Comitato, richiamando l’accettazione da parte dello Stato Italiano della Raccomandazione n. 40 durante l’Universal Periodic Review, al fine di attuare la L. 91/1992 sulla cittadinanza italiana, in modo da preservare i diritti di tutti i minorenni che vivono in Italia, raccomanda all’Italia:
a) di assicurare che l’impegno sia onorato tramite la legge e facilitarlo nella pratica in relazione alla registrazione alla nascita di tutti i bambini nati e cresciuti in Italia;
b) di intraprendere una campagna di sensibilizzazione sul diritto di tutti i bambini a essere registrati alla nascita, indipendentemente dall’estrazione sociale ed etnica e dallo status soggiornante dei genitori;
c) di facilitare l’accesso alla cittadinanza per i bambini che potrebbero altrimenti essere apolidi».

Le chiedo quindi un impegno forte di Parlamentare europeo per attivare ogni strumento che assicuri anche in Italia un rimedio a questo sfregio che da cinque anni ci disonora come esseri umani, come cittadini italiani e come europei che aspirano a veder realizzata un’Unione fondata sulla giustizia che non può prescindere dal rispetto dei diritti umani fondamentali,

Insieme ai miei cordiali saluti le porgo vivissimi auguri di buon lavoro

Augusta De Piero

1 Luglio 2014Permalink

26 giugno 2014 – Vorrei tirare le somme [Settima puntata]

Vorrei concludere questa serie ma la recentissima scoperta dell’impegno internazionale dell’Unicef per la garanzia del certificato anagrafico ai neonati del paesi del terzo mondo mi ha sconvolto per la sua grossolana contraddizione con ciò che avviene in Italia dove la legge che vuole i figli dei sans papier privi di certificato di nascita trova il suo punto di forza nei silenzi della società civile, comprese le locali sezioni dell’Unicef.
Il 22 corrente ho pubblicato ampia documentazione scrivendo un post la mattina e uno la sera e rinvio ai collegamenti .
Per darmi una spiegazione di questa situazione non so immaginare altro che un retropensiero del tipo: «I certificati di nascita? Ora lo spieghiamo al Terzo Mondo!
Noi … noi siamo i padroni e abbiamo ripreso l’antica tradizione euro-americana per cui la nascita degli schiavi non si registrava».
E così, per non restare invischiata nel neo colonialismo di cui non avevo immaginato l’esistenza e per capire …

… torno alle origini

Nel 2010 (l’anno precedente era stata approvata la legge 94/2009) anche l’allora deputato Leoluca Olando voleva capire (poi divenne sindaco di Palermo e non manifestò ulteriori curiosità) e il 2 agosto presentò al Ministro dell’Interno Maroni l’interrogazione che trascrivo limitatamente all’aspetto concernente le nascite di figli dei sans papier.

L’on Orlando chiede

«in data 7 agosto 2009 è stata emanata, dal dipartimento per gli affari interni e territoriali del Ministero dell’interno, una circolare (prot. 0008899) con oggetto: «Legge 15 luglio 2009, n. 94, recante »Disposizioni in materia di sicurezza pubblica«. Indicazioni in materia di anagrafe e stato civile», ed è stata inviata a tutti i prefetti della Repubblica italiana;

con questa circolare il Ministero dell’interno andava a sanare una situazione di interpretazione dubbia della suddetta legge, su alcuni temi, tra cui quello importantissimo delle dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione;

al punto 3 della predetta circolare si chiariva che «Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita-stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto. L’atto di stato civile ha natura diversa e non assimilabile a quella dei provvedimenti menzionati nel citato articolo 6»;

a parere dell’interrogante, molti punti della circolare stessa sono fondamentali per la struttura e per la funzionale applicazione della legge n. 94 del 2009, ma il metodo applicato dell’uso della circolare stessa appare di indicazione troppo lieve e sicuramente meno impegnativa dell’uso di una legge nell’applicazione della stessa –

se il Ministro non ritenga opportuno assumere iniziative che attribuiscano valore normativo alla circolare del 7 agosto 2009 prot. 0008899 fornendo così strumenti sicuramente più incisivi a chi la stessa debba applicare».

e il Ministro risponde

Il 31 gennaio dell’anno successivo ricevette una risposta scritta

 « All’Interrogazione 4-08314 presentata da LEOLUCA ORLANDO
Risposta.

Il ministero dell’interno, con la circolare n. 19 del 7 agosto 2009, ha inteso fornire indicazioni mirate a tutti gli operatori dello stato civile e di anagrafe, che quotidianamente si trovano a dover intervenire riguardo ai casi concreti, alla luce delle novità introdotte dalla legge n. 94 del 2009 (entrata in vigore in data 8 agosto 2009), volta a consentire la verifica della regolarità del soggiorno dello straniero che intende sposarsi e ad arginare il noto fenomeno dei matrimoni fittizi o di comodo.

È stato chiarito che l’eventuale situazione di irregolarità riguarda il genitore e non può andare ad incidere sul minore, il quale ha diritto al riconoscimento del suo status di figlio, legittimo o naturale, indipendentemente dalla situazione di irregolarità di uno o di entrambi i genitori stessi. La mancata iscrizione nei registri dello stato civile, pertanto, andrebbe a ledere un diritto assoluto del figlio, che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità di colui che lo ha generato. Se dovesse mancare l’atto di nascita, infatti, il bambino non risulterebbe esistere quale persona destinataria delle regole dell’ordinamento giuridico.

Il principio della inviolabilità del diritto del nato è coerente con i diritti garantiti dalla Costituzione italiana a tutti i soggetti, senza alcuna distinzione di sorta (articoli 2, 3, 30 eccetera), nonché con la tutela del minore sancita dalla convenzione di New York del 20 novembre 1989 (Legge di ratifica n. 176 del 27 maggio 1991), in particolare agli articoli 1 e 7 della stessa, e da diverse norme comunitarie.
Considerato che a un anno dall’entrata in vigore della legge n. 94 del 2009 non risultano essere pervenute segnalazioni e/o richieste di ulteriori chiarimenti, si ritiene che le deposizioni contenute nella predetta circolare siano state chiare ed esaustive, per cui non si è ravvisata sinora la necessità di prospettare interventi normativi in materia.
Il Sottosegretario di Stato per l’interno: Michelino Davico».

Identità di pensiero

L’identità di pensiero fra l’allora sottosegretario Davico (appartenenza Lega Nord) e l’Unicef inteso come agenzia della Nazioni Unite (United Nations Children’s Fund)  è perfetta.
Il vicedirettore esecutivo dell’Unicef stessa ha dichiarato: «La registrazione delle nascite è di vitale importanza. E’ la chiave per garantire che i bambini non vengano dimenticati e che non vengano negati i loro diritti. Il certificato di nascita è il passaporto di un bambino».
E allora per quale ragione non c’è impegno a far sì che in Italia sia garantito a tutti i nuovi nati il certificato di nascita su cui verrà scritta la cittadinanza qualche che sia, anche oggi a norma jus sanguinis e domani, se il nuovo principio passerà, a norma jus soli?

Le astuzie della ragione e le ragioni del pregiudizio

Poiché siamo europei possiamo permetterci un riferimento a un illustre figlio dell’Europa quale fu Georg Wilhelm Friedrich Hegel e quindi faccio uso di una sua espressione che perfettamente si collega alla grottesca situazione che vado srotolando.
Leggendo con un po’ di attenzione la ridondante dichiarazione del già sottosegretario Davico emerge il diritto del bambino, in termini tanto solenni quanto inadatti ad essere rappresentati da una circolare e non essere invece fondati su una legge.
Ma un’attenzione che non sia beota aiuta a leggere in controluce lo squallore sotteso a quelle proclamazioni.
Certamente si volevano impedire i matrimoni di comodo ma la strada scelta di impedire la celebrazione dei matrimoni tout court sembra incongrua e contorta, tanto più considerando la folle associazione ai matrimoni degli atti di nascita.
Poi … la ragione ha le sue astuzie e capitò che il  ‘lui’, di una coppia mista, a seguito della richiesta di pubblicazione dell’atto di matrimonio, ricevesse il decreto di espulsione essendo risultato privo di permesso di soggiorno. Evidentemente si trattava di adulti avveduti, cui evidentemente non  mancavano le relazioni e i mezzi intellettuali e finanziari per premetterselo, e fecero risorse al decreto arrivando fino alla Corte Costituzionale.
Con sentenza n. 245 dd. 25 luglio 2011.L Corte dichiarò «l’illegittimità costituzionale dell’articolo 116, primo comma, del codice civile, come modificato dall’art. 1, comma 15, della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), limitatamente alle parole «nonché un documento attestante la regolarità del soggiorno nel territorio italiano».
Ne avevo scritto in questo blog il 31 luglio 2011 (e comunque la sentenza è facilmente raggiungibile per una lettura integrale anche da qui) esprimendo la speranza che quella lettura sostenesse l’ipotesi di una modifica della legge.
Da un anno l’ipotesi è diventata progetto ma l’astuzia del pregiudizio fa sì che, probabilmente in ossequio al consenso di un’opinione pubblica che si presume asservita alla diffusa lego cultura e quindi disposta fare la guerra anche ai neonati ‘diversi’, neppure i deputati proponenti della pdl 740 che risolverebbe la questione si prendano cura di farla approvare.

Segnalazione puntate precedenti (tutte contengono documenti)
6 maggio 2014 –https://diariealtro.it/?p=3051    (petizioni Boldrini)
8 maggio 2014 –https://diariealtro.it/?p=3056   (calcio negato ai minori stranieri)
16 maggio 2014 – https://diariealtro.it/?p=3070 (Asgi – Miur)
11 giugno 2014  –  https://diariealtro.it/?p=3110  (congresso SIMM)
13 giugno 2104    https://diariealtro.it/?p=3128   (Asgi – MCE)
21 giugno 2014  https://diariealtro.it/?p=3139 (ASGI pubblica 7 mo rapporto CRC)

A questo elenco aggiungo, oltre i documenti citati nel testo, quelli pubblicati

24 giugno 2014  -documento di lettera 22
22 giugno 2014 documenti dell’Unicef e del MoVi
—————— https://diariealtro.it/?p=3145  https://diariealtro.it/?p=3148
9 giugno 2014      articolo Paolo Citran – CIDI  https://diariealtro.it/?p=3100
7 giugno  2014    Cittadinanza ai figli dei rifugiati   https://diariealtro.it/?p=3090 .
25 maggio 2014  Lettera Kyenge   https://diariealtro.it/?p=3081
21 dicembre 2013 – Figlio di clandestini  https://diariealtro.it/?p=2852
—————-Il primo articolo scritto da altri, Tommaso Canetta e Pietro Pruneddu
15 marzo 2011 Il gallo – Il mio primo articolo oltre il blog  https://diariealtro.it/?p=673

FINE della serie o almeno provvisoria conclusione

26 Giugno 2014Permalink

22 giugno 2013 — E’ sera ma sono sempre più esterrefatta

Dopo aver pubblicato questa mattina la nota che devo alla documentazione degli amici del MoVi di Gemona ho continuato a cercare e ho trovato molte cose in proposito.
In particolare non voglio dimenticare un articolo di Lettera 22 che riporto integralmente.
Risale al 12 dicembre scorso e mi chiedo perché non l’avessi visto.
La ragione sta proprio nella data. Verso Natale c’è un sommovimento pro infanzia così chi compera pupazzi, portamatite, bigliettini festevoli col logo di qualche associazione per l’occasione pietosa può trascorrere la festa natalizia tutta calda di bontà, un sentimento così buono e gradevole che non deve essere mescolato con la freddezza dei diritti e delle politiche conseguenti.
Così ho lasciato perdere e ho fatto male perché l’articolo è ottimo.
Rimedio pubblicandolo e segnalando però il buco dell’Italia.
Da noi è previsto che alcuni bambini non possano avere il certificato di nascita per legge (vedasi tag anagrafe).
Ai loro genitori infatti viene chiesto il permesso di soggiorno che non hanno e si riducono a proteggere i figli nascondendoli.
Ha scritto in uno dei suoi rapporti annuali il Gruppo CRC che ha il compito di monitorare l’applicazione della  Convenzione di New York sui diritti del minore

Il timore, di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori.
Pur non esistendo dati certi sull’entità del fenomeno, le ultime stime evidenziano la presenza di 544 mila migranti privi di permesso di soggiorno  Questo può far supporre che vi sia un numero significativo di gestanti in situazione irregolare”.
Qualcuno se ne occuperà in occasione del prossimo Natale? O anche prima?

Lettera 22    –   IL DRAMMA DEI BAMBINI “INVISIBILI”

L’Unicef lancia l’allarme,230 milioni di bambini non hanno un certificato di nascita
Gianna Pontecorboli

Giovedi’ 12 Dicembre 2013
A prima vista, potrebbe apparire un problema da poco. Il bimbo e’ nato, e’ bello e sano, la mamma sta bene, si pensa a festeggiare il nuovo arrivato. Nessuno si preoccupa troppo di quel piccolo passo formale che serve a segnalare la sua nascita e che può essere scomodo, costoso, qualche volta anche percepito come pericoloso.
I guai, però, cominciano qualche anno dopo , quando la mamma cerca inutilmente di iscrivere il figlio a scuola e di fargli avere l’assistenza medica . La sua crescita è piena di rischi. Il passaporto è un miraggio impossibile.

In occasione del suo sessantasettesimo ‘’ compleanno’’, l’Unicef ha voluto quest’anno dedicare la sua attenzione a un problema tanto drammatico quanto spesso sottovalutato, quello dei bambini ”invisibili”, che un compleanno, almeno ufficiale e riconosciuto, non lo avranno mai.

Nel mondo, ha fatto sapere l’organizzazione dell’Onu che si occupa dell’infanzia in un rapporto intitolato ‘’I diritti natali di ogni bambino’’ ci sono oggi 230 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni che non sono mai stati registrati e che non hanno un certificate di nascita. Più o meno, si tratta di un bimbo su tre.

‘’Essere registrato alla nascita è più che un semplice diritto’’, spiega Geeta Rao Gupta, vice direttore esecutivo dell’Unicef,’’ la registrazione è la garanzia che il nuovo nato non può essere dimenticato, che non possono essere negati i suoi diritti e che non gli possono essere nascosti i progressi del suo paese’’.

Il problema è più complesso di quanto possa apparire a prima vista. Quella semplice comunicazione di una nuova nascita , che viene ormai da tanti anni considerata un dovere e un diritto in gran parte dei paesi , può incontrare molti ostacoli, a cominciare dalla povertà di tanti paesi in via di sviluppo. Non a caso, i paesi che hanno il piu’ basso tasso di registrazione delle nascite sono la Somalia, con il 3 per cento, la Liberia, con il 4, l’Etiopia con il 7.In alcune parti dell’Africa , la metà dei bambini registrati alla nascita non e’ in grado di ottenere un regolare certificato di nascita, perché’ le spese per averli sono troppo alte per le famiglie con un reddito più modesto, o perché i governi non li rilasciano.
Povertà, mancanza di organizzazione e arretratezza delle strutture pubbliche, tuttavia, non bastano a spiegare l’ampiezza del fenomeno.
Nell’elenco degli stati che ancora incontrano molte difficoltà, ci sono anche il Pakistan e l’India, che ha delle grosse differenze tra le varie regioni , e perfino alcune delle ruggenti economie del sud-est asiatico. .
Spesso, a ostacolare il processo sono gli stessi genitori, e per una serie di ragioni diverse.
Per le popolazioni più isolate o che vivono nelle zone rurali, per esempio, il viaggio verso il più vicino ufficio pubblico può essere lungo, troppo scomodo e costoso da affrontare per un compito di cui non si percepisce fino in fondo l’importanza.

Per altri, entra in gioco la paura di dover rivelare delle informazioni che potrebbero mettere in pericolo la sicurezza della famiglia, come la religione o l’appartenenza etnica . In altri casi, infine, sono le leggi a creare degli ostacoli. In Nicaragua, per esempio, i figli di un’unione consensuale vengono registrati solo temporaneamente se il padre non mette la sua firma , in Buthan non possono essere registrati i figli di un padre sconosciuto, in Libano hanno diritto alla registrazione per i palestinesi solo i bambini che hanno uno stato ufficiale di rifugiati .

Insieme alla povertà insomma, influiscono anche la geografia, l’educazione e spesso la politica.

Le conseguenze però sono disastrose. I bambini ‘’inesistenti’’, infatti, non rischiano soltanto di non poter andare a scuola e di non poter chiedere un regolare passaporto. Il loro stato li mette in pericolo in ogni momento, possono essere venduti o adottati illegalmente quando sono piccoli. E quando crescono possono facilmente essere utilizzati come soldati bambini senza che nessuno possa difenderli, sono facili prede di ogni ambiguo sfruttatore. Senza un certificate di nascita e’ difficile proteggere legalmente una sposa- bambina o un dodicenne armato di mitra.

Per aiutare i paesi piu’ a rischio e soprattutto le famiglie, l’Unicef ha studiato alcuni programmi tecnologici di facile utilizzazione. In Nigeria , per esempio , si utilizzano adesso i messaggini dei telefoni cellulari per registrare le nuove nascite. In altri paesi, come l’Albania, l’agenzia dell’Onu ha chiesto l’aiuto delle organizzazioni non governative per compilare moduli e raggiungere le popolazioni nomadi o altri gruppi marginalizzati.

Qualche passo avanti, negli ultimi anni, e’ stato fatto. Il lavoro da fare, tuttavia, è ancora moltissimo. ‘’La registrazione e il certificato di nascita sono vitali per sviluppare le potenzialità di un bimbo’’, dice Geeta Rao Gupta.,’’tutti bambini nascono con un enorme potenziale. Ma se le società mancano di contarli e non riconoscono neppure che ci sono, i piccoli diventano vulnerabili a ogni abuso. E inevitabilmente il loro potenziale ne risulta enormemente diminuito.”

Gianna Pontecorboli

La questione nello stesso periodo è stata ripresa anche dall’Ansa

 

22 Giugno 2014Permalink

22 giugno 2014 – Sono esterrefatta

 

Ho ricevuto dal Movimento di Volontariato Internazionale  del Friuli Venezia Giulia (Notizie dal MoVi Numero 23/2014) una copia della loro pubblicazione da cui ricavo una pagina che trascrivo, isolando un passaggio per evidenziarlo.
In questa pagina si riporta un articolo che fa riferimento a un’iniziativa dell’Unicef relativa ai paesi del Terzo Mondo, di cui l’autorevole organizzazione  stigmatizza ciò che in Italia tace.
Perché taccia non lo so.
A seguire nella stessa pagina del MoVi c’è un articolo di Elia Beacco (che pure riporto, ringraziando l’autrice anche per  la pertinenza dei link)

 Notizie dal MoVI n 23-2014                  a cura del MoVi – FVG

L’esercito dei bambini invisibili

L’Unicef alza il velo su un altro fenomeno dal quale giungono ulteriori conferme delle enormi contraddizioni che caratterizzano il nostro mondo moderno. Parliamo dei «bambini invisibili», ovvero di quei bimbi fisicamente esistenti ma di cui, da un punto di vista legale, non ve ne è traccia su questa Terra. Di loro non esiste nulla di scritto, un certificato di nascita, un atto di registrazione, né altro documento che possa comprovarne l’esistenza. In sostanza sono fantasmi, o meglio visibili all’occhio umano, invisibili per la società in cui vivono. Sono in tutto 230 milioni, ovvero un piccolo su tre sotto i cinque anni ufficialmente «non esiste», in sostanza nel 2012 solo il 60% dei neonati nel mondo sono stati registrati all’anagrafe o in qualsivoglia ufficio pubblico. Molti di loro però non possono fornirne la prova: un piccolo su sette infatti è registrato ma non possiede un certificato di nascita.
Cifre che sbalordiscono. Ancora una volto i più vulnerabili sono i bimbi del Sud del mondo come spiega il rapporto Unicef, non a caso scelto per il 67 esimo compleanno dell’agenzia delle Nazioni Unite. I tassi più elevati di «invisibilità» si registrano in Asia meridionale e nell’Africa sub-sahariana. La triste classifica dei tassi di registrazione più bassi vede ai primi dieci posti i soliti nomi, Somalia (con il 3%), Liberia, (4%) Etiopia (7%), Zambia (14%), Chad (16%), Tanzania(16%), Yemen (17%), Guinea Bissau (24%), Pakistan (27%) e Congo (28%). Claudia Cappa, esperta Unicef per le statistiche, spiega che «in certi Paesi solo il padre può registrare un figlio, per le madri single è impossibile». Spesso entrano in gioco anche le barriere culturali e i costi troppo alti, mentre altre volte le famiglie hanno paura che registrando un figlio possano subire discriminazioni.

«La registrazione delle nascite è di vitale importanza – dice il vice direttore esecutivo di Unicef, Geeta Rao Gupta – E’ la chiave per garantire che i bambini non vengano dimenticati e che non vengano negati i loro diritti. Il certificato di nascita è il passaporto di un bambino».

L’Unicef stessa ha messo a punto alcuni strumenti per contrastare il fenomeno, mettendo la tecnologia al servizio dei bimbi meno fortunati. In Kosovo è stato sviluppato un sistema efficace e con un costo limitato che permette di segnalare i piccoli che «non esistono» con un sms. Speriamo sia un apripista per portare alla luce sempre più bimbi invisibili.

Bambini Invisibili

“Constatiamo che oggi in Italia ci sono bambini cui è negata un’esistenza giuridicamente riconosciuta, destinati a vivere nascosti. Approvare una legge che garantisca il diritto alla registrazione anagrafica per tutti i figli, indipendentemente dalla situazione giuridico- amministrativa dei genitori senza la necessità di esibire documenti inerenti al soggiorno. In modo da evitare che ci siano “nati invisibili” con conseguenze aberranti di ordine sociale e sanitario” (Augusta De Piero).
Sono infatti questi gli effetti prodotti da una normativa ambigua e contraddittoria (Legge 94 del 15/07/2009 e Circolare del 7/08/2009) circa l’obbligo di presentazione del permesso di soggiorno per registrare gli atti di nascita, obbligo poi contraddetto dalla successiva circolare. Comunque il risultato è che molti stranieri senza documenti ancora non registrano i propri figli per paura di essere denunciati. Un dramma che può raggiungere l’assurdo: madri immigrate irregolari che partoriscono in una struttura ospedaliera ma non possono riconoscere e registrare all’anagrafe il loro bimbo appena nato, rendendolo così adottabile.
In Parlamento – presso la Commissione Affari Costituzionali – da più di un anno è depositata una proposta di Legge (n. 740) ad oggi ancora non discussa – che può correggere questa situazione inaccettabile. Ma evidentemente considerata di non sufficiente urgenza ed importanza, visto che non è stata ancora presa in considerazione nonostante la petizione che l’accompagna e ne sollecita l’esame ( per firmare la petizione).

Elia Beacco

vedi anche raccomandazioni fin ali congresso SIMM

22 Giugno 2014Permalink